domenica, 19 Settembre 2021
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La comprensione spirituale sorgente perenne di salute psico-fisica

A tutti sarà capitato di accorgersi quanto il nostro benessere fisico sia legato ai nostri stati d’animo: Francesco Racanelli guaritore bioradiante di Francesco Lamendola  

A tutti, probabilmente, sarà capitato di accorgersi quanto il nostro benessere fisico sia legato ai nostri stati d’animo; e come, ad esempio, disturbi e malattie insorgano più facilmente quando siamo stati colpiti da dispiaceri, delusioni, sofferenze interiori, mentre la salute si accompagna volentieri alla serenità, alla gioia, all’amore. Potrebbero sembrare banali pensierini New Age e invece celano una verità profonda che, quando non siamo totalmente ottenebrati dal frenetico ritmo di vita che ci impone di guardarci entro sempre più di rado, abbiamo la possibilità di verificare costantemente e di apprezzarne la semplice ma profonda verità. Si tratta di un concetto addirittura elementare, e infatti è caratteristico della tanto disprezzata medicina dei popoli “primitivi”: la perdita della salute è l’effetto di una perdita dell’equilibrio interiore, una manifestazione visibile della rottura o dell’incrinatura che si è prodotta nel nostro potenziale vitale.

Ne era più che convinto uno straordinario personaggio quale Francesco Racanelli, guaritore di migliaia di persone malate che, denunciato e condannato per esercizio abusivo della professione medica, volle prendere la laurea in medicina per poter continuare ad aiutare “legalmente” il prossimo sofferente. In lui, quindi (come, per certi aspetti, in quell’altra straordinaria figura di medico “diverso”, il friulano Giuseppe Calligaris, del quale ci riproponiamo di parlare una prossima volta) si è quindi realizzato un caso unico nella storia della medicina: l’incontro fra una predisposizione taumaturgica naturale e una formazione scientifica professionale, avvenuto sotto il segno di un’alta spiritualità e di una nobile sollecitudine ad alleviare le sofferenze umane, là dove la medicina “ufficiale” si mostra assolutamente impotente.

Nato a Sannicandro di Bari nel 1904, dotato di facoltà terapeutiche bioradianti sin da bambino, Francesco Racanelli, già laureato in giurisprudenza, aveva già curato migliaia di malati quando si iscrisse alla facoltà di medicina dell’università di Firenze. Processato cinque volte per esercizio abusivo della professione medica, nel 1935 ottenne l’iscrizione all’albo e, da quel momento, poté curare i suoi pazienti in santa pace, mettendo anzi a frutto la parte migliore di quanto aveva appreso nei suoi studi universitari. Uomo di profonda umanità, è stato anche un notevole scrittore: i suoi numerosi libri, pubblicati dall’editore Vallecchi di Firenze, ci rivelano la profonda religiosità, la bontà innata, la saggezza e la benevolenza che animarono la vita di quest’uomo eccezionale, che con pazienza e con umile coraggio sfidò l’ottuso spirito di casta dei medici professionali per poter aiutare il suo prossimo.

La sua convinzione fondamentale era piuttosto semplice: se l’energia bioradiante, di cui faceva uso per trattare i suoi pazienti, è un dono abbastanza raro che solo pochi individui possiedono, l’obiettivo del benessere psico-fisico è alla portata di milioni e milioni di uomini e donne, purché essi sappiano ispirare le loro vite, i loro pensieri e le loro azioni a un atteggiamento di gioiosa apertura, di perdono delle offese, di positività e benevolenza verso tutti; in una parola: di amore per la vita. Si preserva la propria salute psico-fisica amando la vita, e la si mette a repentaglio quando ci si lascia trasportare dagli effetti delle passioni disordinate e, in particolare, dalla brama di possesso, sia delle cose materiali che degli affetti, finendo per esserne dominati.

Ci piace qui riportare una pagina a nostro avviso particolarmente significativa del suo libro Il dolore e la sua medicina. I consigli di un celebre guaritore medico (Vallecchi, Firenze, 1976, p. 145- 158), che si presta a una serie di riflessioni quanto mai significative per noi uomini della modernità, la cui salute è continuamente attaccata da stili di vita distruttivi, da atteggiamenti mentali erronei, oltre che – naturalmente – da una pessima alimentazione, dall’inquinamento atmosferico, da virus e batteri che trovano fertile campo d’azione nell’ambiente degradato, caotico, sporco e rumoroso di tipo urbano che, ahimé, stiamo esportando anche nei paesi e nei villaggi di poche centinaia d’anime, nonché nelle campagne ormai in via di scomparsa.

“ARMONIA DENTRO DI NOI

“Quale dei vizi capitali – superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia, ci possiede?

“Non dobbiamo lasciarci tiranneggiare da essi, poiché immiseriscono le aspirazioni  e rompono l’equilibrio che ci permette di vedere nella giusta  luce esseri e cose. Raggiunta l’armonia in noi stessi, saremo più agguerriti contro i nostri  difetti e potremo far meglio fruttare i talenti dei quali dovremo render conto a Dio.

“le aspirazioni sociali debbono essere in rapporto alle possibilità naturali, potenziate dall’educazione, rese fruttifere dalla volontà.

“Al lavoro e alla famiglia l’uomo deve donare tutto se steso senza preoccuparsi se il suo merito sarà più o meno riconosciuto.

“Cosa importa che gli altri, forse i nostri superiori, c critichino, quando abbiamo fatto il possibile per dare il nostro massimo? Di fronte a noi medesimi dobbiamo essere in pace.

“Spesso gli altri non anno quanto costi operare con serenità nel grigiore della vita quotidiana. Solo la religiosità interiore può assisterci e confortarci.

