giovedì, 25 Febbraio 2021
Home ECONOMIA L’industrializzazione è la sola speranza dei poveri?

L’industrializzazione è la sola speranza dei poveri?

Lavoro? L’industrializzazione è la sola speranza dei poveri? Una leggenda dura a morire: la sua impostura ideologica consiste nel presentare come un beneficio collettivo ciò che è utile soltanto al proprio mantenimento di Francesco Lamendola

Che la rivoluzione industriale sia la sola, vera speranza per un futuro migliore, specialmente nei confronti dei poveri, è una leggenda dura a morire, tanto è vero che ancor oggi essa conta numerosi seguaci, i quali si fanno forti dei presunti benefici che da essa deriverebbero agli “ultimi”, ai diseredarti della Terra. È una leggenda auto-celebrativa, con la quale il modo di produzione industriale glorifica se stesso: la sua impostura ideologica consiste proprio nel fatto che cerca di presentare come un beneficio collettivo, e in se stesso tendenzialmente democratico, ciò che è utile soltanto al proprio mantenimento e alla propria ulteriore espansione.

Anche ammesso – e non concesso – che i “poveri”, in un sistema di fabbrica, stiano meglio di come stavano prima (ma allora si poteva parlare di “povertà”, se era una condizione comune?), resta sempre il fatto che il loro miglioramento economico deve essere pagato da altri poveri, da altri “nuovi” poveri, che, in altre regioni della Terra, scontano così il beneficio che si realizza nelle aeree industrializzate.

Perché una cosa deve essere chiara, anche se si tratta di una verità tanto semplice e lampante che ci si vergogna quasi a ricordarla: che la fabbrica non crea ricchezza, non crea risorse; si limita a ridistribuirle. È il settore primario che crea ricchezza: l’agricoltura, la silvicoltura, l’allevamento e la pesca. Quando il settore primario viene industrializzato, con l’introduzione di macchine e di tecniche basate sul trattamento chimico delle coltivazioni e degli animali, si “libera” manodopera per il sistema di fabbrica, il quale non fa altro che manipolare i prodotti del settore primario e trasformarli in alimenti, vestiario, arredamento e, naturalmente, in altre macchine, più piccole, destinate alla comodità individuale: dalla lavastoviglie al frigorifero, dall’automobile al telefonino cellulare, dalla televisione all’impianto stereofonico.

Non  sappiamo se tutto questo produca felicità, ma è certo che non produce alcuna speranza per i poveri. A meno che si abbia il coraggio, o la sfrontatezza, di dichiarare che la speranza dei poveri risiede nel possedere la lavastoviglie, il telefonino e l’impianto stereofonico per ascoltare l’ultima canzone di Madonna o di Lady Gaga.

La tesi dell’industrializzazione come sola speranza per i poveri è stata sostenuta, in maniera tanto esplicita quanto grossolana, dallo scienziato e scrittore inglese Charles Percy Snow (1905-1980), un intellettuale molto stimato nei Paesi anglosassoni,  nel suo celebre saggio su «Le  due culture», di cui vale la pena rileggere un passaggio-chiave (titolo originale: «The two cultures: and a second look », Cambridge University Press, 1959, 1963; traduzione italiana di A. Carugo, Milano, Feltrinelli, 1964, 1965, pp. 23-26):

«Quasi nessun talento e quasi nessuna energia immaginativa si soffermò a studiare  la rivoluzione [industriale] che stava producendo quella ricchezza.  La cultura tradizionale se ne astraeva sempre più man mano che si arricchiva, educava i suoi giovani per l’amministrazione, per l’Impero indiano, per la perpetuazione della cultura stessa, ma mai in circostanze tali  da fornire loro gli strumenti per capire la rivoluzione o per prendervi parte. Uomini lungimiranti cominciarono a vedere, prima della metà del diciannovesimo secolo, che per continuare  a produrre ricchezza il paese doveva istruire qualcuna delle sue menti più brillanti nella scienza, in particolare nella scienza applicata. Nessuno li ascoltò. La cultura tradizionale rimase completamente sorda: e gli scienziati puri, quelli che c’erano, non ascoltarono con troppa attenzione. […]

… quasi dappertutto gli intellettuali non capivano ciò che stava accadendo.  Certo, non lo capivano gli scrittori. Molti di essi si tirarono indietro  con disgusto, come se un uomo sensibile non potesse far altro che lavarsene le mani; alcuni, come John Ruskin e William Morris e Thoreau ed Emerson e Lawrence escogitarono fantasticherie di vario genere, che in realtà si riducevano ad urla di orrore. È difficile pensare ad uno scrittore di alta classe che  facesse realmente uno sforzo d’immaginazione simpatetica, che riuscisse a vedere al tempo stesso non solo i vicoli paurosi, le ciminiere fumanti, il prezzo interno – ma anche le prospettive di vita che si stavano aprendo per i poveri, i presagi della fortuna, fino ad ora riservata a pochi eletti, che stava appunto giungendo alla portata del rimanente 99 per cento dell’umanità. Un simile sforzo d’immaginazione avrebbe potuto farlo qualcuno dei romanzieri  russi del diciannovesimo secolo; la loro visione delle cose era abbastanza ampia, ma vivevano in una società pre-industriale e non ne ebbero l’opportunità. L’unico scrittore di statura mondiale che sembri aver capito la rivoluzione industriale fu Ibsen, già avanti negli anni: e poche erano le cose che quel vecchio non capisse.

Perché, è evidente, una cosa è chiara. L’industrializzazione è l’unica speranza per i poveri. Uso la parola “speranza”  in un senso grossolano e prosaico. Non so proprio che farmene della sensibilità morale di chi è troppo raffinato per servirsene in questo senso. Noi, che stiamo bene, possiamo permetterci di pensare che i livelli materiali di vita non importino poi molto. Ci si può permettere di respingere l’industrializzazione per scelta personale – assumendo il ruolo di un moderno Walden, se volete, e se ce la fate a mangiar poco, a veder morire buona parte dei vostri figli  in tenera età, a fare a meno dei vantaggi dell’alfabetismo, a rinunciare  a vent’anni di vita, vi rispetterò per la vostra della vostra ripulsione etica. Ma non ho il minimo rispetto per voi se, anche passivamente, cerate di imporre la stessa scelta ad altri che non sia libero di scegliere. Di fatto sappiamo quale sarebbe la loro scelta. Giacché, con singolare unanimità,  in ogni paese ove ne abbiano avuto la possibilità, i poveri hanno abbandonato le campagne per le fabbriche non appena le fabbriche  furono in grado di riceverli.»

Colpisce vedere con quanto “pathos”, con quanta sacra indignazione il grande scienziato si scaglia contro la miopia e l’aristocraticismo dei “letterati”, i quali, chiusi nel loro egoismo di casta, voltano le spalle alle bellezze della rivoluzione industriale, né apprezzano i vantaggi che essa si accinge a portare alle categorie più umili e diseredate.

Liquida scrittori come John Ruskin e William Morris come produttori di «urla di orrore», ma si guarda bene dallo specificare contro che cosa essi urlavano: e cioè contro un sistema produttivo mostruosamente egoista e distruttore di bellezza, di salute, di socialità; un sistema che faceva lavorare quattordici ore in fabbrica o in maniera anche le donne e i bambini, affinché i magnati dell’industria e della finanza potessero andare a caccia alla volpe o viaggiare per diporto nelle più costose stazioni turistiche del mondo. Si dimentica, poi, significativamente, di citare Charles Dickens, il quale, forse, ha avuto il torto di insistere un po’ troppo sul fenomeno dello sfruttamento del lavoro minorile

Quindi se la prende con quanti vorrebbero impedire ai “poveri” di godere dei benefici dell’industrializzazione, e conclude che gli intellettuali sono “luddisti per natura”, cioè nemici aprioristici del progresso. Si guarda bene dal dire che per i luddisti era in vigore la pena di morte: che la difesa del telaio meccanico, per il capitalista inglese alla fine del 1700 e al principio del’800, valeva più della vita umana. E che ogni telaio meccanico portava via il lavoro a venti operai, cioè gettava nella strada, puramente e semplicemente, venti famiglie.

Quando, poi, Snow afferma che i contadini si sono affrettati a lasciare le campagne ogni volta che il sistema di fabbrica è stato capace di accoglierli, sembra che voglia trasformare il drammatico fenomeno del’urbanizzazione forzata in una specie di gioiosa scampagnata o di “marcia della speranza”. Bisognerebbe dire simili cose ai miserabili contadini inurbati di Calcutta, che vivono e muoiono sulle strade, tra i rifiuti, nell’indifferenza generale, non attratti in città dalla speranza, quanto piuttosto cacciati dalle campagne a causa di un sistema economico-sociale, messo in opera dall’industrializzazione, che non lascia loro alternative.

Quando una multinazionale come la Monsanto riesce a conquistare, di fatto, il monopolio delle sementi geneticamente modificate e ad imporne il commercio in una data area del pianeta, per il contadino indiano (o brasiliano, o africano) è finita: altro che ansia di trasferirsi in città. La migrazione in città è l’ultima risorsa dei disperati, come lo è stata, due secoli fa, per i contadini inglesi, gallesi, scozzesi e irlandesi espulsi dalle “enclosures” e costretti a trasferirsi in città per vendere la loro forza-lavoro a qualunque prezzo e a qualsiasi offerente.

Fra l’altro, nella sua immensa ignoranza, pare che Snow s’immagini che Walden sia il protagonista del libro di Thoreau e non la località geografica in cui l’azione si svolge: più o meno come tutti sanno che Robinson Crusoe è non solo il titolo, ma anche il protagonista del romanzo di Daniel Defoe, così lui pensa che sia anche per il romanzo di Thoreau. Mentre fa la predica ai letterati perché sono troppo digiuni e indifferenti alla cultura scientifica, Snow, per parte sua, non si preoccupa di mostrare un livello d’incompetenza letteraria che, per uno scienziato, equivarrebbe a confondere la divisione con la moltiplicazione, o i microbi con le galassie.

Ma vediamo da vicino le meraviglie che l’industrializzazione ha portato ai “poveri”, cioè, secondo lui, al 99 per cento dell’umanità (evidentemente nessuno gli ha detto che, anche nella fase avanzata di quest’ultima, gli operai delle fabbriche sono stati ancora a lungo, e sono ritornati oggi ad esserlo, una minoranza della popolazione lavoratrice; e ciò non solo, ovviamente, nei Paesi “arretrati”, ma anche in quelli più “avanzati”, come Gran Bretagna e Stati Uniti):

1)      Una alimentazione più abbondante;

2)      Una drastica diminuzione della mortalità infantile;

3)      Un incentivo all’alfabetizzazione;

4)      Un allungamento della durata della vita di circa vent’anni.

Una alimentazione migliore? Se ciò è avvenuto, non è stato per merito, ma a dispetto della rivoluzione industriale: le fabbriche non producono cibo, ma lo trasformano; le fabbriche si limitano a confezionare il cibo prodotto dall’agricoltura – oltre ad inquinarlo con sostanze conservanti, coloranti ed estrogenanti. Se c’è stato un aumento della quantità di cibo a disposizione degli operai, ciò è stato il rovescio della medaglia del depauperamento dei contadini abitanti nel Sud della Terra, cioè dei produttori dei beni primari a livello mondiale. Per ogni operaio inglese che poteva nutrirsi, non diremo meglio, ma di più, c’erano quattro contadini indiani che passavano dall’autosufficienza alimentare alla fame, nelle campagne della “perla” dell’Impero britannico. Snow, nel suo tronfio positivismo scientista, sembra del tutto all’oscuro di una verità elementare, che anche i bambini conoscono: che il benessere del venti per cento della popolazione mondiale si regge sulla miseria del restante ottanta per cento.

Una diminuzione della mortalità infantile? Questo sì, indubbiamente. Ma è stato un effetto della rivoluzione industriale, oppure dei progressi della medicina? Si metta però sul piatto della bilancia, per favore, anche la comparsa di malattie degenerative, che colpiscono anche i bambini, legate proprio alla massiccia diffusione nell’aria, nella terra e nelle acque, delle sostanze di scarico derivate dai processi industriali. Oggi sono pochi i bambini che muoiono di malattia nei primi mesi di vita, però nelle società pre-moderne non c’erano bambini che si ammalavano di cancro.

Un aumento dell’alfabetizzazione? Che vi sia stato, è indubbio; che il merito risieda unicamente nel sistema di fabbrica, è possibile, ma non dimostrabile; e che ciò corrisponda a un effettivo beneficio per la popolazione, questo è ancora più opinabile. In una società dove il 99 per cento della popolazione non è alfabetizzata, i livelli di “felicità” non corrispondono a quelli che ci aspettiamo in una società alfabetizzata.  Ma di qui a concludere che è il saper leggere e scrivere che rende felici le persone, ce ne corre. A meno di cadere nel vecchio pregiudizio marxista secondo cui quell’un per cento della popolazione alfabetizzata difendeva ciecamente il proprio monopolio della scrittura, al preciso scopo di opprimere e sfruttare il rimanente novantanove per cento.

Semplicemente, in una società industriale è necessario (necessario perché essa funzioni) che la popolazione sappia leggere e scrivere, così come in una società tecnologica è necessario che la popolazione sappia adoperare il computer. Ma che ciò sia un bene in sé o che, addirittura, porti una maggiore felicità alle persone, questo è tutto da dimostrare. Pensare che sia bene per tutti ciò che è bene per il funzionamento di un determinato modo di produzione è un errore filosofico grossolano, possibile solo in chi sia talmente compenetrato nell’ideologia dominante, da non cogliere la distinzione tra il concetto di bene in sé e quello di bene secondo quella data ideologia. Gira e rigira, si torna sempre lì: all’assurda promessa illuminista della “felicità” per mezzo del “progresso”.

Ed eccoci all’ultimo punto: la durata della vita. Che la rivoluzione industriale l’abbia allungata, è dato per scontato da tutti quelli che la pensano come Snow, ma non è affatto dimostrato: a meno di attribuire alla “rivoluzione industriale”, metafisicamente intesa, il merito di tutte le cose buone accadute nel mondo negli ultimi duecento e cinquanta anni, e di scaricare su altri eventi o fattori la responsabilità di quelle cattive.

Quel che possiamo e dobbiamo contestare è che tale allungamento vi sia stato. Si tratta di una grossolana mistificazione: la vita umana non si è affatto allungata; si è allungata la vita media, il che è tutta un’altra cosa. È come quando si dice, con compiacimento, che, secondo le statistiche, ogni famiglia ha un reddito sufficiente per vivere; ma poi, se si vanno a verificare le situazioni concrete, si scopre che vi sono famiglie che vivono nel lusso e nello spreco, e famiglie che soffrono per la mancanza delle cose più necessarie. Dire che la vita media si è allungata significa che, mediamente, si è passati da una speranza di vita di sessant’anni ad una speranza di vita di ottant’anni. Ma nelle società pre-moderne, appunto a causa dell’alto tasso di mortalità infantile, la vita delle perone adulte non era affatto più breve, in genere, della nostra: si arrivava a novant’anni e oltre con una certa frequenza, e in condizioni fisiche e psichiche non certo peggiori, semmai migliori, di quanto accada oggi. Dunque, finiamola una buona volta con questa favola che la vita moderna si è “allungata”. E, se è vero che la moderna medicina riesce a curare con successo alcune malattie un tempo letali (dalla tubercolosi alla malaria), si sta rivelando impotente – nonostante le enormi somme stanziate e l’imponenza degli apparati di ricerca impiegati – di fronte ad altre, la cui comparsa coincide appunto con la modernità e per le quali, pertanto, possiamo almeno sospettare che abbiano a che fare con gli effetti collaterali della rivoluzione industriale.

Non questa musica, dunque, se si vuol seriamente riflettere sul significato della rivoluzione industriale; non questi toni trionfalistici, non questo finto sdegno morale.

Forse, dopotutto, possedevamo una maggiore lungimiranza uomini come William Blake, che vedevano nelle nascenti fabbriche degli «oscuri mulini satanici» e che non si fermavano ai vantaggi esteriori, e a volte solo apparenti, portati dal nuovo modo di produzione. Persone intelligenti come Snow, che svolgevano la loro riflessione intorno alla metà del XX secolo, avrebbero dovuto ben accorgersi che qualcosa non funzionava nelle loro ottimistiche teorie di progresso e giustizia sociale. C’era già stata la bomba atomica; si sapeva dell’estinzione di innumerevoli specie viventi, si assisteva allo scempio delle ultime foreste primordiali; si poteva misurare la forbice crescente fra il benessere dei Paesi “avanzati” e la miseria degli altri; e si poteva osservare ogni giorno, anche vivendo all’interno dei primi, il dilagare del malessere sociale e individuale, sotto le forme della droga, dell’alcolismo, della depressione, dei suicidi: e intuire, con un minimo d’immaginazione, che il “boom” industriale non sarebbe stato eterno, che il sistema di fabbrica è fatto per tagliare posti di lavoro mediante l’introduzione delle macchine, e che arriverà il momento in cui non ci sarà quasi più lavoro per nessuno, tranne che per pochissimi privilegiati, strapagati e onnipotenti.

Altro che occasione per i poveri…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 4 Agosto 2015

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments