venerdì, 18 Giugno 2021
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La psicopatologia è un’invenzione del Potere?

Nichilismo psichiatrico e il caso di Bibbiano? La psicopatologia è un’invenzione del Potere? Finché la psichiatria rimane impostata in senso materialista laicista e irreligioso non sarà mai lo strumento utile di cui c’è bisogno di Francesco Lamendola

Nella seconda metà del Novecento, come riflesso di una generale ondata di relativismo filosofico, di cui l’esistenzialismo è stata la punta di diamante (non l’esistenzialismo concettualmente serio e moralmente impegnato di Kierkegaard, ma quello balordo e nichilista di Heidegger e più ancora di Sartre), si è diffusa una corrente di pensiero psicologico secondo la quale la malattia psichica non esiste. Partendo dalla contestazione dei manicomi (vedi Basaglia) e dalla critica spietata della società oppressiva, desiderosa di controllare ogni cosa nella vita delle persone (Foucault), si è giunti là dove nemmeno i più strampalati, i più deliranti personaggi di Pirandello, nei più paradossali fra i suoi drammi teatrali, avrebbero mai osato spingersi: alla contestazione radicale del concetto stesso di psicopatologia e al suo rovesciamento. I fautori di questa posizione sostenevano che ad essere schizofrenica è la società e che, in un simile contesto, l’unica maniera di coltivare e proteggere la propria salute mentale è quella di andare nella direzione opposta, ossia di assumere comportamenti e stili di vita “folli”, perché la vera saggezza, in un mondo di pazzi che non sanno di esserlo, è quella di esser folli dal loro punto di vista.

Esito estremo di una cultura relativista, ripetiamo: perché se tutto è relativo, allora sono relativi anche i concetti di salute e malattia: e ciò, evidentemente, è ancora più vero per le malattie psichiche rispetto alle altre, perché in esse si può meglio osservare la nefasta influenza esercitata da un ambiente sociale degenerato. E in effetti, l’etnopsichiatria ha avuto buon gioco, ad esempio, nel mostrare che comportamenti giudicati devianti in una certa cultura, appaiono invece come normali, o quantomeno accettabili, in un’altra; insomma, che ciascuna cultura ha una sua idea di cosa sia normale e cosa sia patologico a livello mentale: il che esclude la possibilità di giungere a una definizione e universale e condivisa, valida per tutte le culture, di cosa la malattia mentale in effetti sia.

Scriveva lo psicoanalista ebreo-americano James Hillman (1926-2011), di tendenza junghiana, considerato un’autorità a livello mondiale, su questo argomento (da: Re-visione della Psicologia; titolo originale: The Re-Visioning Psychology, 1975; traduzione dall’inglese di Aldo Giuliani, Milano, Adelphi, 1983, pp.121-122 e 123-124):

La NEGAZIONE ANARCHICA dice più o meno così: le classificazioni sono delle convenzioni linguistiche derivati la loro autorità esclusivamente dal consenso degli esperti, dalla tradizione e dai libri di testo. Queste parole diventano parole di potere, parole politiche, parole di una casta sacerdotale psichiatrica. Sono modi per avvolgere i pregiudizi  in un camice bianco, così da potere condannar impunemente certi stili politici, medici e culturali. Esse giovano a chi dà i nomi e nuocciono a chi li riceve; sono importanti soltanto per coloro che vincono in quel gioco linguistico chiamato psicopatologia.

Inoltre, poiché le vere cause, le vere condizioni e i veri significati dei malesseri dell’anima sono sconosciuti e probabilmente inconoscibili,  e poiché tutti i nostri sistemi non sono niente altro che nomi che possiamo prendere e lasciare a volontà – nomi usati in senso generale, ma che a un attento esame si riferiscono soltanto ai particolari essendo ciascun caso diverso dall’altro – perché mai, dichiarano questi nichilisti, avere una “psicologia anormale”? Tiriamo fuori il famoso rasoio filosofico di Occam e tagliamo via questo campo intrattabile. Togliamo di mezzo la psicopatologia una volta per tutte.

Questa negazione trova rifugio nell’esistenzialismo. Trattiamo, esso dice, l’altra persona come fondamentalmente e rispettosamente altra, nella sua esistenza concreta. Le diagnosi debbono essere eliminate, perché non fanno altro che attirare una persona nella situazione esistenziale di malattia del dottore e in quella sua fantasia del futuro detta prognosi. Non ci sono nevrosi, soltanto casi; non ci sono casi, soltanto persone in situazioni. E allora, getta via tutto, parti dal nulla (“nihil”), sii semplicemente presente con semplice autenticità, comunica, incontra. Sii aperto, usa l’intuizione – ma, innanzi tutto, consenti all’altro di esistere in qualsiasi stile di vita, “folle” o “sano”, egli preferisce. Il confine tra follia e sanità che, situando alcuni eventi al di qua e altri al di là, ha creato il campo della psicopatologia, è una invenzione positivistica e non una realtà esistenziale. Così parlano i nichilisti esistenziali. (…)

Ora gli impavidi fuorilegge del nichilismo, dell’anarchismo e dell’esistenzialismo abbondano in molti settori. In Francia c’è Michel Foucault, il quale vede nella psicopatologia soprattutto il risultato del sistema di potere della società strettamente connesso con la sua idea di ragione.  Negli Stati Uniti c’è Thomas Szasz, il quale si è coraggiosamente battuto per denunciare i danni politici e sociali causati dalle classificazioni diagnostiche: “Classificare il comportamento umano significa metterlo in prigione”. Ne deriva, per alcuni, che liberare il comportamento umano significa abolire i termini psichiatrici e la psichiatria stessa.  In Svizzera gli studi di Erwin Ackerknecht, brillante e rigoroso storico della medicina, hanno dimostrato  il relativismo etnologico dei giudizi psichiatrici – ciò che è malato è malato soltanto in questa società  e in questo periodo: i normali di un’epoca e di una cultura sono gli anormali di un’altra epoca e di un altro luogo. Spinto alle estreme conseguenze, questo relativismo potrebbe far concludere che se non esistono malattie mentali universalmente presenti, gli universali della psicopatologia svaniscono: resta solo un sacco vuoto detto “psicopatologia” in cui ciascuna società rinchiude, per sbarazzarsene,  alcuni suoi membri, colpevoli di esibire classi disapprovate di eventi psichici. Il sacco peraltro non ha in sé alcun significato che vada oltre le occasioni che serve a contenere.

Il più estremista di tutti è lo scozzese Ronald Laing, il quale capovolge l’intera questione e avanza l’ipotesi che la follia può essere per molti versi migliore della sanità, o è forse  un tentativo di sanità o la vera via che conduce alla sanità, o è addirittura sanità in  un mondo insano rovesciando in tal modo il significato e l’importanza della psicopatologia. Proclamare con tanto vigore la positività della psicopatologia, giungere addirittura a raccomandare lo stile schizofrenico come terapia, comporta un radicale spostamento del valore della psicopatologia, e quindi la perdita del suo senso intrinseco. Laing trasferisce il fardello della follia schizofrenica dall’individuo alla società, dicendo ad esempio: “Se la formazione si trova fuori rotta, l’uomo che è veramente sulla ‘rotta giusta’ deve lasciare la formazione”.

Ma il problema della psicopatologia resta; ha solo cambiato casa. Si prova, è vero, un gran sollievo a poter dire: io sono sano in un mondo pazzo, invece che: io sono pazzo in un mondo sano. Ma si è poi giunti con ciò alla radice del problema? Resta sempre qualcosa che è malato, che è folle, anche se ora si trova “là fuori”e si chiama società.

Sono osservazioni condivisibili, anche se noi, personalmente, non condividiamo il punto di vista generale, junghiano, dell’autore (più insidioso perché falsamente spirituale, e quindi più deleterio della psicanalisi freudiana che, almeno, si mostra in tutto il suo brutale materialismo). E tuttavia, forse bisognerebbe precisare meglio la questione: ad essere interrogata è la psicopatologia, o la psichiatria? In altre parole: bisogna interrogarsi se la psicopatologia sia un’invenzione, o se lo sia la psichiatria: contestare la terapia non significa automaticamente negare che la malattia esista. Di fatto, questo ci sembra il più ragionevole punto di partenza, a meno di voler andare contro il principio di realtà: la malattia mentale esiste, eccome. Si può discutere quali ne siano i limiti, quali le cause, quali i criteri diagnostici; ma negare che esista, è – veramente – cosa da folli. Dire che la società produce la malattia mentale e subito dopo negare che la malattia mentale, in se stessa, esista, se non a livello verbale e convenzionale, è intimamente contraddittorio: se una cosa non esiste, non c’è nulla che la provochi, semplicemente perché quella cosa non esiste. Inoltre, sostenere che la società malata fa impazzire gli individui significa reiterare l’aporia fondamentale di Rousseau: secondo il quale l’uomo è libero e buono, eppure lo vediamo ovunque in catene, incattivito dai malefici influssi della società. Ma se l’individuo è libero e buono, oppure se l’individuo è sano, da dove nasce il fatto che la società sia oppressiva, che sia malvagia, che sia intossicata? La società non è forse definita dagli individui che la compongono?

I casi dunque sono due: o la malattia mentale non esiste, e allora la società è malata; o la malattia mentale esiste, e allora si tratta di vedere da dove essa nasce, fermo restando che non può nascere dalla società e trasferirsi all’individuo – o, almeno, non in tutti i casi che si registrano – come se la società fosse una entità metafisica e preesistente agli individui; e, inoltre, che nessuno ha mai visto un individuo esistente indipendentemente dalla società, tranne forse i casi dei bambini selvaggi, allevati da lupi, orsi o scimmie, e quello (temporaneo) dei naufraghi costretti a vivere su un’isola disabitata, o degli ultimi soldati giapponesi che si nascondevano nella giungla per non farsi catturare, ignari che la guerra era finita da decenni. Ma la malattia mentale esiste, e le sofferenze che essa provoca sono estremamente reali: non dipendono, come afferma qualche sciocco seguace del nichilismo psichiatrico, dalla chiusura e dal pregiudizio degli altri, dei “normali”. Dunque, è giusto e doveroso che esista una psichiatria che si propone di curarla. Altra cosa è vedere se una tale disciplina può assumere le vesti di una scienza vera e propria; e altra cosa ancora è vedere se quel tipo di psichiatria che è stata elaborata in Occidente nel corso degli ultimi cento anni abbia le carte in regola per svolgere come si deve la sua funzione. Purtroppo, vediamo spesso – il caso più recente è quello di Bibbiano – che una cattiva psichiatria può esser posta al servizio di cattive istituzioni e provocare dei mali assai più gravi di quelli che pretende di curare, e che talvolta arriva perfino ad inventarsi, al solo scopo di esercitare un potere. Quando un malefico sistema amministrativo si allea con la psichiatria malvagia, i danni che possono essere inferti alle persone, in quel caso ai bambini (e alle loro famiglie) sono gravissimi. Da ciò non deriva, tuttavia, che qualsiasi psichiatria sia malvagia e che si debba diffidare di chiunque tenti di curare le malattie mentali: sarebbe come rifiutare la medicina per il fatto che alcuni cattivi medici agiscono così male sul paziente, da farlo morire invece di guarirlo. Per la stessa ragione sarebbe assurdo rifiutare la scuola, o la polizia, o la politica, o la magistratura, solo perché ci sono dei cattivi insegnanti, dei cattivi poliziotti, dei cattivi politici e dei cattivi giudici. D’altra parte, se il numero di costoro è molto alto, allora si ha non solo il diritto, ma il dovere di domandarsi come mai ciò avvenga: non è affatto normale che la scuola sia dominata da cattivi insegnanti, la polizia da cattivi agenti, eccetera. Se ciò accade, e vediamo ogni giorno che accade, allora bisogna dedurne che le principali istituzioni della nostra società devono essere radicalmente riformate, in modo da tornare a svolgere una funzione utile, e non dannosa, per gli individui.

Alla prima domanda, se la psichiatria possa definirsi come una disciplina scientifica, rispondiamo di no, per la semplice ragione che ha a che fare con i mali dell’anima, che non sono misurabili e quantificabili come quelli del corpo. Inoltre, la psichiatria moderna rifiuta la nozione di anima, o al massimo l’ammette nel senso che le dà Hillman, cioè come sinonimo di coscienza spirituale dell’io, e per ciò stesso non sarà mai capace di aiutare efficacemente le persone che soffrono di disturbi mentali; è già tanto se non produce danni troppo gravi. Il discorso sarebbe vastissimo, e in parte lo abbiamo già fatto in numerose precedenti occasioni: nessun male della mente è solo della mente, così come nessun male del corpo è solo del corpo; ma se si rifiuta la nozione di anima, riesce impossibile risalire alle vere sorgenti del male, che scaturiscono da uno squilibrio spirituale e morale, oltre che intellettuale. Semplificando al massimo il discorso, si può dire che le malattie della psiche tradiscono una sofferenza dell’animae l’anima soffre quando è costretta ad un tipo di vita che è contrario alla sua natura. Perseguire ciecamente i piaceri, scansare i doveri, disprezzare la dimensione spirituale e il richiamo di Dio, artefice di tutto ciò che esiste, sia nell’ordine naturale che in quello soprannaturale, significa vivere male, accumulare sofferenza e non disporre, poi, degli strumenti per uscirne. E con ciò abbiamo risposto anche alla seconda domanda: finché la psichiatria rimane impostata in senso materialista, immanentista, laicista e irreligioso, essa non sarà mai lo strumento utile di cui c’è bisogno per offrire speranza a quanti ne sono colpiti. Per dirne una: la psichiatria moderna non vuol neanche sentir parlare di vessazioni, ossessioni e possessioni diaboliche: le considera residui di una mentalità totalmente superata. Ebbene, noi siamo convinti che una parte significativa delle malattie dell’anima, che si manifestano come malattie psichiche, hanno invece la loro origine in questo tipo di fenomenologia. La quale è tanto più frequente, quanto più la società moderna si va configurando in senso anticristiano, ossia come la Città del Diavolo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Gennaio 2020

Del 15 Settembre 2020

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