“LA RELIGIOSITÀ INTERIORE

La religiosità interiore ci mette in guardia dal nostro giudizio che sempre ci scusa e soprattutto non ci lascia deformare dall’apprezzamento altrui, che può essere inquinato da valutazioni partigiane o da rapporti sentimentali. Per essa l’incomprensione del congiunto, il tradimento di chi amiamo, l’irriverenza dei figli, l’ingratitudine dei beneficati, l’ingiustizia dei superiori, la vendetta dell’incosciente – incosciente perché il male ricadrà soprattutto su lui -, i soprusi dei più forti, la calunnia dei vili, la frode della mercede sudata, gli onori meritati e non riconosciuti, insomma tutta la parte negativa dell’esistenza non influirà sul nostro agire, non rattristerà la gioia dell’anima. La Vita, attraverso le infinite voci interiori, che nascono dalla comunione con la natura e le cose tutte, consolerà la nostra pena, ci potenzierà di rinnovata armonia, ci illuminerà per condurci oltre, sulla via che ci avvicina alla meta, alla potenza e alla serenità dello spirito.

“Potenza e serenità nel distacco da tutto quello che amiamo; potenza e serenità nell’affrontare e disgrazie; potenza e serenità che proibiscono la vendetta.

“In questo modo l’esistenza, per quanto si accanisca, non vincerà lo spirito dell’uomo anche se dovesse rovinarlo nelle possibilità economiche, umiliarlo socialmente, perché egli non si lascerà travolgere dalle correnti negative della vita, non verrà a parti con la propria dignità ,onestà e libertà interiore. Non opporremo a chi ci fa soffrire un uguale atteggiamento, non adopreremo per difenderci gli stessi procedimenti di chi ci ha nuociuto. Se rispondessimo al male col male, potenzieremmo l’avversario e lo inciteremmo a persistere nel dannoso operare, cadremmo anche noi prigionieri della stessa potenza disgregatrice che lo investe, richiameremmo altri dolori su noi o sulle creature che ci sono più care.

“Anche difendendoci in modo da non essere più materialmente colpiti dobbiamo opporre ai nemici una simpatia comprensiva, per annullare le radiazioni nocive di cui siamo bersaglio: «Non ti lasciar vincere dal male, ma vinci il male col bene» (san paolo). Insomma dobbiamo dominare l’antipatia, perché non stimoli contrasti, vibrare di fiduciosa simpatia verso ciò che viene a contatto con noi senza lasciarsi ciecamente influenzare o modificare. Dobbiamo cercare un’armonia fra noi e gli altri, le cose, l’esistenza, stando al posto di obbedienza e di comando, in cui gli eventi ed i meriti personali ci hanno portato.

“ESSERE, NON PARERE

“Ricordiamo questa norma fondamentale del vivere: quello che vogliamo ottenere negli altro deve essere prima realizzato in noi.

“Infatti il pensiero trasmette l’essenza di cui vibra, secondo la vitalità psico-fisica di ciascuno. È inutile volere una cosa alla quale non crediamo, è inutile mostrarci come non siamo: la parola allora è suono senza vita. L’apparenza , se inganna chi non ha occhi per vedere e orecchi per udire, non può trasmettere agli altri un bene che non possiede.

“Essere bisogna, non parere, dall’essenza che vibra scaturisce la vita; noi siamo ciò che pensiamo. Il nostro amore, il nostro odio impregnano l’atmosfera nella quale viviamo e quella di coloro ai quali pensiamo.

“LA GIOIA DI VIVERE

“la gioia di vivere non è fuori di noi, ma in noi stessi. Guai se l’affidassimo all’incostanza dei desideri e dei sentimenti delle persone che amiamo, le quali, per quanto fedeli possano essere, sono soggette alla fragilità umana.

“Non dobbiamo pretendere dagli altri quello che non possono dare, perché, creature come noi, imperfette, assetate di gioia, in balia di desideri contrastanti, sono incapaci di offrirci una sicurezza. L’avrà in dono chi saprà superarsi, riuscendo a podi in armonia con le mutevoli vicende ed i vari individui, pur rimanendo fedele a se stesso.

“Il torto spesso è di richiedere dagli altri quello che noi non abbiamo raggiunto, magari una perfezione alla quale non tendiamo neppure perché, appesantiti dal desiderio di vivere egoisticamente, abbiamo come meta le gioie fugaci, che attutiscono la sensibilità, vietandoci di percepire la bellezza, che è nelle creature e nelle cose. A questo comportamento falso dobbiamo gli stanchi della vita, che non hanno mai saputo viverla bene. Affogati in una sensualità animale, soffrono per una sazietà che li condanna alla noia e all’ozio. Sono vissuti senza vivere, poiché vivere è divenire, superarsi, sublimarsi, raggiungere la saggezza del cuore, che dona gioia e non lascia amarezza.

“L’educazione alla vita rende l’individuo capace di cogliere l’esperienza da ogni fatto, da ogni ritmo positivo o negativo che s’irradia da noi e su noi. In questo atteggiamento, che non deve essere forzato ma realizzato con disciplina interiore, sta la vera saggezza.

“LA SAGGEZZA DEL VIVERE

“La saggezza ci dà l’intangibilità, perché, se anche gi avvenimenti sono più forti di noi e ci vincono, non riusciranno tuttavia a dominarci. Resistendo, attraverso un rinnovato equilibrio, potremo un giorno rimuovere quegli ostacoli che sono sul cammino d ognuno e che ci erano apparsi insormontabili.

“Questa saggezza, se veramente conquistata e fatta nostra, dà forza all’umana fragilità,  potenza alla natura insufficiente, nell’esistenza quotidiana come nelle grandi azioni.

“Chi non sa quanto le miserie di tutti i giorni amareggiano l’esistenza? Come una costante goccia esse possono forare la tenacia granitica della volontà.

