lunedì, 21 Giugno 2021
HomeCONTROINFORMAZIONEContro-Scienza: Medicina e Covid-19La psichiatria da mattatoio di Ugo Cerletti. A cui è intitolata la...

La psichiatria da mattatoio di Ugo Cerletti. A cui è intitolata la Scuola Enologica di Conegliano

Come era nata nella mente dello psichiatria italiano l’idea di ricorrere all’elettroshock come terapia delle malattie mentali? di Francesco Lamendola  

È ormai diffusa presso un vasto pubblico la teoria di Thomas S. Szasz – scienziato ungherese  emigrato in America nel 1938 per motivi politici, – ed esposta nel suo libro Il mito della malattia mentale (edizione originale New York, 1961; traduzione italiana Milano, Il Saggiatore, 1966), secondo la quale, nella società di massa, la psichiatria viene usata massicciamente come una forma di tranquillante sociale.  In realtà, per Sasz la psichiatria è una pseudoscienza e, più precisamente, una forma di pseudomedicina, che si fonda in partenza su di una nozione assolutamente infondata: quella di “malattia mentale”.

Queste idee sono esposte in forma più sintetica, ma altrettanto efficace, in un altro suo breve saggio,  La psichiatria a chi giova?, contenuto nel volume antologico Crimini di pace. Ricerche sugli intellettuali e sui tecnici come addetti alla repressione, pubblicato più di trenta anni fa a cura di Franco Basaglia e Franca Basaglia Ongaro (Einaudi, Torino, 1975), ma apparso originariamente sulla rivista americana Psychotherapy: Teory, research and Practice, vol. VIII, n.1, primavera 1971, con il titolo From the Slaughterhouse to the Madhouse.

In esso lo studioso ungherese si sofferma sull’introduzione dell’elettroshock in psicoterapia da parte di Ugo Cerletti (1877-1963), come tipico esempio di quella violenza istituzionalizzata che caratterizza la cura delle malattie mentali: ricovero coatto, imposizione forzata della terapia, rapporto autoritario fra medico e paziente, equiparabile a quello fra medico e cavie animali da laboratorio.

Ma come era nata, nella mente dello psichiatria italiano, l’idea di ricorrere all’elettroshock come terapia delle malattie mentali? Forse non molti lo sanno: nacque in un mattatoio, ove il Cerletti aveva osservato come i maiali condotti al macello venissero prima “anestetizzati” con una scarica elettrica a medio voltaggio; ciò che gli suggerì l’idea di applicare tale forma di “terapia” a dei soggetti umani che, stante la pericolosità del trattamento, inizialmente furono prelevati, con la forza, dal regio commissariato di Roma. Eppure il “mito” dell’elettroshock, come forma di medicina buona, è durato a lungo e, in parte, sopravvive ancor oggi. Mentre la sua città natale, Conegliano in provincia di Treviso, ha dedicato all’illustre concittadino uno dei suoi istituti scolastici più prestigiosi, la Scuola di Enologia, ancora nel 1963, l’anno della scomparsa di Cerletti, la pur eccellente Enciclopedia Garzanti  tascabile, in due volumi, alla voce elettroshock recitava alquanto ottimisticamente:

“Elettroterapia per malattie nervose e mentali che provoca violente convulsioni di tipo epilettoide.  Conferisce notevole resistenza a diversi fattori morbosi [?] e migliora i sintomi di varie malattie mentali.”

È lo stesso Cerletti a rievocare la genesi della sua ‘invenzione’ in una pagina autobiografica di brutale franchezza; che, quanto meno, possiede il merito di non abbellire ipocritamente la realtà e di non edulcorare le circostanze alquanto drammatiche in cui nacque e mosse i primi passi la nuova tecnica psichiatrica a base di scosse elettriche nel cervello del paziente. Si tratta di una pagina scritta nel 1956, dunque a diciotto anni di distanza da quel lontano giorno del 1938 in cui, professore all’Università di Roma, si vide condurre dai poliziotti un presunto malato di mente dal commissariato, e lo utilizzò come cavia per sperimentare l’elettroshock; tuttavia il suo racconto è vivido, come se narrasse un evento accaduto il giorno prima.

“Vanni mi informò che al macello di Roma i maiali venivano ammazzati con la corrente elettrica. Questa informazione sembrava confermare i miei dubbi sulla pericolosità dell’applicazione dell’elettricità all’uomo. Mi recai al macello per osservare questa cosiddetta macellazione elettrica, ,e notai che ai maiali venivano applicate alle tempie delle tenaglie metalliche collegate alla corrente elettrica (125 volt). Non appena queste tenaglie venivano applicate, i maiali perdevano conoscenza, si irrigidivano e poi, dopo qualche secondo, erano presi da convulsioni, proprio come i cani che noi usavamo per i nostri esperimenti. Durante il periodo di perdita della conoscenza (coma epilettico) il macellaio accoltellava e dissanguava gli animali senza difficoltà. Non era vero, pertanto, che gli animali venissero ammazzati dalla corrente elettrica, che veniva invece usata, secondo il suggerimento della Società per la prevenzione del trattamento crudele degli animali, per poter uccidere i maiali senza farli soffrire.

“Mi sembrò che i maiali del macello potessero fornire del materiale di grandissimo valore per i miei esperimenti. E mi venne inoltre l’idea di invertire la precedente procedura sperimentale: mentre negli esperimenti sui cani avevo tentato sempre di utilizzate la minima quantità di corrente,, sufficiente a provocare un attacco senza causar danno all’animale,  decisi ora di stabilire la durata temporale, il voltaggio e il metodo di applicazione della corrente, necessari a provocare la morte dell’animale. L’applicazione di corrente elettrica sarebbe stata dunque attraverso il cranio, in diverse direzioni,  e attraverso il tronco, per parecchi minuti. La prima osservazione che feci fu che gli animali raramente morivano, , e questo solo quando la durata del flusso di corrente elettrica passava per il corpo e non per la testa. Gli animali ai quali veniva applicato il trattamento più severo rimanevano rigidi mentre durava il flusso do corrente elettrica, poi dopo un violenti attacco di convulsioni, restavano fermi su un fianco per un poco, alcune volte per parecchi minuti, e finalmente tentavano di rialzarsi. Dopo molti tentativi di ricuperare le forze, riuscivano finalmente a reggersi in piedi e a far qualche passo esitante, finché erano in grado di scappar via. Queste osservazioni mi finirono prove convincenti del fatto che un’applicazione di corrente da 125 volt della durata di alcuni decimi di secondo sulla testa, sufficiente a causare un attacco completo, non arrecava alcun danno.

“A questo punto, ero convinti che avremmo potuto tentare di fare degli esperimenti  sugli uomini, e diedi istruzione ai miei assistenti affinché tenessero  aperti gli occhi per selezionare un soggetto adatto.

“Il 15 aprile 1938 il commissario di polizia di Roma mandò nel nostro Istituto un individuo con la seguente nota di accompagnamento: «S. E., trentanove anni, tecnico, residente in Milano, arrestato nella stazione ferroviaria mentre si aggirava senza biglietto sui treni in procinto di patire. Non sembra essere nel pieno possesso delle sue facoltà mentali, e lo invio nel vostro ospedale perché  venga posto sotto osservazione…». Le condizioni del paziente al 18 aprile erano le seguenti: lucido, ben orientato. Descrive, usando neologismi, idee deliranti dicendo di essere influenzato telepaticamente da interferenze sensoriali; la minima corrisponde al senso delle parole; stato d’animo indifferente all’ambiente, riserve affettive basse; esami fisici e neurologici negativi; presenta cospicua ipoacusia e cataratta all’occhio sinistro. Si arrivò ad una diagnosi di sindrome schizofrenica sulla base del suo comportamento passivo, l’incoerenza, le basse riserve affettive, allucinazioni, idee deliranti riguardo alle influenze che diceva di subire, i neologismi che impiegava.

