lunedì, 27 Settembre 2021

La malattia è il frutto del peccato?

Nessun medico ha mai saputo dare una definizione “soddisfacente” di cosa sia la malattia né, a dire il vero, di che cosa sia la salute: quel che è certo è che per comprendere l’una, bisogna avere una qualche nozione dell’altra di Francesco Lamendola 

La malattia, così come la morte, è entrata nel mondo come conseguenza del peccato originale commesso dei nostri antichissimi progenitori?

Nessun medico ha mai saputo dare una definizione soddisfacente di che cosa sia la malattia; né, a dire il vero, di che cosa sia la salute: quel che è certo, tuttavia, è che per comprendere l’una bisogna avere una qualche nozione dell’altra, e viceversa.

Ora, se la malattia è la perdita della salute, ciò significa che quest’ultima è la condizione “naturale” – e non già ideale, come vorrebbero alcuni – dell’organismo umano. Infatti, se non si può concepire l’idea stessa della malattia, senza l’idea della salute, né quella della salute, senza l’idea della malattia, allora bisogna concludere che stanno in una relazione reciproca simile a quella del bere e della sete: non si può pensare l’atto del bere, senza la nozione della sete; ma non si può nemmeno pensare alla sete, senza pensare al bere, che spegne la sete.

Dunque, se salute e malattia sono dialetticamente interdipendenti, logicamente e cronologicamente una delle due deve aver preceduto l’altra; non possono essere nate insieme, perché, se così fosse, si eliderebbero l’una con l’altra, così come il segno più elide il segno meno, e dire, ad esempio, più uno e meno uno, significa dire zero. Una delle due è necessaria, l’altra è derivata: ma quale è necessaria e quale derivata? Evidentemente, la salute è necessaria, la malattia è derivata: perché un organismo sano può cadere in preda alla malattia, ma un organismo ammalato non potrebbe “ritrovare” la salute, se questa non vi fosse mai stata. Allo stesso modo, il segno più è necessario, il segno meno è derivato: infatti, si può sempre aggiungere una quantità ad una quantità preesistente, fosse pure la quantità ”zero”; ma non si potrà mai sottrarre una quantità qualsiasi alla quantità “zero”, né la si potrebbe sottrarre ad un’altra quantità qualsiasi, ma sempre e solo ad una quantità maggiore di quella che si vuol sottrarre.

Questo ragionamento ci porta a concludere che la salute deve essere il dato originario, la malattia il dato derivato. Alla salute si può sempre aggiungere qualcosa, immaginando, per esempio, un organismo sempre più sano, sempre più robusto, sempre più efficiente; ma non si può immaginare il contrario: non si può immaginare di sottrargli indefinitamente l’elemento della salute, perché, al di sotto di una certa misura, l’organismo non riuscirebbe più a conservarsi e a sussistere: in altre parole, morirebbe. L’accrescimento della salute di un determinato organismo non conosce, praticamente, limiti (se non quelli propri alla specie cui appartiene: un mammifero, per esempio, per quanto agile e scattante, non potrà mai volare come un uccello), invece la sua diminuzione, la sua perdita di salute, non può oltrepassare una certa soglia “negativa”, senza incorrere nella impossibilità di sopravvivere.

Tutto questo non può non lasciare pensosi. Le dottrine biologiche evoluzioniste ci hanno familiarizzato con l’idea che l’organismo umano sia in fase di crescita e di espansione, se non altro sul piano cerebrale, e quindi intellettuale; mentre ciò che abbiamo appena detto suggerisce che l’organismo umano sia fatalmente destinato a subire un processo di contrazione, o, se si preferisce, di  diminuzione: che esso sia destinato a subire una progressiva perdita di forza, di salute, di perfezione vitale, per l’azione stessa delle forze entropiche, che procedono da uno stato di ordine del sistema verso uno stato di disordine, e  da uno stato di coesione della materia verso uno stato di dispersione.

Originariamente, dunque, c’era la salute; poi venne la malattia; proprio così come originariamente c’era la vita, e poi venne la morte. Non di evoluzione, perciò, dovremmo parlare, ma di involuzione: le cose, gli organismi, l’uomo stesso, sono destinati a contrarsi, a deperire, e infine a estinguersi.

