lunedì, 20 Settembre 2021
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L’omeopatia come alternativa creativa alla medicina « ufficiale»

Il termine fu creato dal suo stesso fondatore Samuel Friedrich Hahnemann (1755-1843) e deriva dall’unione di 2 parole greche: hómoios lo stesso e páthos malattia di Francesco Lamendola

All’inizio, sia in Gran Bretagna che in Francia, la classe medica fece di tutto per contrastare la diffusione della terapia omeopatica, nonostante i buoni risultati da essa conseguiti nel contrastare le epidemie di colera le quali, ancora nel XIX secolo, sconvolgevano l’Europa.

Nel 1854, quando si calcolarono le percentuali di mortalità negli ospedali di Londra, i risultati dell’ospedale omeopatico si rivelarono come i migliori in assoluto; al punto che il Ministero della Sanità, controllato da medici «ortodossi», cercò in ogni modo di tenere nascosti quei dati. La manovra venne sventata da un giovane parlamentare che, sensibile alla nuova medicina omeopatica, si adoperò perché le percentuali della mortalità nei diversi ospedali della capitale britannica venissero resi pubblici integralmente.

Nel 1856, lo stesso parlamentare, che era divenuto amico di Quinn, primo presidente della Società Omeopatica britannica, giunto a occupare un seggio alla Camera dei Lord, persuase il Parlamento ad abrogare un articolo del progetto di legge che regolamentava la professione medica, secondo il quale il Consiglio dell’Ordine dei medici  avrebbe avuto il diritto di cancellare dall’Albo qualunque medico avesse osato praticare l’omeopatia.

Anche in Francia le resistenze furono fortissime.

Nel 1835 Hahnemann, dopo aver vagabondato per mezzo secolo attraverso l’Europa, ovunque perseguitato dalla gelosia dei colleghi allopatici, si era stabilito a Parigi, ove si era deciso a sposare, alla bella età di ottant’anni, una sua seguace trentenne, follemente innamorata di lui (unione che si sarebbe rivelata felicissima sino alla morte del geniale medico tedesco, nel 1843). Anche in Francia, allora – come già in Germania – i medici si coalizzarono contro Hahnehmann e indirizzarono una petizione  al primo ministro, Guizot, affinché venisse negata la licenza «a un ciarlatano senza scrupoli». Ma questi rispose loro, con logica impeccabile: «Se l’omeopatia è una chimera, cadrà da sola; se, al contrario, rappresenta un progresso, si diffonderà, qualsiasi cosa si faccia per fermarla».

E aggiungeva, non senza una sfumatura di sapida malizia: «L’Accademia dei medici dovrebbe desiderare soprattutto questo, dato che la sua missione è quella di incoraggiare il progresso scientifico».

Eppure, a quasi due secoli di distanza, non si può dire che la situazione sia sostanzialmente cambiata dai tempi di Guizot. L’omeopatia non è mai caduta, perché nessuno è mai riuscito a dimostrare che essa sia una «ciarlataneria»; eppure, al tempo stesso, non è stata mai completamente e intimamente accettata dalla classe dei medici accademici, la maggior parte dei quali continua a vedere in essa una sorta di pericolosa eresia scientifica.

Ma che cos’è, esattamente, la medicina omeopatica?

Il termine fu creato dal suo stesso fondatore, Samuel Friedrich Hahnemann (1755-1843), e deriva dall’unione di due parole greche: hómoios, «lo stesso», e páthos, «malattia».

Essa si basa sul principio che i sintomi sono, spesso, la conseguenza del meccanismo di resistenza del corpo, che reagisce per respingere l’attacco di un determinato male; escludendo, ovviamente, sia le malattie di origine traumatica (e di pertinenza della chirurgia), sia quelle di tipo profondamente degenerativo dal punto di vista biologico, come i tumori. La febbre, ad esempio, non è il segnale di una malattia che sta aggredendo l’organismo, bensì del fatto che l’organismo sta lottando contro la malattia.

La medicina, pertanto, anziché cercare una strategia per sopprimere i sintomi, deve pensare una cura basata sul concetto di favorire la resistenza dell’organismo alla malattia.

Facciamo un altro esempio. Laddove un medico tradizionale prescriverebbe a un paziente un farmaco per abbassare la temperatura corporea, l’omeopata glie ne prescrive uno che, somministrato a una persona sana, glie la alzerebbe.

