lunedì, 20 Settembre 2021
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Il problema della valutazione e dei valori nella « terapia non direttiva » di Carl Rogers

Psicoterapia. Il problema della valutazione e dei valori nella «terapia non direttiva» di Carl Rogers. Tra le varie scuole e indirizzi della psicoterapia diffusi in Europa un posto significativo è occupato dalla sua scuola di Francesco Lamendola  

Tra le varie scuole e indirizzi della psicoterapia diffusi in Europa, un posto significativo è occupato – specialmente in Francia e in Italia – dalla cosiddetta «terapia centrata sul cliente» o «terapia non direttiva» fondata dall’americano Carl R. Rogers (1902-1987). Precisamente, in Francia essa è praticata dai seguaci della scuola di M. Pagès, mentre nel nostro Paese è stata adottata, in forma pura o parzialmente modificata, da parecchi psicologi di formazione e di orientamento cattolico. La ragione della simpatia con cui essa è stata accolta nel Vecchio Continente, a differenza di altre terapie di origine statunitense, è che – insieme alla «psicologia umanistica» di Abraham Maslow (1908-1970) e alla «terapia interpersonale» di H. S. Sullivan (1892-1949) – essa costituisce una alternativa sia alla psicoanalisi di matrice freudiana, adleriana e junghiana, sia alle psicoterapie comportamentali.

Ma che cosa significa che una terapia è «non direttiva»? Per rispondere a questa domanda, bisogna aver presente che cosa sia una «terapia direttiva», nel senso tecnico del termine. Non si tratta di una scuola o di un indirizzo ben preciso, quanto piuttosto di un comune orientamento che apparenta numerose forme di psicoterapia le quali, storicamente, si pongono come le più antiche e tradizionali.

Facciamo ricorso a quanto scrive, in proposito, Sadi Marhaba, nella Enciclopedia Garzanti di Filosofia, edizione 2003, vol. 2, p. 932:

…In primo luogo sono da ricordare le psicoterapie direttive e razionali, fondate sull’intervento attivo del terapeuta che usa tutta la propria autorità per consigliare, convincere, influenzare, consolare ecc. il paziente: l’interazione resta circoscritta al piano cosciente e razionale, come avviene per esempio nella «terapia protreptica» di E. Kretschmer, basata sul concetto delle «idee forza», o nelle psicoterapie d’appoggio, in cui spesso il terapeuta indica esplicitamente al paziente le mete psicologiche da raggiungere e lo aiuta, rafforzando la sua capacità di sopportare la frustrazione.

Ebbene, la «terapia non direttiva» parte da una convinzione diametralmente opposta: che il compito del terapeuta, cioè, non sia affatto quello di intervenire direttamente, di consigliare, di indirizzare il paziente; bensì, essenzialmente, quello di metterlo a suo agio, di ascoltarlo, di sintonizzarsi con lui in una empatia che produca fiducia e senso di accettazione.

Lasciamo perdere, per ora, quel che si debba pensare, in generale, di una pretesa scienza nella quale vi sia spazio per tutto e il contrario di tutto; nella quale sia possibile lavorare sia in una direzione, che in quella totalmente opposta. In questa sede, non è su questo aspetto della psicoterapia che vogliamo soffermarci, ma sulla “rivoluzione copernicana” che Carl Rogers ha portato rispetto alle premesse «direttive» di matrice psicanalitica, affermando risolutamente la centralità del paziente (ma lui adopera – infelicemente, a nostro avviso, perché gli conferisce una connotazione utilitaristica ed economicistica –  il termine «cliente»).

In un certo senso, Rogers ha fatto per la psicoterapia quello che ha fatto, per la pedagogia, Maria Montessori, con la riscoperta della centralità dell’alunno nel processo educativo e con il fine dichiarato di puntare sull’autosviluppo e sull’autoeducazione del bambino.

Scrive ancora S. Marhaba  (Op. cit., vol. 2,p. 933):

Nella terapia rogersiana il terapeuta si limita a incoraggiare, assumendo un atteggiamento di massimo ascolto e massima attenzione, le verbalizzazioni del paziente, generalmente relative ai sintomi patologici: non vengono forniti consigli o interpretazioni, e il soggetto è sempre ritenuto capace di risolvere da solo e con i propri mezzi e le proprie difficoltà, nell’ottimistico postulato secondo cui ogni individuo possiede una tendenza naturale alla guarigione che in sede terapeutica chiede solo, per potersi esplicare compiutamente, di essere aiutata attraverso una progressiva presa di coscienza punteggiata dalla catarsi.

Dunque, i capisaldi della concezione rogersiana sono i seguenti.

1) La psicoterapia è una forma d’intervento di origine psichiatrica, che concepisce i disturbi della psiche in termini clinici ben precisi; e, per questa vocazione pragmatista, si colloca agli antipodi rispetto alla psicanalisi freudiana, che parte da una vera e propria filosofia della personalità e della stessa natura umana.

2) È fondata sul «cliente» e non sul terapeuta, il quale non deve guidare il primo verso determinate mete, ma semplicemente fungere da cassa di risonanza del suo disagio e del suo bisogno di esplicitare i suoi disturbi (funzione che, lo notiamo en passant, era un tempo affidata a figure sociali non professionalizzate: sacerdote, medico di famiglia, parente anziano, ecc.).

3) Muove dalla radicata e fiduciosa convinzione che, nell’individuo, esiste una innata facoltà di autoguarigione, e che ogni persona sia in grado farvi appello, risolvendo i propri problemi psicologici. La funzione del tearapeuta è solo quella di aiutare il felice svolgimento di un tale processo.

Un elemento decisivo, nel processo di maturazione dell’individuo, è quello riguardante il momento della valutazione, quando egli si trova a dover decidere, in situazione e non in astratto (aspetto che avvicina le idee di Rogers, in parte, alla prospettiva esistenzialista), come valutare cose, persone e situazioni.

I valori, pertanto – a cominciare da quelli etici di “bene” e “male”- non avrebbero una natura trascendente, ma non sarebbero altro che dei valori-per-noi, empiricamente elaborati, volta per volta, a contatto con la nostra esperienza diretta del mondo.

Tutto ciò rientra nel solco della tradizione del pragmatismo americano, quella di Charles Sanders  Peirce e di William James.

D’altra parte, bisogna tener presente che Rogers non era un filosofo, né voleva esserlo: la sua prospettiva era quella, decisamente empirica, di un terapeuta che si pone quotidianamente a contatto con delle situazioni umane estremamente concrete.

Un po’ filosofica, piuttosto – nel senso di non rigorosamente dedotta dall’esperienza -, è la conclusione della sua analisi del processo di valutazione; ossia – come vedremo – la persuasione che l’individuo, nello stesso tempo in cui realizza una più larga apertura coscienziale e una maggiore maturità, tende a perseguire e a realizzare valori di tipo universale, quali la sincerità, la conoscenza di sé, l’autonomia e un alto grado do socialità.

Ecco che cosa dice Rogers a proposito del «processo di valutazione», che è un po’ il cuore del suo sistema di psicoterapia (da Carl R. Rogers, la terapia centrata sul cliente; titolo originale: A Therapist’s View of Psychotherapy, traduzione italiana a cura della Casa Editrice Psycho di G. Martinelli, Firenze, 1970, 1994, pp. 267-280, passim):

C’è molto interesse oggi, per il problema dei valori. La gioventù, in quasi tutti i paesi, è profondamente incerta sulla scelta dei valori; i valori propri di diverse religioni hanno perduto molto del loro influsso, mentre componenti molto sensibili di ogni cultura appaiono insicure ed incerte di fronte alle mete da tenere in considerazione. (…)

Non è sorprendente, in questa situazione, che gli orientamenti di valore che vengono dal passato appaiano gravemente in crisi o quasi disintegrato. Gli uomini si chiedono se esistono, o possono esistere, dei valori universali. Si ha spesso la sensazione che, nel mondo moderno, si sia perduta ogni possibilità di raggiungere una base comune interculturale, da cui guardare ai valori. Una delle conseguenze naturali di questa confusione è che stanno nascendo, in misura crescente, degli interessi volti a cercare un modo significativo ed accettabile per accostare il problema dei valori.

Anch’io condivido questo interesse generale, sorto in me, forse, dal contatto costante che ho sperimentato, con certi problemi di “valori”, nel mio campo specifico, la psicoterapia. L’atteggiamento e le convinzioni del cliente, nei confronti dei valori, cambiano spesso nel corso della terapia. Come si può essere certi che siano cambiati nella direzione giusta? Oppure è vero quanto dicono alcuni, e cioè che il cliente assume il sistema dei valori proprio del suo terapeuta? È vero allora che la psicoterapia è semplicemente un mezzo per trasmettere al cliente indifeso i valori del terapeuta, che per lui sono sconosciuti e non elaborati? Oppure questa trasmissione di valori dovrebbe essere lo scopo apertamente perseguito dal terapeuta? Dovrebbe cioè diventare egli il sacerdote dei tempi moderni, e custodisce ed insegna un sistema di valori adatto alle esigenze di oggi? E quale dovrebbe essere tale sistema di valori? (…)

Parliamo prima di tutto del bambino. L’essere umano, all’inizio della vita, concepisce i valori in modo molto chiaro. Accetta certe cose e certe esperienze, ne rifiuta altre. Dallo studio del suo comportamento deduciamo che sceglie quelle esperienze che salvaguardano, migliorano e contribuiscono allo sviluppo dell’organismo e rifiuta quelle che non servono a questo scopo. (…)

Il modo con cui il bambino sperimenta i valori…[è] un «processo di valutazione» flessibile, mutevole e non di un sistema statico, fisso. Lo stesso cibo gli piace e non gli piace. Apprezza la sicurezza e la tranquillità ma le rifiuta per fare nuove esperienze. (…)

Che cosa succede a questo «processo di valutazione» così efficiente e costruito su basi così solide? Per quale sequenza di eventi lo sostituiamo con il modo di sperimentare i valori più rigido, incerto, inefficiente, che caratterizza la maggior parte di noi adulti? Cercherò di definire brevemente uno dei modi principali secondo cui, a mio parere, ciò si verifica.

Il bambino ha bisogno di amore, lo desidera, tende a comportarsi in modo da rendere frequenti alcune esperienze gradite. Ma questo fatto crea delle complicazioni. Tira, per esempio, i capelli della sorellina ed è soddisfatto di sentirla urlare e protestare.

Sente dire però, allora, che è un «bambino cattivo, malvagio», e spesso questo viene sottolineato da un colpo sulla mano. Gli viene per un po’ tolto l’affetto.

Poiché questa esperienza si ripete, e se ne ripetono altre ad essa simili egli, gradualmente, impara che ciò che a lui sembra bene, spesso è “male” per gli altri.

C’è poi il momento successivo, in cui egli giunge ad assumere, nei riguardi di se stesso, lo stesso atteggiamento degli altri. Ora, quando tira i capelli alla sorella, intona, con aria solenne:«Cattivo, bambino cattivo». Introietta cioè il giudizio di valore di un altro assumendolo come suo proprio. A questo punto perde contatto con il suo processo organismico di valutazione. Abbandona la saggezza del suo organismo e, per conservare l’affetto, cerca di assumere dei valori stabiliti da un altro. (…)

Assumendo i punti di vista degli altri come nostri perdiamo contatto con la saggezza potenziale del nostro organismo e perdiamo fiducia in noi stessi. Poiché questi concetti di valore sono spesso in netto contrasto con quanto succede nella nostra esperienza, abbiamo diviso, in modo molto profondo, noi stessi da noi stessi, e ciò spiega gran parte dell’insicurezza e della tensione moderna. (…)

…la relazione terapeutica non è priva di valori, anzi è vero il contrario, perché proprio la psicoterapia più efficace ne evidenzia uno fondamentale, cioè che quella persona, quel cliente ha valore. A lui come persona è dato valore, nella sua unicità e nella sua alterità. È proprio quando sente ed avverte di essere preso in considerazione come persona che può incominciare, lentamente, a dar valore ai diversi aspetti di sé. E soprattutto può cominciare, con molta difficoltà,  all’inizio, a provare e a sentire ciò che avviene dentro di lui, ciò che sente, che cosa sperimenta momento per momento, come reagisce. (…)

Il «processo di valutazione»che si sviluppa nella persona matura è, per qualche aspetto, molto simile a quello del bambino e, per qualche altro aspetto, completamente diverso. È fluido, mutevole, basata sul momento immediato e sulla misura in cui tale momento è percepito come capace di migliorare e di fare maturare. I valori non sono fissati rigidamente, ma mutano continuamente. Il quadro che l’anno corso sembrava pieno di significato ora appare privo di interesse; il modo di lavorare con altri, che in precedenza era giudicato positivo, sembra ora inadatto; l’opinione che allora sembrava vera è ora sentita come vera solo in parte, o forse falsa.(…)