Riportiamo un passaggi del libro di un medico avventista californiano di Loma Linda – morto nel 2004, alla bella età di novantasette anni – che ebbe notevole successo, anche nel nostro Paese, negli anni Settanta del secolo scorso: Harold Shryock, «Emozioni e salute» (titolo originale: «Happiness and Health»; traduzione dall’americano a cura delle Edizioni ADV; Impruneta, Firenze, Falciani, 1971, pp. 26-28):

«Una persona può essere fatta in modo tale che il suo stomaco è il primo organo a soffrire di uno sbagliato atteggiamento psichico. Un’altra persona può soffrire, nella stessa situazione, di mal di cuore. E un’altra ancora può, sempre nelle stesse circostanze, sviluppare dei sintomi a carico degli organi della respirazione. Ma il principio è lo stesso, in ogni caso. Sotto la stimolazione di anormali e malsani processi di pensiero, l’organo del corpo che (in ogni caso individuale) è più sensibile allo squilibrio nervoso diventa il focus di sintomi morbosi.

Non solo l’odio, l’ansietà o la paura a produrre malattie funzionali. Un lutto, un dolore, un senso di colpa, la disperazione, una delusione in amore, la frustrazione nella carriera, la minaccia della sicurezza, ciascuno di questi eventi e sentimenti può avere un effetto dannoso sulla stabilità di quella parte del sistema nervoso che controlla la funzione degli organi.

Le malattie funzionali possono essere cagionate da semplici circostanze e spesso guarite, quando giustamente diagnosticate, con semplici trattamenti. Questo è l’aspetto più incoraggiante di tutta la medicina psicosomatica. Anche Shakespeare aveva un’idea della possibilità di un semplice trattamento delle malattie funzionali, perché diceva: “Anche un corpo malato, con un facile accorgimento e una piccola medicina, può recuperare la sua forza di un tempo”.

La salute è qualche volta definita come assenza di malattia. Quando si sviluppa una malattia, la salute s’indebolisce e si dice allora che l’individuo che ne è colpito ha poca salute o che soffre di una malattia invece di godere di una buna salute.

Se guardiamo alla condizione originaria della razza umana, prima dell’ingresso del peccato, stando al racconto della Genesi, non vi troviamo alcuna forma di malattia. In condizioni come quella sarebbe difficile definire la salute, poiché non c’era appunto nessuna malattia che potesse contrastarla. È interessante speculare sul fatto che nessuno è stato mai chiamato a definire la condizione della salute prima che la malattia colpisse la razza umana.

Come conseguenza dell’ingresso del peccato nel mondo, la razza umana è andata sempre più degenerando, generazione dopo generazione. Secondo il racconto della Genesi, le prime numerose generazioni che vissero sulla terra erano composte d’individui così vigorosi che la durata della loro vita superava spesso i novecento anni. Gli effetti del peccato hanno ridotto questa durata approssimativamente ai “settant’anni” menzionati più tardi dalle Sacre Scritture.

Non solo la durata della vita è considerevolmente diminuita dal tempo del Giardino dell’Eden, ma la razza umana è diventata soggetta a molte forme di malattia, che hanno portato una grande quantità di sofferenze e di dolore.

È stato detto che Adamo, il padre della razza umana, aveva una forza venti volte superiore a quella degli uomini d’oggi. La notevole riduzione dell’energia vitale degli uomini moderni rispetto a quelli che sono vissuti nella prima parte della storia di questo mondo, spiega facilmente la ridotta durata della vita e l’aumentata predisposizione alle malattie. È vero che le statistiche fatte dalle Compagnie di Assicurazioni sulla vita indicano che c’è stato un significativo aumento della durata della vita nelle ultime decadi. Questo però si spiega con le accresciute conoscenze nel campo della scienza medica, che hanno portato ad una revisione dei metodi di protezione contro il contagio e la diffusione delle malattie piuttosto che con l’aumento della capacità dell’organismo umano di resistere a queste stesse malattie.