La Francia è, in Europa – insieme alla Germania – il Paese ove la medicina omeopatica ha raggiunto un maggiore sviluppo, con migliaia di medici che praticano sia la sola omeopatia, sia l’omeopatia insieme ad altre metodiche, compresa la medicina di tipo accademico.

Uno dei più illustri medici omeopatici francesi, Max Benjamin, che a questa pratica ha dedicato l’intera sua vita, risponde in modo semplice e chiaro alla domanda: «Che cos’è l’omeopatia?», nel suo libro Omeopatia (titolo originale: Homeopathie, notre salut, Editions Beaujardin, Genève, Suisse, 1972; traduzione italiana di  Mario Garlasco, Bompiani editore, Milano., 1974, pp. 42-46).

1789! Un giovane medico, il dottor Christian Samuel Hahnemann, da poco residente in Sassonia, acquista rapidamente rinomanza. Si è guadagnato la stima dei suoi colleghi e la fiducia dei suoi pazienti sia perle sue capacità professionali, sia per la sua umanità. Già durante i suoi studi aveva attirato l’attenzione dei professori per la vasta cultura scientifica, la tenacia nel lavoro, la passione per le cure ai malati. È anche esperto in scienze naturali e in chimica e si è conquistato la stima di Lavoisier, conosciuto durante una conferenza a Dresda.

Ma non è soddisfatto; la medicina che gli è stata insegnata e che mette in pratica non placa la sua coscienza esigente. Si tormenta per dover usare metodi incoerenti, brutali, inefficaci. Vi sono troppe malattie incurabili, troppe sofferenze procurate dagli stessi farmaci, troppi morti. Consulta i testi alla ricerca di un metodo più umano e più efficace. Non ne può più di dover usare droghe, purghe, lavaggi, salassi e emetici a torto e a ragione.  La sua probità gli vieta di continuare un lavoro che ritiene funesto. Infine rinuncia alla fama e alla ricchezza, chiude il suo studio medico e lascia i vantaggi della sua professione. Per mantenere la numerosa famiglia fa traduzioni scientifiche di medicina, e si applica, spinto dal bisogno di chiarezza scientifica, a esperimenti di chimica. Vuole conoscere il motivo delle sconfitte osservate. Ben lontano dall’abbandonare i malati alla loro sorte, cerca di scoprire dei principi terapeutici soddisfacenti.

Un giorno, in un trattato di medicina, fu colpito da un’indicazione che contraddiceva la sua esperienza su un farmaco che conosceva bene: la «polvere della Contessa», una droga con cui aveva curato la malaria durante un soggiorno nell’ansa paludosa del Danubio, in Transilvania. Ricordava benissimo l’inconveniente di quel farmaco che procurava molto spesso disturbi digestivi fino a produrre nausee e vomiti. Come era mai possibile, quindi, che il dotto trattato che stava traducendo raccomandasse precisamente quel farmaco per favorire la digestione? Il dottor Hahnemann volle vederci chiaro e per fugare ogni dubbio prese egli stesso il medicamento in forti dosi. «Ciò che accadrà lo vedrò ben presto su me stesso», disse fra sé Hahnemann. Fatto curioso, quasi subito si sentì male; affaticamento, indolenzimento, mal di testa e perdita dell’appetito. Con coraggio e perseveranza, continuò l’esperimento. Allora apparve la febbre, non una febbre comune, con qualche linea soltanto, ma curiosamente degli accessi del tutto simili a quelli della malaria, esattamente uguali a quelli che poteva guarire la polvere che stava sperimentando, su se stesso. Con l’abituale sottigliezza d’osservazione e la solita scrupolosità, quando lavorava nella regione infestata aveva preso degli appunti sulle particolarissime fasi della malattia e sull’andamento così caratteristico delle sue crisi. Adesso, lontano dalla regione contaminata, si verificavano in lui gli stessi attacchi di malaria, proprio mentre esperimentava la sostanza che si era usata per guarirli. I sintomi c’erano tutti: gli stessi disturbi premonitori, la stessa successione, mentre la febbre saliva, di gelido freddo e di calore bruciante accompagnata da sudorazione copiosa e spossante, gli stessi forti dolori, le stesse turbe digestive.

Era un’illusione, una coincidenza? Il dottor Hahnemann rinnovò l’esperimento; l’effetto fu identico. Allora mobilitò sua moglie, i suoi amici, gli amici dei suoi amici; accettarono tutti di sottoporsi volontariamente al sensazionale esperimento. Furono provati altri medicamenti e ogni volta il risultato fu il medesimo:  le sostanze usate producevano con costanza e esattezza nell’individuo sano disturbi simili a quelli prodotti dalle malattie che questi farmaci erano in grado di guarire; e queste manifestazioni scomparivano da sole dopo la sospensione dell’esperimento.