“Questo soggetto fu scelto per il primo esperimento di convulsioni elettricamente indotte sull’uomo. Si applicarono due grandi elettrodi alla regione frontoparietale dell’individuo, e decisi di iniziare con cautela, applicando una corrente di bassa intensità, 80 volts, per 0,2 secondi. Non appena la corrente fu introdotta, il paziente reagì con un sobbalzo e i suoi muscoli si irrigidirono; poi ricadde sul letto senza perdere conoscenza.  Cominciò improvvisamente a cantare a voce spiegata, poi si calmò.

“Naturalmente noi, che stavamo conducendo l’esperimento, eravamo sottoposti a una fortissima tensione emotiva, e ci pareva di aver già corso un rischio notevole. Nonostante ciò, era evidente per tutti che avevamo usato un voltaggio troppo basso. Si propose di lasciare che il paziente si riposasse un poco e di ripetere l’esperimento il giorno dopo. Improvvisamente il paziente, che evidentemente aveva seguito la nostra conversazione, disse, chiaramente e solennemente, senza alcuna parvenza della mancanza di articolazione del discorso che aveva dimostrato fino ad allora: «Non un’altra volta! È terribile!

“Confesso che un simile esplicito ammonimento, in quelle circostanze, tanto enfatico ed autorevole, fatto da una persona il cui gergo enigmatico era stato fino a quel momento assai difficile da comprendere, scosse la mia determinazione di continuare l’esperimento. Ma fu solo il timore decidere ad un’idea superstiziosa che mi fece decidere. Gli elettrodi furono applicati nuovamente, e somministrammo una scarica di 110 volts per 0,2 secondi. »

Dunque, Cerletti conduceva da anni esperimenti su cani, consistenti nel sottoporre le povere bestie a scariche elettriche, e nel corso dei quali alcune di esse erano morte; poi, osservando l’uso dell’elettricità effettuato dal macellaio nel mattatoio comunale, sui maiali destinati all’uccisione, gli venne l’idea di dirigere tali scariche, di ben 125 volts, direttamente sul cervello dei pazienti; infine sperimentò la nuova tecnica su un poveretto che era stato trovato in stato confusionale dalla polizia ferroviaria  di Roma, e che gli era stato affidato perché le autorità non sapevano bene cosa farne. Il paziente, come viene eufemisticamente chiamato, non era affatto consenziente e non era stato portato in ospedale per altra ragione se non per essere curato.

Questo, veramente, è il solo punto non troppo chiaro della narrazione. Che cosa intende Cerletti,  quando afferma di aver dato istruzioni ai suoi collaboratori di tenere gli occhi spalancati per individuare un soggetto adatto all’esperimento? E il commissariato di Roma gli spedì quell’uomo di propria iniziativa, o su sua richiesta o su sua segnalazione? E, a monte di ciò: perché il povero impiegato milanese si trovava in commissariato e non in una struttura sanitaria, visto che era stato fermato alla stazione in stato confusionale, ma non aveva commesso alcun reato, tranne quello di vagare senza scopo apparente da un treno all’altro? Perché non era stato semplicemente restituito alla propria famiglia o, almeno, perché il suo ritrovamento non era stato ad essa segnalato; e perché non si era pensato di prendere contatto con il suo medico curante, a Milano?

