lunedì, 20 Settembre 2021
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Una mente disturbata si crea da sè le proprie malattie

Lo strano potere della mente di modellare la realtà esterna come un centro creativo. Noi non siamo afflitti dalle cose ma dalle idee che ci facciamo intorno ad esse di Francesco Lamendola  

 

Ci siano già occupati varie volte, in particolare negli articoli La mente può non solo creare, ma anche ri-creare la realtà in cui viviamo da dove vengono le materializzazioni del pensiero?, dello strano potere della mente umana di modellare la realtà esterna come un vero e proprio centro creativo. Essa, cioè, non soltanto appare in grado di organizzare la realtà, ma anche, in certi casi, di originarla ex novo.

Ebbene, se questo è vero, ed esiste una ricca letteratura che non sembra lasciare dubbi in proposito,  non deve destare meraviglia che anche le malattie, o almeno una buona parte delle malattie, si possano considerare come una creazione, ovviamente involontaria, della mente umana. Il cosiddetto “effetto placebo”, così come la fenomenologia della gravidanza isterica – tanto per fare due esempi scelti a caso – stanno a dimostrare che il copro dà luogo a fenomeni sia di guarigione, sia di malattia, a seconda di come “decide” di interpretare determinati messaggi provenienti dalla mente, anche quando essi sono di natura inconscia o solo parzialmente consapevole.

Qui desideriamo soffermarci su un paio di episodi che sarebbero sconcertanti, se non conoscessimo la straordinaria capacità della mente umana di creare la realtà circostante. A riferirli è il filosofo giapponese Itsuo Tsuda (1914-1984), che ha animato, anche in Europa, il Movimento Rigeneratore, basato sulla riscoperta di un corretto metodo di respirazione.

Ciò che essi mettono è in evidenza è la ferma convinzione, da parte del paziente nevrotico (e non siamo tutti un po’ nevrotici, nella società odierna?), di essere soggetto a un male ben definito e ben localizzato, del quale vuole conoscere il nome scientifico per meglio poterselo rappresentare; e, inoltre, il suo bisogno di essere preso sul serio dal medico, cioè di sentirsi confermata la propria diagnosi istintiva. Per il paziente, un dolore acuto e persistente non può essere altro che l’indizio della insorgenza di una specifica malattia, e non pensa affatto che il dolore potrebbe essere – invece – la somatizzazione di un disturbo di tipo psicologico, un segnale che non il corpo, ma la mente manda a se stessa per richiamare l’attenzione su una perdita di equilibrio e di armonia.

Pertanto l’atteggiamento comprensivo del medico, il suo venire incontro al desiderio profondo del paziente di vedersi riconosciuta sia la localizzazione, sia la gravità del proprio male, paradossalmente costituiscono la base indispensabile perché l’organismo incominci a reagire con tutte le sue energie e ingaggi una lotta vittoriosa contro la malattia, mobilitando quella voglia di vivere che, altrimenti, forse non entrerebbe in gioco.

Con questo non si vuol dire che la malattia, in senso assoluto, non esista, bensì che nella sua eziologia entrano in misura maggiore o minore fattori di tipo psicologico; e che, allo stesso modo, fattori di tipo psicologico, se adeguatamente sfruttati dal medico, possono dare inizio al processo di guarigione – che è sempre, fondamentalmente, un processo di autoguarigione.

Diceva un filosofo antico che noi non siamo afflitti dalle cose, ma dalle idee che ci facciamo intorno ad esse; e questo sembra più che mai vero nel campo della salute e della malattia. Ora, è evidente che la medicalizzazione della società, per usare un’espressione cara a Ivan Illich, non va nella direzione giusta, perché tende a delegare la responsabilità della salute a strutture specializzate e a un personale  altamente qualificato, sottraendo – in certa misura – al paziente la decisione di fare appello alle sue energie vitali per sconfiggere la malattia. Non solo: riponendo ogni fiducia nella tecnica – dalla chirurgia alla chemioterapia, dai farmaci di sintesi ai raggi laser – la società moderna sembra assumere la presenza della malattia come una condizione “normale” e permanente dell’umanità, concedendole un ruolo imprescindibile nella sua filosofia di vita.