Il dottor Hahnemann aveva scoperto che la somministrazione dei medicamenti a persone sane produceva con assoluta precisione le sofferenze che tali medicamenti possono alleviare nei malati; gli era apparso chiaro che ogni paziente poteva guarire per mezzo della sostanza capace di provocare in una persona sana disturbi simili ai suoi.

L’esperimento diventava appassionante. Hahnemann continuò le sue osservazioni con fermezza e coscienza e infine, spinto dal suo spirito metodico, riprese la sua attività di medico tentando di guarire i suoi pazienti con la regola che aveva scoperto sulla legge “dei simili”. Guidato dalla documentazione raccolta, si mise a curare i pazienti con le sostanze che aveva sperimentato su persone in buona salute. I risultati furono entusiasmanti: finalmente poteva portare i suoi malati «alla guarigione non turbata da ulteriori sofferenze», cioè alla vera guarigione. Per venti anni ancora, prima di far pubblicare la sua teoria, questo scrupoloso innovatore profuse tutto se stesso nella verifica sperimentale del suo metodo, perfezionandolo, affinandolo, con risultati sempre più clamorosi, nonostante l’accanimento posto dall’Università nel calunniarlo e nel perseguitarlo.

A dire il vero la possibilità di guarire coi farmaci “omeopatici” (ossia che «possono provocare disturbi simili») era stata da lungo tempo supposta. La prima cura conosciuta in rapporto alla legge “dei simili” fu realizzata nell’antichità e appare nella mitologia greca: Telefo, figlio di Eracle, è stato ferito da Achille. Nonostante le più assidue cure la ferita non si rimargina. Telefo va a consultare l’oracolo e apprende che la piaga potrà essere guarita da chi l’ha inferta. Va da Achille perché lo curi, ma Achille risponde che non sa farlo, perché non è medico. Ulisse dà infine la giusta interpretazione dell’oracolo: la ferita non era stata inferta materialmente da Achille, bensì dalla sua lancia e soltanto la sua lancia poteva guarire. Achille allora raschia un po’ di ruggine dalla sua arma e la applica sulla ferita, che dopo poco tempo si cicatrizza.

A parecchie riprese, nei secoli precedenti, la legge “dei simili” era stata esaltata dai più grandi maestri della medicina, ma poiché nessuno aveva potuto insegnare ai medici il modo di applicarla era caduta in discredito, e era stata dimenticata. Con le sue molteplici e meticolose osservazioni, con la sicurezza del suo giudizio e infine con la costante verifica dei risultati ottenuti, Hahnemann, mente perspicace, seppe riscoprirla e strutturarla in base a esprimenti accuratamente catalogati e soprattutto seppe determinare rigorosamente le regole di applicazione.

Curando i suoi pazienti, Hahnemann aveva spesso osservato che i farmaci somministrati davano luogo a un peggioramento, a una temporanea recrudescenza dei disturbi, prima del loro attenuasi. Malattia e medicamento omeopatico, in un primo tempo, sommavano la loro azione, aumentando temporaneamente i disturbi del paziente. Hahnemann si dedicò a moderare questi attacchi, riducendo progressivamente le dosi dei farmaci. Accadde allora un fatto sorprendente, cosa che succede del resto a tutti i ricercatori, un effetto imprevisto e paradossale, non spiegabile con le conoscenze scientifiche del tempo; uno di quei risultati che rivelano dapprima una realtà inverosimile e che alla fine diventano fonti di progresso: più la dose del farmaco era ridotta, più l’azione terapeutica diventava rapida e estesa, giusto il contrario degli effetti dei farmaci scelti con altri criteri. Era un fatto incredibile, eppure reale e costante: quando la quantità normalmente efficace diventava infinitesima, il rimedio dettato dalle legge “dei simili” sviluppava nel paziente una capacità di guarigione insospettata, come se il nuovo procedimento di preparazione avesse esaltato in lui delle proprietà nascoste.

Forte delle sue osservazioni e felice di poter guarire, Hahnemann continuò a curare i suoi malati con microdosi dei suoi farmaci, a dispetto di coloro che ne ridevano scioccamente, senza averli sperimentati. Poiché, pensava, queste dosi infinitesime raggiungevano meglio l’obiettivo della guarigione, sempre che i farmaci fossero veramente omeopatici, sarebbe stato insensato non continuare a usarle., lasciando soffrire e morire la gente per il solo fatto che non si era ancora in grado di darne una spiegazione.