“LA COMPRENSIONE SPIRITUALE

“Da questa goccia, che spesso cade proprio sul punto più vulnerabile della nostra costituzione psico-fisica e agisce dovunque e su chiunque, dobbiamo riuscire a liberarci con la comprensione spirituale.

“Non bisogna vivere in un egoistico stato d’insensibilità, che tiene l’uomo al di fuori di tutto ciò che potrebbe causargli fatica o dolore. Se così fosse, egli sarebbe impoverito, perché a poco a poco si estranierebbe, si fermerebbe sul suo cammino.

“La comprensione spirituale porta al più alto e profondo rado di sensibilità che, pur permettendo all’uomo di comprendere tutto quel che gli viene dall’io interiore o dal di fuori, gli consente di giudicare obiettivamente.

“Non la passione travolgente dà la misura vera dei fatti, né l’assenteismo  gretto dell’ignavo, perché l’una esalta il valore delle cose secondo la propria immaginazione,  l’altro riduce l’orizzonte al grigiore difensivo  del minuscolo guscio individuale ed egoistico.

“La passione, ultimo stadio degli affetti, per quanto possa essere degna, non porta alla luce nella quale il proprio io si espande perché questo rimane abbacinato e idolatrante dinanzi all’oggetto che si pone davanti. Scambia per buoni dei requisiti che possono anche essere cattivi.

“In questo modo l’amante e l’immagine amata rimangono ancorati al mobile ed infido mare dei sentimenti. L’uomo non sarà mai sereno, perché sarà proiettato troppo in alto o verrà inabissato dalle onde tempestose.

“Nell’anima innamorata, che continua ad esaltare i sentimenti secondo i suoi desideri, può penetrare la sofferenza e colpire il punto più vulnerabile.

“Come è possibile elevare una barriera solida contro la quale le infide onde vengono a frangersi inutilmente? Chi può non sentirsi esausto o addirittura vinto dinanzi all’amore deluso e quake bene può non mutarsi in sofferenza?

“Come l’uomo può divenire custode della sua felicità in modo che nulla gliela possa non dico togliere, ma neanche minacciare?

“L’uomo si avvicina alle creature e alle cose possessivamente, desideroso di prendere, spinto dalla necessità e da aspirazioni soggettive, per cui non sa valutare la vera entità loro né conosce la maniera di conquistarle. Egli può donarsi, con il suo bene ed il suo male, in un modo che potrebbe non corrispondere all’attesa dell’essere amato. Nel desiderare e nell’amare, quindi nel prendere e nel dare, l’uomo si costruisce le immagini secondo la propria sensibilità limitatrice, in quanto corrispondente solo all’io possessivo.

“È molto difficile, nel rapporto con gli altri, comprenderne la sensibilità, in modo da poter veramente conoscere, giustamente giudicare, desiderare e amare.

“È sempre l’io egoistico a ridurre la sensibilità umana, è sempre quel mio e tuo  (anche se nell’ardore della passione diventerà «tutto di me è tuo») a circoscrivere il benessere, a limitare la comunione con tutto quello che viene a contatto con noi.

“Solo la sensibilità capace di percepire i moti delle creature e delle cose, a qualunque stadio evolutivo appartengono, può custodire il proprio benessere fra i contrasti e l’incostanza degli affetti.

“Una così profonda sensibilità, che tutto avvicina e tutto comprende, pur avendo le radici nei sensi e pur crescendo e sviluppandosi negli affetti, matura i suoi frutti nello spirito. Per essa questo diventerà capace di sentire e vedere creature e cose fuori e al di là del proprio fragile io. Allora la misura non sarà falsata dall’egoismo soggettivo, perché il sentimento possessivo sarà purificato nella libertà spirituale dell’amore.

“La comprensione, poi, non ci farà soggiacere, attraverso la passione, alla rinunzia, che può portare ad uno stato succubo, poiché tale facoltà, essenzialmente spirituale, è capace d risolvere i problemi più difficili.

“Dinanzi a questa comprensione non vi è avvenimento, cosa, creatura o fatto, per quanto complicato da giuochi di passioni o d’interessi, che si volga in tragedia, perché l’uomo, amando di più e sempre più luminosamente e liberamente, non ne diventa il bersaglio.

“Finalmente, l’amore non è soltanto necessità dei sensi o del cuore, ma è una legge di vita, nella quale ogni cosa e ogni creatura trova il proprio posto, la sua ragione, il suo modo di sentire e di essere. Tutto quello che dal di fuori contrasta con i desideri e con le aspirazioni egoistici ,oppure dall’interno sconvolge con necessità affettive, si risolve in un distacco obiettivo, per cui l’individuo ,pur tutto amando e comprendendo, non viene turbato nel suo gioioso respiro di vita.

“Chi possiede questa comprensione non è condannato a non sentire, perciò a non soffrire o a non godere, anzi la sua sensibilità viene arricchita, nello sforzo del superamento  della propria miseria, per tutto comprendere  ed amare, né, ripeto,  resta asservito a cose o a persone,  perché, valutando obiettivamente,  vede più su ed al di là di quanto  può essere dramma.

“In questo modo non ci si impoverisce né si soffocano i desideri, calpestandoli, ma si raggiunge il necessario affinamento della sensibilità per tutto avvicinare, tutto comunicare, tutto amare e realizzare, tenendoci pronti al distacco.

“la comprensione spirituale è la luce dello spirito, facoltà della mente. Come lo spirito non conosce ostacoli, come il pensiero non subisce limitazioni, così questa comprensione tutto può pervadere e trasformare, perché ama e va oltre l’oggetto amato, dal quale è potenzialmente distaccata. Il dubbio non può sussistere per chi l’ha raggiunta.