La malattia, così, invece di essere vista come una condizione strettamente individuale del singolo paziente e, soprattutto, come una condizione eccezionale e transitoria, dovuta a una rottura dell’equilibrio psico-fisico, viene ipostatizzata e trasformata in un ente maligno e onnipervasivo, dotato di un proprio statuto ontologico. In altri termini, invece di essere vista come la perdita della salute, la malattia viene vista come una condizione strutturale e ineliminabile della condizione umana.

A causa di questa distorsione, le enormi risorse intellettuali e materiali messe in campo dall’apparato sanitario, sia pubblico che privato, vengono assorbite nel pozzo senza fondo di una crociata permanente contro la Malattia, invece di essere più saggiamente impiegate in un’opera capillare di prevenzione, che faccia appello a un sano stile di vita complessivo da parte degli esseri umani,  e che abbia quale obiettivo il raggiungimento e il mantenimento di un giusto equilibrio psico-fisico. Possibile che la remissione spontanea di patologie ritenute incurabili, come nel caso di tumori in piena metastasi, da parte di pazienti innamorati della vita e fermamente decisi a non lasciarsi andare, non abbia insegnato nulla alla nostra medicina, che ha fatto della tecnologia il suo Vitello d’Oro da adorare incondizionatamente e che continua a tenere in ben scarsa considerazione il potere di autoguarigione nascosto al fondo di ogni essere umano?

La concezione della malattia di Itsuo Tsuda parte da una visione dell’uomo essenzialmente materialistica (anche se lui, probabilmente, avrebbe rifiutato questa definizione, convinto com’era della inscindibile unità del complesso mente-corpo); e tuttavia presenta aspetti di notevole interesse anche per chi non condivide tale presupposto. Per lui, il problema fondamentale della salute umana deriva dal fatto che l’uomo, a differenza dell’animale, non è in grado di consumare e scaricare tutta la propria energia vitale, perché i suoi istinti si sono affievoliti sotto l’azione preponderante della  evoluzione del cervello. Conservare in vita il proprio organismo e procreare, assicurando la sopravvivenza della specie, sono le attività che assorbono tutta l’energia vitale degli animali, mentre l’uomo ha un problema che deriva dal basso consumo di energia del cervello; problema, in un certo senso, aggravato dall’educazione, che vorrebbe canalizzata nel cervello, appunto, gran parte dell’energia vitale.

Nemmeno nell’attività sessuale l’essere umano riesce a scaricare tutta la propria energia, perciò egli si trova a dover gestire un surplus energetico che non sa bene come investire. Un modo di farlo è la sublimazione artistica e intellettuale; un altro, lo sfogo puro e semplice dell’aggressività, che si traduce in violenza; un altro ancora è, appunto, la malattia. Quest’ultima, pertanto, si può considerare come una conseguenza della perdita di equilibrio dell’organismo corpo-mente, dovuta, a sua volta, all’insufficiente canalizzazione delle energie sovrabbondanti.

Il filosofo giapponese espone queste convinzioni in alcuni passi esemplari, per chiarezza e concisione, del suo libro La scienza del particolare (edizione originale Parigi, 1976 traduzione italiana di A. Biasi e G. Costa, Milano, Sugarco Editore, 1978, 2 voll.; II, pp. 16-17; 123-124), alcuni dei quali ci sono sembrati  particolarmente degni di essere riportati e meditati. 

“La medicina è dualista, per concezione e per metodo. Essa simboleggia la guerra del Bene contro il Male. Per sconfiggere il male bisogna determinarlo, definirlo, localizzarlo. Gli si dà un nome e s’indicherà un rimedio. Tutto è perfetto, se la cosa procede in questo modo.

“Come ha detto Alexis Carrel, la malattia è una cosa personale. Essa assume l’aspetto dell’individuo. Vi sono tante malattie quanti sono i malati.

“Quando si dà un nome al male di cui soffre il paziente, questi blocca la propria immaginazione intorno all’idea che suggerisce questo nome. Bisogna che questo nome sia abbastanza degno, speciale, misterioso e accattivante per trattenere la sua attenzione. Un medico che dice al suo cliente: «Lei ha solo preso freddo», si vedrà presto costretto a chiudere lo studio, perché il malato si sente sottovalutato, leso nel suo diritto di rivendicazione. Lascerà perdere quel ciarlatano per trovarsi qualcuno di maggior valore. La psiche ha dunque la sua parte. (…)

“Bisogna dire che il dolore è dovuto solo alla partenza di segnali nervosi che arrivano al cervello. È  questo che decide se si tratta di un dolore o di qualcos’altro. In altre parole, se il cervello decide che è un piacere, il dolore può diventare un piacere. È il ben noto caso dei masochisti. La linea di demarcazione tra il dolore e il piacere non è altrettanto netta di quanto si creda. (…)

“Si confonde spesso la sofferenza con l’espressione della sofferenza; l’espressione è in qualche modo una forma di consumazione dell’energia. Negli animali, questa consumazione avviene secondo i loro istinti: conservarsi e procreare. Nell’uomo tutto si complica a causa del suo cervello, l’educazione ha come scopo di canalizzare l’energia del cervello, ma questo non ne consuma molta. Questo incanalamento resta eterno nei tipi cerebrali, negli altri tipi l’incanalamento colpisce altre regioni. Il massimo consumo dell’energia deve avvenire nell’atto sessuale, ma la situazione è complicata dal fatto che nell’uomo la sessualità non è semplicemente legata alla procreazione: essa è complessa, permanente e ambivalente.

“Fintanto che il consumo non è totale, cosa che avviene nella maggior parte degli uomini, l’eccedenza che ne risulta ci spinge a ritrovare l’equilibrio perduto da eccezionali mezzi di scarico: creazione, diversi mezzi d’esteriorizzazione, violenza, incidenti, malattia.”

Dopo aver così formulato la sua idea fondamentale sulla eziologia, Itsuo Tsuda passa ad esporre alcuni casi particolarmente significativi nei quali si è imbattuto personalmente, curando i propri pazienti, o che ha conosciuto per via indiretta. In particolare egli cita spesso Hiroyo Noguchi (1876-1928), famoso medico e batteriologo giapponese, per la esemplarità del suo rapporto psicologico con i propri pazienti.

Un intero capitolo è dedicato specificamente a una serie di casi d’isteria, nei quali i pazienti si fabbricavano da sé dolori più o meno localizzati e non erano disposti ad accettare alcuna diagnosi, né a lottare contro i propri sintomi dolorosi, se prima il medico che li curava non riconosceva la loro esistenza reale e non formulava la diagnosi relativa a una malattia organica ben precisa. Dal canto suo, osserva Tsuda, la medicina moderna non vede di buon occhio gli isterici perché essi la mettono in imbarazzo a causa della sua impotenza a curarne i sintomi dolorosi, dato che, per essa, si tratta di sintomi immaginari di una malattia immaginaria. Di conseguenza, il paziente si sente incompreso e abbandonato; peggio, si sente tradito nel suo bisogno di parlare della propria malattia come di un qualcosa di estremamente reale, di cui ha ogni diritto di lamentarsi e per la quale vorrebbe ricevere attenzioni e comprensione.

Citiamo ancora dal suo libro (vol. II, pp. 99-103):

“Un giorno, Noguchi viene sollecitato ad aiutare un uomo che soffre di tachicardia. Una cinquantina d’anni, una bella pinguedine, un tipo robusto. Seduto, soffre, tenendosi la mano sullo stomaco. Noguchi si avvicina, facendo finta di nulla, e dice:

“«In realtà, il suo organismo è molto sensibile. Là dove tiene la mano, vi è il puntocritico attraverso il quale si può agire per calmare le palpitazioni. Lei lo preme senza saperlo. Se potesse premere un po’ di più, sarebbe perfetto, ma lei non ha la forza sufficiente per farlo. Aspetti, lascia fare a me. Così, forte. Ora, inspiri, espiri».

“Smette la pressione. Il malato, ripresosi, lo ringrazia.

“«Lei mi ha salvato, maestro».

“«Non è nulla. Ha fatto bene a premere, solo che non ha forza sufficiente».

