venerdì, 17 Settembre 2021
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La disoccupazione, frutto di una società dominata dall’usura e dai falsi miti consumisti

La disoccupazione frutto di una società dominata dall’usura e dai falsi miti consumisti. Il lavoro è ancora una cosa nobile? Tutti dicono che è un diritto sacrosanto ecc. ecc. ma sono solo parole ripetute fino alla nausea di Francesco Lamendola 

Uno dei ritornelli preferiti dei nostri economisti e dei nostri uomini politici, sia quando l’economia appare in fase di espansione, sia quando versa in recessione, è quello della lotta contro la disoccupazione: una lotta tanto strenua e quasi epica, a sentir loro, quanto fantomatica, almeno a giudicare dai risultati; più o meno come lo è la lotta contro il cancro, per la quale si chiedono continue sovvenzioni da parte di tutte le istituzioni mediche e le persone di buona volontà, ma della quale non si riesce a vedere il benché minimo progresso, pur dopo decenni di promesse, speranze, giaculatorie.

Tutti, più o meno, dicono e ripetono le stesse cose – quelle del resto, che sono scritte, nero su bianco, sulla nostra Carta costituzionale: che il lavoro è un diritto sacrosanto; che lo Stato si impegna a difenderlo, a proteggerlo, ad estenderlo; che da esso dipende la salute dell’intera società, la prosperità delle famiglie, le prospettive di sviluppo per il mondo di domani. Bellissime parole, ripetute fino alla nausea: quel che tutti vedono, alla luce dei puri e semplici fatti, è che il lavoro continua a diminuire; o che, se pure si aprono nuovi spazi e nuove prospettive, si tratta di lavori sempre più precari, sempre meno qualificati e sempre meno remunerati: di lavori per emarginati e per immigrati clandestini, lavori di manovalanza pagati a due euro l’ora, come la raccolta dei pomodori. Dieci ore di lavoro, venti euro in tutto, pasti esclusi: senza assicurazioni, senza previdenza sociale, senza niente di niente. Tanto basta, però, ai partiti di sinistra, per sostenere che l’accoglienza di ulteriore manodopera straniera è, per la nostra economia (come per quella francese, tedesca, eccetera) una vera e propria necessità, anzi una risorsa e una fortuna, perché, senza quegli immigrati, noi non sapremmo come fare; per non dire che è per merito loro se siamo in grado di pagare le pensioni di vecchiaia ai nostri lavoratori. Senza pensare che, presto o tardi, le pensioni dovremo pure pagarle anche ai questi nuovi arrivati: a meno di condannarli a raccogliere pomodori, in nero, a due euro l’ora, per tutta la vita. In tal caso, lo dicano chiaro e tondo che il loro preteso umanitarismo nasce da un progetto schiavista e razzista: finanziare la nostra ripresa, il nostro benessere, con le lacrime e il sangue degli ultimi fra gli ultimi. Oppure è dei loro voti che le sinistre sono ghiotte, ed è a quell’obiettivo che esse strizzano l’occhio, spingendo i rispettivi parlamenti verso la rapida concessione della cittadinanza a chiunque giunga nei nostri Paesi, o anche semplicemente a chi ci sia nato, sia pure per un semplice caso?

Le cause della diminuzione, e, in prospettiva, della scomparsa del lavoro, sono varie e molteplici, e non pretendiamo di esaminarle tutte in questa sede. Si va dalla crescente sofisticazione tecnologica, che sostituisce sempre più le macchine all’elemento umano – oggi per timbrare un cartellino sull’autobus; domani per eseguire una delicata operazione chirurgica – alla progressiva, inesorabile saturazione del mercato, che porta le nuove aziende, di necessità, a creare, sì, dei nuovi posti di lavoro, ma sempre e solo sulla rovina delle vecchie, con un processo di assestamento e di razionalizzazione che è a somma zero, o meno di zero: una specie di marcia sul posto, o, addirittura, una marcia all’indietro, come i gamberi.

Tuttavia il fattore decisivo e ultimo, quello che muove tutti gli altri, e che non è mosso da alcuno, è il fattore finanziario, e, più precisamente, della speculazione finanziaria, che oggi è arrivato ad impadronirsi dell’intero sistema dell’economia-mondo, imponendo le sue logiche (perverse) e le sue tattiche (aberranti) ai popoli, ai governi, alle imprese, alle stesse banche; e che, attraverso il controllo capillare dell’informazione, dei media, della cultura, è capace di mimetizzarsi talmente bene, da passare quasi inosservato, perfino qualora vi sia qualche voce isolata capace di lanciare un grido d’allarme: perché in un mondo di servi e di alienati, tutti guardano il dito che indica la Luna, e quasi nessuno guarda la Luna.

Scriveva Vivianne Forrester nel suo ormai celebre «L’orrore economico» (titolo originale: «L’horreur économique», Paris, Librairie Fayard, 1996; traduzione dal francese di A. M. Mori, Milano, Ponte alle Grazie, 1997, pp. 7-9):

«Tutti quanti noi viviamo immersi in un’illusione magistrale, in un mondo scomparso che ci ostiniamo a non voler riconoscere come tale, e che false politiche e politici bugiardi pretendono di perpetuare. Milioni di destini sono sconvolti, annientati da questo anacronismo, frutto di ostinati stratagemmi volti a consacrare come imperituro  il più saldo dei nostri tabù: quello del lavoro.

Sul lavoro, stravolto sotto la forma perversa di “impiego”, si fonda in effetti la civiltà occidentale, che a sua volta domina in l’intero pianeta. Sono confusi a tal punto l’uno con l’altra che nel momento stesso in cui il lavoro si volatilizza, il suo radicamento, la sua evidenza non vengono mai ufficialmente messi in discussione, e tanto meno viene discussa la sua necessità. Non è forse il lavoro a governare, in linea di principio, qualsiasi tipo di distribuzione della ricchezza, e di conseguenza qualsiasi forma di sopravvivenza? I grovigli di scambi che ne discendono ci appaiono indiscutibilmente vitali come quelli attraverso i quali circola il sangue nel corpo umano. Ora questo lavoro – da sempre ritenuto il nostro motore naturale, la regola del gioco  adatta al nostro passaggio in quegli strani  luoghi in cui ognuno di noi ha la vocazione di annullarsi  e sparire – oggi non è più che un’entità priva di qualsiasi sostanza.

La nostra concezione del lavoro, e quindi della sua assenza,  problemi intorno ai quali si gioca (o finge di giocarsi) la politica, sono diventati concetti illusori, e le nostre battaglie  in proposito somigliano a quelle, allucinate, di Don Chisciotte contro i suoi mulini. E però continuiamo a porci sempre le stesse domande-fantasma alle quali, ormai sono in molti a saperlo, niente e nessuno potrà rispondere, se non il disastro delle vite umane che questo silenzio finisce col travolgere, e delle quali si dimentica che rappresentano, ognuna, un destino. Vane, angoscianti, queste domande superate ci evitano comunque un’angoscia peggiore: quella di constatare la scomparsa  di un mondo in cui era ancora possibile interrogarsi su questi temi. Un mondo in cui  termini della questione si fondavano su una realtà. O meglio: fondavano la realtà. Un mondo la cui atmosfera  si mescola sempre al nostro respiro e al quale apparteniamo in modo viscerale, sia che ne abbiamo tratto profitto sia che ne abbiamo patito. Un mondo del quale oggi stiamo triturando gli avanzi, indaffarati a sanare le falle, a riempire i vuoti, a inventarci dei surrogati per mantenere in vita un sistema non soltanto crollato, ma  addirittura sparito nel nulla.

In quale sogno si vuole farci restare, raccontandoci di crisi  al termine delle quali dovremmo finalmente uscire dalle nostre angosce. Quando prenderemo coscienza del fatto che non ci troviamo in presenza di una crisi, o di più crisi, bensì di una vera e propria mutazione? E non della mutazione di una società, ma di quella, assolutamente brutale e totale, di una intera civiltà? Noi partecipiamo di una nuova era,  senza riuscire ancora ad avvistarla.  Senza voler ammettere e senza renderci conto  che l’era precedente è ormai scomparsa. Non possiamo dunque celebrare il lutto, e passiamo i nostri giorni a mummificarla. A darla per vitale e attuale, rispettandone i riti che appartengono a una dinamica ormai finita. Perché mai questa proiezione permanente di un mondo virtuale, di una società sonnambula, devastata da problemi fittizi – dato che l’unico problema reale è che questi prole non sono più tali, ma sono invece diventati la norma della nostra epoca, insieme inaugurale e crepuscolare,  di cui non vogliamo prendere coscienza?

Certo, noi conserviamo in questo modo quello che è diventato un mito, il più alto e sovrano che ci sia: il mito del lavoro legato a tutti gli ingranaggi privati o pubblici della nostra società. Prolunghiamo disperatamente scambi complici fin nelle ostilità, abitudini profondamente radicate,  un’antifona cantata da troppo tempo in famiglia – famiglia lacerata, ma preoccupata di ricordare che si è vissuti insieme, avida di qualsiasi traccia di un comune denominatore, di una sorta di comunità, per quanto fonte e luogo delle peggiori discordie, delle infamie peggiori. Possiamo dire di una specie di patria? Di un legame organico, tale da farci preferire qualsiasi disastro ala lucidità, alla constatazione della perdita, qualsiasi tipo di rischio alla percezione della fine di quello che è stato il nostro mondo?

