venerdì, 24 Settembre 2021
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L’Italia è il paese dove le sperequazioni sono ai massimi livelli, e per porvi rimedio occorrerebbe coraggio politico

I “diritti acquisiti” ovvero “privilegi” arbitrari mantenuti ancora oggi nonostante la crisi gravissima di Claudio Martinotti Doria 

E’ inevitabile che il pensiero ogni tanto si focalizzi sulle spaventose discriminazioni e sperequazioni che sono visibili e rilevabili nel nostro paese. Soprattutto se si è tra coloro che ne sono penalizzati e non beneficiati.

Mi riferisco ad esempio a come si sia abusato dei cosiddetti “diritti acquisiti”, che sarebbe più corretto definire “privilegi”. Privilegi arbitrari che sono mantenuti ancora oggi, nonostante le condizioni socioeconomiche gravissime in cui versa il paese e che giustificherebbe un loro drastico ridimensionamento, ma che vengono invece disintegrati con cinismo e nonchalance quando fa comodo alla classe politica asservita all’élite finanziaria speculativa globalista, come nel caso del trio Napolitano-Monti-Fornero nel 2011, quando hanno massacrato milioni di famiglie italiane con una riforma previdenziale che non ha precedenti al mondo per la sua durezza e asprezza penalizzante. E ci hanno pure raccontato che l’hanno fatto per salvare il paese. Salvare da cosa? Semmai sono loro che hanno contribuito a distruggerlo e farlo saccheggiare e impoverire.

I privilegi di cui continuano a godere centinaia di migliaia di persone nel nostro paese sono il frutto della degenerazione in corso nei decenni scorsi nel nostro paese, un combinato disposto che derivava dall’eccessivo clientelismo e partitocrazia corruttiva degli anni del socialismo trionfante, durante il quale assumevano negli enti pubblici e in quelli misto pubblico privato un esercito di tesserati del partito, di solito incapaci e parassiti (privi di qualifiche e competenze), con retribuzioni elevate, molto al di sopra dei propri meriti e funzioni, consentendo pure loro di andare in pensione dopo pochi anni di lavoro (si fa per dire), le cosiddette “pensioni baby”, che all’Inps sono costate finora circa 200 miliardi di euro (ci sono casi di persone andate in pensione attorno ai 30 anni). Questi privilegi non sono stati neppure sfiorati dalla famigerata riforma Fornero, che invece si è permessa di devastare le prospettive e i progetti di vita di milioni di pre-pensionati che si troveranno penalizzati decine di volte proporzionalmente rispetto ai privilegiati degli anni ’80 e ’90, creando una situazione di ingiustizia sociale senza precedenti. Per avere un termine di paragone, un privilegiato pensionato baby versando 10 alla previdenza riceverà nel corso della sua vita 100, mentre al contrario una vittima della Fornero avrà versato 100 per prendere 10. Questi sono i fatti. Ed è avvenuto in appena una trentina di anni, non un secolo.

A queste ingiustizie, che causano inevitabilmente gravi dissonanze cognitive e relazionali, si devono aggiungere quelle derivanti dal dominio, ormai irreversibile, del capitalismo neofeudale, prettamente finanziario, che ha favorito la disoccupazione, perché funzionale all’obiettivo di ridurre in schiavitù i neo-lavoratori. Quelli assunti negli ultimi anni, costretti a lavorare con retribuzioni da fame e con orari di lavoro eccessivi e senza alcuna gratificazione e benefits, siano essi dipendenti a tempo determinato che lavoratori pseudo-autonomi, mentre in passato al contrario eccedevano in privilegi.

Un paradosso tragico che comporta una sperequazione senza precedenti. Ho approssimativamente calcolato che coloro che lavorano oggi, nelle condizioni sopradescritte, mediamente hanno un potere di acquisito ridotto a un terzo rispetto a coloro che hanno lavorato negli anni ’80 e ’90 e prenderanno addirittura meno di un terzo di pensione quando ci andranno da vecchi, molto vecchi. Ecco perché i nostri padri riuscivano a comprare casa mentre i figli e i nipoti dovranno attendere di riceverla in eredità per possederne una, non potendo mai acquistarla con il loro reddito.