“Colui che si trova al suo capezzale, ha un’esclamazione ammirata.

“«L’istinto di natura è davvero incredibile. Egli sapeva dove doveva premere».

“Al ritorno, un guaritore che si occupava di lui, accompagna Noguchi e gli dice:

“«Era quello il punto critico, vero?».

“«Ma no. L’ho designato io come punto critico. Non ha importanza dove sia, per noi è uguale. Se lo indicate, quello diventa il punto critico».

“Il guaritore non riesce a comprendere. I cartesiani esistono ovunque, anche in Giappone.

“«Qual è la causa della malattia?».

“«L’isteria».

“«Un uomo così robusto? incredibile».

“Non vi furono più problemi fino all’indomani, quando il guaritore ritornò e disse a Noguchi:

“«Quel signore non è isterico».

“«Perché?».

“«Gli ho detto che è isterico. Dice di no. Mai stato in tutta la sua vita».

“Che imbecille! Disse tra sé Noguchi. Tutto quel che ho fatto è stato annullato. Inoltre, la crisi diventerà più acuta.

“Effettivamente, quella stessa sera  vanno a chiamarlo. Vede il guaritore al capezzale dell’ammalato.

“«Gli ho fatto quello che lei mi ha mostrato ieri. Ma va sempre peggio, Dunque, non si tratta di isteria».

“«Ma no. Non è isteria.  È un sintomo isterico che assomiglia ad essa. In questo caso ,ci sarà una contrazione all’epigastrio. Poiché non è isterico, deve esservi una contrazione. Eccola. Bisogna premere forte come occorre per avere un risultato. E lei, lei l’ha fatto come se fosse un caso d’isteria. Naturalmente, così non può andare».

“Egli preme esattamente nello stesso punto del giorno prima. E tutto si calma. Il guaritore dice trionfalmente:

“«In realtà, non si tratta di isteria».

“«Naturalmente. Non esistono casi di isteria come questo».

“Da allora, Noguchi ha deciso di non dire la verità a nessuno.

“Un commissario di polizia viene a chiedere il suo intervento per la moglie che è ammalata, e si trova a letto da più di un anno. Il medico curante dice che si tratta di una nevrosi e che bastano alcuni gesti di un ipnotizzatore per guarirla. È la ragione per la quale egli è venuto a chiedere a Noguchi  d’intervenire. Questi accetta di visitarla entro qualche giorno. Due giorni dopo, vanno a dirgli che la malata, con la minzione bloccata dal giorno prima, è in agonia. È costretto quindi a recarsi a lei senza indugio.

“L’ammalata, sprofondata nel letto, con i capelli in disordine, gli occhi iniettati di sangue, respira a fatica. Noguchi le tocca il ventre, i fianchi e il collo, dicendo che quei punti devono essere sensibili. Ella conferma con voce appena udibile.

“«Lei forse non lo sa – le dice – ma deve esservi un punto nel piede che deve far male».

“Quando preme fra il primo e il secondo e il secondo metatarso, ella lancia un grido di dolore.

“«È qui la causa, non è una nevrosi». E  voltandosi verso il marito, egli dice a voce alta: «Come può rimanere indifferente davanti a una malattia così grave? Porti subito un vaso da notte. La faccia urinare».

“A queste parole, il marito, sconvolto, si affretta a portarlo. Osservando tutta quella agitazione, ella dimentica di colpo la sua agonia. E si mette a urinare abbondantemente.

“«Senta, Maestro», dice piangendo – mio marito e il mio medico non prendono sul serio ciò che dico Io dico che ho male ed essi continuano a dire che si tratta di nevrosi, di malattia psichica».

“«Assolutamente no. Non si tratta di nevrosi», risponde Noguchi immediatamente, e dice al marito:

“«Che errore diagnostico. Anche lei deve fare attenzione. Faccia onorevole ammenda di tutto quel che le ha fatto».

“L’ammalata assume uno sguardo più dolce, il suo polso si fa normale, ella comincia ad avere un aspetto migliore e si riprende dall’agonia.

“Mentre uscivano dalla casa del commissario, questi gli chiese:

“«Qual è insomma la sua malattia?».

