sabato, 18 Settembre 2021
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Il successo della psicanalisi nasce dal fatto che il «confessore» non giudica

Da quando è nata poco più d’un secolo fa la psicanalisi ha praticamente conquistato il mondo e si è imposta come il vero sostituto del cristianesimo di Francesco Lamendola

Da quando è nata, poco più d’un secolo fa, la psicanalisi ha praticamente conquistato il mondo e si è imposta come il vero sostituto del cristianesimo, specialmente per quanto riguarda il sacramento della Riconciliazione.

Invece di entrare nel confessionale, ci si stende sul divano dello psicanalista; invece di fare appello al proprio bisogno di espiazione, ci si affida alle arti di un sedicente medico; invece di riconciliarsi con Dio e con se stessi, si riassetta il proprio “equilibrio” psichico, come se ciò eliminasse ogni problema e garantisse una vita liberata dal male della nevrosi.

La nevrosi, però – lo ammettono perfino gli stessi psicanalisti – non è il male, è solo un sintomo; il male è qualcosa di più profondo: se non lo si individua, perdura, magari nascosto nelle pieghe più profonde dell’anima, pronto a riemergere con rinnovata virulenza.

Jules Michelet deprecava quel «lugubre armadio di quercia» in cui il prete, carpendo i segreti delle donne, ricattava e teneva in pugno la società dell’Ancien Régime; oggi si è abolito il confessionale, ma è rimasta la confessione, trasformata però in un rito laico, e alquanto costoso, ove il nuovo Dio, la Scienza, libera l’uomo dalle sue sofferenze e lo restituisce a una nuova vita.

Il vantaggio, se tale lo si può considerare, consiste essenzialmente nel fatto che lo psicanalista, a differenza del prete, non giudica; e non giudica perché non parla più del bene e del male, non ha alcuna opinione in merito, e se anche l’avesse, la terrebbe per sé; sacerdote profano, il suo solo compito è quello di aiutare il paziente a fare chiarezza nel proprio inconscio e a capire quale sia il suo vero io, ad accettarlo, a viverlo sino in fondo, se può, e, se non può, a giungere ad un qualche ragionevole compromesso.

Il vero io del paziente, per lo psicanalista, non è in alcun modo il suo io superiore, dove hanno sede le nobili aspirazioni, il desiderio del bene e della luce, l’impulso a migliorarsi e perfezionarsi in senso morale: questa, appunto, è roba vecchia e superata, roba da preti e da lugubri armadi di quercia; il suo vero io è l’inconscio, ove ribolliscono le pulsioni più abiette  e vergognose, la brama del parricidio (o del matricidio) e dell’incesto con il padre e la madre; il complesso di castrazione (per il maschio) e l’invidia del pene (per la donna): tutto il possente richiamo della “libido”, come se l’essere umano non fosse molto di più che i suoi organi genitali  egli appetiti che da essi incessantemente nascono e proliferano, infischiandosene delle più elementari regole morali e perfino del buon gusto e del buon senso.

Il paziente dello psicanalista viene sollecitato a buttar fuori tutti i sordidi liquami della fogna che alberga nei suoi livelli più infimi, senza sentirsi giudicato e senza dover provare contrizione o pentimento; non si aspetta alcuna assoluzione, perché non chiede di riconciliarsi con altri che con se stesso; e si aspetta di trovare tale riconciliazione con se stesso, semplicemente rimestando nei putridi liquami e portandoli alla luce della coscienza, ove, dopo averli riconosciuti, imparerà a farseli da nemici, amici, s’intende grazie alle virtù prodigiose del suo “medico”.

Delizioso, sensuale piacere di potersi confessare, senza doversi pentire; di poter indulgere nei propri sentimenti e pensieri più torbidi, senza doverne arrossire; di potersi scaricare la coscienza senza prendere alcun impegno di lasciare la via del male e di seguire la via del bene: è il sogno dei libertini che si avvera, al di là delle loro più rosee speranze. Male, bene: storielle per vecchiette superstiziose, inventate da preti avidi di dominio sulle masse ignoranti; gli uomini moderni hanno finito di credere in simili fanfaluche, di soggiacere a così spudorati ricatti.

Per la nuova religione psicanalitica, di cui Freud è il sacro profeta (sia benedetto il suo nome), anche se alcuni profeti eretici gli insidiano il monopolio, non c’è niente al di sopra dell’uomo: Dio non è che la proiezione dei suoi fantasmi, o, per dir meglio, è la sua nevrosi più profondai: è il grande Padre amato e odiato, temuto e invidiato, che ogni figlio desidera inconsciamente di ammazzare, per liberarsi dalla sua opprimente presenza, ma anche per ereditarne la forza e il potere, e, soprattutto, per poter consumare in santa pace il tanto agognato incesto con la Madre.

