sabato, 18 Settembre 2021
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Contemplare lo splendore dell’Assoluto da un misero letto di ospedale

Questo articolo è dedicato a tutti coloro che giacciono in un letto di ospedale, o comunque in un letto di malattia, anche a casa propria di Francesco Lamendola  

Questo articolo è dedicato a tutti coloro che giacciono in un letto di ospedale, o comunque in un letto di malattia, anche a casa propria; a tutti coloro che sono ridotti all’impotenza da una malattia, che non sono più padroni del proprio corpo, che devono dipendere dal buon volere degli altri, e che non sanno se  e quando potranno uscire da un simile stato.

Più ancora, è dedicato a coloro i quali sanno che non guariranno; che non esiste, per essi, speranza di guarigione; che l’esito della loro malattia sarà uno solo, presto o tardi: la fine della vita terrena, forse accompagnata da sofferenze fisiche non lievi.

Gli studi psicologici di Elisabeth Kubler-Ross hanno descritto le varie fasi attraverso le quali passa il malato terminale, prima di rendersi conto del proprio stato, di arrivare ad accettarlo, di predisporsi serenamente alla propria fine; noi, qui, non ci soffermeremo su tali aspetti, ma li daremo per acquisiti, concentrando invece tutto il nostro interesse sull’aspetto filosofico della malattia, inteso come percorso privilegiato di consapevolezza.

Sì, privilegiato: perché il malato, finalmente libero dai fastidi e dalle miserie della vita quotidiana, può concentrarsi in se stesso e dedicare tutto il proprio tempo e tutte le proprie energie a fare quel che sinora, forse, non aveva mai potuto fare: prendersi cura di sé, della propria anima, del proprio destino, che non termina con la diagnosi infausta dei medici e con ciò che il corpo dovrà sopportare, prima di aver esaurito la propria riserva di energie vitali.

Caro amico che giaci in un letto di malattia – permettimi di darti del “tu”, – c’è anche un’altra ragione, più profonda e sottile, per la quale si può considerare la tua condizione come privilegiata, ed è questa.

Normalmente, la domanda che un filosofo si pone, quando vuole intraprendere un percorso di consapevolezza, è quanta verità riguardo a se stesso l’uomo sia in grado di sopportare, di accettare e fare propria. Non è facile guardarsi dentro, senza indulgenze e senza ipocrisie: pochi ne sono capaci; eppure è l’unica strada che si apre davanti a chi voglia porsi alla ricerca della verità. Come diceva Kierkegaard, la filosofia sarebbe davvero una ben misera cosa, se non avesse una verità da insegnare a me, proprio a me, e non all’umanità in generale; ma, perché questo accada, è necessario imparare ad affinare il proprio sguardo e a rivolgerlo verso l’interno.

Ebbene: tu, caro amico, ti trovi nelle condizioni ideali per farlo: che cosa hai da perdere, che cosa ti potrebbe trattenere, visto che la malattia ti ha posto a faccia a  faccia con la parte più intima e segreta di te stesso, senza schermi e senza infingimenti?

Tu non devi domandarti quanto peso di verità sarai in grado di reggere sulle tue spalle; qualunque peso è troppo leggero per te (e anche troppo pesante, se è per questo), in una situazione come quella che stai vivendo: da questo punto di vista, cosa davvero invidiabile, puoi prenderti il lusso di non aver paura di niente.

Di che cosa dovresti aver paura, poi? Il prezzo della verità non vale forse il biglietto che già stai pagando, in moneta sonante ed in prima persona? Qui non ci sono trucchi, non c’è spazio per espedienti di sorta: ci siete solo tu e la tua malattia, uno di fronte all’altra. Non si può barare; e poi, forse, non ce ne sarebbe nemmeno il tempo. Si può solo essere schietti e leali davanti a se stessi; e questo è tutto.

Le finzioni, le mezze verità, le mezze bugie, sono per gente che ha del tempo da perdere: ma tu non ne hai, caro amico, che puoi vedere ancora il cielo solo dal riquadro della finestra.

Tu, intuitivamente, sai già tali cose; le sai con l’istinto infallibile di chi è arrivato al dunque, di chi sta giungendo a un passo dall’essenziale. La malattia, infatti, è l’occasione preziosa che ci si offre per lasciar cadere il superfluo e puntare dritto all’essenziale.