“Tutto quello che di materiale e affettivo offre l’esistenza è suo: cose, creature, anime, ma chi la possiede è pronto a sopravanzarle pur rimanendo in lui la facoltà di goderle ancora se gli verranno incontro. Gode in pienezza perché in libertà. Vede che tutto e tutti hanno la loro ragione di vita e dona loro a piene mani, da gran signore, anche se egli rimarrà povero di tutti quei beni materiali e affettivi desiderati ed ottenuti dagli altri. Povertà apparente, perché, al contrario, verrà arricchito interiormente all’esperienza e dalla libertà.

“Tutto è in moto nell’esistenza; ogni essere viene incontro e si allontana per andare lungo il proprio cammino, forte della sua legge, secondo la sua giustizia. Sotto questo aspetto l’uomo può essere considerato un microcosmo, che si regola per l’evoluzione secondo una particolare, individuale giustizia, riflessa in lui dall’anima.

“La comprensione spirituale, che ha come conseguenza il distacco, tutto può capire, anche se non le è permesso di partecipare. Chi la possiede non odia, ma sana e anche nel più spaventoso uragano conserva la quiete interiore, che fa agire con saggezza e potenza.

“Nel profondo dell’essere si rivelerà a lui la Luce del Mistero attraverso la dedizione incondizionata all’Amore Divino.

“Egli serve la Sapienza d’Amore, comprendendo creature e cose, ama tutto e tutti ma a nulla è legato o asservito. Serve la Sapienza d’Amore attraverso la quale lo Spirito Divino parla agli uomini.

“LA GIUSTIZIA NELLA VITA DI CIASCUNO

“Tutto quello che capita ad ogni uomo gli è dovuto ed il minor male per raggiungere il maggior bene.

“Le cose avvengono quando sono attratte nel complesso della nostra esistenza, quando una vibrazione nostra, espressione di desiderio o di timore, ne facilita la realizzazione. Nelle contingenze umane, anche le più dolorose, non bisogna mai lasciarsi andare all’imprecazione o la disperazione, ma rispondere con l’accettazione e la coraggiosa simpatia.

“Bisogna agire con fortezza prudente, perché, per quanto grande possa essere l’ostacolo, se si trova nella nostra vita e si oppone a noi, vuol dire che era necessario per l’armonia dell’oggi o per la degna preparazione del domani, quando l’esistenza chiederà inderogabilmente una maggiore maturità e responsabilità. ‘Multi sunt vocati, pauci vero electi’: molti sono  chiamati, ma pochi gli eletti (Matteo, XXII, 14).

“Perché molti cadono per via? Perché non erano preparati all’estenuante andare. Avevano creduto nella gioia della festa vicina sena aver pazientato nella macerazione della vigilia formatrice, in cui vengono bruciate le scorie e temprate le qualità. Se, sospinti da aspirazioni personali, crediamo di accelerare in senso a noi favorevole le cose che ci stanno a cuore, non otterremo nulla. L’ostacolo diventerà più grande di noi, insormontabile, né la grazia verrà in aiuto perché non saremo ‘eletti’, non avendo saputo aspettare.

“La giustizia nella vita di ciascuno è in rapporto all’accettazione cosciente e volitiva del servire, qualunque sia il modo e la condizione.

 “GLI OSTACOLI

“L’ostacolo può assumere qualsiasi forma, dalla spettacolare alla insignificante. Poiché l’apparenza non dà sempre la misura dell’intensità, mal suo potere è dato dalla forza che agisce, e il valore dall’effetto che ha su noi.

“L’ostacolo è la croce dell’esistenza. Può essere in noi stessi: nella violenza dei nostri sentimenti, delle nostre passioni, nella depressione o irresolutezza del carattere, nella debolezza di impulsi e desideri non sorretti dalla fede creatrice.

“Fuori di noi l’ostacolo può essere nei genitori, nella famiglia, nel marito e nella moglie, che invece di compagni siano divenuti nostri avversari, per incompatibilità di carattere o per diversa sensibilità; in chi crede di amarci mentre ci opprime; nella rivolta contro l’esistenza che ci tormenta e ci demolisce; nella mancanza di una fede che ci appaghi; nella miseria dei sentimenti, nella povertà delle aspirazioni, nella paura del domani.

“IL DESTINO

“Il destino è il complesso delle possibilità che sono in noi e fuori di noi. Esso ci lascia liberi di far fruttificare quello che abbiamo ricevuto o di nasconderlo sotto terra per paura ed ignavia: «A colui che possiede sarà dato, ma a chi non possiede sarà tolto anche quello che ha» (Marco, IV, 25).

“Infatti chi ha saputo far fruttificare quello che ha avuto, servendo, donandosi ,pregando e vigilando, avrà il premio. Chi ha un talento e, invece di farlo rendere, rattristato o sdegnato per la sua povertà, vinto dal timore di non poter eseguire quello che gli è stato assegnato, o dominato dall’ignavia, lo pone sotto terra ad arrugginire, diminuirà sempre più le sue capacità di creare, di vivere, di amare.

“Dobbiamo custodire in noi la vita, la gioia, la simpatia, la coscienza del dovere umano, sociale,     politico, religioso, aiutare chi cade, fortificare chi soffre, sollevare i dubbiosi illuminare gli ottenebrati, senza imprecare, bestemmiare, maledire. La fede ci nutra, la speranza ci sostenga, la carità ci potenzi.

“Solo così irradierà da noi la Vita; e la vita ci difenderà e ci arricchirà così che l’umana, onesta felicità splenda nell’anima nostra anche se la tempesta si scatena al di fuori.

“La luce divina illuminerà la Via e ci salverà dagli abissi.

“EDUCAZIONE ALLA MORTE

“La morte è una conquista. Se verrà quando avremo assolto il nostro compito sarà la più grande conquista, perché principio di una vita nuova per la nostra anima.

“Il desiderare la morte come liberazione dal dolore è un male; il procurarsi la morte è il peggiore dei mali: è il peccato contro lo Spirito, che si manifesta a noi come Vita.

“Sorella Morte, ,quando giunge spontaneamente a porre fine, poiché l’ora è venuta, alle pene della nostra vita, è la dolce annunciatrice di Dio, in qualunque periodo dell’esistenza si presenti.

“Cosa sappiamo del perché del nostro vivere?

“Sappiamo solo che la vita è un dovere, un compito, una missione, che ognuno deve compiere con umile obbedienza, con responsabilità.

“Solo il Creatore sa quando il nostro programma è finito. Miseri noi se il tempo è trascorso invano, poiché non abbiamo tratto profitto dagli anni a noi concessi, saremo vissuti senza merito! Guai a noi se, per sfuggire a un’esistenza di sacrificio e di solitudine, ci sottraiamo alla Vita col suicidio: non potremo sperare nella Grazia Divina.

“Per ben morire bisogna aver saputo onestamente vivere.

“Esiste un’educazione al morire che deve sfrondare la morte da tutto  il pathos tragico del quale la circondiamo. Chi è convinto o crede di essere convinto che con la morte finisce la vita del corpo e dell’anima, di che cosa si rattrista se cessano gli affanni? L’umana esistenza non è felicità ininterrotta per nessuno, e le poche gioie ci sono date a tale prezzo che spesso preferiremmo rinunciarvi.

“Nel credente, poi, la paura della morte è un controsenso, è la prova lampante che la sua non è vera fede. La fede in Dio, qualunque  sia la confessione religiosa attraverso la quale si manifesta, distrugge a paura della morte e fa considerare la vita una continua preparazione ad essa.

“La morte è il principio di un’esistenza più piena, più profonda, perché l’elemento materiale della nostra struttura si dissolve e si sublima. È la rivelazione dell’anima di cui tutti gli attributi sono potenziati, perché il tempo e lo spazio non sono più un ostacolo alla sua possibilità di amare e di agire.

“Con la morte inizia davvero la vita dell’amore, in cui non ci sono più soltanto i padri, i figli, i mariti e le mogli, una piccola cerchia di creature che beneficiano del nostro affetto. «Infatti alla risurrezione né ci si ammoglia né ci si marita, ma i risorti saranno come angeli nel Cielo» (Matteo, XXII, 29).

“la paura della morte per noi e per i nostri cari è il risultato della scarsa fede e dell’insufficiente amore, che rivela il fondo egoistico dei nostri affetti.

“Perché soffriamo e ci disperiamo della partenza di chi amiamo se egli andrà a star meglio, in un ritmo di vita più possente, in una esistenza nella quale tutto è vibrazione di simpatia-amore, specialmente se ha saputo portare la sua croce fino alla fine?

“La religione c’insegna che la Chiesa militante (noi stessi)  e la Chiesa purgante (i trapassati che non seppero completamente liberarsi dalle passioni e dai desideri umani e, nell’ardore dell’espiazione, si purificano dei loro peccati) sono in contatto. Infine se noi preghiamo per i defunti, invocando il loro aiuto, vuol dire che vi è uno scambio di vita, di vibrazione d’amore, di radiazioni benefiche attraverso la comunione delle anime.

“Non vediamo i nostri cari trapassati, perché non abbiamo occhi, non li sentiamo, perché non abbiamo orecchi; i nostri sensi sono materialmente la  nostra facoltà spirituale potenzialmente può percepire le onde psichiche, il puro elemento della Vita. Se i nostri sensi fossero affinati noi li vedremmo e li sentiremmo ,poiché no vi sarebbero limitazioni di tempo o di distanza intorno a noi, irradianti e nostre anime inquiete con la loro purissima gioia d’amare. Il dubbio non ottenebrerebbe la coscienza religiosa, ma la viva, palpitante conferma che la vita non finisce con la nostra povera esistenza ci verrebbe data dal Mondo delle Anime che ci circonda e partecipa alla nostra vita quotidiana, che gioisce con noi, che ci consola dei nostri dolori.

“Invece la morte dei nostri cari c pone nella condizione opposta a quella necessaria per entrare in comunione con loro e venire potenziati e vivificati dal reciproco amore.

“Non soltanto i trapassati legati alla terra da vincoli di simpatia-amore ci vedono e ci sentono, ma conoscono tutto di noi, le intenzioni, i pensieri non ancora formati, poiché vivono nella luce dalla quale deriva l’essenza spirituale dell’uomo terreno. Il loro amore non è un’aspirazione, come per noi viventi sulla terra, ma è realtà di vita. I nostri cari non possono compiere miracoli di trasformazione in noi, perché li allontaniamo con l’oscuro soffrire del cuore turbato, dell’anima in tristezza, legata ad egoistici affetti.

“Per porci in sintonia e percepire i trapassati che amiamo, dobbiamo eliminare dall’anima nostra la paura della morte, che ci respinge dal loro mondo, e non dobbiamo soffrire del distacco, perché la nostra sofferenza rende dense e materiali le radiazioni che emaniamo, per cui i nostri cari non possono né  avvicinarci, né aiutarci.

“Crediamo di onorarli con i segni del lutto, con il dolore col privarci di piaceri leciti, ma tali attestazioni  di affetto non valgono nulla nel Regno della Luce, hanno un fondamento materiale, sono egoisticamente  soggettive, necessità sentimentali, tradizione.

“I morti, o meglio, i nuovi nati ,tutto sanno e tutto vedono di coloro che hanno lasciato nella dura esistenza terrena; come potranno gioire se rimarremo schiavi delle miserie materiali e morali?
“Come li aiuteremo ad evolversi se la nostra nascita al Regno dell’Amore ha voluto dire per noi l’arresto di evoluzione, nell’offuscamento del dolore?

“A ben poca cosa servono le elemosine, i riti funebri, se di pari passo non si sveglierà in noi una coscienza nuova. La morte di una creatura amata deve essere per chi rimane una nascita spirituale, per cui il carattere viene fortificato, u sentimenti nobilitati, armonizzati i rapporti familiari, resi meno gravi i dolori e più conscio e operante il senso di responsabilità.

“La nascita alla luce interiore fa più radiosa l’aura che ci avvolge, più sensibile e profonda la simpatia per le cose e più sapiente l’amore per le creature. Bruciando nell’ardore della carità la pesantissima scoria umana, ci avvicineremo alle anime viventi nell’Amore Divino della Chiesa Trionfante.”

Ci scusiamo col lettore per lunghezza di questa citazione; pure, non c’era altro modo per trasmettere la freschezza, la coerenza, la perfetta concatenazione concettuale con cui Racanelli sviluppa i suoi pensieri, trasmettendo un insegnamento spirituale di altissimo valore e del quale intuiamo la coerenza e la profonda verità, come conquista di vita vissuta e non come distaccato esercizio dell’intelligenza teorica. Oltre a ciò, pensiamo di aver reso un servizio a quanti (e sono molti, purtroppo) non hanno mai sentito parlare di questo grande uomo o fanno fatica a procurarsi i suoi libri che, ci sembra, non sono più stati ristampati. Quanto a noi, inseriremmo la lettura di un testo come Il dolore e la sua medicina fra quelli obbligatori per il corso di laurea in medicina, accanto a quelli di anatomia, fisiologia, patologia, chimica e biologia, e non certo in posizione subordinata rispetto ad essi.

È inconcepibile, infatti, che un medico possa accostarsi ai suoi pazienti totalmente digiuno di comprensione spirituale e, magari, convinto che conoscere il funzionamento del corpo umano e il metodo diagnostico delle malattie possa prescindere da una visione globale, olistica della persona umana, che non è certo fatta solamente del proprio corpo fisico e il cui malessere non può certo venire circoscritto alla sola sfera materiale, senza riguardo alcuno per la fondamentale unità di fisico, psichico e spirituale. Per realizzare un approccio corretto con la sofferenza del malato, è indispensabile avere una visione corretta dell’essere umano: che è, appunto, essenza spirituale  moralmente libera e incarnata in un corpo, che è come un abito temporaneo o, se si preferisce, un veicolo che un giorno dovremo abbandonare, per proseguire il viaggio senza più bisogno di esso. Non si può separare la sofferenza del corpo (e meno ancora di un singolo organo) da quella della mente e da quella dell’anima.  Ma chi osa più parlare dell’anima, nell’ambiente scientifico e, quindi, anche nell’ambiente medico? Eppure l’anima esiste, e anzi è la nostra essenza spirituale: sia la mente che il corpo fisico non ne sono che delle manifestazioni contingenti. Un medico che non crede all’esistenza dell’anima nei propri pazienti, non crede neppure di avere un’anima egli stesso: pertanto si trova nella condizione di un capitano di lungo corso che non abbia mai visto il mare, che non sappia nuotare, che mai abbia sperimentato il rollio delle onde sotto i suoi piedi. Qualcuno dirà: e a cosa serve che egli abbia visto il mare, se ha studiato diligentemente tutto quanto c’era da studiare e se, dal punto di vista strettamente tecnico, egli sappia benissimo come esercitare le sue funzioni di comandante di una nave? Ecco il grande male della modernità: il tecnicismo esasperato, l’efficientismo materialistico, il fatale distacco fra teoria e prassi, l’indifferenza e l’ignoranza crassa di tutti quei problemi che esorbitano (in apparenza!) dalla propria immediata e limitata sfera d’azione.

Ma torniamo a Francesco Racanelli e al brano che abbiamo riportato dal suo libro Il dolore e la sua medicina. Da esso emerge una coscienza olistica e spirituale assai evoluta, una comprensione umana e una lucidità di giudizio sui problemi dell’interiorità veramente ampie ed acute, una autentica miniera di spunti di riflessione e di crescita. Su alcuni punti desideriamo soffermarci brevemente per tentar di svolgere una riflessione ulteriore: la comprensione spirituale; il ruolo e il senso della giustizia nella vita dell’anima; l’educazione alla morte come fine e mezzo per una sana  e, possibilmente, gioiosa educazione alla vita.

Il concetto di comprensione spirituale offre una risposta alla drammatica alternativa fra la paura della sofferenza affettiva, che spingerebbe l’anima a rinchiudersi in se stessa in un guscio di indifferenza, e il rischio terribile cui va incontro l’anima assetata di amore nel momento in cui, abbassate le difese del calcolo e del nascondimento, si offre nuda e indifesa all’oggetto del proprio amore, spesso con conseguenze disastrose per la propria serenità e il proprio equilibrio. Per Racanelli, tale alternativa può essere superata mediante un atteggiamento gioioso e positivo verso la vita, in una apertura coscienziale che, pur avvicinandoci al nostro prossimo in una rete virtuosa di dare ed avere, non ci faccia cadere nel fatale errore della dipendenza affettiva dalla persona amata, portandoci a idealizzarla e aumentando a dismisura le nostre aspettative nei suoi confronti. Egli formula con chiarezza e concisione una legge fondamentale dell’anima umana: non è possibile chiedere all’altro ciò che non siamo capaci di realizzare in noi stessi a livello spirituale. Solo quando siamo in grado di dare senza attaccamento e senza egoismo, possiamo aspettarci di ricevere senza attaccamento e senza egoismo: solo a quel punto l’incontro fra due anime che si sentono attirate l’una verso l’altra può risolversi in un successo, cioè in un arricchimento e in una crescita spirituale, in un dono reciproco; diversamente la disillusione lascerà il posto all’amarezza e l’anima, ferita, sarà portata a ritrarsi in un cantuccio a leccarsi le ferite, covando pensieri negativi fatti di angoscia, disperazione, rancore e desiderio di vendetta.

