venerdì, 18 Giugno 2021
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Una medicina totale presume una concezione totale dell’uomo

Il mondo affascinante della medicina cinese: è una medicina olistica per eccellenza nel senso che non accetta una visione riduzionistica dell’essere umano di Francesco Lamendola  

Possiamo definire la medicina cinese tradizionale come una medicina totale, nel senso che affronta il problema della salute considerando la persona umana come una totalità e non come una sommatoria di organi più o meno indipendenti l’uno dall’altro. Essa è, pertanto, una medicina olistica per eccellenza, nel senso che non accetta una visione riduzionistica dell’essere umano, una visione che lo impoverisce e lo degrada al livello di meccanismo le cui singole parti possano venire mantenute in efficienza, senza badare all’armonia e al benessere dell’intero organismo.

È medicina totale, inoltre, perché non si limita all’approccio terapeutico, inteso come tecnica curativa materiale, ma si pone di fronte alla complessità dell’intera persona, alla sua unità di corpo, mente e spirito, all’armonia profonda che lega tali sue diverse componenti e alla necessità di conservare o ristabilire l’equilibrio fra esse.

La medicina tradizionale cinese ha accumulato le proprie conoscenze nel corso di secoli e millenni e le sue radici sono svariate, ma il tronco principale da cui si è sviluppata è certamente il taoismo, che, prima di divenire una religione (come, del resto, il buddhismo), era una filosofia e aveva elaborato una concezione complessiva dell’essere umano e del suo rapporto con il Cielo e con la Terra, nonché dei mille fili che lo legano ad ogni cosa esistente nell’universo, dalle stelle (astrologia) al filo d’erba (proprietà officinali delle piante).

Come si legge nel più importante testo della tradizione taoista, il Tao Te Ching, o Il libro del principio e della sua azione (versione a cura di Julius Evola, Roma, Edizioni Mediterranee, 1972, pp. 53-71, passim):

“1. Il Tao che si può nominare

Non è il Tao eterno

Il Nome che si può pronunciare

Non è il Nome eterno

(Come il) Senza nome esso è il principio di Cielo-e-Terra

Col Nome (ossia: determinato come Cielo e Terra) è l’origine dell’infinità degli esseri particolari.  Così: chi è distaccato

percepisce l’Essenza Misteriosa.

Di chi è offuscato dal desiderio

Lo sguardo è arrestato dal limite (vede solo le apparenze fenomeniche del Principio).

Ora dei due (il Nominabile e il Non-Nominabile, l’essere e il non-essere)

Una l’essenza, diversa solo la denominazione

Mistero è la loro identità

È l’insondabile fondo

Di là dalla soglia dell’ultimo arcano.

“2. Per tutti sotto questo cielo, concepito il bello

Nasce (come correlativo) il brutto

Fissato il bene

Prende forma il non-bene.

Del pari: essere e non-essere si intercondizionano

Possibile e impossibile sono differenziazioni complementari

Grande e piccolo si caratterizzano a vicenda

L’alto si capovolge nel basso

Suono articolato e rumore s’integrano

«Prima» e «poi» (oppure: «avanti» e «indietro» si susseguono a circolo.

Così l’Uomo Reale

Permane nel non-agire

Insegna senza parlare

Dirige senza toccare (senza comandare)

Forma (fa divenire, conduce a sviluppo) senza appropriarsi

Compie senza fare (senza richiamare l’attenzione  su ciò che fa) (…)

“3. Potenziando oltre il segno

Si provoca (per reazione) la lotta

Dando risalto a ciò che è raro avere

Si suscita desiderio colpevole di appropriazione.

Si veli ciò che, nelle cose, attira

E l’animo resterà calmo.

Così: l’Uomo Reale in veste di capo

Va senza preferenze e appetiti (…)

“(…) 7. L’Universale è eterno

È eterno

Perché non vive per sé stesso.

Perciò: l’Uomo Reale indietreggiando avanza

Restando fuori è sempre presente

Col non fare di sé il centro

Raggiunge la perfezione.

“(…) 9. Mantenere quando si sia riempito sino all’orlo

Non è possibile

Conservare una lama estremamente affilata

Non è possibile.

Non si può, ad un tempo,

Possedere e conservare.

Beni e potere uniti ad orgoglio

Preparano da sé la rovina

Agire e ritirarsi (passare nell’ombra)

È la via del Cielo.

