lunedì, 27 Settembre 2021
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Il « silenzio-assenso » all’espianto di organi spazza via il concetto stesso di individuo

Il « silenzio-assenso » all’espianto di organi spazza via il concetto stesso di individuo. La manipolazione totale della volontà dei cittadini, retrocessi alla funzione di serbatoio potenziale di organi da prelevare di Francesco Lamendola 

In un articolo di qualche tempo fa, dedicato allo scrittore Aulo Cornelio Celso, vissuto nel I sec. d. C. – e da non confondersi con l’omonimo filosofo greco anti-cristiano-, autore, fra l’altro, di otto libri De medicina, ci eravamo già occupati del problema dei trapianti e della spregiudicata filosofia medica ad essi sottesa (cfr. Celso, la vivisezione umana e le aberrazioni della medicina moderna, sempre sul sito di Arianna Editrice).

Ora la polemica su questo argomento riesplode (si fa per dire, poiché i media stanno facendo scivolare la cosa piuttosto in sordina) con la dichiarazione del premier britannico, Gordon Brown, che intende modificare la legislazione vigente in materia, mediante la presunzione automatica dell’assenso all’espianto di organi, qualora non sia stata manifestata esplicitamente, da parte del “donatore” – e qui le virgolette sono, veramente, d’obbligo- una volontà contraria. Attualmente, in Gran Bretagna (come in Italia) l’espianto di organi è regolato da una iscrizione dei donatori in un apposito registro nazionale, con la quale essi manifestano la loro disponibilità preventiva a tale procedura medica.

Se la filosofia che sta all’origine di questo nuovo orientamento si affermasse, le conseguenze sarebbero pesanti per la pratica e per la stessa teoria democratica. Si aprirebbe la strada, infatti, alla manipolazione totale della volontà dei cittadini, retrocessi alla funzione di serbatoio potenziale di organi da prelevare e, più in generale, al rango di massa indifferenziata, ove lo Stato etico (che sa, cioè, cosa sia bene o male per essi) non avrebbe più bisogno di interpellarli per conoscere, “preventivamente” appunto, la loro volontà.

Una legislazione di questo tipo farebbe polpette di secoli di evoluzione politica e di sacrosante battaglie per affermare l’irriducibilità del cittadino ai parametri di uno Stato-Leviatano di hobbesiana memoria, autorizzato ad agire come se la volontà dei suoi membri fosse automaticamente sottoposta al suo potere discrezionale, in vita e in morte (presunta). Infatti, qui non si dibatte una questione puramente accademica, bensì drammaticamente concreta: la medicina non è in grado di stabilire esattamente cosa sia la morte dell’individuo, poiché esistono pareri discordi fra gli specialisti: l’arresto delle funzioni cerebrali, l’arresto del battito cardiaco, o altro ancora. Come ricorda lo studioso Mirko Grzimek, non siamo in grado di definire la morte come un evento, bensì solo come un processo.

In queste condizioni, la fretta (tecnicamente spiegabilissima) con la quale si effettuano gli espianti di organi, contrasta con quel margine di prudenza che permette di acquisire una ragionevole certezza circa l’irrimediabilità del decesso. C’è bisogno di ricordare che gli organi, per poter essere trapiantati in un altro organismo, devono essere espiantati subito dopo la morte presunta, con il cuore che batte ancora e con reazioni muscolari tali, da rendere necessario il ricorso a farmaci che ne paralizzino il movimento? Esiste, d’altronde, una ricca casistica, anche se percentualmente assai esigua, di persone giudicate clinicamente morte e “tornate in vita” contro ogni aspettativa e previsione medica.