Molto, poi, ci sarebbe da dire sulla diagnosi di schizofrenia frettolosamente formulata dallo stesso Cerletti, perché, nonostante la scarsità delle indicazioni, non sembra che i sintomi segnalati permettano di arrivare a conclusioni così drastiche sulla natura del suo disturbo. In ogni caso, è evidente – perché lo stesso psichiatra lo afferma a chiare note – che il povero S. E. venne sottoposto al trattamento del cosiddetto elettroshock contro la sua volontà, e che tale trattamento venne reso più rischioso da un aumento del voltaggio della scarica elettrica. In altre parole, il paziente avrebbe potuto morire e, in tal caso, non stentiamo a immaginare che la famiglia avrebbe ricevuto una versione di comodo dell’accaduto; ossia, in pratica, non sarebbe mai venuta a conoscenza delle reali circostanze in cui si era svolta la “terapia” praticatagli. Inoltre, avrebbe potuto riportare lesioni talmente gravi e permanenti al cervello, da lasciarlo menomato per tutto il resto della sua vita; e – per quel che ne sappiamo -, non siamo neanche del tutto certi che ciò non si sia effettivamente verificato.

Ma che razza di terapia è quella che viene eseguita a un malato senza il suo assenso e, anzi, contro la sua esplicita volontà; che potrebbe ucciderlo o produrgli danni permanenti, senza che ciò sia richiesto dalle condizioni del paziente o, almeno, senza che ciò appaia come un rischio accettabile a fronte di un grave e immediato pericolo di vita, qualora non venga tentata questa via; che consiste esattamente nel ripetere su di un essere umano quel che viene fatto ai maiali nel mattatoio, un istante prima che vengano uccisi e, quindi, senza che nessuno possa dire se il loro cervello non ha subito danni irreversibili?

Si tratta di una concezione della salute e della malattia che sa decisamente di universo concentrazionario, ove i medici sono i padroni assoluti della vita e della morte di quanti vengono loro consegnati – non certo volontariamente – e sui quali esercitano non solo un imperium senza limiti, ma nei confronti dei quali non hanno alcuna responsabilità giuridica, ossia non devono rendere conto a nessuno del loro operato.

Neanche Orwell, nel suo allucinante romanzo 1984, arriverà ad immaginare un tale grado di violenza – psicologica e anche fisica -, da parte dell’istituzione statale, nei confronti dei suoi sventurati cittadini. Sembra piuttosto che una simile concezione della sanità pubblica delinei una dittatura degli scienziati, in cui essi soli hanno il potere di decidere cosa sia giusto e lecito e cosa non lo sia, giocando con la salute e con la vita delle persone, con la stessa disinvoltura con cui gli esseri umani  giocano con quella degli animali, siano essi da macello o cavie da laboratorio. Sembra che, in una tale società, i medici siano diventati i sacerdoti di una nuova religione e che concentrino nelle proprie mani sia il potere giudiziario, sia quello scientifico sia, infine,  quello etico-giuridico: in altre parole, in cui non esistono limiti ben definiti a ciò che essi possono fare, se lo ritengono giusto e opportuno, in omaggio al progresso della scienza.

La vita umana, che essi – in teoria – sono chiamati a difendere, e nella cui difesa fondano appunto il loro smisurato potere, finisce per valere relativamente poco, davanti alla possibilità di far progredire la conoscenze scientifica. E ciò a partire proprio da quelle categorie di persone – gli individui soggetti a disturbi del comportamento – che avrebbero maggior bisogno di protezione, in quanto particolarmente esposte e indifese.

Del resto, bisogna osservare che Cerletti non aveva fatto tutto da solo. Da tempo esistevano, nella cultura scientista occidentale di matrice positivista, i presupposti per una tale visione della società e dell’istituzione sanitaria. Addirittura, era abbastanza diffusa l’idea che, per fini genericamente umanitari, lo Stato avesse il diritto morale di disporre a piacere della vita dei condannati; ovvero che i responsabili di gravi delitti potessero e dovessero risarcire la società, che essi avevano danneggiato, venendo utilizzati come cavie in esperimenti medici particolarmente pericolosi, per il progresso della scienza e per il bene dell’umanità.

