domenica, 13 Giugno 2021
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Storia e Medicina. Celso, la vivisezione umana e le aberrazioni della medicina moderna

Celso, la vivisezione umana e le aberrazioni della medicina moderna. Aulo Cornelio Celso, vissuto nel I sec. D. C, al tempo di Tiberio e originario forse della Gallia Narbonense gli otto libri del De Medicina di Francesco Lamendola 

Aulo Cornelio Celso, vissuto nel I sec. D. C., al tempo di Tiberio, e originario – forse – della Gallia Narbonense, è autore di una vasta opera enciclopedica, Artes, che spazia dal diritto, alla retorica, alla filosofia, all’agricoltura, all’arte militare. Essa è andata in gran parte perduta; rimangono però interamente gli otto libri del De Medicina in cui, rifacendosi alle fonti greche, dà alla materia una trattazione originale, unendo interessi pratici e teorici e includendo patologia, dietetica, chirurgia. Da non confondersi con il filosofo greco dello stesso nome che, fra il 170 e il 180 d.C., compone il trattato anticristiano Discorso vero, Celso è stato molto letto e studiato ed è stato un’autorità nel campo della medicina fino al Rinascimento. Quello che qui ci interessa di mettere in evidenza è come, nella sua opera, problematiche morali si intreccino inestricabilmente alla pratica medica e più ancora allo studio teorico della medicina, laddove era pratica generalmente ammessa non solo la dissezione dei cadaveri, ma anche la vivisezione di esseri umani vivi a ciò destinati, ad es. condannati alla pena capitale. Oggi la vivisezione è pratica in larghissima misura sugli animali, appositamente allevati in numerosissime strutture scientifiche in nome della ricerca che – si dice – recherà agli esseri umani immensi giovamenti. Non molta strada è stata fatta da quando Teofrasto deprecava le stragi di animali dovute all’appetito insaziabile dell’uomo (Della pietà, a cura di G.Ditadi) e  Plutarco di Cheronea ammoniva che l’uomo non ha alcun diritto di manipolare a piacere la vita dei suoi fratelli minori (L’intelligenza degli animali della giustizia loro dovuta, a cura di G. Ditadi). Chi voglia farsi un’idea completa dell’atteggiamento del pensiero classico nei confronti , non ha che da sfogliare le pagine dei due grossi volumi dell’opera I filosofi e gli animali (ed. Isonomia, 1994, sempre a cura di G. Ditadi), e potrà rendersi conto facilmente di quanto il pensiero scientifico-filosofico moderno sia stato involutivo, anche in questo campo, rispetto a quello antico. Oltre alla vivisezione degli animali, comunque, sappiamo che pratiche di ricerca medica e psicologica sono condotte al giorno d’oggi su esseri umani vivi, ad es. tramite l’elettroshock per il quale – non a caso – lo psichiatra coneglianese Ugo Cerletti, suo discutibile autore, ottenne di effettuare i primi esperimenti dapprima nei macelli comunali di Roma, indi su detenuti prelevati dalle regie prigioni; pratica che, dissimulata in varie maniere, si ha ragione di credere che venga portata avanti tranquillamente ai nostri giorni, in numerosi Paesi e sotto svariate forme e camuffamenti.

Ma torniamo a Celso perché nella sua opera si trovano alcuni spunti preziosi che ci permettono di sviluppare una riflessione sulla natura, sulle finalità e sui limiti della ricerca medica intorno alla salute e alla malattia. Ai suoi tempi si disputavano il campo due principali scuole di pensiero: quella razionalista e quella cosiddetta empirica; la prima ammetteva la vivisezione di esseri umani, la seconda era contraria, anche nel caso dei cadaveri, motivando quest’ultimo diniego con la ragione che la medicina studia i rimedi per un corpo di vita, mentre il cadavere non è che un corpo di morte e nulla di utile può insegnare il sezionamento di organi inerti in un corpo ormai abbandonato dalla vita.

Ma cediamo la parola ad Umberto Capitani, autore di alcune pagine illuminanti su questo aspetto dell’opera di Celso (in Scrittori latini, a cura di Antonio La Penna e Cesare Grassi, La Nuova Italia ed., 1980, vol. 2):

” A conclusione dell’ampio excursus sulla storia della medicina, che occupa per intero il proemio del de Medicina, pagine di grande interesse perla ricchezza delle notizie e l’importanza dei problemi affrontati, Celso elabora una definizione della medicina ideale ed esprime un giudizio negativo sulla vivisezione umana praticata a scopo scientifico.

“A prima vista le due conclusioni, la prima teorica (la medicina deve essere razionale, ma trarre le sue conclusioni solo dalle cause evidenti), la seconda etico-pragmatica (praticare la vivisezione su cavie umane è cosa crudele ma soprattutto inutile; favorisce invece il progresso scientifico  la sezione dei cadaveri) sembrano distinte e giustapposte. Esse invece sono strettamente legate: proprio perché il medico deve attenersi alle sole cause evidenti e trascurare le cause occulte, la vivisezione umana è ipso facto inutile. Peraltro la dimostrazione dell’inutilità è subordinata alla condanna morale di Celso verso un tormento inflitto per il bene dell’arte.

“Per comprendere la connessione sopra indicata occorre analizzare la relazione stabilita nell’ambito della cosiddetta scuola razionalista (di cui due dei più illustri rappresentanti furono gli scienziati alessandrini Erofilo ed Erasistrato rispettivamente della fine del IV e dell’inizio del III sec. A. C.) tra conoscenza, indispensabile al medico, elle cause nascoste e opportunità della vivisezione umana. La relazione è chiarita da Celso ai §§ 13-26 del proemio: le cause oscure ed occulte (abditae) si identificano coi principi costitutivi dell’organismo umano (principi che secondo alcuni medici come il summenzionato Erofilo risiedono negli umori, secondo altri, come il celebre Ippocrate, padre della medicina greca, nell’aria) ed in ciò che è utile o dannoso alla salute. Compito del medico indagare queste cause (con terminologia moderna potremmo definire la seconda parte di questa ricerca etico-patogenica). Trattandosi di cause nascoste, che sfuggono all’osservazione diretta, la sola esperienza non può bastare, ma essa deve essere regolata, condizionata da una teoria, oggi diremmo da un’idea condizionale: la medicina deve essere pertanto ipotetico-deduttiva. Collateralmente a questa indagine, si svolgerà una ricerca delle cosiddette cause evidenti (sapere se l’origine della malattia è stata provocata dal caldo o dal freddo, dalla fame o dalla sazietà) e uno studio sia delle azioni naturali del corpo (cioè dei processi fisiologici: come respiriamo, come digeriamo, come assimiliamo), sia delle strutture anatomiche), la scuola razionalista giudicava che per svelare il segreto della vita e del male, nascosto ma palpitante nelle viscere del corpo – condizione sine qua non per una medicina autentica – fosse necessario, anzi indispensabile, ‘notomizzare’ dei vivi. Per questo Erifilo ed Erasistrato non si fecero scrupolo di procedere ad esperimenti sui criminali condannati a morte, messi a loro disposizione da sovrani compiacenti. Essi d’altronde rivestivano di una parvenza di moralità tanta spregiudicatezza: il sacrificio di un piccolo numero di colpevoli a futuro vantaggio di tanti uomini onesti! Idee simili ripugnano alla coscienza dell’uomo moderno, sensibile al problema della stessa vivisezione degli animali da laboratorio: eppure dobbiamo riconoscere che tale cinismo aprì la strada a non poche acquisizioni scientifiche nel campo dell’anatomia, della fisiologia, della etio-patogenesi.

“Come si ricava sempre da Celso (I, Proem. 27-45), la contrapposizione della scuola empirica, fondata da Filino di Coo nello stesso ambiente alessandrino intorno alla metà del III sec. a. C., alle teorie e al comportamento dei razionalisti maturò sia sul piano strettamente scientifico, sia su quello etico.

“Partendo dall’assioma della incomprensibilità della natura umana, gli empirici rifiutavano di riconoscere il valore ed il significato delle cause occulte e dei processi naturali (ripudiavano quindi qualsiasi studio anatomico o fisiologico o patologico generale) e si limitavano alla considerazione delle cause evidenti sotto la guida dell’esperienza. Compito del medico era – a loro giudizio – non di indagare  che cosa provochi la malattia, ma che cosa la tolga e di sapere non come si digerisce, ma che cosa si digerisce bene, non come respiriamo, ma che cosa aiuta un respiro affannoso. In particolare giudicavano immorale ed inutile la vivisezione umana, immorale, perché un’arte che si propone di venire in soccorso dell’uomo non doveva progredire a spese dell’uomo e nella maniera più atroce, inutile poi, perché l’intervento traumatizzante sul vivente rischiava di provocare modifiche irreversibili nella proprietà e nel funzionamento degli organi, compromettendo il risultato dell’operazione intrapresa. Pure inutile, oltre che turpe, giudicavano la sezione ei cadaveri, perché – secondo loro – un corpo morto non poteva essere più simile ad un organismo vivente.  Al medico era lecito solo ‘gettare uno sguardo all’interno dell’uomo’, quando il caso offriva l’opportunità (ferite profonde riportate da soldati o gladiatori).. Dopo aver esposto le opposte teorie, Celso (…) rivelando qui come altrove il suo eclettismo, cerca di conciliare il contrasto tra le due scuole o piuttosto di porsi, cautamente, in una posizione intermedia, più vicina comunque alla posizione empirica. Così egli sostiene genericamente che la medicina deve essere razionale, ma tempera questa affermazione rivendicando per il medico la necessità di conoscere le sole cause evidenti, , senza preoccuparsi delle occulte, ‘rigettate, prima ancora che dalla riflessione dell’artifex, dall’arte medica in quanto tale’ (e in questo c’è una certa contraddizione, perché il razionalismo in medicina, come abbiam visto, è in stretto rapporto col ‘controllo’ delle cause nascoste); riconosce poi il contributo che viene alla scienza dalla sezione dei cadaveri, ma condanna sul piano morale e scientifico gli esperimenti condotti sui vivi, chiunque essi siano, con motivazioni molto simili a quelle degli empirici.”

Tutto questo ci riconduce inevitabilmente a una riflessione  seria e approfondita sulla natura e sugli scopi della medicina, da un lato, e sull’idea dei viventi (uomini animali, a nostro avviso) sottesa ad essa, dall’altro. Infatti, qualunque discorso sulla medicina non può ridursi a mera  téchne: più di ogni altra scienza,  essa ha a che fare direttamente con la sfera dei valori  poiché, diversamente, si ridurrebbe a pura pratica manipolatoria. Già da questa prima considerazione ci accorgiamo quanto la medicina moderna sia condizionata dal paradigma cartesiano che separa nettamente res cogitans res extensa: se i corpi dei viventi sono soltanto una sommatoria di organi (“meccanismi che emettono suoni”), nulla vieta di  vivisezionarli, a maggior gloria del sapere medico e – si dice – con sicuro giovamento per gli esseri umani. Se si tratta dei copri degli umani, certo qualche limite è generalmente ammesso; non tutti la pensano come il celebre scrittore svedese Axel Munthe, grande paladino della causa degli uccelli migratori minacciati dalle trappole, ma sostenitore imperturbabile dell’opportunità di utilizzare i criminali quali cavie vive per gli studi medici. “Uno degli argomenti più convincenti contro questi esperimenti su animali vivi è che il loro valore pratico è assai ridotto – scrive – a causa della differenza fondamentale dal punto di vista patologico e fisiologico fra il corpo degli uomini e quello degli animali. Ma perché questi esperimenti dovrebbero essere limitati al corpo degli animali, perché non potrebbero essere messi in pratica anche sul corpo dell’uomo vivente? Perché ai delinquenti nati, ai malfattori cronici, condannati a consumare il resto della loro vita in carcere, inutili e spesso pericolosi per gli altri e per se stessi, , perché a questi inveterati violatori delle nostre leggi non si potrebbe offrire una riduzione ella pena, se acconsentissero a sottomettersi, anestetizzati, a certi esperimenti sul loro corpo vivente, per il beneficio dell’umanità? Se il giudice prima di mettersi il berretto nero [che in Gran Bretagna annunziava una sentenza di morte], avesse il potere di offrire all’assassino l’alternativa fra la forca e una condanna penale per un certo numero d’anni, certamente non mancherebbero i candidati.” Queste parole ripugnanti, Munthe le scrive nel suo celeberrimo libro La storia di San Michele, del 1929,uno dei più letti nel mondo; ed egli era un medico, allievo di Charcot; un celebre medico alla moda, abituato a muoversi fra Londra, Parigi e Roma e a frequentare persone del livello intellettuale di Henry James e Guy de Maupassant.