Tutto questo dovrebbe renderci edotti circa il fatto che l’espianto comporta dei rischi per l’eventuale “ripresa” del donatore; rischi che, anche se – lo ripetiamo – sono percentualmente trascurabili, non possono essere passati sotto silenzio. È, del resto, un discorso analogo a quello relativo alle vaccinazioni mediche obbligatorie, che possono riuscire dannose o persino fatali a determinati individui (anche se in percentuale minima: ma si parla sempre di vite umane!) e che, comunque, impongono coercitivamente la volontà della sanità pubblica a quella delle singole persone. Il caso del Talidomide, con la tragedia che esso ha provocato a migliaia di famiglie inconsapevoli, dovrebbe pure aver insegnato un po’ di prudenza al sedicente Stato etico, quando si parla con disinvoltura  di vaccinazioni di massa!

Pertanto, ci sembra che la proposta del premier britannico sul silenzio-assenso leda contemporaneamente un principio politico, quello della libera espressione della volontà individuale, ed uno etico, perché ignora completamente le possibili obiezioni e i possibili rischi per il donatore, basandosi unicamente sull’interesse del “ricevente”.

Ecco cosa ha detto, in una intervista rilasciata a Valeria Ghitti per il settimanale Viversani del 29 febbraio 2008 Nerina Negrello, presidente della Lega nazionale contro la predazione di organi e la morte a cuore battente, posta di fronte alla domanda se sia d’accordo con il concetto e la norma giridica del silenzio-assenso.

“Sono contraria; se una società presume il pensiero altrui, viola i diritti umani personalissimi e cancella l’idea stessa di individuo. Privarlo di queste caratteristiche significa trattarlo come massa incapace, guidata dall’etica di Stato, o ‘dittatura democratica’. La conseguenza del consenso presunto è che lo Stato potrà fare dei nostri corpi quello che gli pare dopo che ci dichiara ‘morti cerebrali’. C’è anche un’altra obiezione: il fatto che gli organi  vengono espiantati da corpi ancora vivi, irrorati dal cuore autonomamente pulsante, corpi così reattivi da richiedere farmaci paralizzanti per facilitare l’operazione di espianto. La persona è dichiarata morta sulla base di esami controversi, in quanto non possono escludere la persistenza di alcune funzioni cerebrali e non sono praticati quei test che potrebbero evidenziare la vita in qualche parte del cervello.”

Alla domanda su che cosa ne pensi del fatto che, presto, potrebbe entrare a regime la legge italiana sul silenzio-assenso, Negrello risponde:

“Le lobby trapiantistiche hanno ottenuto la Legge 91/1999, detta del silenzio-assenso, ma in realtà non è stato ancora emanato il decreto attuativo per la manifestazione della volontà individuale al fine di schedare donatori e non, nonostante siano trascorsi 9 anni. Non è quindi in atto il silenzio-assenso, ma qualcosa di peggio. Infatti, gli inviti del Centro nazionale trapianti a porre la “X” sul “Sì” o sul “No” dei prestampati Asl sono ingannevoli, così come le varie forme liberalizzate di volontà che offrono spazio a facili contraffazioni come i tesserini on line compilabili da chiunque o il fasullo tesserino della Bindi che si può trovare in tasca senza saperlo. Siamo in una giungla, dove si espiantano più organi, proprio perché la legge non viene attuata. Le autorità sanitarie hanno paura che i cittadini, messi alle strette con le notifiche previste dalla legge,vadano a dichiarare in massa: “No”.

Infine, alla domanda se sarebbe perciò meglio attuare la legge e prevedere la regola del silenzio-assenso, risponde:

“Abbiamo lottato contro il ‘consenso presunto’, ma sono talmente tanti gli abusi praticati negli ospedali (come le firme illegali estorte ai parenti), che ci si deve appellare alla legalità, cioè all’emanazione del decreto attuativo. Cos’ verrà precisato un ambito di diritti minimi, ma definiti, che daranno garanzie ai non donatori, che ora sono disconosciuti dalle istituzioni avendo solo la Lega nazionale contro la predazione di organi che li difende. Attuata la legge, per lo meno,  chi esprime la propria opposizione sarà tutelato.”

Sul fronte opposto, il presidente dell’Aido (l’associazione italiana per la donazione di organi, cellule e tessuti), dottor Vincenzo Passarelli, alla medesima intervistatrice ha affermato:

“Ritengo che [la regola del silenzio-assenso] sarà una scelta corretta, nel momento in cui tutti i cittadini saranno correttamente informati sull’importanza della donazione degli organi, che è una delle più alte forme di civiltà e di solidarietà…”

Con tutto il rispetto per le buone intenzioni, a noi sembra che questo ragionamento contenga almeno due punti oscuri; e, dato che stiamo parlando della salute  e della vita di esseri umani (in altra sede ci occuperemo anche della violenza esercitata sulle cavie animali, che pure non è una questione moralmente irrilevante), ci vediamo costretti a evidenziarli, senza fare sconti di sorta.

Il primo punto oscuro è presente nell’affermazione “nel momento in cui tutti i cittadini saranno correttamente informati sull’importanza della donazione degli organi”.

Innanzitutto, si riconosce che i cittadini non sono, allo stato attuale, “correttamente informati”: strano, perché esiste una enorme sproporzione dei media a favore del trapiantismo; che cosa si vorrebbe ancora fare, per convincere i cittadini, che non sia già stato fatto? Poi, si adombra uno stato di immaturità dei cittadini stessi: evidentemente, non li si ritiene capaci di informarsi da sé su cosa sia giusto per la loro stessa vita e per quella degli altri esseri umani. Da ultimo, si formula una contraddizione logica: perché i cittadini non dovranno essere “correttamente informati” sulla natura degli espianti, ma sulla loro importanza: si presume, cioè, già acquisito quel che si intendeva dimostrare; come dire che i cittadini non potranno non essere d’accordo con quello che altri diranno loro essere giusto e utile per la società.

Il secondo punto oscuro è contenuto nella subordinata che recita “donazione degli organi, che è una delle più alte forme di civiltà e di solidarietà…”, perché, di nuovo, si antepone il giudizio soggettivo di chi parla alla libertà di scelta di chi ascolta.

Che la donazione degli organi sia “una delle più alte forme di civiltà e di solidarietà” è una opinione, peraltro rispettabilissima, alla quale si possono contrapporre altre e diverse opinioni, altrettanto rispettabili; e, in quanto opinione, non può costituire il fondamento di una scelta individuale che è, appunto, opzione fra differenti possibilità. Se una scelta viene presentata come moralmente obbligante, ne consegue automaticamente la svalutazione etica della scelta contraria. Pertanto, in un enunciato di quel tipo si suggerisce che donare gli organi è un gesto di civiltà e di solidarietà, mentre non donarli… è un gesto di inciviltà e di egoismo.

Questo, almeno, è ciò che si ricava dal discorso del dottor Passarelli, se vogliamo seguirne la logica e non nasconderci dietro vane parole.

Ebbene, noi riteniamo che tutto ciò significhi esercitare una forma di terrorismo psicologico o, nel migliore dei casi, di pressione psicologica. Se doni gli organi sei una brava persona, se non li doni sei un poco di buono. E, nel dubbio che la società sia formata prevalentemente da questi ultimi, lo Stato prende le sue precauzioni e vara la norma giuridica del silenzio-assenso: costringendo tutti i cittadini  comportarsi da brave persone. Almeno dopo la morte.

Molte altre cose vi sarebbero ancora da dire su questo delicato argomento; ad esempio, sulla totale indelicatezza, per non dire sulla brutalità, con la quale gli operatori sanitari, talvolta, si rivolgono ai congiunti delle persone appena decedute, per ottenere il loro consenso al tempestivo espianto degli organi. E chi scrive ne ha una esperienza diretta, così come ce l’hanno chissà quante altre persone che, però, preferiscono non parlarne.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che lo Stato non ha alcun diritto di farsi giudice e parte in causa in una questione etica di tale rilevanza, perché ciò esorbita puramente e semplicemente dai suoi limiti e dai suoi fini. Per lo meno se intendiamo restare in un’ottica liberale e democratica e tener fermo il principio che solo l’esplicita manifestazione della propria volontà può avere valore legale per tutto quanto attiene alla sfera dei diritti e dei doveri del singolo individuo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/02/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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