martedì, 15 Giugno 2021
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Reddito di cittadinanza, insensata utopia marxista

Reddito di cittadinanza insensata utopia marxista. Solo aria fritta e beneficenza una contraddizione in termini perché pretendere dei diritti per il semplice fatto di essere al mondo è assurdo: i diritti scaturiscono dai doveri di Francesco Lamendola 

In effetti i due programmi sono inconciliabili, quello del Movimento 5 Stelle, basato sul reddito di cittadinanza, e quello della Lega basato su lavoro, sicurezza e identità. I due partiti sono accomunati dalla necessità di convivere quanto basta per rintuzzare almeno le smanie più immediate di rivincita delle forze momentaneamente sconfitte, non solo il Pd, ma tutto il vecchio sistema di potere partitico, sindacale, finanziario, economico e religioso (della neochiesa bergogliana, non della vera Chiesa cattolica, che soffre e geme sotto il peso dell’occupazione massonica), per non parlare dell’Unione europea e delle banche internazionali. Tuttavia essi sono divisi dalla loro natura intrinsecamente difforme e divergente: è difficile immaginare due visioni della politica e della vita sociale che siano più lontane fra loro. La filosofia che sta dietro il reddito di cittadinanza e la filosofia che sta dietro la flat-tax, ossia l’imposta fissa, ad aliquota non progressiva, sono agli antipodi. Non a torto alcuni politologi pensano che la Lega è destinata a diventare la futura destra, una destra complessiva, e il Movimento 5 Stelle la futura sinistra, dopo che il Pd avrà finito di mantenersi in vita artificialmente con la sua rete di cooperative e soprattutto con la concessione della cittadinanza a sempre nuove folle di stranieri. Un governo che voglia dare contemporaneamente il reddito di cittadinanza e una prospettiva di ripresa del lavoro, e quindi dell’impresa e del commercio, è un governo schizofrenico, che vuol marciare in due direzioni opposte: prima o poi la contraddizione esploderà, si tornerà alle urne e si faranno i conti. Mattarella e massoneria internazionale permettendo. Per intanto, non si può non notare che i due partiti del governo giallo-verde hanno preso i loro voti in due diverse Italie, quelle due Italie che quasi centosessanta anni di governi centrali non sono mai riusciti a unire, e forse non ci hanno neanche seriamente provato (con la parziale eccezione del ventennio fascista: ma questo non si può dire perché è troppo politicamente scorretto): la Lega da Roma in su, il Movimento 5 Stelle da Roma in giù. Le due Italie perciò esistevano già, ma ora si sono contate mediante l’adesione a due forze politiche giovani, che hanno vinto le elezioni del 3 marzo proprio in forza della loro giovinezza e della novità che rappresentano rispetto alle forze tradizionali: quelle che hanno portato l’Italia, tutta quanta, nel tunnel di una crisi senza fine.