Riconoscendo che, in ultima analisi, la malattia è il risultato del peccato, non crediamo tuttavia che essa sia una punizione arbitraria imposta da Dio. Piuttosto, le presenti condizioni di malattia sono la logica conseguenza  dell’indifferenza degli uomini per le leggi fisiche determinate da Dio. Un particolare caso di malattia non costituisce un editto della Provvidenza; al contrario, è il risultato della violazione delle leggi naturali.

Noi, della presente generazione, naturalmente non possiamo rimediare al malfatto delle generazioni precedenti che, col loro disprezzo dei princìpi di una vita sana, ci hanno lasciato un’eredità inferiore. La forza vitale della razza umana è ormai stata ridotta a tal punto che noi ci ammaliamo molto più facilmente di quanto non si ammalassero quelli dei secoli passati. Rimane comunque il fatto che la legge fisica stabilita da Dio, similmente a quella morale, comporta una promessa per tutti quelli che ubbidiscono, così come sancisce una punizione per tutti quelli che disobbediscono. Questo è un semplice ma vitale concetto nello schema di una vita sana. Nei limiti dell’attuale durata della vita, l’individuo può scegliere se vivere in armonia con i princìpi che tendono a favorire la salute, o disprezzare questi princìpi e pagare la penalità sotto forma di un’aumentata predisposizione alle malattie.»

Pertanto, la salute è l’elemento originario, e la malattia, l’elemento derivato; la salute può diminuire, così come l’essere può diminuire, mentre la malattia non può “diminuire”, ma soltanto rovesciarsi nel suo contrario, mediante il ritorno della salute, perché la malattia è il non essere della salute, e dunque una condizione puramente negativa, che non può sussistere di per sé, ma solo in funzione della salute, mentre la salute può benissimo sussistere in sé e per sé.

A questo punto non è affatto ozioso domandarsi chi o che cosa abbia introdotto la malattia nel contesto della salute: perché non è mai inutile, o privo di significato, interrogarsi su quali forze o quali condizioni abbiano favorito il sopraggiungere di un elemento derivato, il quale, proprio perché derivato, è contingente: può esserci, come non esserci; mentre l’elemento originario non può non esserci, in quanto, se non vi fosse, non vi sarebbe neppure l’essere che lo sostiene. Insomma: possiamo immaginare un organismo perfettamente sano, ma non un organismo perfettamente malato: un organismo perfettamente sano svolgerebbe la propria finzione, quella di sostenere la vita, nel modo migliore possibile; mentre un organismo perfettamente malato non può essere nemmeno pensato, in quanto la “perfetta” malattia corrisponderebbe a qualche cosa di ancora più negativo della distruzione dell’organismo: corrisponderebbe, puramente e semplicemente, alla impossibilità della vita.

Ora, se la salute è la condizione “normale” e “naturale” dell’organismo, perché dire “organismo” vuol dire “vita”, e dire “vita” vuol dire vita naturale, vita possibile, vita in quanto essere (l’insieme delle forze, è stato detto, che si oppongono alla morte), mentre la salute è una condizione “innaturale” e “anormale” dell’organismo, perché dire “malattia” significa dire sottrazione di forza vitale e di perfezione dell’organismo, allora ne consegue che l’uomo, in qualche maniera, deve essere considerato come il responsabile della propria malattia – tanto è vero che la malattia, fra gli organismi vegetali e animali, è assai meno frequente, e deriva, pressoché sempre, da agenti aggressivi esterni, non da una disfunzione interna.

L’uomo, dunque, è l’organismo maggiormente soggetto alla malattia, fra tutti quelli che conosciamo; ed è troppo semplice liquidare la cosa con l’affermazione che ciò deriva dalla sua maggiore complessità, così come una macchina o un motore più complesso va incontro a delle disfunzioni più di quanto non accada a una macchina o a un motore più rudimentale: appunto perché l’uomo non è una macchina o un motore, ma un organismo; e un organismo molto particolare: l’unico – a quello che ci è dato osservare e sapere – che possa “scegliere” fra la propria salute e la propria malattia.