“«La nevrosi. E anche lei…Ora, le dica che non deve alzarsi, non deve muoversi, perché la sua malattia è molto grave. Lo ripeta tre volte. Allora, lei si alzerà da sola».

“In effetti, ella lasciò il letto l’indomani.

“Mi hanno detto che è assolutamente inconcepibile che l’organismo possa effettuare un cambiamento così improvviso, senza passare attraverso un processo fisiologico normale e graduale. Eppure, capita che un uomo muoia sentendo qualche goccia d’acqua tiepida scorrergli sul braccio, che prigionieri di guerra muoiano per una sola frustata. Capita che a un uomo completamente ubriaco passi di colpo la sbornia, nel ricevere un telegramma.”

Il lettore che ci ha seguito fin qui potrà forse pensare che questi casi sono, sì, sconcertanti; ma che, dopotutto, si trattava appunto di sintomi isterici, per cui essi non provano che una  reale malattia sia effettivamente scomparsa mediante un trattamento psicologico, ma solo che quest’ultimo abbia funzionato in presenza di una malattia immaginaria. È ben vero che, per quanto immaginaria, la malattia della moglie del commissario di polizia, nel secondo caso sopra riportato, stava effettivamente portando la donna alla morte; che, cioè, i sintomi, per quanto creati dalla nevrosi, stavano operando su di lei in maniera estremamente reale. Tuttavia si trattava sempre di sintomi isterici e non di una malattia organica.

Ma che dire allorché un tumore all’ultimo stadio regredisce spontaneamente, e non sotto l’influsso di una qualche specifica terapia avviata dai medici, ma in maniera per loro completamente inspiegabile e repentina?

Eppure, non sono certo pochi i casi documentati dalla letteratura medica.

Spostandoci dal Giappone agli Stati Uniti d’America, ecco cosa riferiscono Caryle Hirshberg e Marc Ian Barasch nel loro libro Guarigioni straordinarie. Quando il corpo guarisce se stesso (titolo originale Remarkable Ricovery,1995; traduzone italiana di Orsola Fenghi, Milano, Arnoldo Mondadori, 1995, pp. 83-86):

“Perfino nel prendere atto che le guarigioni straordinarie esistono, la scienza medica continua a mostrare scarso interesse per la parte in esse avuta da pensieri e sentimenti.

“Eppure tutti coloro con i quali abbiamo parlato insistono che il come sono guariti, forse perfino perché sono guariti, dipese dal loro modo di vedersi, dai loro sentimenti per gli altri, dal rapporto col mondo esterno, in misura spesso maggiore del trattamento medico. È quindi chiaro che per affrontare il mistero – e la realtà – delle guarigioni straordinarie occorre una visione concettuale non preconcetta, accompagnata a nuove tecniche di ricerca e forse perfino a una nuova medicina.

“Se infatti esistono, i fattori psicosomatici associati alla scomparsa o all’arresto di un tumore potrebbero costituire il punto di partenza di un nuovo programma articolato di prevenzione e cura.

“Credere fermamente in qualcosa può influire su una malattia devastante o siamo nel campo del folclore? Riprendiamo dagli ani Cinquanta il famoso caso dello pseudo ‘Mr. Wright’. «Affetto da linfosarcoma terminale, aveva il corpo disseminato di tumori grossi come arance», scrive il suo medico, il dottor West, nel prescrivergli la maschera a ossigeno che gli avrebbe permesso di respirare, con un torace inondato da uno o due litri di ‘liquido lattescente’. Il male aveva raggiunto uno stadio troppo avanzato per le cure del tempo, mostarda azotata e raggi X, ma, nota West, egli si aggrappava come un naufrago a un unico relitto di speranza: il Krebiozen, propagandato dalla stampa popolare come rimedio miracoloso e che, per una strana coincidenza, sarebbe stato sperimentato proprio nell’ospedale in cui era ricoverato.

