giovedì, 4 Marzo 2021
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Ci siamo disamorati del lavoro perché abbiamo smarrito l’anima

Ci siamo disamorati del lavoro perché abbiamo smarrito l’anima. Il fine del lavoro non è il lavoro stesso tanto meno il guadagno ma come ogni altra cosa è l’avvicinamento alla verità che è anche giustizia, bellezza e amore di Francesco Lamendola  

Una delle manifestazioni più negative della crisi, morale e materiale, che stiamo da tempo attraversando, senza riuscire a intravedere un raggio di luce che ci indichi la giusta direzione da seguire per uscirne, è il disamore nei confronti del lavoro. Non sapremmo trovare un termine più preciso di questo: potremmo anche parlare di disaffezione, ma sarebbe riduttivo: noi non solo abbiamo smesso di voler bene al nostro lavoro, ma abbiamo anche smesso di considerarlo parte essenziale della nostra vita, del nostro percorso umano, del nostro sistema di valori.

Proviamo a ricordare quel era l’atteggiamento nei confronti del lavoro dei nostri genitori e dei nostri nonni. Essi lo amavano istintivamente, e cercavano di svolgerlo nella maniera migliore possibile. Vi dedicavano tutte le loro risorse, vi impegnavano tutte le loro capacità; non si davano pace se qualcosa non riusciva bene, né avrebbero sopportare che qualcun altro facesse notare loro degli eventuali difetti, delle imperfezioni: il loro amor proprio ne avrebbe sofferto a tal punto che essi si prodigavano per evitare che una simile eventualità potesse mai verificarsi. Erano, pertanto, i giudici più severi di se stessi;  non avevano alcuna indulgenza per le cose fatte male e non consideravano delle attenuanti, meno ancora delle giustificazioni, né la malattia, né l’avere tanti altri pensieri e preoccupazioni, anche di tipo familiare. Esigevano il massimo da se stessi: pretendevano almeno il doppio di quel che chiedevano agli altri.

Al culto del lavoro fatto bene e nei tempi stabiliti, essi aggiungevano una puntigliosa precisione e una onestà che non aveva bisogno di timbri, né di firme davanti agi avvocati: la parola data, per loro, era sacra. Se promettevano di fornire un certo lavoro entro la tale data, cascasse il mondo, così doveva essere. Non li fermavano la neve o la pioggia, il caldo torrido o i malanni fisici. Non facevano mai debiti, se non erano sicuri di pagarli scrupolosamente, fino all’ultimo centesimo e nei tempi fissati; però facevano debiti solo se era strettamente necessario. Le banche si fidavano di loro e loro delle banche: vi era una fiducia reciproca, anche perché vi era una conoscenza personale. Le banche si accontentavano di un interesse ragionevole; i debitori si facevano un punto d’onore di rispettare gli impegni presi. Era un circuito virtuoso. E lo Stato, da parte sua, non era ancor diventato un nemico dichiarato dell’impresa, dell’artigianato e del commercio: le tasse non erano esorbitanti, esistevamo margini di profitto che incoraggiavano l’iniziativa privata. L’usura, il male della modernità, denunciato da tutte le grandi menti degli ultimi secoli, da Dante a Pound, non la faceva ancora da padrona.

Per tutte queste ragioni, e per molte altre ancora, il lavoro era un piacere, una passione, una ragione di vita; nessuno aspettava con impazienza il momento di andare in pensione, se non per gravi motivi personali; essere attivi e sentirsi vivi, erano un’unica cosa; e i figli e i nipoti, vedendo i genitori ed i nonni così dediti al lavoro, così innamorati del lavoro fatto bene, così assidui e scrupolosi, imparavano dal loro esempio e crescevano alla loro scuola, senza bisogno di tanti discorsi e senza sollecitazioni esterne: respiravano l’amore del lavoro con la stessa naturalezza con cui succhiavano il latte materno. Inoltre vedevano gli adulti sereni, e capivano che lavorare non è una cosa brutta, una cosa riservata a chi non può farne a meno, ma, al contrario, un elemento necessario per l’equilibrio interiore e per la pace dell’anima. Tanto è vero che molte persone fischiettavano o canticchiavano durante il lavoro: da esse emanava un’atmosfera di ottimismo, di fiducia, di sana immersione nella realtà concreta, nella vita d’ogni giorno. Per questo, e non per altro, l’abitudine di frequentare assiduamente l’osteria era considerata in maniera negativa: perché si accompagnava all’idea dell’ozio, della trascuratezza dei propri doveri. Non era il bicchiere di vino con gli amici, la cosa da guardare con sospetto e disapprovazione; era l’abuso del tempo di riposo, e il disordine spirituale che vi si accompagnava. Stare delle ore davanti al bicchiere era una maniera di disertare il proprio posto di combattimento: perché la vita è una battaglia virtuosa, i nostri nonni lo sapevano e i bambini, guardandoli, lo capivano istintivamente. Capivano, senza tanti ragionamenti, che il benessere viene dal lavoro e che il vestito per l’inverno, le vacanze al mare (se c’erano) e i giocattoli sotto l’albero di Natale, arrivavano perché scaturivano dalla dedizione al lavoro e non perché fossero un “diritto” garantito a ciascuno, indipendentemente dal merito, dalla fatica e dallo spirito di sacrificio.

Naturalmente, stiamo parlando dei lavori a misura d’uomo: i quali, fino a una o due generazioni fa, erano ancora, probabilmente, la maggioranza. Ma oggi, nel tempo in cui l’Usura ha gettato la maschera e il sistema mondiale delle banche ha ridotto l’umanità intera in schiavitù (anche se una schiavitù che si presenta, sovente, sotto l’apparenza delle catene dorate), il lavoro ha perso la sua importanza e la sua dignità, è diventato una mera funzione del profitto, e nemmeno del profitto derivante dal sano e meritevole lavoro personale, ma dai meccanismi speculativi del sistema finanziario globale, che operano il “miracolo”, osceno e blasfemo, della creazione di ricchezza (ma per pochissimi) senza creare, nel medesimo tempo, beni e servizi reali, per cui non si creano nuovi posti di lavoro, anzi, li si diminuisce incessantemente, né si soddisfano i veri bisogni delle persone, ma ci si ingegna di inventarne sempre di nuovi, e sempre più artificiali e fasulli. Pertanto moltissimi lavori sono diventati sgradevoli in se stessi e nessuno, pur con la migliore buona volontà di questo mondo, riuscirebbe ad amarli e a praticarli con lo spirito di serenità e di dedizione assoluta che animava le passate generazioni.

Possiamo anche dire che, oggi, non si vedono più gli effetti benefici del lavoro: si lavora per pagare mutui, e ciò vale sia per gli individui che per le imprese e per gli stessi stati; viene così a mancare uno degli stimoli fondamentali alla gioia del lavoro, la soddisfazione che deriva dalla visibilità immediata dei suoi benefici. Lavorare per portare altri soldi nelle casse delle banche non è cosa che possa riempire di entusiasmo nemmeno il più stoico stakanovista: ciascuno di noi ha bisogno di vedere, o almeno di sapere, che il proprio lavoro si traduce in cose e situazioni che rendono migliore, e non peggiore, la nostra vita: che diminuiscono l’angoscia, l’incertezza e l’insicurezza, e che rafforzano la nostra fiducia in noi stessi e la sensazione di poter agire concretamente sulle cose che ci stanno intorno. Di conseguenza, i lavori in se stessi sgradevoli, come quello dell’operaio alla catena di montaggio, si sommano all’effetto sgradevole di non vedere gli effetti positivi del fatto di lavorare, qualunque mestiere o professione si eserciti, e alla molesta impressione che si lavora non per sé e per la propria famiglia, ma per finanziare le banche e lo Stato sanguisuga.