“10. Conservando l’Uno a che spirito e corpo si congiungano

E più non si separino

Far circolare (nel corpo) il soffio fresco e sottile

Generando l’embrione.

Pulire lo specchio segreto escludendo ogni pensiero complicato

A che la mente non ti logori.

Nei rapporti con gli altri e reggendo lo Stato

Seguire il non-agire.

L’instabilità (mutevolezza) della sorte (l’aprirsi e chiudersi della Porta del Cielo)

Valga a sviluppare la ricettività dell’anima (= la virtù del femminile)

Con la visione essenziale che abbraccia ogni aspetto (le «quattro dimensioni»)

Eliminare il sapere (discorsivo) (=sembrare ignorante).

Per raggiungere lo sviluppo:

Creare senza possedere

Agire senza appropriarsi

Elevarsi senza forzare.

Questa è la Via.”

Dunque la medicina tradizionale cinese, ispirata alle profonde sorgenti del pensiero taoista, è un vero e proprio sistema, nel quale trovano posto sia l’idea dell’uomo, sia l’idea del mondo di cui essa fa parte. E questa è la base.

Nella medicina occidentale moderna le cose stanno altrimenti. Essa non ritiene necessario, per realizzare i suoi fini, elaborare una propria concezione dell’uomo e del mondo; o, se lo fa, si accontenta di una visione rozzamente materialistica e utilitaristica. In altri termini, le basta sapere, dell’uomo e del mondo, quanto ritiene possa servire nell’ambito ristretto della cura delle singole patologie; non si interessa né si preoccupa di fondare tali terapie su  di una visione filosofica generale dell’uomo e del mondo.

Meccanicistica per scelta, riduzionistica per convinzione, la medicina occidentale moderna non va molto al di là di una scienza meramente descrittiva degli organi del corpo umano (morfologia e fisiologia) e di una serie di tecniche, più o meno invasive (come la chirurgia), più o meno basate su farmaci di sintesi, atte ad agire sulla parte malata, ad eliminare i sintomi patologici e a ristabilire un buon funzionamento dell’insieme, senza peraltro curarsi né delle cause profonde del processo degenerativo, né del contesto psico-fisico generale in cui si è manifestato.

La medicina cinese, rifacendosi alle acquisizioni filosofiche del taoismo e specialmente alla polarità dei due principî universali, lo Yin (positivo, luminoso, maschile, secco, attivo) e lo Yang (negativo, oscuro, femminile, umido e passivo), innesta su questa solida base concettuale le proprie tecniche, non come qualcosa di puramente strumentale, ma come applicazioni logiche e perfettamente coerenti dei propri principî generali. Così, mediante tali tecniche – che vanno dall’agopuntura (ormai ben nota e utilizzata anche nell’ambito della medicina occidentale, ma avulsa dal suo contesto; così come lo sono certe tecniche yoga), al controllo dei ritmi organici attraverso i ‘polsi’ -, vediamo che le azioni di profilassi e le svariate terapie discendono logicamente da una ben precisa visione dell’essere umano e del posto da esso occupato nel contesto dell’armonia cosmica.

Nella medicina tradizionale cinese, dunque, non trova applicazione la famosa frase di Deng Xiao Ping (ci si passi questa incursione nel terreno dell’ideologia politica cinese moderna), pronunciata negli anni Sessanta e, poi, duramente criticata all’epoca della Rivoluzione culturale, per il suo contenuto ‘revisionista’: “Non importa che il gatto sia bianco o nero, purché acchiappi i topi” (riportata in Mao Tse Tung, Opere. Teoria della rivoluzione e costruzione del socialismo, Roma, Newton Compton Editori, 1977, p. 766).

Nella medicina cinese, al contrario, è di somma importanza sapere se il gatto sia bianco o nero, ossia se i mezzi di cui ci si serve siano idonei non a conseguire quel risultato, ma ad agire in profondità su quel tale individuo sofferente, ristabilendo una condizione di equilibrio cosmico che si è incrinata, e non certo per ragioni casuali.