La nettezza di questa geografia elettorale impone una riflessione. La Lega ha preso molti voti non solo al Nord, ma anche al Centro, proprio nelle ex regioni rosse; ne ha presi un pochi anche al Sud: e tutto ciò rappresenta una grossa novità rispetto al suo passato. Ora essa non è più il partito della rivolta del Nord contro Roma, ma è un partito nazionale, che vuole interpretare la voglia di cambiamento di tutto il Paese, dalle Alpi alla Sicilia. Di fatto, però, ha intercettato i consensi del Centro-Nord: ha allargato di molto la sua base, ma non ha conquistato il Meridione, vi ha solo fatto un’incursione. Il Movimento 5 Stelle ha stravinto da Roma in giù, spazzando via i partiti tradizionali, specialmente il Pd e Forza Italia, e questo pone la domanda: con quali aspettative l’elettorato meridionale ha votato massicciamente per il movimento guidato da Luigi Di Maio? La risposta sembra abbastanza facile: in virtù della promessa di mettere il reddito di cittadinanza in cima all’agenda di governo. Se non che il reddito di cittadinanza riflette, proprio per il fatto di avere sedotto l’elettorato meridionale, ma assai poco quello settentrionale, il suo vizio intrinseco e strutturale: la sua natura irrealistica e utopistica, il suo velleitarismo demagogico di derivazione marxista e sessantottina, e la sua assoluta incompatibilità con una vigorosa politica economica di rilancio del lavoro e dell’impresa. Di fatto, gran parte degli elettori meridionali, disoccupati o sottoccupati, oppure occupati in nero, i quali hanno votato massicciamente per il Movimento 5 Stelle, non hanno altra ambizione che il reddito di cittadinanza, non come soluzione temporanea al problema del lavoro, ma come surrogato al lavoro che non c’è, e che molti hanno rinunciato a cercare. E questo non è un giudizio razzista, o sprezzante, ma è la constatazione di un dato di fatto. Per una valanga di ragioni storiche, il cittadino meridionale ha questo tipo di mentalità: non chiede lavoro, chiede un reddito; non vuole che ci siano più impresa, un’agricoltura meglio organizzata, un piccolo commercio più dinamico e meno oberato dalle tasse: desidera una fonte di reddito sicura, indipendentemente dal come. E poiché non esiste una tradizione imprenditoriale e non esiste alcuna fiducia né nell’iniziativa privata, né nelle possibilità di sviluppo del territorio, da sempre si guarda allo Stato come al grande poppatoio dove tutti devono cercare di arrangiarsi. Lo Stato assistenziale è l’ideale di quanti non si aspettano, né sperano niente di meglio nel loro orizzonte lavorativo. Se lo Stato non può offrire lavoro, che almeno offra un reddito ai disoccupati. Non un reddito temporaneo, sufficiente a metterli in grado di trovare un lavoro; ma un reddito fisso e definitivo, garantito a vita per legge.

Ecco: questo è l’ideale per moltissime persone del Sud. Le stesse che non s’interessano che cosa succederà alle loro immondizie, una volta scaricate direttamente sul marciapiede, ad accumularsi una sopra l’altra, sino a formare delle puzzolenti colline di liquami in putrefazione. L’importante è sbarazzarsene, togliersele di casa; anche se restano di fronte alla propria casa, ad ammorbare l’aria e ad imbruttire il paesaggio. Dire queste cose non vuol dire essere anti-meridionali; forse anche noi, se vivessimo in quel contesto sociale, ci abitueremmo così, un poco alla volta, per pura necessità di sopravvivenza. Un caro amico di Catania, che vive al Nord da molti anni e che qui ha messo su famiglia, ci ha fatto vedere le foto che ha scattato l’ultima volta che è andato a trovare sua madre. Mostravano i cumuli d’immondizia gettata sulle strade; i sottopassi della ferrovia trasformati in orride discariche; perfino le case private, rimaste vuote dopo l’ultimo terremoto, abbassate alla funzione di deposto rifiuti: ognuno che passa per la via, allunga il braccio e ci butta dentro il suo bravo sacchetto delle immondizie. Dentro ce n’è ormai una montagna, e gli effluvi sono in proporzione alla quantità. Ci ha fatto vedere anche i cassonetti della Caritas e ci ha spiegato che chi li svuota ci trova, mescolati agli indumenti vecchi, i sacchetti dell’umido: ci sono famiglie che non hanno idea più brillante che quella di gettare i rifiuti della cucina dentro il cassonetto della Caritas, assieme agli indumenti per i poveri. Che si può fare, in simili condizioni? Che si può dire? Per sanare una simile mentalità, ci vorrebbero generazioni: e dove sono le forze nuove che dovrebbero promuovere perlomeno un principio di consapevolezza? La musica è sempre la stessa: se non passano quelli della nettezza urbana, che dobbiamo fare delle immondizie: tenercele in casa tutta l’estate? Che si possa e si debba chieder conto al sindaco, all’assessore, e se occorre ai carabinieri o al magistrato, di un simile stato di cose, evidentemente eccede le possibilità mentali di quella gente. Non per difetto d’intelligenza – i meridionali sono intelligentissimi; più intelligenti, mediamente parlando, degli abitanti del Nord – ma per inveterata abitudine a vivere così: a tollerare cose intollerabili, magari su aspetti essenziali della vita sociale, e a pretenderne altre, magari non altrettanto importanti. Si chiude un occhio se il comune non manda i mezzi della nettezza urbana, ma si diventa furiosi se non trova un posto di bidello al proprio congiunto, che ne abbia o non ne abbia i requisiti. Ed è così che la Sicilia o la Calabria, che hanno una superficie di foreste dieci volte minore delle regioni alpine, hanno dieci volte più guardie forestali di quelle: peccato che parte di quelle guardie intendano il proprio lavoro non come spegnere gli incendi, ma come appiccarli. Paga la regione; paga lo Stato; paghiamo noi. Mentalità da Terzo Mondo: la misera furbizia di chi pensa di fregare lo Stato, ma frega se stesso e ruba il futuro ai propri figli.

Forse il Movimento 5 Stelle dovrebbe interrogarsi perché ha preso tutti quei voti, e perché li ha presi quasi solo al Sud. Prima, li prendevano i partiti di sinistra, e specialmente il Pd; ora, con l’aggravarsi della crisi, e con le politiche suicide imposte dai banchieri di Bruxelles, il Pd non è più in grado di assicurare nemmeno quella rete di clientele, la gente si è stancata e ha deciso di volgersi altrove. Che cosa sarà e a che cosa servirà il reddito di cittadinanza, all’intero di un simile contesto socioculturale, non è difficile immaginarlo. Chi lo otterrà, si riterrà pago e non muoverà un dito per trovare un lavoro. E quanto ai propri figli, si arrangeranno come potranno; vivranno di reddito di cittadinanza pure loro. L’idea stessa del reddito di cittadinanza è una contraddizione in termini. La parola reddito viene dal latino redditum, che è il participio passato di reddere, dunque red più dare, e quindi rendere, dare indietro, restituire. Reddito è dunque ricevere indietro, dalla società, parte di quel che si è prodotto, al netto del prelievo fiscale che serve per finanziare i servizi di pubblico interesse. In altre parole, è la restituzione di quanto prodotto col proprio lavoro. E se il produttore riceve i servizi sociali dallo Stato, o dal comune, o dalla regione, lo Stato e le amministrazioni locali, a loro volta, ricevono indietro dal produttore, con le tasse, parte di ciò che gli hanno dato sotto forma di servizi, consentendogli di avere un profitto. Ma se non si ha un lavoro, non si può avere neppure un reddito: su che cosa si può ricevere un reddito, se non si produce? Da dove viene quel denaro, chi lo crea, in che modo? L’unica risposta possibile è: operando un sostanzioso prelievo su quanti producono un reddito. Questa è, appunto, un’idea marxista: la società capitalista e sfruttatrice viene obbligata a restituire una parte del mal tolto, assicurando un reddito a tutti. A sua volta, questa idea balorda nasce da un’altra idea, ancor più balorda, quella di Rousseau, e, prima di lui, dei giusnaturalisti, secondo la quale gli uomini nascono con dei diritti incorporati e inalienabili, e il diritto al reddito è, naturalmente, uno di essi. Idea balorda, perché pretendere dei diritti per il semplice fatto di essere al mondo è semplicemente assurdo. I diritti scaturiscono dai doveri: esistono dei diritti là dove esistono dei doveri. Per esempio: io pago le tasse allo Stato, quindi ho diritto a ricevere da esso determinati servizi. C’è un diritto dove è stato osservato un dovere; ma se io non pago le tasse, a che cosa mi appellerò, per ricevere qualcosa? Al buon cuore altrui? In tal caso non si parla più di un mio diritto, ma di semplice beneficenza. Con la nascita del Welfare State, dello Stato sociale, questa idea è stata modificata sino ad ammettere che tutti i cittadini, per il fatto di essere tali, hanno dei diritti sociali garantiti per legge, ad esempio il diritto alle cure sanitarie. Ma non basta. Con l’inizio dell’invasione straniera mascherata da migrazioni e da accoglienza, questa idea è stata ulteriormente dilatata, fino a includere anche chi cittadino non è, anche chi si è introdotto illegalmente entro i confini e non ha diritto a restarvi, ma ha diritto, comunque, a ricevere l’assistenza sanitaria. Non si chiede il tesserino sanitario a un clandestino che si presenta al pronto soccorso: lo si cura e basta: paga lo Stato, paghiamo noi tutti. Questo, però, non significa che gli uomini nascano portatori di diritti; vuol dire, piuttosto, che la società decide di erogare dei diritti, in particolari circostanze, anche ai soggetti che non sono suscettibili di doveri. C’è una differenza sostanziale fra le due cose. Nel primo caso, lo Stato deve, perché gli corre l’obbligo di rispettare un diritto naturale; nel secondo caso, lo Stato liberalmente decide, e altrettanto liberamente può tornare sulla sua decisione. Il problema dei giusnaturalisti, degli illuministi, dei marxisti e dei cattocomunisti è che confondono il concetto di diritto col concetto di dignità. Tutte le persone, fin dalla nascita, hanno una dignità; ma nessuna, fin dalla nascita, ha dei diritti sociali.

E che l’idea stessa del reddito di cittadinanza sia un’idea di derivazione marxista, sia pur venata di anarchismo, lo si evince fra i suoi teorici e padri nobili. Per esempio i sociologi Agostino Mantagna e Andrea Tiddi, nel loro testo-base Reddito di cittadinanza (Roma, Castelvecchi, 1999, pp. 87-88), scrivono testualmente:

Entrare nell’era del DIRITTO AL REDDITO UNIVERSALE vuol dire rimettere il soggetto, la sua irriducibile singolarità e differenza, al centro dell’economia, vuol riconsegnargli la scelta e la possibilità di discernimento tra un’attività che lo valorizza e una che lo avvilisce, scelta che non è neanche pensabile quando all’assenza di lavoro corrisponde sempre e comunque l’assenza di reddito.

Il reddito di cittadinanza è, rispetto al punto di vista che sacralizza il profitto a scapito dei produttori (del sociale), ampiamente in contro tendenza. La flessibilità che è promossa dal dispotismo del mercato è quella del soggetto rispetto alle esigenze di riproduzione della formazione sociale: dobbiamo imporre alla formazione sociale le esigenze di flessibilità che richiede la vita dei soggetti sociali, dobbiamo tenere la vita come parametro NON MEDIABILE della produzione e dell’economia. Dobbiamo volere un nuovo concetto di flessibilità che chiama la vita ad essere protagonista oltre il mercato.

Davanti all’insensatezza dell’attuale condizione di esistenza giochiamo pure alla lotteria, proviamoci, comunque si ritiene già perso quello che si poteva perdere. La lotteria, d’altro conato, è solo la forma di ridistribuzione élitaria, speculare di quell’altro grande gioco che decide continuamente le nostre sorti senza che, davvero, le masse vi posano partecipare: la borsa. Il reddito di cittadinanza per tutti oppone la vincita sociale all’arricchimento di élite, la ridistribuzione sociale di ricchezze alle esigenze del mercato: vogliamo vincere tutti, vogliamo vincere sempre, vogliamo vincere subito!

Vogliamo vincere perché abbiamo bisogno di liberare tempo, vogliamo liberare il tempo della nostra unica e irripetibile vita dal lavoro. Vogliamo vivere ora, qui: vogliamo vivere dignitosamente!

Il lavoro non c’è è più, o sappiamo. Il lavoro è morto, quella che ci si prospetta davanti è la società della disoccupazione strutturale: bene, però basta piangere. Dovremo pur elaborare il lutto della morte del lavoro, dovremo darci ancora delle possibilità.

Vogliamo una redistribuzione egualitaria, orizzontale, vogliamo uscire dal ricatto che il fantasma del lavoro ci impone: o occupato, o senza reddito…

Si fa fatica a riportare una simile pagina di prosa senza aver voglia di smettere, tale è il cumulo di slogan sessantotteschi senza capo né coda, di velleitarismi demagogici e di dubbi voli poetici di cui è impastata, senza che venga mai affrontata la questione centrale: se il reddito di cittadinanza è visto, addirittura, come un’alternativa al lavoro, chi lo pagherà? Dall’analisi di questi Autori, risulta, abbastanza correttamente, che sono i meccanismi della grande finanza e della grande industria a produrre la crescente rarefazione del lavoro: davvero saranno proprio esse a pagare il reddito dei non lavoratori? Non saranno piuttosto, come al solito, i piccoli imprenditori, i piccoli commercianti, i piccoli artigiani, che si vedranno stritolati fra la concorrenza insostenibile delle multinazionali e una tassazione iperbolica, destinata appunto a fornire il reddito di cittadinanza ai post-lavoratori? Oppure viceversa, è realistico pensare che le multinazionali si lasceranno tassare per finanziare tale politica, loro che sono specializzate nell’evadere le tasse e nel socializzare i costi e privatizzare i profitti, ad esempio spostando le loro sedi sociali in qualche paradiso fiscale? Loro che stanno favorendo in ogni modo l’invasione dal Terzo Mondo, camuffata da migrazioni, allo scopo di abbassare ancor più, sempre più, il costo del lavoro? A quanto pare, i nostri Autori hanno pensato che si possa battere in astuzia le grandi banche e le multinazionali, e non hanno pensato che esse sono capacissime di provocare una guerra sociale fra immigrati e residenti per accaparrarsi l’ultimo posto di lavoro a cinque euro l’ora; altro che reddito di cittadinanza! Quando, poi, essi dicono: Dobbiamo volere un nuovo concetto di flessibilità che chiama la vita ad essere protagonista oltre il mercato, fanno della poesia, oltretutto discutibile, ma non della sociologia, e tanto meno della economia politica. L’economia politica è una cosa seria, per persone serie. La ricchezza non viene fuori dal nulla: ci deve essere qualcuno che la produce. Se non c’è impresa, non c’è produzione; se non c’è produzione, non c’è lavoro; e se non c’è lavoro, non c’è nemmeno reddito. Stop. Questo è quanto; il resto sono chimere, chiacchiere, sparate demagogiche.

Tirate come questa: Vogliamo vincere perché abbiamo bisogno di liberare tempo, vogliamo liberare il tempo della nostra unica e irripetibile vita dal lavoro. Vogliamo vivere ora, qui, che paiono uscite, in ritardo di mezzo secolo, dal ’68, sono solamente slogan, cioè aria fritta. Per giunta, da essi fa capolino l’intima idea che il profitto sia male, che l’economia di mercato sia male (senza distinguere fra capitalismo di rapina e capitalismo sano), che produrre ricchezza sia male: salvo poi pretendere una società liberata dal lavoro, dove ciascuno è libero di non lavorare e fare quel che gli pare, però non si capisce bene con i sodi di chi. Il che è press’a poco come volersi sedere a tavola, col tovagliolo già infilato nel colletto della camicia e le posate in mano, senza aver preparato il pranzo, senza aver cucinato, senza aver provveduto ad acquistare i cibi e le bevande necessari, ma aspettando che sia qualcun altro a fare tutto ciò. Quanto ciarpame ideologico, quanta moneta di cattiva lega e parole d’ordine simili a otri gonfi di vento. E gli uomini del Movimento 5 Stelle, o molti di essi, purtroppo, sono ancora incantati da simili cascami ideologici, da simili chiacchiere a somma zero, che, per quante belle parole si possano mettere in fila, non produrranno mai neppure il becco d’un quattrino, e dunque neppure un’ombra di reddito, di cittadinanza o di qualsiasi altro genere. Possibile che non arrivino a capirlo?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Agosto 2018

Del 15 Settembre 2020

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