Ed ecco quindi le medicine dolci, le antiche e vetuste farmacopee, le chirurgie crudeli, le trasfusioni di ogni tipo (di cui beneficia soprattutto chi gode di buona salute). Ecco i sermoni tranquillizzanti, il catalogo delle ridondanze, il fascino consolatorio dei ritornelli  che coprono il silenzio severo, implacabile, dell’incapacità; li ascoltiamo ipnotizzati, riconoscenti di essere distratti dal terrore del vuoto, cullati al ritmo di chiacchiere familiari senza senso.»

Il punto di non ritorno nella crisi del lavoro, di fatto, lo abbiamo superato ormai da un pezzo: da quando abbiamo dato la priorità assoluta alle leggi del profitto, a scapito della persona umana, della famiglia e della società; e abbiamo ulteriormente aggravato questo primo errore, concedendo tutta la nostra fiducia alla tecnologia, e aspettandoci chi sa quali miracoli, col puntare tutte le nostre carte sul fattore tecnologico: errore madornale che il marxismo ha condiviso con il capitalismo; per cui la cultura di sinistra dovrebbe farsi un lungo e accurato esame di coscienza, prima di puntare il dito contro i biechi poteri finanziari, scaricando su di loro e soltanto su di loro delle responsabilità che pesano anche su di essa e sui suoi uomini politici.

Tutte le ideologie laiciste hanno condiviso lo stesso peccato fondamentale: il disprezzo del lavoro, visto come una inutile fatica, che sarebbe meglio lasciare alle macchine, per toglierla dalle spalle dell’uomo; hanno ripetuto, in un certo senso, l’errore degli antichi, e specialmente dei Romani: vedere nel lavoro un qualcosa di degradante, di vergognoso, da lasciare agli schiavi e alle persone incolte e spregevoli. E, così come il patrizio romano considerava avvilente doversi applicare a qualsiasi lavoro avente come fine una utilità personale, anche la più legittima, come quella di mantenere sé e la propria famiglia, allo stesso modo l’uomo contemporaneo ha assunto un atteggiamento sprezzante nei confronti del lavoro, vedendo in esso un fastidio di cui liberarsi ad ogni costo, non appena possibile: magari grazie ad una eredità, o a una vincita al gioco, o ad un pensionamento anticipato, o perfino grazie ad un falso certificato d’invalidità. Qualsiasi cosa, qualsiasi espediente, qualsiasi sotterfugio, pur di sfuggire al lavoro, visto come una inutile maledizione, un furto di quel bene primario che è già tanti scarso, in una concezione materialistica della vita: il tempo, e specialmente il tempo della giovinezza, che non ritorna più.

Gli unici “lavori” verso i quali ci siano ancora rispetto, ammirazione, desiderio, sono quelli del calciatore o del pilota automobilistico strapagati e contesi dalle telecamere; della showgirl che conquista le copertine delle riviste a larga diffusione; del partecipante ai reality televisivi, dove si guadagna del denaro senza far nulla e, nello stesso tempo, si viene ripresi dalle telecamere ventiquattro ore su ventiquattro e si entra nelle case di milioni di telespettatori. In breve, sono ambiti e invidiati quei “lavori” che non sono lavori, nei quali non si fatica, o si fatica solo per un breve periodo della propria vita, ma nei quali, in compenso, si ottengono denaro, notorietà e successo, magari senza saper fare niente di particolare, ma solo ostentando un bel sorriso, o meno ancora, cioè mostrando una sufficiente dose di sfacciataggine e arroganza. La modella o il disegnatore di moda godono anch’essi di alte preferenze, specialmente da quando sono al centro di famosi sceneggiati televisivi che descrivono il mondo dell’alta moda come un autentico giardino incantato, il quale presenta, sì, qualche inconveniente, ma che serve solo a renderlo ancora più desiderabile, conferendogli il fascino di ciò che è vagamente proibito e pericoloso. Anche la carriera politica esercita una certa attrazione, non per la possibilità di rendere un servizio alla società, ma per le occasioni di facili guadagni, anche illeciti, che presenta, e ciò a dispetto degli scandali ormai pressoché quotidiani e del pericolo di finire disonorati, processarti e condannati.

Fino a quando non torneremo a parlare del lavoro con serietà ai bambini; fino a quando non torneremo a mostrare ai nostri figli che il lavoro è una cosa nobile, oltre che necessaria, esso continuerà ad essere considerato come una calamità da evitare in ogni modo, se possibile: con tutti i vizi e le aberrazioni che si accompagnano a una vita oziosa. Perché una cosa è certa: il lavoro serio, onesto, fatto bene e con passione, è la migliore scuola di vita che si possa additare a un giovane…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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