Sempre attenendosi scrupolosamente ai fatti e ai risultati, egli finì per formulare un insieme di regole tanto coerenti quanto efficaci e chiamò la sua dottrina Omeopatia. D’ora in poi il corpo medico avrebbe avuto a disposizione guide sicure: una “legge di guarigione” e precise istruzioni per servirsene.

Era un’opera riuscita in ogni sua parte, escluso forse il nome con il quale l’aveva battezzata, un po’ troppo dotto, un po’ allarmante per il pubblico e un po’ troppo compiacente, come si è rivelato poi, nell’ammettere metodi estranei alle regole hahnemanniane.

Il “mistero dell’omeopatia” è tutto qui; sapete ormai che si tratta di un metodo medico, basato sulla sperimentazione, che vi permette di curarvi secondo la “legge di guarigione” col farmaco capace di provocare in individui sani disturbi simili a quelli di cui voi soffrite. Non si tratta di “curare il male col male” e nemmeno i farvi ingerire come rimedio l’elemento stesso che ha causato la vostra malattia (come accade nella vaccinazione), ma di somministrare un’altra sostanza in dose appropriata,, atta, come p ormai chiaro, a fissarsi alle cellule già affette dagli elementi nocivi e capace di liberare i vostri organi da questi ultimi; capace, quindi, di impedire ogni azione degli elementi nocivi su di voi.

Il principio-base dell’omeopatia, dunque, è che similia similibus curantur, ossia che i simili si curano con i simili.

Non è un’idea nuovissima, anzi sappiamo che essa, nella storia della medicina occidentale, risale abbastanza indietro nel tempo. Già Paracelso ne aveva fatto uno dei cardini del suo insegnamento, destando egli pure la gelosia e la profonda inimicizia della classe medica «ufficiale» (cfr. F. Lamendola, Paracelso, ovvero al bivio della scienza moderna, sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice).

E Paracelso non era stato l’unico, prima di hHhnemann.

Scrivono Brian Inglis e Ruth West in Guida alla medicina alternativa (titolo originale: The Alternative Healt Guide, Dorling Kindersley Limited, London, 1983; traduzione italiana G. A. Z., Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1984, p. 67):

Nel XVII secolo, Thomas Sydenham, padre della medicina inglese, aveva messo in evidenza che i sintomi dovrebbero esser considerati come indizi della battaglia che il corpo sta mettendo in atto contro la malattia. Erano indizi, egli affermava, che quel che aveva provocato il disturbo, qualunque cosa fosse, veniva ora espulso, il che metteva il paziente in grado di riprendersi. Ma la medicina ortodossa continuò a considerare i sintomi secondo i criteri allopatici elaborati da Galeno sotto l’imperatore Marco Aurelio, nel II sec. d. C. La febbre, per esempio, era invariabilmente curata con farmaci che dovevano abbassare la temperatura del paziente. Solo su un punto l’omeopatia aveva conquistato un certo, limitato riconoscimento: l’inoculazione effettuata su bambini molto piccoli di modeste quantità di pus prese da casi leggeri di vaiolo. Questo procedimento però, se non uccideva il bambino come di quando in quando succedeva, gli assicurava una certa protezione contro il vaiolo per il futuro.

Per puro caso, mentre Hahenemann stava conducendo le sue ricerche in Germania, un medico inglese, Edward Jenner, procedeva nella stessa direzione. Indagò su quella che veniva considerata una credenza priva di fondamento scientifico secondo cui un attacco lieve di vaiolo bovino immunizzava contro il vaiolo, e riuscì a fornire prove convincenti ai colleghi che l’inoculazione di un caccino ricavato dal vaiolo bovino avrebbe immunizzato dal vaiolo quelli che erano stato vaccinati.

Se Hahnemann non s fosse limitato alla presentazione delle prove per la cura e la immunizzazione omeopatiche nei termini più semplici del principio, i simili si curano con i simili, oggi sarebbe probabilmente venerato come uno dei maggiori innovatori nella storia della medicina. Ma nel corso delle sue ricerche egli fece un’altra scoperta: che la potenza di una medicina omeopatica non era in relazione con la sua forza, misurata convenzionalmente. I suoi esperimenti parevano dimostrare che se un farmaco veniva diluito in cento volte il suo volume di acqua distillata., diventava più efficace.

Hahnemann non si fermò a diluzioni (lui le chiamava «potenze») di uno su cento; prendeva una goccia della mistura diluita e la «potenziava» ripetutamente finché, secondo principi scientifici comunemente accettati, non rimaneva neppure una molecola del farmaco originale. Eppure era allora, egli affermava, che il farmaco raggiungeva la sua massima efficacia.

Questo principio della «potenziazione» pareva così contrario al senso comune che venne respinto dalla grande maggioranza dei medici.

E lo è ancora oggi, potremmo dire; a dispetto del fatto che la verità scientifica dovrebbe avere poco a che fare con il così detto «senso comune» e molto, invece, con l’osservazione diretta dei fenomeni, almeno ove questa sia possibile.

Quei medici che contestano la medicina omeopatica perché, dicono, «è assurdo che essa possa curare le malattie in ragione inversa della forza del farmaco», senza rendersene conto recitano una parte assai simile a quella degli astronomi del XVII secolo i quali, sulla base del senso comune, che vede il Sole sorgere e tramontare e la Terra stare ferma, si rifiutarono di guardare nel cannocchiale di Galilei. Preferiscono, cioè, dare torto ai fatti, osservabili e verificabili, piuttosto che dare torto ai loro principi.

Ma vi è un altro aspetto della medicina omeopatica che, probabilmente, spiega la diffidenza dalla quale è ancor oggi circondata da una buona parte dei medici di formazione tradizionale, e cioè la filosofia di fondo della saluta da cui essa muove.

Per il medico omeopata, il vero elemento curativo è la forza vitale dell’organismo. Pertanto la malattia è, in un certo senso, una forma di cura essa stessa: la cura che l’organismo mette in campo per fronteggiare un determinato disturbo.

Hahnemann è stato molto chiaro su questo punto.

Il compito del medico, per lui, non è affatto quello di  rimuovere i sintomi del male, quanto piuttosto quello di saperli ascoltare, per imparare ciò che essi stanno cercando di comunicare. 

È il corpo, in ultima analisi, il guaritore di se stesso; è la forza vitale del malato che reagisce ai disturbi e tende a ristabilire lo stato di salute.

Di conseguenza, per curare una determinata malattia bisogna tener presente  non solo la natura del male, ma anche quella del paziente: non già di un paziente astratto e generico (come tende a fare, fin troppo spesso, la medicina tradizionale!), bensì proprio di quel particolare paziente, e di nessun altro.

Osservano Giuliano Ferrieri e Alberto Lodispoto nel libro Cento modi per guarire. Enciclopedia dell’altra medicina (Editrice Guarire, Milano, 1976; ripubblicato da Mondadori, Milano, 2001, p. 157):

…Ma ogni paziente è diverso, ognuno ha una diversa eredità e costituzione, quasi un diverso ‘temperamento’ (torna l’antico concetto di Ippocrate:  che poi è il nuovo, e di poco successivo,  a Hahnemann, concetto  di ‘terreno’ di Pasteur).  Di qui la necessità che il medico omeopatico conosca, per dare il rimedio giusto, non solo il male ma il malato.  Di qui il lungo, paziente interrogatorio del malato da parte del medico omeopatico, che dista ormai anni luce dalla visita mutualistica moderna a passo di corsa (ed era comunque distante  anche dagli usi dei contemporanei di Hahnemann: un particolare, e non degli ultimi, per cui i colleghi  apprezzarono poco una medicina che richiedeva  infinitamente più tempo da spendere per ogni paziente, e infinitamente più conoscenza da applicare all’anamnesi).

Eppure, all’ingresso nel terzo millennio, siamo rimasti ancora fermi lì, alla medicina mutualistica «a passo di corsa»; alla medicina della fretta e dei farmaci distribuiti indiscriminatamente, senza andare tanto per il sottile quanto alle esigenze dei singoli pazienti.

Possono sembrare critiche generiche e ingenerose; eppure tutti, crediamo – chi più e chi meno -, ne hanno fatto diretta esperienza e sanno di cosa stiamo parlando.

Anche per questo, c’è bisogno di rivalutare tutte quelle forme di medicina le quali, come l’omeopatia, tendono o a ripristinare un rapporto approfondito tra medico e paziente; un rapporto personale che sia, anche, basato sulla fiducia.

Un rapporto, in ultima analisi, che sia veramente umano, e non scandito dalla corsa delle lancette dell’orologio.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/08/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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