Non aveva forse teorizzato una tale linea di comportamento il medico svedese trapiantato in Italia, a Capri, Axel Munthe (1857-1949), mite scrittore e paladino della causa dei poveri uccelli migratori che cadevano nelle reti degli uccellatori, nel suo famosissimo best-seller intitolato La storia di San Michele? Addirittura, il medico svedese era giunto a proporre che, in luogo degli innocenti animali, si utilizzassero come cavie, negli esperimenti più pericolosi per testare nuovi farmaci, i detenuti prelevati dalle carceri, e già condannati per gravi delitti.

Così scriveva, infatti, nel suo libro  (titolo originale: The Story of San Michele, 1929; traduzione italiana di Patricia Voltera, Milano, Garzanti, 1940; 1989, pp. 77-78):

“Uno degli argomenti più convincenti contro questi esperimenti su animali vivi è che il loro valore pratico è assai ridotto – scrive – a causa della differenza fondamentale dal punto di vista patologico e fisiologico fra il corpo degli uomini e quello degli animali. Ma perché questi esperimenti dovrebbero essere limitati al corpo degli animali, perché non potrebbero essere messi in pratica anche sul corpo dell’uomo vivente? Perché ai delinquenti nati, ai malfattori cronici, condannati a consumare il resto della loro vita in carcere, inutili e spesso pericolosi per gli altri e per se stessi, , perché a questi inveterati violatori delle nostre leggi non si potrebbe offrire una riduzione ella pena, se acconsentissero a sottomettersi, anestetizzati, a certi esperimenti sul loro corpo vivente, per il beneficio dell’umanità? Se il giudice prima di mettersi il berretto nero [che in Gran Bretagna annunziava una sentenza di morte], avesse il potere di offrire all’assassino l’alternativa fra la forca e una condanna penale per un certo numero d’anni, certamente non mancherebbero i candidati.”

Per inciso, Munthe – medico alla moda e frequentatore dei salotti del bel mondo delle capitali europee – era stato allievo di quel Charcot, ai cui studi sull’ipnotismo si era anche interessato, e largamente ispirato, Sigmund Freud. Il che mostra, a nostro avviso, il filo rosso che unisce psichiatria, psicanalisi, terapia come violenza fisica e come pratica di bassa magia, volta ad evocare – contro la coscienza dell’individuo – le forze infere in esso latenti (cfr. il nostro articolo Una forma di magia nera: la psicanalisi).

Ma torniamo a Thomas S. Szasz, il quale svolge alcune concise ed efficaci riflessioni sulla pagina del Cerletti or ora riportata (op. cit., 428-431).

“Come tutte le autorivelazioni oneste, il racconto del Cerletti sulla sua scoperta dell’elettroshock dice più cose di quante l’autore pensasse o desiderasse dire. Elencherò  alcuni fati citati da Cerletti, e alcune deduzioni basate sugli stessi, che mi sembrano particolarmente significative.

“19 l’applicazione dell’elettoshock ai maiali era un metodo empirico per calmare e sottomettere gli animali, per poterli macellare senza l’eccitazione e gli strilli che questa operazione generalmente comportava.

“2) il primo essere umano su cui l’elettroshock fu sperimentato era un uomo, identificato soltanto dalle sue iniziali, S. E., e dalla sua occupazione: ‘tecnico’; dalla sua città di residenza: ‘Milano’;, e, fatto significativo, dalla diagnosi psichiatrica di ‘schizofrenia’.

“3) S. E. era totalmente sconosciuto al dottor Cerletti, non richiese il suo aiuto (e più tardi rifiutò il suo intervento). In realtà, S. E. era un prigioniero: era stato ‘arrestato’ dalla polizia per ‘vagabondaggio’, e invece di essere processato per questo reato, fu inviato da Cerletti.