Si tenga però presente che, nell’ottica taoista, la salute è un bene prezioso che va gelosamente custodito mediante uno stile di vita sobrio, naturale e salutistico, che va dalla pratica quotidiana di una ginnastica del corpo e della mente, come il Tai chi chuan, all’abitudine a una respirazione corretta e profonda, all’alimentazione. Pertanto la medicina è l’extrema ratio cui si ricorre per ristabilire il bene perduto della salute, non un sostituto di stili di vita idonei. Si tratta, quindi, di una concezione preventiva della medicina; la quale, ad ogni modo, deve uniformarsi a quella regola aurea della medicina occidentale medievale (e, precisamente, della Scuola salernitana) che si esprime nell’affermazione: Primum, non nocere.

Ciò significa che i medici taoisti avevano ben presente, centinaia e migliaia di anni fa, una semplice verità che è ancor oggi sotto i nostri occhi, ma che noi non vogliamo nemmeno vedere: la paurosa diffusione delle malattie iatrogene, ossia delle patologie provocate dall’azione stessa dei medici e delle strutture sanitarie.

Apriamo una breve parentesi, citandole parole di Jeremy Rifkin in proposito (dal suo celebre libro Entropia. Una nuova concezione del mondo; traduzione italiana Bruno Visentin, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1982, p. 193):

“La medicina moderna, al pari di qualsiasi altra attività della società contemporanea, prende lo spunto dalla concezione newtoniana del mondo. Questo modo meccanicistico di vedere la medicina ha dominato la professione medica negli ultimi duecento anni. (…)

Vi sono buone probabilità che la maggior parte di noi non abbia mai sentito la parola iatrogeno, ma tutti i medici la conoscono. Se si prova a menzionare questa breve parola di nove lettere di fronte a un medico, è probabile che la reazione sia un senso di difesa istintivo con una punta di smarrimento. Le malattie iatrogene sono quelle malattie che vengono provocate proprio dai medici, dagli ospedali, dai farmaci o dalle attrezzature che vengono usate per curare i pazienti.

“Il fatto è che un sollievo temporaneo nello stato di salute dopo un trattamento medico è spesso accompagnato, a lungo termine, da un problema di salute ancora più grave per il paziente. Una spiegazione parziale sta nel fatto che «una percentuale compresa tra il 75 e l’80% di tutti i pazienti che ricorrono all’intervento di un medico si trovano in condizioni che si risolveranno comunque o che non possono trovare rimedio, anche con l’uso del più potente farmaco conosciuto» (Dixon, Beyond the Magic Bullet, New York, 1978, p. 226). Eppure, i medici eseguono operazioni e prescrivono farmaci di diverso tipo che creano ai pazienti problemi maggiori di quelli che li hanno indotti inizialmente a chiedere l’intervento medico. Ad esempio ,quasi tutti ci rendiamo conto che quanto di positivo (diminuzione di entropia) riceviamo da una radiografia con raggi X, spesso viene più che compensato dal danno a lungo termine provocato dall’esposizione alle radiazioni (aumento di entropia).”

Questo concetto, di stabilire un ragionevole rapporto costi-benefici in termini di entropia, è insito nell’orizzonte speculativo entro il quale si inscrive la medicina tradizionale cinese. I salernitani raccomandavano ai medici: non nocere; Jeremy Rifkin ci ricorda, giustamente, che la medicina, come ogni altra attività umana, deve fare in modo di non aumentare l’entropia, ma, per quanto possibile, di diminuirla – nel corpo umano, così come nell’ambiente circostante -; il taoismo proclamava la regola d’oro: Wu wei, “non agire”. Ossia: non agire affrettatamente, affannosamente, irragionevolmente: lascia piuttosto fare alla natura.

È la natura la nostra prima medicina, ossia – come sostengono anche i naturopati – l’organismo umano, così come quello degli animali, tende naturalmente ad uno stato di salute (cfr. il nostro recente articolo La medicina del buon senso e la medicina della follia, sempre sul sito di Arianna Editrice).

Per chi volesse accostarsi al meraviglioso mondo dell’antica medicina cinese – diciamo antica, ma, in realtà, così come quella indiana, essa è oggi ben viva e vegeta, dato che in quel contesto culturale non vi è stata la frattura traumatica della cosiddetta Rivoluzione scientifica, di cui noi occidentali andiamo tanto fieri -, consigliamo la lettura di una eccellente monografia degli anni Settanta del secolo scorso.

Si tratta del libro di Jacques André Lavier Medicina cinese, medicina totale (titolo originale: Médecine chinoise médecine totale, Paris, Editions Grasset & Fasquelle; traduzione italiana di Fiorella Pasini, Milano, SugarCo Edizioni, 1974, e Milano, Garzanti, 1976: a quest’ultima edizione facciamo riferimento).

Un libro chiaro, preciso, sicuro; che, in una veste apparentemente dimessa, introduce il lettore occidentale all’universo, per noi misterioso, della medicina tradizionale cinese, senza inutili tecnicismi e andando dritto al sodo. Un libro come se ne scrivono pochi, oggi, mentre allora era un modo assai diffuso di fare informazione: con poco fumo e molto arrosto. È pur vero che l’autore è francese; e la Francia, proprio in quegli anni, grazie all’opera pionieristica di Max Benjamin, procedeva all’avanguardia di quella “rivoluzione copernicana” della medicina occidentale, che è consistita nella fondazione (o, meglio, nella rifondazione) della omeopatia.

Scrive, dunque, Lavier, nel primo capitolo del suo lavoro, delineando la concezione globale dell’uomo e del suo rapporto con il Tutto, nella prospettiva della medicina cinese (Op. cit., pp. 12-20):

“Se non avesse i piedi sul Suolo e la testa rivolta verso il Cielo, l’uomo non potrebbe ricevere alcuna definizione valida, e non è il riso, come alcuni hanno preteso, che gli è specifico, perché ognuno sa bene che numerosi animali sanno ridere, ma piuttosto la verticalità. In una prima definizione, l’uomo tra Cielo e Suolo della Tradizione è dunque innanzitutto dotato di una struttura verticale.

“Quest’uomo verticale (Jen) osservando dunque il suo ambiente naturale ne trarrà conclusioni essenziali circa la propria situazione: guardando il Suolo (Ti), abbassandosi per tastarlo, constata che questo è solido, concreto, materiale, misurabile, dunque finito, cioè dotato di limiti. Ne farà il simbolo della sostanza (Hsing: substat,ciò che è al di sotto), e per estensione della quantità.

“Poi, guardando sopra lui, nella direzione opposta a quella del Suolo, trova il Cielo (T’ien), le cui caratteristiche, nel quadro dell’osservazione precedente, gli sembrano perfettamente inverse. Infatti, cercando di prenderlo con le mani, si rende conto di non afferrare niente, che questo ambiente non è solido e materiale, ma al contrario impalpabile e sottile, che non gli si può applicare la misura a causa dell’assenza di punti di riferimento fisi, e che, quindi, non gli si possono attribuire limiti: il Cielo sarà il simbolo dell’essenza (Tching) in opposizione alla sostanza, della qualità in rapporto alla quantità.

“Ma si tratta solo di una prima presa di contatto, e a queste nozioni di consistenza si sovrapporranno delle corrispondenze di ordine dinamico, perché se il Suolo, per il fatto di servire da punto d’appoggio all’osservatore è di per sé immobile e stabile, il Cielo contrariamente, appare perpetuamente mobile, le nuvole vi viaggiano, delle luminarie vi si spostano in una ronda incessante. Nei confronti del Cielo mobile, il Sole è inerte. Inoltre, poiché calore e luce vengono dal Cielo, questo pare comportarsi come una sorta di emittente attivo e il Suole, per contrasto, come un ricevitore, per via della sua passività, Ciascuno di questi due termini diviene dunque assolutamente necessario all’altro, e non si giustifica se non attraverso l’esistenza dell’altro, perché quale sarebbe l’utilità di un emittente senza un ricevitore, e viceversa? Alla opposizione dei due ambienti si aggiunge dunque la complementarietà, che si unisce inoltre a una gerarchia, in cui quello che dà è in alto, quello che riceve è in basso; in una certa misura, si può quindi concepire il Cielo come nobile e, in opposizione, il Suolo come volgare.

Poiché vive tra questi due ambienti e partecipa di essi, tra le sue diverse funzioni, l’uomo ne possiede alcune che sono in accordo con il Cielo, e altre legate al Suolo, sul piano simbolico, s’intende. In altri termini, e per prendere esempi precisi di ordini fisiologico, il pensiero o il dolore, che non possono in alcun modo essere quantificati da una misurazione, dipendono dall’essenza e sono in rapporto con il Cielo, mentre gli organi delimitati che sono incaricati del nutrimenti e della escrezione, ben quantificabili, sono evidentemente in rapporto con il Suolo. Si constata come in questi esempi si sovrapponga la nozione di gerarchia, menzionata più sopra, perché è incontestabile che il pensiero è l’espressione di una funzione certamente più nobile di quelle, pure altrettanto necessarie, che assicurano il trattamento degli alimenti e il rifiuto dei residui del metabolismo.

“Grazie a questo si può, per un verso, spiegare la verticalità dell’uomo, che non è soltanto effettiva, ma anche e soprattutto simbolica, grazie a questa qualificazione dei diversi piani della fisiologia , ed è qui che si presenta una spiegazione della costituzione dell’organismo che, per quanto ne sappiamo, la scienza moderna non ha mai tentato. Eppure, questa è la questione primordiale che dovrebbe porsi colui che, come il medico, cerca con tutti i mezzi possibili (tranne questo, appunto) di comprendere e di spiegare i fenomeni della fisiologia,  i cui incidenti costituiscono la patologia.

“Ciò che è nobile è prezioso, ed è per questa ragione che quanto nell’uomo è in alto, il cervello, è solidamente protetto da quella vera e propria cassaforte che è la scatola cranica. Al contrario, gli organi inferiori sono relativamente abbastanza volgari, perché non venga accordata loro una tale protezione: la parete muscolare dell’addome è ampiamente sufficiente ad assicurarla. Tra la regione ‘celeste’ del cranio e la regione ‘terrestre’ addominale, una zona intermedia, in un certo modo a mezza strada tra Cielo e Suolo, il torace, contiene i polmoni e il cuore. Questo organi sono meno nobili dell’encefalo; ci è sufficiente come prova l’assenza di riproduzione nella cellula nervosa (la riproduzione è una funzione volgare e d’ordine inferiore), ma al tempo stesso meno volgari degli organi addominali che trattano gli elementi materiali, perché sangue e aria, benché ‘materiali’ (Suolo) sono materiali nobili (Cielo) ed è per questo che al torace viene conferita una protezione relativa, sotto forma di cassa toracica: le costole proteggono, ma sono separate da intervalli dove ogni protezione scompare. È una via di mezzo tra la cassaforte del cranio e l’involucro addominale.

“Oltre a queste incidenze sulla sua organizzazione anatomo-fisiologica, l’inserimento dell’uomo ra il Cielo e il Suolo determina in lui un comportamento specifico legato alle caratteristiche  funzionali di emissione e di ricezione di questi ambienti. Questo comportamento è la conseguenza della divisione della umanità in due categorie sessuate, a seconda che gli individui siano più strettamente in contatto con l’uno o con l’altro dei due ambienti, senza, tuttavia, perdere il rapporto con questo ultimo. L’individuo maschile è emittente ed esteriorizzato, sia per i suoi organi genitali prominenti e la sua funzione di fecondatore, che per la sua  tendenza profonda a lavorare fuori di casa, e utilizzandola propria forza muscolare; perfettamente all’opposto, l’individuo femminile è interiorizzato, da un lato a causa dei suoi organi genitali interni e riceventi, dall’altro per la sua vocazione a restare in casa senza spendere energia muscolare.

“Legato, come abbiamo precisato, al Cielo e al Suolo alo stesso tempo, ogni essere umano ha dunque un’affinità particolare e specifica con uno o con l’altro di questi due termini; da ciò deriva la differenziazione dei sessi; ma soprattutto non bisogna vedere in questo una ragione per giustificare un’ipotetica lotta concorrenziale dei sessi, perché, come Cielo e Suolo, benché opposti, non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, essendo al contrario l’uno per mezzo dell’altro, l’opposizione dei due ambienti determina immediatamente la complementarietà, come abbiamo spiegato prima. Quindi, piuttosto che ricercare un’illusoria uguaglianza dei sessi, ciò che è puramente e semplicemente impossibile, è meglio insistere, al contrario, sulle differenze fondamentali che li distinguono e sviluppare queste, che sono giustamente le sole basi possibili, di una necessaria complementarietà. Così, la copia non deve in alcun modo venir concepita sotto l’aspetto di una coesistenza più o meno tollerabile e tollerata di due ereditari nemici, ma piuttosto come un’autentica associazione, si potrebbe dire un’équipe, in seno alla quale ciascuno apporta ciò che manca all’altro, nella misura in cui la ‘polarizzazione’ sessuale è sufficientemente sviluppata nel contesto definito in precedenza.

“Ma questa è solo una parte dei molteplici aspetti del rapporto dell’uomo con il Cielo e con il Suolo, dal punto di vista simbolico: modo qualitativo o quantitativo delle funzioni il cui insieme forma la fisiologia, differenziazione degli individui in emittente maschile e ricevitore femminile, in realtà si riferiscono soltanto a un uomo del tutto teorico, il quale, d’altra parte, esiste nel tempo e nello spazio. In questo quadro, a causa del suo carattere di universalità, il simbolismo del Cielo e del Suolo interverrà ancora, a atto, tuttavia, che siamo ben definiti tempo e spazio, che sono in realtà tutt’altra cosa di quanto i fisici confondono sotto il termine generale di ‘parametri’ e mescolano in formule matematiche come se si trattasse di termini della stessa natura, il che significa pretendere di trovare l’età del capitano combinando matematicamente l’altezza del mastro della nave e il numero dei membri dell’equipaggio!

“Per comprendere bene ciò che affermiamo, procediamo a una esperienza elementare: seduti davanti a un tavolo, prendiamo una riga e stabiliamo che sarà un campione di misura. Basta dunque porre questa riga sul bordo del suddetto tavolo per sapere che la sua lunghezza è uguale a un certo numero (intero o frazionario, poco importa) di lunghezze della riga. Applichiamo così il principio classico della misura delle lunghezze grazie al paragone dell’oggetto da misurare con un campione. Ugualmente si valuteranno pesi, volumi, ecc. Avendo compreso questo principio evidente, che ogni misura implica la coesistenza di due valori da confrontare, lo si può ora mettere in rapporto con il tempo? È possibile, ad esempio, sovrapporre un’ora a un’altra, un anno a un altro, per dimostrare la loro uguaglianza? È immediatamente comprensibile l’ aberrazione di un tale processo, dato che le frazioni di tempo si succedono, senza mai coesistere  in alcun modo. Così lo spazio, sede delle coesistenze,  è dell’ordine del Suolo poiché vi si può applicare la nozione di quantità (misura), mentre il tempo, campo della stretta successone, oltre qualsiasi tentativo di misura, corrisponde al Cielo e alla qualità. Le cosiddette misure del tempo dei fisici in realtà non sono altro che convenzioni, non prive di un certo pericolo, d’altra parte, dato che si vuole cercare di quantificare ciò che non può esserlo in alcun modo, perché il tempo è una ‘dimensione’.

“La Tradizione non si è sbagliata, nel rappresentare il tempo con un cerchio e lo spazio con un quadrato o con i simboli del compasso e della squadra (che permettono rispettivamente di tracciare il circolo e gli angoli retti, quindi il quadrato), e il famoso problema della quadratura del cerchio si rivela senza alcuna soluzione, per la semplice ragione che è altrettanto impensabile trasformare un cerchio in un quadrato di uguale superficie che trasformare il tempo in spazio.

“Nei suoi rapporti permanenti con il Cielo e il Suolo, l’uomo vive dunque ij due mondi allo stesso tempo (e non in due parametri) tanto diversi quanto complementari, il tempo e lo spazio: per la sua natura spaziale è una struttura, che sappiamo verticale, e in cui coesistono un certo numero d’organi; mentre l’uomo temporale nel corso dei giorni, degli anni, della vita, passa per una serie di tappe successive. Sapendo che il Suolo dipende dal Cielo, è facile capire che la struttura fisiologica si modifica in funzione del tempo, mentre i punti di riferimento temporali percorsi dall’uomo non dipendono affatto dalla sua fisiologia.

“Un altro aspetto della dipendenza dell’uomo in rapporto al Cielo e al Suolo è il suo modo di vivere secondo due stili distinti e opposti: il modo sedentario e il modo nomade.