Ad ogni modo, non è forse vero che, ogni qual volta si impongono campagne di vaccinazione obbligatorie alla popolazione, non si fa del corpo umano una cavia? Basti pensare alla tragedia el talidomide, un “medicinale” che provocato innumerevoli casi di vizi cariaci e altre malformazioni dopo essere stato somministrato in dosi massicce alla popolazione.  Nessun limite, invece, la medicina moderna ammette per quanto riguarda la dissezione dei cadaveri. Non si mostra ancor oggi, nel teatro anatomico del Palazzo Bo, a Padova,  il sistema ingegnoso con cui Galilei istruiva gli studenti sezionando i cadaveri, per poi far sparire questi ultimi in quattro e quattr’otto, se se ne presentava l’esigenza? Lezioni nelle quali ci si serviva di cadaveri trafugati perché, all’epoca, non era affatto scontato che la scienza avesse il diritto di manipolarli a piacere, in nome delle proprie ricerche. Che oscurantisti, quei preti e quei magistrati che ancora nel XVII secolo, in piena ‘Rivoluzione scientifica’, ostacolavano per quanto era in loro potere le magnifiche sorti e progressive della scienza medica!

Eppure il problema esiste. Se l’essere vivente non si riduce a una sommatoria di organi; se possiede una dignità intrinseca, che gli deriva in parte dall’Autore di tutte le cose, in parte dal fine cui è chiamato – ossia di cooperare liberamente al grande progetto dell’universo – allora  non è poi così scontato che lo si possa profanare, tagliuzzare e smembrare a volontà a fini di ricerca pura. La ricerca “pura” non è mai giustificazione sufficiente a sé stessa e autoevidente: anche il dottor Mengele, ad Auschwitz, usava i prigionieri del campo come cavie per la “ricerca pura”. Ma, si dirà, gli esperimenti di Mengele erano a fini di morte e non di vita: voleva testare le tecniche più rapide ed economiche per eliminare gli individui ritenuti nocivi al ‘nuovo ordine’ nazista. Giusto; ma non è un fatto storicamente dimostrato che, quando un determinato paradigma culturale si afferma, i confini della morale ondeggiano come canne al vento e che la medicina si sente legittimata a seguire tali oscillazioni senza badare ai valori fondamentali di riferimento, ma solo all’efficacia dei risultati specifici. Nella Grecia del IV secolo e nei regni ellenistici, ad es., era pratica ‘normale’ della medicina vivisezionare esseri umani “a scopo di ricerca”, come lo era nella Germania nazista (e come auspicava, sia pure in forma più discreta e ‘democratica’, il dottor Munthe). Siamo proprio sicuri, noi seguaci e adoratori della scienza galileiana-cartesiana, che sia lecito vivisezionare gli animali, sezionare i cadaveri degli umani (compresi quelli tratti fuori da antichissime sepolture o da ritrovamenti archeologici, da Otzi a Tutankhamon), nonché utilizzare il corpo di esseri umani viventi per testare nuovi farmaci e aprire nuove strade alla ricerca medica? Tutti conosciamo la storia di Edward Jenner e di come questi, nel 1796, inoculò i germi del vaiolo vaccino nel corpo del proprio figlioletto, allo scopo di sperimentare l’efficacia della vaccinazione antivaiolosa. In genere egli ci viene presentato come una specie di Guglielmo Tell della scienza medica, eroico e tragico insieme, metà Laocoonte e metà Abramo sul monte Moira col figlio Isacco: un genio che non ha esitato davanti al rischio di uccidere la sua creatura, con le proprie mani, per il progresso della scienza e per il bene dell’umanità. E tuttavia quell’episodio (immortalato anche da artisti famosi ed entrato così, carico di pathos, nel nostro immaginario collettivo) contiene un elemento che continua a inquietarci, e che neanche il senno di poi (cioè dopo che l’inoculazione è riuscita e il vaccino si è rivelato benefico) riesce a disperdere completamente un’impressione di sgradevolezza e di disagio. Essa deriva dal fatto che il Dio che noi oggi adoriamo, il Dio della scienza – proprio come il Dio geloso e terribile dell’AnticoTestamento – è pronto ad esigere sacrificio umani, per pura fede, sulla base di un bene superiore e futuro. Ora, è proprio questo che i genitori di migliaia di bambini , rimasti uccisi o menomati in modo permanente a seguito di vaccinazioni preventive e obbligatorie, si sono sentiti rispondere dai medici: sono fatti dolorosi ma statisticamente accettabili, dato che servono a proteggere milioni di vite.

Il brano sulla medicina di Celso ci suggerisce una serie di riflessioni di carattere generale che, pur senza alcuna pretesa di stabilire certezze dogmatiche – data l’estrema delicatezza dell’argomento – vogliono essere una delimitazione di valori minimali e irrinunciabili, e uno stimolo all’ulteriore approfondimento delle tematiche correlate alla natura e alle finalità della scienza medica.

1)      La distinzione fra umani e non umani non può essere accettata in maniera rigida ed auto-evidente, come se fosse una cambiale in bianco per autorizzare qualunque forma di vivisezione sui secondi a beneficio della salute dei primi. I viventi non umani sono i nostri fratelli minori, soggetti di diritti e non semplicemente proteine da mettere nei nostri piatti, pellicce con cui adornare la nostra vanità estetica o cavie da torturare impunemente nei nostri laboratori.

2)      Anche la distinzione fra il corpo vivo degli umani e il loro corpo senza vita dovrebbe essere posta in termini meno drastici di come avviene generalmente. Se l’essere umano non è solo il suo corpo, questo non significa che il suo corpo si riduca a una semplice ‘cosa’ non appena la vita lo abbandona. Anche la fretta con cui si procede agli espianti per il trapianto di organi, per quanto giustificata sul piano strettamente tecnico, porta a un vero e proprio rovesciamento della giusta prospettiva da cui il medico dovrebbe porsi. Pur di salvare una vita in pericolo, si giunge al punto di omettere quelle terapie e di saltare quei tempi minimi di attesa che potrebbero consentire una opportunità di ripresa all’organismo del “donatore”.

3)      Il rispetto dovuto al corpo dei viventi e, in particolare, dei viventi umani, sia vivi che morti, discende dal fato che il corpo è il ricettacolo della vita, e che la vita è un mistero numinoso che trascende di molto le nostre capacità di comprensione. La vita, secondo certe dottrine esoteriche, non abbandono subitamente il corpo al momento della morte.  Il copro resta impregnato a lungo delle sue vibrazioni, come una vecchia casa lo è dopo la partenza o il decesso dei suoi inquilini.

4)      La medicina è la scienza (o l’arte, secondo i punti di vista)  di preservare la salute e di aiutare la vita. Se essa vuole aiutare la vita mediante la tortura e la morte di esseri viventi, e se  non si fa scrupolo di sezionare i corpi degli umani  appena deceduti . e forse non sempre definitivamente “morti” – entra in contraddizione con se stessa. Forse si tratta di una contraddizione inevitabile, come sarebbe quella di una persona seguace della non-violenza, che si trovi costretta da circostanze pressanti a difendere la proprio vita o quella delle persone a lei care, mediante la violenza. In ogni caso, nessun trionfalismo dovrebbe accompagnare questo tipo di pratica, tanto su animali vivi quanto su esseri umani morti; dovrebbe trattarsi, semmai, di casi estremi severamente circoscritti; casi dolorosi, i quali dovrebbero costituire l’eccezione alla regola, enon la regola stessa.