Tutto questo può sembrare piuttosto scontato e quasi ovvio: eppure, che abisso si spalanca fra la conoscenza teorica, astratta di certe semplici verità, e la capacità di calarle concretamente nelle nostre vite, facendone la norma del nostro comportamento e la guida dei nostri sentimenti! Nelle pagine di Racanelli si respira appunto una fresca atmosfera di cose vissute, sperimentate, comprese e fatte proprie – forse – anche a prezzo di rovinose cadute e aspre delusioni; il che conferma la giustezza della sua intuizione generale seconda la quale noi non possiamo insegnare agli altri proprio un bel nulla, se non nella misura in cui siamo riusciti a realizzarlo in noi stessi, sulla nostra pelle, con lacrime vere e sbucciandoci, più volte, le ginocchia.

Chi riesce a realizzare la vera comprensione spirituale, pur amando ogni creatura e ogni persona, è riuscito a creare in se stesso una fortezza inespugnabile di pace interiore, mettendosi al riparo dal terreno sempre instabile delle passioni che tendono ad avvelenare la gioia dell’anima mediante l’avidità e l’attaccamento. Chi ha un minimo di consuetudine con i testi della spiritualità orientale, a cominciare dalla Bhagavad-Gita, sentirà in questi concetti un’atmosfera familiare; e anche chi conosce i testi dello stoicismo antico vi riconoscerà una certa aria di casa. Non sappiamo se Racanelli avesse letto il Manuale di Epitteto o i Ricordi di Marco Aurelio e nemmeno se avesse accostato i grandi classici dell’India, dai Veda al Mahabaratha agli Yogasutra di Patanjali. Certamente egli era una persona colta, ma i suoi interessi erano eminentemente di tipo pratico e lo portavano alla ricerca del sollievo per l’altrui sofferenza. La sua saggezza di vita veniva in primo luogo dal rapporto quotidiano con il prossimo e con il dolore, che egli cercava di alleviare al punto di fare di un tale tentativo la sua ragione fondamentale di vita. La cultura, pertanto, può essere un aiuto per la crescita spirituale, così come l’aiuto di una guida esperta in montagna (e quanto più ampia e non-specialistica, tanto meglio: benedetta la figura del medico condotto di un secolo fa, che aveva ricevuto anche una buona formazione umanistica e che poteva leggere Virgilio in latino e Omero in greco: ciò lo rendeva anche umanamente più ricco coi suoi pazienti!). Tuttavia la cultura non è l’essenziale: l’essenziale è e rimane la disponibilità a mettersi in gioco, a rivedere le proprie convinzioni, il saper fare tesoro delle occasioni – persone, cose e situazioni – che la vita ci mette davanti, e che tanto spesso non vediamo neppure o vediamo soltanto nell’ottica di chi ritiene ormai di saperla più lunga e di non avere nulla di importante da imparare dagli altri.

Il secondo punto notevole delle riflessioni di Racanelli è la sua concezione della giustizia. Egli riassume con mirabile concisione il proprio pensiero al riguardo con questa frase: Tutto quello che capita ad ogni uomo gli è dovuto ed è il minor male per raggiungere il maggior bene.

Cominciamo dalla prima affermazione, secondo la quale tutto quanto ci accade nella vita – in bene e in male, evidentemente – “ci è dovuto”. Potrebbe sembrare una frase ermetica, ma Racanelli la spiega subito dopo con straordinaria efficacia e brevità: Le cose avvengono quando sono attratte nel complesso della nostra esistenza, quando una vibrazione nostra, espressione di desiderio o di timore, ne facilita la realizzazione. Questo significa che, al di là di quello che pensiamo razionalmente e a dispetto delle molte maschere che indossiamo per dissimulare, a noi stessi oltre che agli altri, il nostro reale livello di evoluzione spirituale, noi inviamo continuamente e inconsapevolmente delle vibrazioni che non sono senza effetto sull’ambiente e sulle circostanze esterne, poiché innescano quella reazione che la nostra domanda inespressa ha sollecitato e messo in movimento. Forse, nel nostro turbamento e nella nostra immaturità spirituale, la nostra è stata una domanda di sofferenza e di autopunizione: e tale sarà il domani che ci viene incontro. Chi non è capace di perdonarsi e non si ama abbastanza, per esempio, anche quando crede di cercare amore, in realtà cerca sofferenza per sé e per coloro che, ignari della sua vera condizione interiore, rispondono al richiamo e collaborano al realizzarsi di un destino che noi stessi abbiamo determinato, sia pure senza rendercene pienamente conto. È incredibile come erri il nostro giudizio nel tentativo di indiduare le cause delle situazioni affettive che ci hanno provocato sofferenza e disillusione: scambiamo abitualmente gli effetti per le cause, e attribuiamo all’azione degli altri quel ruolo negativo che, invece, è partito dalle nostre insicurezze, dalle nostre paure, dalle nostre contraddizioni. Certo, è più semplice sul piano razionale, e più facile su quello affettivo, addossare la colpa dei nostri insuccessi e dei nostri dolori alla cattiveria, superficialità e incoscienza degli altri; e questo può anche corrispondere al vero: a patto, però, di riconoscere che noi stessi abbiamo attirato verso di noi – pur senza averne piena consapevolezza – quei fattori distruttivi, e ci siamo pertanto inflitti del male con le nostre stesse mani.

In questa visione, la giustizia non è un marchingegno che agisce dall’esterno per premiare o castigare gli esseri umani, ma il frutto delle loro stesse azioni, dei loro pensieri, del loro fondamentale atteggiamento verso la vita e del livello raggiunto dalla loro evoluzione spirituale. Insomma la giustizia non è altro che il giudizio emesso da noi stessi su noi stessi e ricorda, per certi aspetti, quella sorta di bilancio etico della propria esistenza che l’Essere di Luce chiama l’anima a compiere, quand’essa si scioglie dai legami fisici con il corpo, e di cui abbiamo parlato nel precedente articolo «Che cosa hai fatto nella tua vita che ti sembri sufficiente?». Essa risponde a un criterio di necessità logica e parte dall’interno delle nostre motivazioni, aspirazioni, desideri, paure e speranze: in tal senso si può anche affermare che già qui e ora, nella vita corporea, noi ci costruiamo con le nostre azioni e con i nostri pensieri, quel paradiso o quell’Inferno che poi, forse, ci costruiremo anche per la vita extra-corporea (cfr. il nostro articoloAlcune ipotesi intorno all’«altro mondo»).

Il terzo punto qualificante, a nostro avviso, delle riflessioni di Racanelli, è il concetto della vita come educazione alla morte. Platone, per bocca di Socrate, aveva detto esattamente la stessa cosa: che tutta una vita bene spesa non ha altro scopo che quello di prepararci a morire. Ovviamente ciò pone la questione di che cosa sia la morte: se essa è la fine di tutto, allora è chiaro che ci troveremmo in presenza di un paradosso inestricabile. Ma per Racanelli con la morte inizia davvero la vita dell’amore, ossia quella dimensione esistenziale in cui le barriere e gli ostacoli dell’ego sono finalmente rimossi e il nostro desiderio di dare e ricevere un amore illimitato può finalmente realizzarsi in pieno. Il teologo luterano Rudolf Bultmann sosteneva che l’affermazione paolina secondo la quale la morte è entrata nel mondo con Adamo e verrà distrutta con il ritorno finale di Cristo, è in contrasto con la verità scientifica, poiché la morte – secondo lui – fa parte della natura umana e ne è la naturale e inevitabile conclusione (cfr. il nostro articolo Rudolf Bultmann, la teologia e l’immagine mitica del mondo). Con tutto il dovuto rispetto per l’eminente studioso, ci sembra – senza voler qui improvvisare una lezioncina di teologia cristiana – che tale idea tradisca una grave incomprensione del significato della morte all’interno di una concezione spirituale della persona umana. La morte, per essa, non è che un cambiamento di stato e corrisponde a una liberazione della dimensione autentica del nostro essere, nella quale cadono le barriere spazio-temporali e, quindi, cade anche la separazione dai nostri cari che ci hanno già lasciati nel nostro viaggio terreno.

Il cristianesimo esprime questo concetto parlando della comunione delle anime, nella quale già ora è possibile che si realizzi una sinergia e una armoniosa comprensione fra i vivi, ossia le anime che hanno ancora un corpo fisico, e i cosiddetti morti, che in effetti sono ancora più vivi perché, spogliati del corpo, si trovano già immersi e compenetrati nella dimensione ultima della realtà. In termini filosofici, si può dire che gli enti sono parte dell’Essere, che dall’Essere hanno origine e all’Essere fanno ritorno; che la loro sensazione di separatezza è illusoria; che nulla esiste al di fuori dell’Essere, e quindi gli enti vi sono già immersi, pur se non ne hanno chiara consapevolezza; che la condizione degli essenti è quella di unire essenza ed esistenza in un binomio provvisorio, dal momento che l’esistenza, intesa come esistenza fisica, è solo una condizione temporanea della loro vicenda, dovuta ai condizionamenti dello spazio-tempo che un giorno svaniranno. Quel giorno gli essenti entreranno nella sfera vera dell’esistenza, quella perenne, ove – come affermava Parmenide – tutto è. Le cose mutano nella sfera del divenire, non in quella dell’Essere. La morte, in questo senso, è il cadere del sipario che ci nasconde alla vista la realtà vera, il cadere della benda dagli occhi che ci ha fatto scambiare ciò che è impermanente per ciò che è perenne, ciò che è relativo per ciò che è assoluto. Solo allora vedremo, solo allora capiremo sino in fondo.

A quel punto, senza dubbio, vedremo e capiremo anche come sia stato male indirizzato, per la maggior parte, il nostro bisogno di dare e ricevere amore; come sia stato viziato e distorto dalle nostre aspettative egoistiche e dalla nostra ansia di attaccamento; in una parola: dalla nostra paura. La paura di perdere l’amore, di perdere le persone amate, di perdere la nostra felicità. Cattiva consigliera è la paura. Ma, dice Racanelli con profonda saggezza, chi ha paura non sa amare abbastanza: perché amare davvero significa vincere la paura ed entrare nella dimensione del dono gratuito, della gioia che non può essere minacciata, del circolo virtuoso che produce ancora amore e sempre amore. Significa entrare in possesso di quell’acqua viva di cui parlava Gesù Cristo, presso il  pozzo, con la donna samaritana. Un’acqua viva che spegne la sete per sempre; mentre chi beve da quest’acqua puramente terrena, tornerà ad aver sete e, alla fine, morirà.

E qui torna il discorso sulla morte e sulla preparazione alla morte. Anche se perfino teologi come Rudolf Bultmann paiono non esserne persuasi, forse noi davvero non siamo stati fatti per la morte; forse davvero la morte è entrata nel mondo come una ladra, e ne sarà cacciata quando i tempi saranno compiuti. Solo in una visione angustamente materialista la morte è la conclusione inevitabile della vita; in una visione spirituale, come quella di Racanelli, la morte è una conseguenza della povertà di amore. Ma la vita è stata creata per la vita, e la sua natura profonda è quella di produrre ancora e sempre vita, e di trionfare su tutte le paure che la insidiano alla radice: a cominciare da quella della morte.

Non esiste morte, nell’Essere. E quando l’amore, che è il contrario della paura,  saprà ricondurci nella dimora dell’Essere, potremo esultare con San Paolo: «Morte, dov’è la tua vittoria? Dov’è il tuo pungiglione?».

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 29/04/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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