Nei confronti dell’esperienza immediata il processo di valutazione è molto più complesso nella persona matura che nel bambino; nell’adulto infatti tale momento immediato ha una prospettiva più estesa in quanto implica le tracce mnestiche di tutti i dati relativi appresi nel passato; non ha cioè solamente il significato attuale, ma un significato che scaturisce da tutte le esperienze simili del passato. (…)

Di fatto, mi sembra che nella persona matura (ed in questo trovi un’ulteriore somiglianza con il bambino) il criterio che regola il «processo di valutazione» sia costituito dalle possibilità di attualizzazione di sé che ogni singola esperienza offre. Potrebbe sembrare un criterio egoista o asociale, ma non lo è, dal momento che relazioni profonde che legano agli altri vengono sperimentate di grande aiuto nel processo di maturazione.

Come il bambino, infine, l’adulto psicologicamente maturo si fida e si serve della «saggezza» del suo organismo, con la differenza, però, che è in grado di darlo consapevolmente. Si rende conto cioè che può fidarsi completamente di se stesso, che i suoi sentimenti e le sue intuizioni possono essere più saggi delle sue razionalizzazioni, che, come persona totale, può essere pùsensibile e precisa, del solo suo ragionamento. Non ha perciò paura di dire: «Sento che questa esperienza (o questa cosa, o questa direzione) è buona. Più tardi, probabilmente, saprò perchésento che è buona». Si fida della totalità di se stesso.

Dovrebbe essere evidente, da quanto sono vento dicendo, che questo «processo di valutazione» nell’individuo maturo non è cosa facile o semplice. Il processo è complicato, le scelte spesso sono imbarazzanti e difficili, e non c’è nessuna garanzia che la scelta fatta si mostri poi, in realtà, capace di promuovere lo sviluppo del sé. Ma, poiché tute le informazioni esistenti sono disponibili per il soggetto, e poiché egli è aperto ala propria esperienza attuale (experiencing), gli errori si possono correggere. Se il comportamento prescelto non è capace di migliorare il sé, se ne renderà conto e potrà sempre procedere ad un adattamento o ad una revisione.

La persona matura insomma sa trarre profitto dalla grande e continua possibilità di regolazione che trova negli scambi continui e, come il giroscopio su una nave, sa correggere continuamente la propria rotta verso la meta autentica del completamento del sé.

Riassumendo.

Per Rogers, quando il bambino entra direttamente in contatto con il mondo, fa una serie di esperienza che valuta istintivamente come positive o negative per la propria realizzazione; la sua guida, sicura e quasi infallibile, è il suo stesso organismo.

Mano a mano che il bambino, crescendo, si trova sottoposto all’approvazione o alla disapprovazione degli adulti, egli abbandona questo criterio di valutazione basato sul proprio organismo; abbandona, cioè, il proprio «processo di valutazione», per ottenere amore e approvazione dagli altri, introiettando i loro processi valutativi.

Così, divenendo adulto a sua volta, l’individuo rinuncia a un sistema di valutazione centrato sul proprio sé e ne adotta uno eterocentrato; rinuncia a un criterio flessibile ed elastico, per adottarne uno rigido e statico. “Bene” e “male” divengono tali una volta per tutte, in senso univoco e categorico; non è più possibile che una cosa sia contemporaneamente buona e cattiva.

L’adulto, però, non smarrisce del tutto le modalità del processo di valutazione proprie del bambino. Per molti aspetti, egli conserva nel tempo quella flessibilità e quella elasticità. Ad esempio, se un amico gli dice che un certo libro è noioso, egli, nell’apprestarsi a leggerlo, partirà dall’assunto che, probabilmente, lo troverà noioso; tuttavia, la sua personale valutazione potrebbe risultare divergente da quella dell’amico; e, in tal caso, il soggetto si riserva di modificare la propria valutazione, ossia il proprio giudizio in merito.

Insomma, allorché noi entriamo in contatto diretto con l’esperienza, tendiamo a riportarci al centro dell’atto valutativo. Non solo: noi tendiamo a ricercare quelle esperienze che hanno il potere di migliorarci; e, nello sceglierle, pur assegnando un certo peso sia al consiglio di coloro che amiamo e stimiamo, sia alla nostra stessa facoltà razionale, in ultima istanza facciamo appello a una “saggezza” che appartiene alla totalità del nostro organismo e che supera, pur comprendendola, la nostra sola parte razionale.

Questa, in effetti, è già una posizione estremamente ottimistica da parte del Rogers; tanto che non si può fare a meno di domandarsi se la funzione dello psicoterapeuta sia davvero necessaria, o se non sia più logico che l’individuo disturbato punti sulla propria guarigione, facendo semplicemente ricorso alla “saggezza” del proprio organismo.

Ma l’ottimismo antropologico di Carl Rogers si spinge ancora più in là.

Nel corso della «terapia non direttiva», la disponibilità nei confronti dell’esperienza induce il paziente a individuare “naturalmente” orientamenti di valore che sono comuni ai singoli uomini e, forse, anche alle diverse culture. In altre parole, quei soggetti i quali si dimostrano capaci di ascoltare in modo completo la propria esperienza presente, finiscono per convergere verso mete universali, quali la sincerità, l’indipendenza, la conoscenza di sé, la sensibilità e la responsabilità sociali e le relazioni interpersonali profonde, piuttosto che quelle di tipo superficiale.

In definitiva, Rogers era convinto che gli esseri umani, quando raggiungono la maturità psicologica e realizzano una maggiore apertura nei confronti della propria esperienza del mondo, tendono a perseguire dei valori condivisi e perciò universali; e che ciò mette in movimento un circuito virtuoso che, partendo dal miglioramento di sé, si traduce in un miglioramento anche per gli altri e, alla fine,  per la società intera.

Abbiamo già osservato, all’inizio, che questa conclusione è di tipo filosofico e, quindi, un po’ in contraddizione con la dichiarata volontà di Rogers di tenersi costantemente sul terreno dei fatti e delle esperienze concrete, quello dei suoi rapporti di terapeuta con i propri pazienti.

Se questo è vero, allora potremmo domandarci se l’aver ristretto il concetto di “valore” a ciò che è oggetto di valutazione da parte del singolo individuo, non sia un po’ troppo riduttivo e se, sul piano filosofico, non appaia piuttosto ingiustificato.

Come tutte le persone dalle radicate convinzioni ottimiste, per Rogers vi sono pochi dubbi circa il fatto che la valutazione autocentrata finirà per trovare un accordo armonioso con quella degli altri individui, sul terreno comune di valori “universali” in qualche modo evidenti in se stessi.

Ma esistono valori di questo genere, al livello della specie umana suddivisa in culture diverse? Siamo proprio sicuri che il valore della sincerità sia auto-evidente anche presso quei popoli che, come i Dobu della Melanesia o come gli antichi Maori della Nuova Zelanda, si vantavano di saper simulare amicizia e lealtà, per poi uccidere a tradimento e divorare l’ospite ignaro? (cfr. il nostro precedente articolo L’uomo e la malvagità, sul sito di Arianna Editrice).

Sarebbe stato necessario, a questo proposito, approfondire maggiormente il concetto di persona e vedere che cosa possa ritenersi auto-evidente nella sfera etica, e che cosa no. Ma Rogers non era un filosofo, e la sua intuizione più notevole, in questo senso, è stata che l’individuo compie le proprie scelte non solo in base a ciò che la ragione gli dice essere “giusto”, ma in virtù di una “saggezza” che scaturisce dalla totalità del suo essere.

Più oltre, muovendosi in una sfera esclusivamente psicologica e, per di più, rigorosamente pragmatica, non era possibile andare. Tale è il limite intrinseco di ogni psicologia e, di conseguenza, di ogni psicoterapia.

Ecco perché restiamo convinti che una psicologia, la quale non scaturisca da una concezione il più possibile ampia dal punto di vista filosofico, non può che fornire una immagine parziale dell’uomo; una immagine di esso in qualche misura deformata, alla quale sfuggono aspetti decisivi del suo essere persona.

Ma, per arrivare a tanto, la psicologia dovrebbe confessare francamente – come la storia, del resto, che per molti aspetti le assomiglia – la sua mancanza di autonomia, la sua natura di semplice estensione della filosofia.

Inoltre – a nostro parere – essa dovrebbe emanciparsi da ogni residuo di quella concezione materialistica e razionalistica che ha dominato così a lungo, e che domina tuttora, fra le cosiddette “scienze umane”, non meno che fra quelle fisiche e naturali; la quale le nasconde ciò che è peculiare della natura umana: non il corpo, gli istinti e gli appetiti, ma la tensione metafisica che da sempre la contraddistingue.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/06/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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