Come vedi, non faccio complimenti; non ti compatisco: e perché dovrei? Per certi aspetti, un po’ ti invidio: tu sei già in vista dello scioglimento del grande mistero che, da sempre, affascina gli esseri umani; le speranze e i timori del futuro più non ti turbano, la brama dell’attaccamento alle cose ti ha lasciato; sei snello e leggero davanti alla verità, pronto a lanciarti, a lasciarti cadere nel gran mare dell’Essere, nel suo abbraccio infinito.

La malattia ti ha aperto gli occhi, ha fatto cadere il velo che ti nascondeva la verità, così come la nasconde a noi tutti, fino a quando corriamo e ci affaccendiamo per mille cose, nessuna delle quali è veramente importante, nessuna delle quali è l’essenziale.

Disteso nel tuo letto di dolore – perché è un letto di dolore, c’è poco da dire al riguardo -, puoi contemplare con un solo colpo d’occhio tutto il tuo passato e puoi accostarti con animo libero alla chiamata dell’Essere; puoi respirare a pieni polmoni il profumo ormai vicino dell’Assoluto, così come si dice che i marinai di Colombo, già alcuni giorni prima di vedere la terra profilarsi sull’orizzonte marino, odorarono il profumo di essa, l’aroma delle foreste, dei fiori, dei frutti, portato dal vento con certezza infallibile.

Il cuscino sul quale poggi la testa, non è un cuscino: è la ruota del timone; lo spazio che separa il tuo letto dalla finestra non è quello, chiuso, di una stanza, ma la plancia di un veliero che avanza a vele spiegate; e la visuale che ti si offre al di là dei vetri non è quella di un giardino, con le cime degli abeti e dei cedri, e neppure quella di un paesaggi urbano di case e cemento, ma è l’orizzonte infinito del cielo, solcato da nuvole gigantesche nell’atto di inseguirsi, di sovrapporsi, di intrecciarsi, disegnando immensi arabeschi di ombre e di luci.

E c’è l’aspro aroma di salsedine, dei liberi orizzonti marini.

Come un coraggioso navigatore dei secoli passati, come l’intrepido comandante di una caravella o di un galeone, stai volgendo la prua verso mari sconosciti, alla ricerca di una terra favolosa, che nessuno ha mai visto, ma di cui tutti parlano, che tutti cercano, che tutti sognano; anche tu sei alla ricerca di un passaggio marittimo, anche tu vai a tentoni, sperando di trovare il tuo Stretto di Magellano, che ti conduca, attraverso ripidi scogli, promontori maestosi e colpi di vento improvvisi, in mezzi a bianchi ghiacciai che immergono le loro fronti nelle onde del mare, verso la libertà di un oceano sconfinato, in un mare di azzurro, di luce, di splendore.

Qualche volta, lo so bene, il pensiero della morte ti angustia, ti spaventa; qualche volta ti senti quasi sopraffatto dal peso dei ricordi, dei rimpianti, delle mille cose che non hai fatto, delle mille parole che non hai detto.

Specialmente le ore della notte ti sono moleste: scorrono lente, eterne; tu non hai sonno, non riesci ad abbandonarti al riposo; cento e cento pensieri angosciosi ti assalgono, ti stringono, ti assediano da tutte le parti; qualche volta ti sembra di esserti smarrito, di non avere più abbastanza coraggio per guardare in faccia il tuo destino.

Non devi scoraggiarti; non devi temere, perché non sei solo.

Quando crediamo di essere soli, la disperazione ci aggredisce con cattiveria, ci infligge i suoi colpi proprio là dove fanno più male; ma la verità è che non siamo mai soli, mai, mai, neppure per un attimo; la verità è che, se solo riusciamo a scrollarci di dosso, magari per un attimo, la nostra paura, la nostra angoscia, la nostra tristezza, potremo udire il sussurro di mille voci amiche: le voci dei nostri cari che ci hanno preceduto, riunite in un’unica voce amorevole, la voce dell’Essere, da cui tutti veniamo e a cui tutti facciamo ritorno.

Noi crediamo di essere soli, ma non lo siamo; crediamo di essere abbandonati a noi stessi e dimenticati dal gran flusso dell’esistenza, trascurati o ignorati da tutti, sprofondati nella nostra solitudine, nella nostra separatezza, nella nostra chiusura: invece siamo legati per mille e mille fili a tutto il resto dell’universo, a tutto ciò che è stato, che è e che sarà: nulla di noi andrà perduto, né una lacrima, né un sorriso.

Questa è la grande verità, che i cattivi maestri e i profeti di sciagura della modernità hanno cercato di offuscare, di nascondere, di far dimenticare: ma non ci sono riusciti.

Da ogni foglia che sussurra sui rami, da ogni uccello che gorgheggia tra il verde, da ogni torrente che canta sui sassi del greto, affrettandosi verso la pace del fiume e del mare, tutto parla, tutto esulta, tutto ci conforta con una promessa di letizia; tutti ci ricorda che noi siamo parte di un tutto, che siamo una scintilla divina, che l’intero universo si riflette nella nostra anima.

Per questo siamo così preziosi.

Anche tu sei prezioso, caro amico: così prezioso che il mondo non sarebbe stato quale è stato, senza di te; talmente prezioso, che nemmeno l’Assoluto, nemmeno l’Eterno, sarebbero tali, senza di te: vedi dunque quanto grande è il tuo valore.

Tuttavia, essere preziosi non basta: anche il diamante è prezioso, ma lo ignora, non sa di esserlo. In fondo a ciascuno di noi vi è un diamante; ma esso brilla e irradia il suo splendore solo se noi diveniamo consapevoli di esso e ci diamo da fare per rimuovere tutti gli strati di terra e di fango che un poco alla volta, giorno dopo giorno, anno dopo anno, delusione dopo delusione, si sono accumulati sopra di esso, fino a coprirlo completamente.

E questa è una cosa che possiamo fare solo noi, che ha senso solamente se la facciamo noi, con le nostre forze, con il nostro impegno, con il nostro coraggio.

Per questo è necessario imparare a guardarsi dentro; per questo è importante sapersi riconoscere, sapere chi siamo: è una operazione di lealtà e di verità che noi dobbiamo a noi stessi, e senza la quale il nostro diamante resterà sepolto nel fango, senza splendore, senza bellezza, dimenticato e inutilizzato.

Non sempre è cosa facile saper guardarsi dentro: talvolta si vedono delle cose che non si vorrebbero vedere; talvolta ci si vergogna di se stessi, si deve prendere atto di non essere, e di non essere sempre stati, quelle persone che avremmo voluto, che ci sarebbe piaciuto diventare. Forte è la tentazione di barare al gioco, di porsi davanti a uno specchio deformante, per avere l’illusione di essere proprio quelli che vorremmo essere

Molti lo fanno: persone che non trovano il coraggio della verità, della propria verità; persone che preferiscono raccontarsela, fingere perfino con se stesse, recitare una commedia davanti a tutto il mondo. Credono, così, di proteggersi; e non sanno, invece, di andare incontro all’unico destino che meritano i vili: l’oblio di se stessi.

Tu, però, non hai più tempo per rimandare; e, d’altra parte, non hai motivo di vergognarti di te stesso: davanti alla gran pace del mare sconfinato che ti si apre davanti, davanti ai flutti che si dividono, tagliati dalla prua del tuo vascello coraggioso, sai che ti stai giocando l’ultima partita, la più importante, quella decisiva: la partita in cui si deciderà se ritroverai te stesso, se ritroverai il senso di tutta la tua vita, oppure se annasperai e cadrai nel vuoto.

Tu puoi ritrovarti, perché il coraggio stesso che mostriamo nel guardarci dentro con sguardo limpido e onesto, è anche la suprema giustificazione della nostra vita, per quanti errori possiamo aver commesso, per quante infedeltà possiamo aver compiuto, per quante vigliaccheria possano averci allontanati da ciò che era giusto e vero.

Basta un solo sguardo di verità, uno sguardo rasserenato e non giudicante, uno sguardo amorevole e compassionevole, gettato sul mistero della nostra anima, per riconciliarci con tutta la  nostra vita, per restituirci finalmente e pienamente a noi stessi.

Noi non ci apparteniamo sul serio, finché non siamo capaci di quello sguardo; non siamo veramente noi stessi, ma dei miseri commedianti, fino a quel momento supremo.

Tu ci sei vicinissimo, o forse ci sei perfino già arrivato: per questo ti invidio.

Di solito, finché pensiamo di avere ancora del tempo a disposizione, il nostro sguardo non è del tutto limpido e trasparente; contiene ancora parecchie impurità, dovute alle mezze verità che continuiamo a raccontarci, convinti che potremo eliminarle in seguito.

Ma tu sei già oltre quelle mezze verità: tu sei pronto, ormai, per la verità intera.

Quando sarai arrivato, ricordati di noi, che siamo ancora qui, a lottare e faticare, procedendo a tentoni come i ciechi: un tuo pensiero di bene ci sarà prezioso, ci aiuterà nel restante cammino.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/05/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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