In effetti, se gli organismi viventi sono “fatti” per la salute, nel senso che solo la buona salute assicura loro le condizioni necessarie per sopravvivere e riprodursi (più esattamente: per sopravvivere quanto è necessario affinché si riproducano in misura sufficiente alla preservazione della specie), l’uomo, invece, sembra destinato a una finalità più alta: quella di comprendere la ragione del proprio esserci e di perpetuare non solo i propri geni, ma anche e soprattutto i propri valori, le proprie idealità, il proprio universo spirituale. Questo è ciò che dà un significato pieno e appagante alla vita umana: tanto è vero che una persona priva di prole, ma capace di trasmettere un profondo messaggio etico e spirituale (come potrebbe essere il caso di un santo eremita, di un monaco o una monaca di clausura, oppure di un sommo artista, di un musicista, di un pensatore, i quali non abbiamo creato una famiglia), sente, tuttavia, di non essere vissuta invano e di avere adempiuto, nel grado più alto, ai suoi doveri sociali riguardo ai propri simili, e non solo per quanto riguarda la generazione presente, ma anche per le generazioni future.

Ora, se tutto questo è vero, ne deriva che la malattia, per l’uomo, è la perdita o lo smarrimento del giusto orientamento esistenziale: vale a dire di quelle strategie, di quei comportamenti, di quello stile di vita complessivo, grazie ai quali ciascun essere umano avverte, e lo avverte in maniera infallibile, indipendentemente dall’approvazione o dalla disapprovazione altrui, di stare vivendo la propria vita nella maniera giusta, cioè ponendola al servizio della vocazione per la quale egli è stato destinato fin da prima della nascita. Quando un essere umano si dimentica dello scopo per il quale egli è stato chiamato alla vita, e si attarda lungo sentieri futili o degradanti, che lo allontanano da esso e che umiliano e mortificano le sue migliori qualità interiori, la malattia insorge per “avvertirlo” di quel che sta accadendo e per esortarlo a rimettersi in ascolto del maestro interiore, a riprendere la strada abbandonata.

Tale, almeno, è il significato delle malattie “funzionali”, ossia di quelle che non dipendono da una disfunzione degli organi, o che non ne dipendono direttamente: in particolare, le malattie cardiovascolari, legate alla pressione arteriosa, le malattie legate all’apparato respiratorio e quello digerente, e le varie forme di allergia. A ben guardare, però, tutte le malattie, probabilmente, sono di tipo funzionale, anche quelle che crediamo “organiche”: perché, sia pure in maniera indiretta, il mal funzionamento degli organi è riconducibile a uno squilibrio interiore, a un senso di colpa rimosso, a uno stato di amarezza e frustrazione cronicizzati, tutti stato d’animo che scaturiscono dal senso di fallimento per l’indirizzo sterile e insoddisfacente che stiamo imprimendo ai nostri giorni, al nostro progetto esistenziale.

Perché un progetto esistenziale esiste, ed è inscritto nel nostro statuto ontologico di esseri umani («fatti non foste a vivere come bruti», ammonisce il gran padre Dante), anche se preferiamo disattenderlo o fingiamo addirittura d’ignorarne l’esistenza. La malattia, allora, è il modo di cui si serve una parte di noi, probabilmente la migliore, per avvertirci che i conti non tornano: che stiamo barando al gioco della vita, e che stiamo tradendo noi stessi.

In senso religioso, questo è il concetto del peccato: perché tradire noi stessi e tradire la vita, che ci è stata donata per un fine ben preciso, e non già perché noi la dissipiamo con incosciente leggerezza, significa allontanarci dal disegno divino, tanto sapiente quanto amorevole, e, in ultima analisi, tradendo noi stessi, disattendere anche l’offerta di bene che ci è stata fatta sin da prima che il mondo fosse, e all’interno della quale ciascuno di noi è stato pensato, desiderato, chiamato all’esistenza, nel rispetto della nostra libera volontà di assecondarlo o di rifiutarlo.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Giugno 2015

Del 15 Settembre 2020

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