“4)Anche se il soggetto era stato inviato in ospedale espressamente per essere posto ‘sotto osservazione’, Cerletti disobbedì chiaramente alle istruzioni del commissario di polizia di Roma: invece di osservare S. E., lo utilizzò come soggetto sperimentale per  elettroshock.

“5) Cerletti non dice di aver ricevuto alcuna autorizzazione per questo esperimento. Sembrerebbe che, avendo ricevuto il carcerato dalle mani della polizia, Cerletti lo considerasse immediatamente come ‘paziente’, e che vedesse in se steso il solo giudice del tipo di ‘cura’ che il suo ‘paziente’ doveva ricevere .è così che Cerletti scrive: «noi, che stavamo conducendo l’esperimento, eravamo sottoposti ad una fortissima tensione emotiva, e ci pareva di aver già corso un rischio notevole». Ma non dice niente del rischio al quale era stato sottoposto S. E. senza il proprio consenso.

“6) per tutta la durata dell’esperimento, S. E. fu trattato come una cosa o un animale Non aveva alcun controllo sul proprio destino. Quando, dopo il primo shock,  annunciò ‘chiaramente e solennemente’: «Non un’altra volta! È terribile!», il suo messaggio che poteva apparire come perfettamente razionale, non ebbe alcun effetto su coloro che conducevano l’esperimento su di lui.

“7) In breve, la prima persona su cui si sperimentò l’elettroshock non era un volontario, né si trattava di un paziente malato mentale regolare (volontario o coatto), la cui storia, personalità e situazione familiare fossero note agli psichiatri; né di un carcerato condannato per un reato e dichiarato poi malato di mente che si trovasse sotto la giurisdizione di un tribunale. Questi fatti sono importanti perché, in quanto professore di psichiatria all’università di Roma, Cerletti deve aver potuto avvicinare molti pazienti ‘schizofrenici’ che avrebbero potuto essere candidati potenziali per il suo trattamento sperimentale.

“Anche se le stesse circostanze che hanno accompagnato la scoperta del’elettroshock sono rivelatrici, è possibile collocarle nella giusta e completa prospettiva osservando alcuni fatti che si riferiscono allo stesso scopritore, Ugo Cerletti.

“Cerletti era nato a Cornigliano [ errore per Conegliano] il 26 settembre 1877, e morì a Roma il 25 luglio 1863. Studiò medicina a Torino e Roma, e si laureò a Roma nel 1901. All’inizio, si dedicò alla ricerca nel campo dell’istopatologia e della neuropatologia. Poi studiò psichiatria clinica cn Kraepelin e ne fu irresistibilmente attratto. Nel 1933 cominciò a interessarsi al lavoro di Meduna sulla schizofrenia, e divenne un entusiasta sostenitore della teoria dell’incompatibilità fra schizofrenia e epilessia.  Nel 1935, dopo la nomina a professore di psichiatria all’università di Roma, Cerletti iniziò i suoi esperimenti sulle convulsioni indotte. In collaborazione col professor Bini, creò il primo apparecchio per l’elettroshock e, nell’aprile 1938, essi applicarono per la prima volta una convulsione elettrica a un uomo, come abbiamo appena descritto.

“Nel necrologio a Cerletti, Ferruccio di Cori (1963) valutò nel modo seguente  l’importanza dell’elettroshock: «il nuovo metodo [di Cerletti] fu sottoposto ad ampie ricerche, ed accettato universalmente in tutto il mondo…Innumerevoli vite, sofferenze e tragedie erano state così risparmiate».

“Cerletti continuò a lavorare all’elettroshock fino alla morte. «Formulò una teoria secondo la quale i mutamenti umorali ed ormonali provocati nel cervello da un attacco epilettico, portano alla formazione di certe sostanze che egli chiamò ‘acroagonine’, sostanze di estrema difesa. Queste sostanze, se iniettate al paziente, avrebbero avuto effetti terapeutici simili a quelli dell’elettroshock» (Di Cori, 1963).