Nel corso delle sedute psicanalitiche dunque, l’uomo non deve riconciliarsi con questo Dio immaginario e deprecabile, ma deve ritornare padrone di se stesso: deve recuperare l’efficienza, dogma supremo di questa nostra società tutta votata alla produzione ed al successo; deve trasformarsi da individuo fragile e bisognoso di cure, in un soggetto forte e capace di riprendere il suo posto nella quotidiana lotta per la vita, se possibile mettendo i piedi sulla testa di chi è più debole di lui.

Nessuna empatia, nessuna solidarietà, nessuna fratellanza con il prossimo, anzi, a rigore, il concetto stesso di “prossimo” è un vocabolo senza senso: questo, almeno, se si vuol essere conseguenti. A che serve, infatti, vedere negli altri il “prossimo”, se tutto quello che conta è saper analizzare le proprie pulsioni, senza un principio etico superiore, senza aver bisogno di distinguere il bene dal male, anzi, abolendo deliberatamente la nozione di Bene e di Male, perché tutto quel che conta è il bene soggettivo, quello che consente a me, proprio a me, di vivere nel modo migliore possibile, ossia non nel modo più vero e più giusto, più conforme alla mia stessa umanità, ma nel modo più piacevole o, quanto meno, nel modo meno spiacevole?

E poi, se Dio è solo una nevrosi della mia mente, che cosa dovrebbe indurmi a vedere nell’altro un mio fratello? Sono forse il suo custode, da dover vedere in lui un fratello? E perché mai? La vita é già difficile e faticosa; è una guerra continua, darwiniana “strenght for life”: lo prova il fatto che se ho il portafogli ben fornito, io psicanalista mi aiuta a combattere le mie nevrosi e a liberarmene (dando per scontato che io mi sia già liberato dalla più perniciosa di tutte, la fede in Dio), se no, sono abbandonato al mio destino, come il lebbroso che viene scacciato dalle strade della città, perché la sua presenza infastidisce gli altri, le sue piaghe li turbano.

E poco importa che la psicanalisi non sia affatto una scienza, ma una pseudoscienza; che le sue “terapie” facciano spesso più danni di quanti ne leniscano; che i suoi stessi sacerdoti siano in lotta furibonda tra loro, si scomunichino a vicenda, si rinfaccino gli errori più madornali: quand’anche ciò fosse evidente agli occhi di tutti, forse che smetterebbe di attrarre l’umanità dolente, che cerca un sedativo alle proprie angosce e non sa a chi altri rivolgersi?

È stato osservato che, in un mondo abbandonato da Dio, non è vero che gli uomini non credano più a niente; al contrario, bensì diventano pronti e disposti a credere a tutto: ma proprio a tutto, alle cose più strane e impensabili, ai riti più folli, alle dottrine più pazzesche, alle illusioni più clamorose e, qualche volta, criminali. E questo per una ragione molto semplice: avendo abbandonato, come vecchiume e oscurantismo, la distinzione del Bene e del Male, gli esseri umani sprofondano nella palude del relativismo etico e perdono il senso delle proporzioni, il senso del giusto e del ragionevole, il senso del limite e del lecito, il senso del conveniente e dell’opportuno; diventano come bambini irresponsabili, volubili e imprevedibili, pronti a levarsi in volo ad ogni colpo di vento e a ricadere giù, come sacchi di patate, quando il vento si posa.

La psicanalisi è una di queste dottrine pazzesche ed ha, rispetto ad altre, il vantaggio di offrire tutti i conforti della vecchia religione, senza però dover pagare l’obolo fastidioso del giudizio: poiché il paziente non si sente, e di fatto non è, giudicato, non gli corre nemmeno lo scomodissimo obbligo di provare rimorso o pentimento per il male fatto, né quello, altrettanto increscioso, di desiderare la redenzione attraverso l’espiazione.

Ecco, questo è il punto: nella psicanalisi, l’uomo si redime da se stesso; ma si redime per mezzo di una tecnica, di una tecnica mentale, non per mezzo di una autentica comprensione e chiarificazione di se stesso. E come lo potrebbe, visto che, nella prospettiva psicanalitica, l’uomo non è che un grumo di pulsioni inferiori, un povero essere gettato a caso in un universo senza senso, una scheggia che cerca di difendersi come meglio può in una realtà folle, dove non conta la propria aspirazione al bene, alla bontà, alla bellezza, ma solo il proprio desiderio di raggiungere una qualche stabilità e l’autosufficienza?

La riconciliazione con se stesso, che il Verbo freudiano può offrire all’uomo, è una riconciliazione parziale e illusoria, perché non sfiora nemmeno la sfera della libertà, sfera essenziale della creatura umana e costitutiva della sua stessa natura: perché solo dove esiste una distinzione fra il bene e il male, può esistere un esercizio della libertà, o meglio, può esistere la nozione stessa di libertà; che, altrimenti, si riduce ad essere nient’altro che un vuoto simulacro.

Quello che manca, nella psicanalisi, è la presenza silenziosa del Terzo: di qualcuno o di qualcosa che si ponga al di sopra dello psicanalista e del paziente, che si ponga al di sopra della sofferenza, che si ponga al di sopra della fogna maleodorante che la terapia ha bensì scoperchiato, ma che non sa poi come gestire, se non invitando il paziente a turarsi il naso e ad andare avanti. Un buon deodorante potrebbe fare altrettanto: ma il fetore rimane, l’aria continua ad essere ammorbata e la sofferenza non è sciolta, è solo anestetizzata, fino alla prossima iniezione di anestetico, ossia fino al prossimo esorcismo di stregoneria psicanalitica.

Senza il Terzo che si ponga, quale giudice benevolo ma imparziale, al di sopra dell’io e del tu, non esiste vera redenzione: perché l’io e il tu, finché si muovono sul piano del finito, non riusciranno mai a capirsi ed incontrarsi, se non in maniera illusoria; ciascun io resterà sempre un io e ciascun tu resterà sempre e soltanto un tu: nessuno dei due riuscirà a rompere le catene della propria solitudine, della propria soggettività, del proprio egoismo; nessuno dei due riuscirà ad uscire veramente dalla propria prigione e a fare un passo verso l’altro, dominati come sono, entrambi, dalle ferree leggi della conservazione e della sopravvivenza ad ogni costo.

La psicanalisi è una illusione e una impostura, perché promette una liberazione che non è in grado di offrire: quale liberazione sarà mai possibile senza l’ammissione della colpa, senza il pentimento per il male, senza il fermo proponimento di non commetterne più, ma di cercare le vie del bene? Chi potrà guidare la coscienza smarrita e disorientata nel labirinto dei mille io contrastanti e in perenne competizione reciproca; chi potrà confortarla e rassicurarla veramente, in questa foresta di belve dalle zanne insanguinate che è il mondo, il mondo come lo vedono i freudiani, se non Qualcuno che non sia di questo mondo, ma che si stagli al di sopra di esso, capace di capire veramente, di perdonare, di sorreggere, mostrando la via del superamento del male?

Se non si è disposti a chiamare male il male e bene il bene, non si può aiutare, non si può confortare, non si può assistere alcuno nella via della riconciliazione con se stesso: perché il male chiama altro male e il bene chiama altro bene; ma se l’anima si sente sprofondata nel male, chi la aiuterà, se non colui che è disposto a dire: «Sì, il male esiste, ed è necessario il tuo sforzo, il tuo impegno, il tuo sacrificio per venirne fuori»?

La psicanalisi è una delle tante mode laiche della tarda modernità: scimmiotta le vecchie credenze spirituali, privandole del loro tratto essenziale e offrendo ai suoi pazienti un cattivo surrogato della cura dell’anima e del suo riscatto. È stata creata ad immagine dell’uomo malato, smarrito, sofferente e tuttavia presuntuoso, ferocemente egocentrico, ossessionato dal timore di dover riconoscere la propria finitezza, anche se ne è terribilmente spaventato.

È, dunque, una “scienza” intimamente contraddittoria, fatta per soddisfare esigenze contrastanti, per tacitare opposte paure, per offrire una risposta a bisogni inconciliabili: quelli che nascono dall’orgoglio e quelli che nascono dalla debolezza. Se l’uomo della tarda modernità è più che mai simile a un bambino viziato e capriccioso, disarmonico miscuglio di presunzione e debolezza, la psicanalisi è la cura commisurata ad un tale tipo umano: certo non lo potrà guarire, ma almeno gli darà la sensazione di essere costruita su misura per lui.

L’uomo della tarda modernità non vuole la Verità, ma quelle verità che il suo palato di bambino viziato e capriccioso può sopportare: per questo detesta sentir parlare del Bene e del Male; per questo cerca ed applaudisce quei “maestri” che dichiarano abolita la morale e che la gettano nel cestino della carta straccia, in nome delle “magnifiche sorti e progressive”.

Non riflette, ahimè, che, senza la distinzione del Bene e del Male, non si danno neppure la pratica e il concetto della libertà: dunque, egli è uno schiavo che ignora di esserlo; né vuol sentirselo dire…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/11/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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