A monte di tutti questi fattori, comunque, ce n’è uno più importante di tutti, che è intrecciato ad essi, ma che deriva anche da altre cause: la nostra perdita di anima. L’anima di una persona non è qualcosa di statico e di inossidabile: si espande o si restringe, diventa luminosa oppure oscura, a seconda della direzione che quella tale persona dà alla propria vita, delle esperienze che fa, e, più importante di tutto, del modo in cui le vive. Salute o malattia, benessere o malessere, partire o restare, sono esperienze che non hanno valore in se stesse, ma secondo la modalità con cui vengono vissute; e da tale modalità deriva un tono generale dell’anima, una progressiva sedimentazione, un continuo rimodellamento, che fanno di essa lo specchio di ciò che è la nostra consapevolezza. Vi sono, pertanto, anime piccole e oscure, e vi sono anime grandi e splendenti. Queste ultime non possono avere un rapporto negativo con il proprio lavoro, perché un’anima grande vive ogni esperienza come un dono, come una grazia e come una possibilità di arricchimento e di ulteriore chiarificazione; mentre per un’anima meschina nessun lavoro sarà abbastanza degno di amore, se non, forse, nella misura in cui assicura consistenti guadagni, che consentano di sbandierare un elevato stato sociale.

Ci piace a questo punto riportare alcune osservazione di David Whyte, tratte dal suo libro «Il risveglio del cuore in azienda. Poesia e preservazione dell’anima sul luogo di lavoro» (titolo originale: «The Heart Aroused. Poetry and the Preservation of the Soul at Work», London, The Industrial Society, 1997; traduzione di Beatrice e Cristina Galgano, Firenze, Guerini e Associati,  1997, pp. 37-38):

«IL LAVORO E L’ANIMA.

Il lavoro ha a che fare con il mettere alle strette e controllare la vita cosciente. Esso mira a obiettivi concreti. Ama ciò che è lineare e definito. Mentre l’anima scopre la propria esistenza attraverso la perdita di controllo nei confronti di quei poteri superiori  all’esperienza umana.

Il lavoro ci aiuta a sentirci sicuri. L’anima È già sicura. Sicura nella propria esperienza del mondo. Il lavoro è delimitato dal tempo. L’anima di una persona giace fuori dal tempo e appartiene all’ignoto, è il sacro ALTRO dell’esistenza. Il lavoro appartiene alla personalità, ma l’anima non appartiene a nessuno, neanche alla personalità formata intorno a essa. Per il nostro continuo stupore, la personalità bacerà qualsiasi parte anatomica necessaria a far carriera  nel mondo. L’anima rifiuta di baciare altro che non sia la vita stessa, ma, come dice Blake, SOLO MENTRE QUESTA È IN VOLO.

Il lavoro si domina lentamente. La vita dell’anima di una persona è sempre più ampia e più vasta quanto più ne prendiamo conoscenza. Noi CI RECHIAMO al lavoro. Ma è la nostra ANIMA che ci mettiamo dentro. Il lavoro è una serie di eventi. L’anima, come dice James Hillman, trasforma quegli eventiquotidiani di lavoro inESPERIENZA.

La nostra mancanza di anima corrisponde al nostro rifiuto di aprircia una piena esperienza del mondo. Il lavoro, paradossalmente. Non pretende abbastanza da noi, nonostante ciò esaurisce le ristrette parti di noi che portiamo sulla sua soglia. Le vecchie nozioni riguardo alla virtù del lavoro in quanto tale sono ormai in discussione; in qualche modo il mondo sta morendo proprio a causa della nostra volontà di lavorare, a ogni costo. Di fronte al degrado della terra, del mare e dell’atmosfera causato dai nostri sforzi virtuosi, adesso abbiamo sufficienti prove per supporre che il lavoro in se stesso può significare un ulteriore strappo al tessuto della vita. L’anima deve spesso vivere e lavorare in luoghi che abbiamo reso sempre più ostili ai suoi desideri.

Il nocciolo delle difficoltà, al centro della vita lavorativa, sta proprio dal suo allontanarsi da molti degli antichi cicli dell’esistenza che rendevano possibile i silenzio e davanti tempo perché apprezzamento ed esperienza potessero realmente accade. Il bambino frettoloso diventa lo studente pressati e infine il manager tormentato. Il processo viene avviato fin da quando si è molto giovani e può penetrare così tanto nelle nostre ossa, a seconda della pressione ricevuta durante la nostra educazione,  che l’incapacità di prestare vera attenzione al nostro mondo può risultare difficile da riconoscere.»

Ciascuna di queste affermazioni, tutte stimolanti, ma non tutte, a nostro avviso, veritiere, meriterebbe una apposita riflessione. Ne lasciamo l’onere, o il piacere, al lettore; da parte nostra, ci soffermeremo brevemente solo su quella secondo cui il lavoro non è più una virtù, perché la nostra “volontà di lavorare a ogni costo” provoca l’inquinamento e contribuisce a “strappare il tessuto della vita”. Sono concetti molto New Age, e quindi molto graditi alle orecchie di coloro i quali vorrebbero il massimo della disponibilità di risorse materiali, per poter nutrire la sfera spirituale, ma anche criticare ferocemente, disprezzare e rifiutare (a parole) il tipo di struttura economica e sociale che rende possibile tutto questo: insomma, la moglie ubriaca e la botte piena. A nostro modo di vedere, non si può criticare il consumismo, né deplorare l’inquinamento, se non si ha chiaro il concetto che la consapevolezza spirituale non ha bisogno di condizioni materiali di esistenza che garantiscano, in anticipo, contro qualunque preoccupazione, avversità o incertezza: la vera consapevolezza scaturisce dalla accettazione integrale della vita, con i suoi rischi e le sue zone d’ombra.

Non si può voler mettere tutto ”in sicurezza”, avere ogni cosa “sotto controllo”, e poi predicare o praticare la meditazione, la ricerca della libertà interiore e dell’illuminazione spirituale. Sono cose contraddittorie, e onestà vuole che lo si riconosca. L’errore parte dalla impostazione di base: Whyte afferma, all’inizio, che il lavoro ha a che fare con il “mettere alle strette e controllare la vita cosciente”. Ma è proprio vero? L’espressione avere a che fare con è furbesca, perché gioca sul vago: che significa, esattamente? Che “mettere alle strette e controllare la vita cosciente” è lo scopo del lavoro? Se è così, lo neghiamo recisamente: vi è anche questo aspetto, ma non è quello essenziale. Lo scopo del lavoro è offrire un banco di attività per l’anima. Vi sono anime così evolute, così vicine alla perfezione, che non ne hanno bisogno: ma sono eccezioni rarissime. Perfino i monaci e le monache di clausura, di regola, si dedicano al lavoro, manuale e intellettuale, perché anche loro hanno bisogno di evolvere e perfezionarsi attraverso l’impegno quotidiano e le responsabilità che il lavoro comporta. Ma il fine del lavoro non è il lavoro stesso; tanto meno lo è il guadagno economico. Il fine del lavoro, come il fine di ogni altra cosa, è l’avvicinamento alla verità (che è anche giustizia), alla bellezza e all’amore. Pertanto, il lavoro ben fatto e bene intenzionato non potrà mai risultare dannoso,  né all’ambiente, né ai nostri simili. Se ciò accade, non si tratta di lavoro, ma di una vera e propria malattia, consistente nella frenetica e disordinata ricerca del profitto ad ogni costo.

In altre parole: l’uomo moderno sta male, perché si è allontanato da Dio, e, con ciò, ha incominciato a perdere la propria anima; il suo rapporto con il lavoro, che si è rovesciato e trasformato in un rapporto morboso di odio/amore – odio perché se ne sente limitato, amore perché ne avverte oscuramente il valore etico – non può non riflettere la malattia di fondo dell’uomo moderno: il rifiuto di Dio e la pretesa di farsi dio al suo posto.

Dobbiamo tornare ad amare il nostro lavoro, per tornare a voler bene a noi stessi, però nella maniera giusta, non narcisista, e cioè in unione con Dio e in armonia con la parte superiore della nostra anima; ma dobbiamo ritrovare la nostra anima, svilupparla, illuminarla, per tornare ad amare il nostro lavoro.

Coraggio, dunque: siamo tutti chiamati a questo nobile impegno. La messe è molta, ma gli operai sono pochi…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 1° Gennaio 2016

Del 15 Settembre 2020

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