“Ayd (1963) rese noto un altro aspetto interessante del primo elettroshock della storia. Pare che Cerletti avesse l’abitudine di riandare a quella memorabile esperienza. «Mentre descriveva quello che era successo – scrive Ayd – egli disse: ‘Quando vidi la reazione del paziente, pensai: questo dovrebbe essere abolito!  Da quel momento ho sperato ed aspettato che si scoprisse un nuovo trattamento che sostituisse l’elettroshock’. Ma se Cerletti aveva pensato questo ,perché lo tenne soltanto per sé? Né Cerletti, né altri sostenitori dell’elettroshock parlarono mai in pubblico dell’abolizione di questa «cura».

“Così come la storia di Anna O. e Breuer  (Szasz 1963)costituisce un vero modello di ‘incontro personale’ tra paziente e medico, la storia di S. E. e Cerletti è un modello di vero ‘contato impersonale’ tra soggetto disumanizzato e sperimentatore medico.  La prima è un esempio di rapporto volontario tra ‘nevrotico’ e ‘psicoterapista’, la seconda è un esempio di rapporto involontario tra ‘psicotico’  e ‘psichiatria istituzionale’. E il fatto che queste distinzioni fondamentali – tra persona ed oggetto, medico e alienista, interventi psichiatrici volontari ed imposti – venissero apprezzati di più nei primi decenni del secolo di quanto non lo siano oggi, nella pratica se non nella teoria, costituisce una misura del declino morale della psichiatria come professione (Szasz 1970).

“L’invenzione dell’elettroshock è il moderno totalitarismo terapeutico allo status nascendi: il malato mentale, una non-persona, viene passato dalla polizia agli psichiatri, e da loro ‘curato’ senza il proprio consenso. Le circostanze sociali nelle quali nacque e si sviluppò la cura dell’elettroshock sono coerenti con la sua funzione ‘terapeutica’. Se un uomo vuole punire e sottomettere un altro uomo, non gli chiede il permesso. Nello stesso modo, il pubblico, in una società che permette e addirittura incoraggia questo tipo di rapporti umano perché è ‘terapeutico’, non può aspettarsi che la legge protegga le vittime.”

Non si potrebbe dire di più, o di meglio. Del resto, chi ha visto il film di Milos Forman Qualcuno volò sul nido del cuculo sa bene di cosa stiamo parlando, e quali stretti legami esistano fra l’universo carcerario e l’universo psichiatrico: accomunati da una stessa filosofia di fondo e, a volte, da una analoga prassi materiale.

Il guaio è che non si tratta soltanto di finzione cinematografica; e che i signori psichiatri, in nome della loro crociata contro la follia – ossia contro una malattia che, forse, non esiste e che, comunque, non è mai stata dimostrata, nei termini in cui essi la descrivono – possiedono tuttora un potere esageratamente ampio, e quasi privo di controlli, nei confronti dei loro pazienti, molti dei quali sono stati sottoposti a trattamento terapeutico senza alcuna forma di consenso.

Non intendiamo banalizzare un argomento così delicato e drammatico, né abbiamo intenzione di negare l’evidenza, e cioè che i disturbi della psiche esistono. Tuttavia, da qui a conferire alla casta degli psichiatri-stregoni carta bianca nella cura dei loro pazienti coatti, ce ne corre. Crediamo sia giunta l’ora di porre un limite all’arroganza e alla impunità di questi sedicenti scienziati della mente, ai quali è stato conferito un potere eccessivo a causa della viltà e della distrazione della società nei confronti del problema della sofferenza mentale.

Forse, è giunto il tempo in cui la società dovrebbe riappropriarsi dell’obiettivo di ristabilire l’equilibrio psico-fisico dei suoi membri, abbandonando la illusoria e pericolosa scorciatoia di delegarlo interamente a un paradigma terapeutico assolutamente auto-referenziale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 14/01/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments