martedì, 22 Giugno 2021
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La riconoscenza come mezzo terapeutico

La riconoscenza come mezzo terapeutico. Quante volte ci ricordiamo di ringraziare per tutte le cose che ogni giorno ci vengono donate e che abbiamo finito per considerare come assolutamente scontate o peggio come dovute di Francesco Lamendola 

Quante volte ci ricordiamo di ringraziare per tutte le cose che ogni giorno ci vengono donate e che abbiamo finito per considerare come assolutamente scontate o, peggio, come dovute, mentre si tratta di veri e propri regali?

Siamo sempre scontenti per quello che non abbiamo; al punto che raramente ci ricordiamo di tutto quello che abbiamo, di tutto quello che la vita generosamente ci dona. Eppure dovremmo saperlo che niente è scontato, che niente è dovuto.

I nostri genitori o i nostri nonni ci hanno raccontato come si viveva in guerra; di come, quand’essi erano soltanto dei bambini, vivevano nella paura, erano costretti ad andare a letto vestiti, pronti a correre nei rifugi antiaerei al primo suono d’allarme della sirena; e di come fossero terrorizzati dai rastrellamenti, dalle rappresaglie, dalla possibilità di vedere dei soldati entrare in casa e di essere spediti su un convoglio ferroviario diretto a qualche campo di concentramento, magari per il solo reato di aver ascoltato la radio nemica.

Se noi, invece, non riusciamo a prendere sonno quando ci corichiamo, non è per la paura dei bombardamenti notturni, ma per l’insoddisfazione verso il senso che stiamo dando alla  nostra vita; per le normali difficoltà e contrarietà di cui è anche fatta la vita umana, esasperandole, però, nella nostra scontenta immaginazione, e senza avere l’onestà di metterle a confronto con tutti i benefici che essa ci riserva. E dunque dovremmo ricordarli,  tali benefici: dal dono della salute, a quello delle persone care che ci vogliono bene, a quello di avere un lavoro, una casa, che, magari, non saranno quali avremmo desiderato, ma che sono pur sempre un riparo contro la miseria, contro la sofferenza e l’umiliazione di dover ricorrere all’aiuto di parenti o magari di estranei: una fortuna che non tutti possiedono.

Riscoprire il sentimento della gratitudine e liberarci dal desiderio incontrollato, dalle aspettative eccessive, sono le due facce di una stessa medaglia: quando si impara ad apprezzare quello che si ha, si smette di desiderare in modo compulsivo, sempre di più, protendersi al continuo inseguimento di quello che non si ha, ma che si vorrebbe possedere; significa imparare a riconoscere quali sono le cose davvero importanti, a reimpostare una gerarchia di valori, a guardare e apprezzarle cose e le persone secondo il loro giusto valore e non secondo le banali apparenze o secondo il nostro capriccio passeggero.

Ma perché dovremmo essere grati della salute che abbiamo, del cielo che brilla alto su di noi, dell’aria che respiriamo e di tutte le cose belle che ci circondano, ci avvolgono e ci proteggono? Perché e, soprattutto, chi dovremmo ringraziare, se la vita è frutto del caso e, dunque, noi non dobbiamo niente a nessuno? Queste sono le domande, queste sono le obiezioni che molti sono pronti a fare, quando si parla della gratitudine. Perché dovremmo ringraziare, è semplice: abbiamo ricevuto gratuitamente, dunque siamo in debito; e chi dovremmo ringraziare, è ancora più semplice: quell’Essere dal quale tutto si origina ed al quale tutto ritorna. Se noi ci siamo, è perché ci ha chiamati alla vita: la vita non ce la siamo data da soli, né da soli ci siamo dati tutte le innumerevoli cose che la rendono possibile, la alimentano, la incoraggiano, la fanno più bella.

Certo, si potrebbe anche attribuire tutto ciò al caso: ma sarebbe come pensare che, per caso, una scimmia, battendo sulla tastiera di un computer, possa comporre un sublime poema o un profondo trattato filosofico. Via, siamo seri: sappiamo che non è possibile. E sappiamo anche che affermare che il mondo esiste da se stesso, da sempre e per sempre, non dà una risposta seria alla domanda, perché non fa altro che spostare la domanda stessa: se il mondo esiste da sempre, allora il mondo è l’Essere; ma se il mondo è l’Essere – cosa improbabile, dato che è soggetto a continui mutamenti – allora perché non dovremmo ringraziarlo, riconoscendo in esso sia la somma sapienza, sia l’amore che chiama gli enti al’esistenza, invece di lasciarli nell’oscurità del non-essere?

C’è poi da considerare il fatto che saper ringraziare, ogni giorno, per tutto quello che riceviamo dalla vita, ha anche il benefico effetto di migliorare il nostro stato emotivo, di innalzare il nostro tono vitale, di sconfiggere i neri spettri della malinconia, dello scoraggiamento, della depressione: perché la gratitudine rende l’animo più lieto e sorridente, e un animo più lieto e sorridente preserva la salute del corpo e rende più felici le nostre relazioni con l’altro.

Sia la malattia, sia le cattive relazioni con l’altro sono, spesso, la conseguenza di un atteggiamento di fondo caratterizzato dalla scontentezza, dalla ipercritica, dal rancore: un tossico di cui dobbiamo liberarci, svuotando i suoi umori velenosi e purificando la mente e il cuore nel segno di pensieri postivi, orientati verso la bellezza e verso il bene, non imprigionati nei lacci del pensiero negativo, dove si avvitano su se stessi e infettano tutto il nostro essere.

Molto valide e interessanti, a questo proposito, le osservazioni svolte dal medico svizzero Alfred Vogel, autore di un fortunatissimo – anche se pressoché ignorato dalla “scienza medica” accademica – manuale divulgativo suola salute e la cura e prevenzione delle malattie (da: A. Vogel, «Il piccolo medico», I libri utili di Marco Pastore, O. G. P., 1987, pp. 596-98):

«Del ruolo importante che riveste la riconoscenza durante la nostra vita me ne resi conto, anni fa, il giorno in cui un amico fidato , che allora lavorava come maestri missionario nello Stato di New York, mi chiese se avessi già ringraziato per l’aria che avevo respirato quel giorno. Questa domanda inattesa mi spaventò in un certo senso, perché mai avevo pensato di ringraziare per questo regalo indispensabile, malgrado lo ricevessi regolarmente, giornalmente, da decenni. Sicuramente non sono io il solo a comportarsi così, da sbadato, a questo riguardo. Ma contemporaneamente mi accorsi di avere motivo di essere riconoscente per molte altre cose preziose, doni di ogni giorno. Mi accorsi anche che l’impegno di prestazione incessante, di gioie da godere, di contrarietà da risolvere, quasi giornaliere, impediscono di prendere atto di tutte quelle offerte preziose, che il donatore di tutte le cose buone e perfette ci mette a disposizione gratuitamente. Se ci rendiamo conto che abbiamo motivo di essere riconoscenti per tutti quei beni indispensabili che non siamo in grado di procurarci da noi, malgrado molte difficoltà  che si possono avere, allora cominciamo a sentirci impregnati di uno strano calore: anche questa forma di calore corrisponde a un regalo , un dono, ai tempi che corrono, che possiamo procurarci sempre, e che non costa niente. Anni dopo, mi trovavo fra gli abitanti di una piccola isola dei mari del Sud, cercai di scoprire il motivo della loro costante spensieratezza; scoprii che professavano la riconoscenza. Non dimenticavano mai di ringraziare per tutte le piccole e grandi gioie che il Creatore offriva loro giornalmente; sempre erano grati per i raggi del sole, il calore che offriva, per il mare con le sue ricchezze naturali, per le palme di cocco, gli alberi da frutta diversi, e molte altre cose. Non solo calore offre la riconoscenza, ma anche soddisfazione, che a sua volta provoca contentezza. Attiva le ghiandole endocrine, stimola la circolazione, che agisce favorevolmente sul ricambio, tutto a servizio di una buona salute, perché attiva tutte le funzioni importanti. Anche Schiller provò questa scintilla attivante che è la gioia sincera; egli credette perfino che fosse la gioia a muovere le ruote dell’immenso orologio universale. Da quando abbiamo lasciato dietro di noi due guerre mondiali, provando anche le conseguenti forme di guerra fredda, sappiamo che l’orologio del mondo può anche essere messo in moto da forze distruttive. Poiché queste non saranno mai in grado di privarci completamente dei doni divini quali la luce, il sole, l’aria e altri ancora, abbiamo ancora motivi sufficienti per rallegrarci ogni giorno, contenti. […]

Il nemico peggiore che sia stato affibbiato ai popoli indigeni è il desiderio. con questo è andata persa la loro soddisfazione tranquilla ed il loro equilibrio. Non senza motivo questi popoli fermentano minacciosamente. Le stesse conseguenze possiamo provocarle nell’educazione dei bambini. Se disturbiamo il gioco di un bambino ancora integro, non manipolato, che sta giocando con sassolini e legnetti, con pigne di abete o altro, felice e contento, offrendogli giocattoli artificiali di ogni sorta, allora risvegliamo in lui il desiderio bramoso che non sarà facile calmare, che vorrà essere appagato.  Col tempo pretenderà sempre di più, perché si sa che lo stimolo aumenta; ad un certo punto nemmeno l‘abbondanza basterà, perché ha voltato le spalle alla soddisfazione riconoscente e pretende sempre di più. Questa evoluzione non si arresta al bambino singolo, ma aggredisce  popoli interi, divulgando il malcontento.  Questa brama nefasta l’abbiamo portata noi ai popoli sottosviluppati; il loro fabbisogno oggi è tale, che non si riesce quasi più a soddisfarli.

Per fortuna ci sono ancora molte persone che non si lasciano prendere dalla scontentezza e sanno conservarsi il buon umore anche in periodi di dure prove. Mi ricordo come fosse oggi di una contadina molto malata di sclerosi multipla, paralizzata già da 14 anni. Quando riuscì ad ottenere una minima svolta verso un miglioramento, con tanta fatica, riuscendo almeno ad impegnare di nuovo le sue braccia, potendo così magiare da sola, senza aiuto di terzi, si dimostrò estremamente felice e riconoscente, accettando senz’altro il suo stato, alquanto pietoso. La sua tranquilla soddisfazione mi viene sempre alla mente, quando mi capita di lasciarmi prendere dallo scontento per le avversità, inevitabili su questa terra. Specialmente quando ci troviamo molto stanchi, tendiamo a guardar al passato, presente e futuro in modo negativo, a scapito dello stato di soddisfazione; questo non aiuta certo a trovare distensione e sonno ristoratore. Pensiamo invece a tutto ciò che di buono abbiamo vissuto, e che ci capita di vivere ogni giorno, allora dal nostro cuore si sprigiona una riconoscenza benefica, che ci permette di ricaricarci meglio. Non dimentichiamo che ogni persona ha motivi, fin troppi, per crucciarsi, per contrariarsi e sentirsi infelice. Se mette questi fatti negativi su un piatto della bilancia, deve pure riempire l’altro piatto, con fatti postivi, per poter tenere in equilibrio la sua bilancia. Quando si sente oppresso, infelice, deve pensare a tutti i valori che possiede, al bene che ha fatto, tutto ciò che è riuscito a fare nella sua vita,  ai doni che giornalmente la natura gli offre, perché questi pensieri ed esperienze sono energia per il cuore; si ritroverà colmo di riconoscenza, perciò anche in grado di giudicare meglio il sovraccarico di cui si lamenta, che gli sembrerà sempre più piccolo, meno penoso.

Perfino i malati gravi possono migliorare il loro morale e mitigare il loro male mediante una posizione affermativa; perché mai il difetto o disturbo dello stato salutare dovrebbe dominare tutto il campo emotivo? Non potrebbe il malato ritenersi felice di avere ancora molti altri organi tutti sani, riflettendo sul suo stato e cercando di collaborare al massimo, con disposizioni ragionevoli, onde guarire più in fretta? Una malattia ben curata, può contribuire a liberarci da varie scorie, migliorando tutto lo stato di salute. Se ci si mette contrariati, cercando di assopire il dolore, invece di intervenire con metodi giusti di depurazione e di guarigione dell’organismo, non bisogna meravigliarsi se il successo tarda a venire, o non ottiene affatto. Durante una malattia la posizione di attesa riconoscente, è la base migliore per tornare a galla. Quando si crede di avere motivo fondato per essere molto tristi dovremmo pensare ai temi pericolosi della guerra, ai milioni di profughi e senza patria, di modo che, con l’aumentare del pensiero riconoscente, diminuisce l’incubo, spariscono tutte le piccole avversità o fastidi; non è forse bello avere una casa che ci ripara dal freddo e dalla pioggia? Di vivere in uno stato o nazione più o meno funzionante? Riconoscenza e giusto valore  dato alle cose di ogni giorno, che rendono più bella la nostra vita, aiutano a sollevare il morale, a dissipare sentimenti che opprimo. Mettendo alla prova quanto detto si avrà la conferma dell’effetto che se ne trae.»

Alfred Vogel ha girato per tutto il mondo e studiato la medicina naturale di tutti i Paesi, divenendo amico di sciamani e guaritori; ma le basi della sua concezione vengono dalla medicina popolare svizzera, quale essa era conosciuta e praticata specialmente un paio di generazioni fa, nelle valli e nei villaggi meno investiti dall’ondata della modernità.

La sua idea fondamentale, che curarsi con i fitofarmaci è cosa migliore che curarsi con le sostanze chimiche; e quella ancor più generale, che prevenire la malattia è cosa migliore meglio che curarla, e che non c’è miglior forma di prevenzione che quella di coltivare il pensiero positivo in tutte le sue forme, a partire dalla gratitudine, sono tali da poter essere comprese intuitivamente, senza bisogno di sottili e complicati ragionamenti.

Il guaio è che l’uomo moderno, allontanandosi sempre più dalla natura e ammassandosi nelle grandi, rumorose ed inquinate città, che sono un concentrato di anti-natura, ha finito con il perdere di vista anche le verità più semplici e ovvie, convinto che tutto debba essere difficile e tortuoso, così come tortuosa è diventata la sua mente e difficili i suoi sentimenti; e inoltre, cosa ancor più deleteria, che ovunque debba annidarsi l’inganno e che le cose siano non solamente diverse, ma diametralmente opposte da come appaiono, a ciò spinto anche dai grandi “maestri del sospetto” (Marx, Nietzsche, Freud) che lo hanno instradato verso la diffidenza sistematica e verso la sospettosità indiscriminata.

Un animo pieno di sospetto e di rancore, che vede ovunque raggiri ai suoi danni e che si sente come in un castello assediato da nemici visibili e invisibili, non potrà essere lieto; non potranno essere sereni i suoi pensieri, né positive le sue emozioni: e ciò apre la strada all’indebolimento del tono vitale e, quindi, delle difese immunitarie, cioè all’irrompere della malattia.

Se, poi, si aggiungono le abitudini di vita sbagliate e dannose alla salute, a cominciare da quelle alimentari e da una modalità di respirazione incompleta e affannosa, si delinea un quadro in cui si comprende bene come la salute sia diventata così rara fra gli abitanti delle città moderne, a dispetto del fatto che essi dispongono di maggiori comodità, di una dieta più ricca di calorie, di un miglior livello di igiene rispetto ai loro nonni che abitavano nelle campagne.

L’insonnia, le nevrosi, gli attacchi di panico, le stesse allergie ormai dilaganti, sono tutte patologie riconducibili, almeno in una certa misura, ai disordini nervosi ed emozionali che caratterizzano la vita moderna; e la quantità spropositata di farmaci chimici, con i quali cerchiamo di tacitare i sintomi dei nostri malanni, invece di affrontare questi ultimi alla radice, non migliorano certo la nostra salute, considerato che le multinazionali farmaceutiche sono interessate a vendere sempre di più i loro prodotti e non certo a rimuovere le cause dei disordini e dei disturbi.

Visto che la medicina moderna non ci aiuta – perché talmente impegnata a condurre la sua crociata contro la malattia, da aver scordato l’importanza di incoraggiare uno stile di vita sano, capace di prevenirla – non ci resta che assumerci in prima persona la responsabilità del nostro benessere e, pur senza rigettare in toto quel che essa può offrirci, imparare a orientare meglio le nostre abitudini, sia fisiche che spirituali.

Non c’è dubbio che, in una simile prospettiva, riscoprire e coltivare il sentimento della gratitudine verso la vita sia un elemento importante di prevenzione della malattia e di benessere interiore; ciò che, in termini religiosi, si prospetta come attitudine alla lode e al ringraziamento verso Dio. «Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature», canta San Francesco d’Assisi; e specifica che dovremmo rendergli grazie per l’acqua, il sole, il vento, il fuoco, il cielo, le stelle, la terra e, da ultimo, per la stessa morte corporale, che fa parte del ciclo naturale e alla quale non possiamo sottrarci, ma che possiamo e dobbiamo affrontare con la coscienza sgombra, quanto più possibile, dal peso del male.

Questa sì, è una filosofia sana e salutare, atta a proteggere la nostra vita dai sinistri fantasmi dell’angoscia, della paura e della solitudine; mentre non lo sono quelle che oggi vanno tanto per la maggiore: cerebrali, presuntuose e nichiliste, che sanno solo deprimere l’uomo e lasciarlo disarmato, scoraggiato e impotente davanti alle difficoltà e agli interrogativi senza risposta.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/07/2013 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Febbraio 2018

Del 15 Settembre 2020

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