Ma a questo non c’è rimedio individuale, nel senso che il singolo individuo non può farci nulla, se non cercare di sopravvivere attingendo alle risorse famigliari, finché non si esauriranno. 

Occorrerebbe che la politica tornasse a essere esercizio nobile al servizio del popolo e non subordinata alla finanza speculativa e al capitalismo neofeudale, riprendesse la sua autonomia e sovranità e tornasse al “fordismo, oppure s’ispirasse, per restare in patria, ad Adriano Olivetti, cioè favorisse il capitalismo intelligente e lungimirante, quello che premia e motiva adeguatamente i lavoratori  in modo che possano spendere per acquistare beni e servizi prodotti da loro stessi e non destinati esclusivamente all’esportazione, perché è inutile produrre beni se poi nessuno è in grado di acquistarli, se non i ricchi che diverranno sempre più ricchi e saranno sempre e solo loro a poter acquistare la maggioranza dei beni, ma non potranno certo acquistarli tutti.

Lo stesso discorso del fordismo andrebbe applicato anche alle pensioni erogate. Infatti non ha alcun senso continuare a pagare pensioni elevate, privilegiate, a persone che non hanno versato adeguati contributi, mantenendo tali diritti acquisiti, e continuare a penalizzare milioni di pensionati al minimo, con erogazioni che non consentono neppure una vita dignitosa. Se si vuole che l’economia riprenda occorre ridistribuire la ricchezza prodotta in base a criteri di equità e non discriminazione politico clientelare come è stato in passato e in parte tutt’ora (vedasi ad esempio gli stipendi e le pensioni erogate ai dipendenti dell’UE rispetto al settore privato o anche pubblico nazionale, che sono mediamente in un rapporto di 1 a 10). 10 milioni di pensionati al minimo o quasi se ricevessero un aumento anche leggero delle loro erogazioni, è certo che sarebbe messo in circolazione nel cosiddetto “libero mercato” (che libero non è mai stato), mentre invece il surplus ricevuto da un pensionato privilegiato con un appannaggio elevato è facile che lo accantoni e non lo metta in circolazione, lasciandolo in eredità, non lo investirebbe neppure parzialmente in azioni (sono balle che il benestante e privilegiato “investa” il suo denaro favorendo l’economia, semmai lo potrebbe fare un imprenditore ma non un pensionato o uno che viva di rendita).

Pertanto non vi sono altre soluzioni per il nostro paese che affrontare definitivamente il nodo dei cosiddetti “diritti acquisiti” con criteri di maggiore equità e giustizia sociale, per porre rimedio alle sperequazioni del passato: si tratta pertanto inevitabilmente di togliere a coloro che hanno ricevuto troppo rispetto ai loro versamenti contributivi, per distribuire a chi ha ricevuto meno. Arroccarsi in queste posizioni da status quo è solo egoismo e menefreghismo nei confronti degli altri, e non mi sembra che sia legittimo e moralmente tollerabile, soprattutto in quest’epoca di tribolazione diffusa. Contare sulla solidarietà sarebbe un’ingenuità, chi ha parassitato a lungo non avrà mai alcuna manifestazione di solidarietà se non vi sarà obbligato. E tergiversare su questi argomenti condurrà solo a un aggravamento della conflittualità sociale e della ricerca di capri espiatori, che in questo contesto potrebbero essere gli immigrati, sui quali non mi soffermo, avendone già parlato lungamente.

Siccome abbiamo un governo populista, nel senso nobile del termine, speriamo metta finalmente mano a questi problemi e li risolva con determinazione, otterrebbe il consenso del popolo, mentre non farà che aggravare l’opposizione delle élite, che comunque sono già ostili a prescindere, con tutto il loro apparato propagandistico di prostituti mediatici.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Luglio 2018

Del 15 Settembre 2020

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