5)      Noi non sappiamo con certezza che cosa sia la morte e nemmeno quando essa avvenga. “Quando c’è lei, noi non ci siamo; e quando arriva lei, noi non ci siamo più”, scriveva Epicuro. La stessa medicina moderna, con tutte le sue sofisticate tecnologie, non sa definirla esattamente: è l’arresto del battito cardiaco?  O dell’attività cerebrale? O della funzione respiratoria? E tale arresto, che può essere impedito dall’intervento delle macchine, quando si deve ritenere definitivo e irreversibile? La verità è che non lo sappiamo. Vi sono casi – rari, è vero – di persone uscite dal coma dopo tempi lunghissimi; e casi, un po’ meno rari, di persone sepolte ancor vive. Tutto questo dovrebbe renderci particolarmente cauti quando si tratta di manipolare corpi “senza vita”: perché non è sempre certo che essi siano realmente “morti”.

6)      Il sezionamento dei corpi, umani e non umani, vivi e (forse) morti, discende a una concezione violenta della scienza medica, basata su pratiche fortemente invasive (chirurgia, trapianti, farmaci di sintesi, radium), che a sua volta presuppone una filosofia dell’esistenza di tipo brutalmente utilitaristico: non è importante la qualità della vita (e del morire), ma la quantità. Se per salvare cento vite ne devo sacrificare una, il prezzo è accettabile; se per prolungare la vita devo stravolgere l’equilibrio dell’organismo, anche questo è un giusto prezzo da pagare. Così, si vive (nelle strutture sanitarie) con poca dignità, e si muore come pezzi usurati di una catena di montaggio. Ma qualcosa di utile si può ancora trarre dal pezzo usurato, e il corpo ancor caldo – in cui il cuore batte e che è mantenuto sotto ventilazione – viene sottoposto ad espianto per restituire efficienza a un altro pezzo della catena di montaggio.

7)      Dovremmo tornare, invece, al primo medico dei viventi che, come diceva Paracelso, è la Natura stessa, riflesso della sapienza e dell’amore divino. Se vivessimo un po’ più secondo natura, ci ammaleremmo di meno e subiremmo meno incidenti traumatici, prevenendo malattie e altri danni all’organismo, piuttosto che agitandoci poi alla ricerca delle cure. Se ci curassimo secondo natura, come hanno fatto per secoli le civiltà tradizionali (ed anche grandi civiltà, come l’indiana e la cinese)., non avremmo bisogno di ricorrere continuamente a terapie invasive e violente, dalla chirurgia ai prodotti chimici. Se dessimo alla natura il tempo di ristabilire l’equilibrio, non correremmo dal medico e dal farmacista ad ogni minimo mal di testa; se sapessimo ascoltare un poco il linguaggio del nostro corpo, sapremmo come regolarci per far tesoro dei segnali d’allarme che esso ci manda. Ma poiché siamo continuamente affaccendati in cose molto più importanti che ascoltare il nostro corpo, preferiamo firmare un cambiale in bianco alla scienza medica e affidarci ad occhi chiusi al sistema sanitario vigente, con un grado di abbandono quale non assumiamo neanche se dobbiamo depositare in banca una piccola somma di denaro. Ci siamo deresponsabilizzati rispetto al problema della nostra stessa salute, e abbiamo preferito – come affermava Ivan Illich – medicalizzare l’intera società, piuttosto che prenderci cura della nostra respirazione, della nostra alimentazione, del nostro livello di affaticamento psico-fisico. Forse facciamo così perché intuiamo che, in fondo, tutto ciò deriva dal fatto che conduciamo una vita infelice sul piano affettivo ed emozionale, e sconsiderata sul piano igienico-sanitario, inseguendo falsi miraggi di potenza, sicurezza e benessere; e che, per stare un po’ meglio e ammalarci di meno, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio e ripensare radicalmente i nostri valori, le nostre scelte esistenziali, la prospettiva a cui guardiamo al mondo e a noi sessi.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 17/05/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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