“Il sedentario tende a fissarsi in un punto preciso del territorio e, fatto questo, non se ne muove più. Vi costruisce la sua casa in materiali duri, delimita il campo che coltiverà, e casa e campo sono conformi a una pianta quadrata, o almeno a una pianta stabilita in base all’angolo retto. Divenuto coltivatore, quest’uomo stabilizzato è evidentemente più vicino al Suolo che al Cielo e proprio per questo si interesserà ad arti i cui componenti coesistono: architettura, pittura, scultura, eccetera. Per le sue attività agricole, nella sua alimentazione predominano i vegetali, ed è lui che, in particolare, procede alla cottura dei cereali (pane). Il Cielo gli appare misterioso, poiché è lontano, e il sole, agente qualitativo di crescita e maturazione dei vegetali, sarà per lui l’emblema dell’unico Dio: il sedentario è monoteista per natura. Ma è curioso notare come, per una sorta di reazione, questo sedentario immobilizzato nello spazio abbia per unico punto di riferimento il sole, astro essenzialmente mobile, sul quale egli fonda non solo la propria religione, ma anche il proprio calendario.

“Il nomade, come già sospettavamo, ha un comportamento perfettamente contrario: estremamente mobile nello spazio, poiché si sposta senza sosta, avrà per rifugio una tenda circolare perpetuamente smontata e rimontata. Poiché vive così, lontano dal Suolo, e dunque più vicino al Cielo, le sue arti saranno composte di elementi che si succedono nel tempo: danza, poesia, eccetera. Vista la sua attività di pastore, la sua alimentazione è fatta soprattutto  di carne, e, poiché durante la notte deve vegliare il suo gregge, osserva il cielo notturno e scopre la luna, le costellazioni e lo zodiaco: il suo calendario non sarà solare come quello del sedentario, ma lunare. Per le stesse ragioni, avrà tendenza al politeismo, distinguendo tanti dei quante stelle vede nel cielo. Per lui che si sposta, l’indice principale sarà il punto fisso  della stella Polare, il nord, contrariamente a quanto farà il sedentario, che individua il sole a mezzogiorno, nel sud, per regolare il suo gnomone.

“L’uomo pensa, e cerca sempre di registrare i propri pensieri allo scopo di conservarli e di trasmetterli; da questo sorge l’invenzione della scrittura. Orbene, esistono due modi di scrivere, e ciascuno appartiene, è evidente, allo stile sedentario o nomade. Il sedentario includerà nella sua scrittura tutti gli elementi allo sesso tempo (coesistenza) creando così il pittogramma, l’ideogramma, il geroglifico; mentre il nomade scriverà in successione, inventando gli alfabeti.

“Mentre in origine gli uomini erano effettivamente ripartiti secondo questi modi di vivere, attualmente essi sono strettamente interconnessi, a tal punto che si può vedere in ogni essere umano un sedentario e un nomade allo stesso tempo. Chi non viaggia, pur avendo un domicilio fisso?  Chi, sinceramente monoteista, non invoca tuttavia questo o quest’altro santo? Chi può scrivere un libro didattico senza includervi qualche schema? Anche nelle più remote lontananze della storia degli uomini, il sedentario è costretto a spostarsi, non fosse altro che per recarsi nei campi, e, da parte sua, il nomade deve, prima o poi, fare una sosta e piantare le tenda. Basta a confermare ciò che affermavamo più innanzi, cioè che l’uomo, posto tra Cielo e Suolo, partecipa di questi due mondi da vicino, e, benché in proporzioni variabili, obbligatoriamente di tutti e due: nessuno è autorizzato a fare appello a uno solo, perché ciò equivarrebbe a perdere la qualità di uomo.”

Al lettore non sarà sfuggito il fato che i concetti fondamentali della visione antropologica che sta alla base della medicina cinese, pur essendo assai lontani da quelli che fondano la scienza newtoniana e, quindi, anche la medicina occidentale moderna, presentano tuttavia frequenti analogie con i concetti fondamentali dell’alchimia occidentale e, in generale, del sapere iniziatico. Ciò si spiega ammettendo che, secondo i cultori della Tradizione primordiale, il sapere esoterico è, in origine, unico (e di provenienza superiore all’umana), e solo in un secondo momento si differenzia, storicamente, nei diversi ambiti culturali e religiosi; non tanto, però, che non se ne possa intravedere la comune origine.

Una ragione in più, crediamo, per accostarsi con viva curiosità intellettuale al mondo affascinante della medicina cinese, nel quale finiremo per ritrovare, con piacevole sorpresa, una certa rassomiglianza con nozioni e verità che ci risuoneranno in qualche modo familiari, come se evocassero un tesoro dimenticato, che giaceva in qualche piega della nostra memoria.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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