domenica, 13 Giugno 2021
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Noia, frustrazione e irrequietezza come patologia della “provincia” moderna

Modernità? Noia frustrazione e irrequietezza come patologia della “provincia” moderna. E’ una condizione che caratterizza le nuove classi sociali unite da un’ideologia del progresso dominante: cosa e quando è successo? di Francesco Lamendola

La noia, la frustrazione e l’irrequietezza sono i sentimenti che caratterizzano la tipica condizione dell’uomo moderno, com’è ampiamente illustrato, fra le altre cose, dal corso della letteratura del XIX e XX secolo. C’è, al fondo dell’uomo e della donna moderni, un confuso agitarsi di desideri vaghi e impossibili, di brame insoddisfatte, di pulsioni torbide, inconfessabili; uno scollamento fra realtà e fantasia, quasi uno sdoppiamento schizofrenico della personalità. E noi tutti, chi più, chi meno, siamo talmente immersi in questo clima psicologico e spirituale, siamo così abituati a respirarlo e a considerarlo “normale”, che tendiamo a sorvolare sulla sua evidente anormalità, e sul fatto che esso testimonia, oltre ogni possibile finzione, magari contro le nostre stesse parole e la nostra volontà cosciente, il fatto che siamo, e sentiamo nell’intimo di essere, disperatamente soli, amareggiati e infelici.

In realtà, non si tratta di una condizione normale e non può essere considerata tale solo perché moltissime persone, se non la maggioranza, la stanno vivendo e si sono abituate a considerarla come parte inseparabile della loro condizione esistenziale. Una pestilenza non cessa di essere una patologia, oltre che una calamità sociale, per il fatto di colpire milioni di persone e di entrare in tutte le case, senza risparmiarne neppure una sola. Pertanto, si tratta di capire che cosa è successo, quando e perché. Non possiamo immaginare che queste condizioni siano caratteristiche dell’essere umano in quanto tale: nessuna civiltà potrebbe sorgere e prosperare, sia pure per un tempo limitato, se portasse con sé, come un bagaglio necessario e come una presenza costante, questo groviglio di sentimento negativi, di stati ansiosi e depressivi, e un fardello così massiccio di infelicità abituale. Anche se la vita dell’uomo sulla terra non è mai una passeggiata (almeno dopo la Caduta dal paradiso terrestre), c’è stato un tempo in cui le persone, per quante difficoltà dovessero affrontare nella loro vita, sia di ordine materiale che spirituale, non erano attanagliate da questo miscuglio terrificante, e potenzialmente assai distruttivo, di noia, frustrazione e irrequietezza. A nostro avviso, è possibile individuare un momento storico abbastanza preciso in cui questi sentimenti hanno incominciato a divenire delle presenze costanti della vita umana, almeno nella civiltà occidentale: il sorgere e l’affermarsi della modernità. E poiché la modernità sorge e si afferma in tempi e luoghi diversi, per tappe successive, noi possiamo vedere le prime manifestazioni di questo malessere nella società comunale, fra XI e XII secolo; poi, di nuovo, nelle grandi città dell’Europa occidentale, al culmine del Rinascimento, fra XV e XVI secolo; e infine, poco alla volta, anche nelle città minori e nelle province, da ultimo nelle campagne, fra XIX e XX secolo, quando la sua diffusione diventa universale.

Come si vede, si tratta di un fenomeno tipicamente urbano, e, più precisamente, di una condizione che caratterizza le nuove classi sociali in ascesa: la borghesia mercantile nel caso dei comuni; la borghesia imprenditoriale e finanziaria nel Rinascimento; la borghesia e, un po’ alla volta, anche le classi più umili, mano a mano che si diffonde la società di massa e che, con le “conquiste” della tecnologia, cadono gli ultimi ostacoli naturali alla marcia del “benessere”, mentre il Progresso si afferma come l’ideologia dominante, davanti alla quale tutte le altre, religioni comprese, devono inchinarsi e rassegnarsi a scomparire, più o meno in silenzio, più o meno in fretta. Le campagne sono rimaste a lungo immuni da questo malessere, tipicamente moderno, proprio perché la civiltà rurale ha convissuto per molti secoli, seguendo una sua evoluzione parallela ma distinta, con la civiltà urbana e la moderna economia capitalista, senza condividerne né i modi e gli stili di vita, né, soprattutto, le idee e i valori: essa era fondata su altri presupposti, su altri valori e su altri orizzonti esistenziali. Il conflitto fra questi due mondi paralleli e non comunicanti esplose verso la fine del XIX secolo – come si vede in tutta una serie di romanzi, ad esempio I Malavoglia di Giovanni Verga – e terminò con la completa vittoria del modello urbano e capitalista, e con l’estinzione della civiltà tradizionale e contadina, che si consumò quasi in silenzio, nella pressoché totale indifferenza da parte dei cosiddetti intellettuali e, più in generale, della cultura dominante, tutta impregnata dei valori moderni e tutta protesa verso le mete effimere, ma roboanti e coloratissime, del “benessere” consumista.

Prendiamo il caso del conflitto fra città e campagna nel corso del XIX secolo, in Francia, così come appare nelle opere di Stendhal, di Hugo, di Balzac, di Flaubert, di Baudelaire, di Maupassant, di Zola (nell’Europa centro-orientale e meridionale, il conflitto esploderà solo più tardi; in Romania, ad esempio, lo vediamo nelle opere di Cezar Petrescu, come Calea Victoriei o Intunecare, già in pieno XX secolo; e anche in Italia,esso “esploderà” soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale). Dunque: nei romanzi di Stendhal, come Il Rosso e il Nero, o di Flaubert, come Madame Bovary, e nei romanzi e nelle novelle di Maupassant, nell’arco di oltre mezzo secolo, il conflitto tra mondo arcaico e mondo moderno appare come un motivo conduttore costante: Parigi è la metropoli agognata, vicina ma lontana, quasi irraggiungibile, che accende sogni voluttuosi (si pensi anche a Illusioni perdute di Balzac); coloro che abitano in provincia sono attratti e quasi ossessionati dal suo miraggio, seguono spasmodicamente le cronache dei salotti, del ” bel mondo”, e gli ultimi gridi della moda parigina; la loro condizione di provinciali appare, ai loro stessi occhi, degradante e meschina, insopportabilmente noiosa e frustrante. Tutto ciò che essi sognano, con tutte le loro forze, è di evadere da quella prigione e di fare il gran salto nell’avventura, ossia nella vita frenetica, attraente, spumeggiante, della capitale.

Fino al momento in cui la civiltà moderna irrompe nei ritmi lenti del mondo pre-moderno, la provincia non ha una simile percezione mortificante di se stessa; di più: non si percepisce affatto come “provincia”, ossia come realtà marginale rispetto alla vita urbana; non si parla di “provincia”, ma di “campagna”, e i contadini, gli abitanti dei piccoli paesi (anche se non sono contadini), non invidiano, in modo particolare, ciò che avviene nelle città, né pensano di trasferirvisi appena possibile: sono radicati nella loro dimensione, sono legati alla terra e alla casa, a quella casa che è il simbolo dell’unità familiare. Si pensi, a questo proposito, al ruolo che svolge il mito del focolare domestico ne I Malavoglia, e a cosa rappresenti, per quei personaggi, la “casa del nespolo”. La mobilità sociale è molto rara e la mobilità geografica non è vista come un fatto positivo: Vuoi andartene per il mondo come gli zingari?, chiede Padron ‘Ntoni a suo nipote, che si mostra insofferente della povera vita dei pescatori e sogna di andarsene nella grande città. Andarsene in giro come gli zingari era una espressione abituale, di segno nettamente negativo, fino a due generazioni fa, specialmente nei paesi e nelle piccole città: la adoperavano gli adulti per sollecitare nei giovani il senso dell’identità e l’amore per le radici.

Quando, però, le distanze si accorciano, anche per opera delle ferrovie, delle navi a vapore e delle automobili, e quando la secolarizzazione provoca il definitivo distacco delle masse dalla religione, distacco che aveva avuto nella rivoluzione industriale e nella nascita del proletariato industriale la sua molla fondamentale, ecco che l’abitante della campagna – e non solo il contadino in senso stretto – incomincia a sentirsi un “provinciale”; ecco che matura in sé un complesso d’inferiorità e una sorta di fastidio, un rifiuto delle proprie radici e della propria identità; ecco che non sogna altro che di andarsene. Il bello è che, negli stessi anni, l’abitante della grande città si sente tutt’altro che in paradiso: ha, piuttosto, la sensazione di essere precipitato nelle bolge dell’inferno; solo che il provinciale non lo sa, e smania per raggiungere quel miraggio di felicità che colui che ci vive, e che conosce dall’interno, non vede affatto come tale, ma come un luogo di alienazione, solitudine e frustrazione. E adesso gli elementi del dramma ci sono tutti: un “altrove” sospirato e inafferrabile: la città dalle vetrine scintillanti e dagli uomini e dalle donne eleganti, che vivono una vita “diversa” e “interessante”; la tremenda delusione di coloro che in quel luogo ci vivono realmente; l’illusione di coloro che vivono all’esterno di esso e che, ignari della verità, non sognano altro che di poter essere così “fortunati” da inurbarsi a loro volta, immaginandosi che la vita cittadina sia un continuo succedersi di teatri, spettacoli, locali alla moda e ogni sorta di cose stuzzicanti e, magari, avvolte in un vago sentore di proibito. Sia detto fra parentesi, non è chi non veda come tutto ciò rivive, ai nostri giorni, nel mito dell’Occidente che spinge moltitudini di africani, asiatici e latino-americani a tentare l’avventura di trasferirsi in Europa o negli Stati Uniti, inseguendo il  miraggio ingannevole di un “benessere” che si trasformerà, per la maggioranza di essi, in una atroce disillusione e, quindi, in rancore sociale, frustrazione e potenziale aggressività.

Scriveva, dunque, Maupassant (scrittore di razza, Maupassant, sia detto di sfuggita; molto più “vero” e profondo dell’assai più celebrato Émile Zola!), nella sua novella Un’avventura parigina (da: Guy de Maupassant, Romanzi e novelle, vol. Mademoiselle Fifi, Chiaro di luna e racconti vari, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1971, pp. 93-94):

Esiste sentimento più acuto della curiosità nella donna? Oh! Sapere, conoscere, toccare quel che ha sognato! Cosa non farebbe per questo? Quando la sua impaziente curiosità si ridesta, una donna commette tutte le follie, qualsiasi imprudenza, non indietreggia davanti a nessun pericolo. Parlo di donne veramente donne, dotate di quell’animo a triplo fondo che sembra, in superficie, ragionevole e freddo, ma i cui tre scompartimenti segreti sono pieni: il primo, di femminile inquietudine sempre in fermento; il secondo, di astuzia travestita da buona fede, un’astuzia da bigotti, sofistica e perniciosa; l’ultimo, d’incantevole sfrontatezza, di falsità squisita, di deliziosa perfidia, di tutte quelle qualità perverse che spingono al suicidio gli amanti stupidamente creduli, ma affascinano gli altri.

Quella di cui voglio narrarvi l’avventura era una piccola provinciale, rimasta fino allora insulsamente onesta. La sua vita, in apparenza calma, trascorreva in casa, tra un marito occupatissimo e due figli che allevava in maniera irreprensibile. Ma il suo cuore, assetato d’ignoto, fremeva di curiosità insoddisfatte. Col pensiero rivolto senza tregua a Parigi, si nutriva avidamente di cronache mondane. I racconti delle feste, delle tolette, dei divertimenti facevano turbinare i suoi desideri; ma soprattutto la turbavano misteriosamente quegli echi colmi di sottintesi, quei veli sollevati a mezzo da frasi abili, che le lasciavano intravedere orizzonti di gioie colpevoli e devastatrici.

Di laggiù, scorgeva Parigi in un’apoteosi di lusso magnifico e corrotto.

E durante le lunghe notti di sogno, cullata dal russare monotono del marito che le dormiva al fianco, supino, con un fazzoletto intorno al cranio, pensava a quegli uomini celebri, i cui nomi apparivano nelle prime pagine dei giornali come grandi stelle in un cielo cupo; e si figurava la loro vita turbinosa, tra continui stravizi, antiche orge spaventosamente voluttuose, e complicate sensualità tanto raffinate da non riuscire nemmeno a immaginarsele,

I “boulevards” le apparivano come voragini di passioni umane; e certo ogni loro casa nascondeva i misteri di un prodigioso amore.

Intanto si sentiva invecchiare. Stava invecchiando senza aver conosciuto niente della vita, se non quelle occupazioni monotone e banali, in cui consistono, dicono, le gioie del focolare. Era ancora carina, conservata in quella esistenza tranquilla come un frutto d’inverno in un armadio chiuso, ma rosa, devastata, da segreti ardori. Si domandava se sarebbe morta senza aver conosciuto quelle ebbrezze infernali, senza essersi tuffata una volta, una volta sola, nel gorgo delle voluttà parigine.

A parte le considerazioni sulla curiosità femminile (che, peraltro, ci sentiamo di condividere senza riserve), è chiaro che quel che vale per la protagonista di questa novella, si potrebbe dire anche per milioni di donne e di uomini – anche di uomini, certo – della civiltà moderna; e non solo del XIX secolo, ma anche dei nostri giorni. Non si creda che la tecnologia informatica abbia cambiato il quadro in maniera sostanziale; semmai, lo ha aggravato: perché l’irrequietezza, la frustrazione e la noia tendono a spostarsi dalla città reale alla “città” virtuale, luogo ancor più elusivo e inafferrabile. Pertanto, l’umanità del terzo millennio è alle prese con dosi ancor più consistenti di malessere sociale, e con aspettative ancor più esagerate ed illusioni ancor più pericolose per il suo equilibrio…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 27 Ottobre 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

 

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