“Purtroppo Mr. Wright non aveva i numeri per la cura sperimentale: non bastava che il paziente risultasse resistente alle terapie convenzionali, occorreva un’aspettativa di vita di almeno tre mesi.«Una prognosi superiore alle dodici settimane – scrive il dottor West – nel suo caso era un vero azzardo».Inoltre, il quantitativo del farmaco assegnato all’ospedale era sufficiente per non più di una dozzina tutti già prenotati. «Ma Mr. Wright non si lasciava facilmente smontare e, nonostante tutti gli sforzi di dissuaderlo, implorò con tale insistenza quella ‘occasione d’oro’, da convincerli , contro ogni logica e anche contro le regole della commissione sul Krebiozen, a includerlo nell’esperimento».

“Nel programma di terapia iniettiva trisettimanale, il dottor West somministrò la prima iniezione a Mr. Wright, costretto a letto con gravi difficoltà respiratorie, un venerdì. Tornato in ospedale il lunedì mattina, «sicuro di trovarlo moribondo o anche morto e che la sua dose potesse essere assegnata a un altro paziente», constatò meravigliato una ripresa brillante. Mentre tutti gli altri pazienti non mostravano alcun miglioramento apprezzabile, Mr. Wright «passeggiava per il corridoi, chiacchierando allegramente con le infermiere, trasmettendo un messaggio di speranza a chiunque volesse ascoltare». Alla visita di controllo, West scoprì che «le masse tumorali si erano dissolte come neve al sole, e dimezzate in soli due giorni le dimensioni originarie».

“Nel giro di dieci giorni, Mr. Wright fu dimesso, libero da sintomi. Tuttavia, dopo un paio di mesi di ottima salute, lesse su un giornale che tutti gli esperimenti fatti col Krebiozen avevano dato risultati deludenti. A poco a poco perse la speranza e il male si manifestò nuovamente. A questo punto, il dottor West ebbe una ispirazione. Gli si offriva un’occasione di indagare come veri e propri ciarlatani ottenessero a volte risultati curativi, con farmaci dagli effetti dubbi o del tutto inattivi. «Resomi conto che all’interno di lui operava qualcosa di più della biochimica, approfittai scientemente del suo innato ottimismo, utilizzandolo come paziente di controllo. Ero spinto da motivazioni squisitamente scientifiche, volevo trovare per mezzo dell’esperimento perfetto una risposta ai numerosi interrogativi da lui sollevati.. Il mio piano non gli avrebbe arrecato alcun danno ed ero certo che non esistesse comunque alcun modo di aiutarlo».

“«Mentendo deliberatamente – continua West – lo invitai a non prestare fede a quel che leggeva sui giornali poiché il farmaco prometteva invece molto bene». Quando il paziente chiese come mai avesse avuto una ricaduta, West inventò che «la sostanza si conserva male, è poco stabile…»,ma che «una nuova versione ultraperfezionata, di raddoppiata efficacia», era in arrivo. La messa in scena di West si spinse fino al punto di ritardare l’arrivo della finta spedizione in modo che «la speranza di salvezza raggiungesse l’apice. Quando gli dissi che stavamo per cominciare la nuova serie di iniezioni, era in uno stato prossimo all’estasi. Con grande ostentazione, recitando fino in fondo la parte (come ritenevo lecito, date le circostanze)», West gli fece una iniezione di acqua fresca. Per la seconda volta Mr. Wright si sottrasse alla morte e in modo ancor più spettacolare. Di nuovo le masse tumorali sembrarono dissolversi, il siero scomparve dalla cavità toracica ed egli divenne «il ritratto della salute». Fino a due mesi dopo, quando il rapporto finale della Commissione farmaci dichiarò il Krebiozen del tutto privo di efficacia. Nel giro di pochi giorni, fu di nuovo ricoverato con tutti i sintomi del male e dopo ventiquattr’ore morì.

“Spiegare il mistero di quanto accadde in questo esperimento proibito non è semplice. Si potrebbe invocare una straordinaria coincidenza: alcuni tumori sono noti per l’alternanza, nel processo biologico, di fasi di accrescimento a fasi di latenza, anche se molto di rado così spettacolarmente coordinate con iniezioni di placebo. Sarcoma e linfoma sono tipi di cancro per cui le tossine di Coley con induzione di febbre si erano dimostrate una cura valida. Mr. Wright aveva avuto febbre? West riferisce che il suo malato di linfosarcoma era in ‘stato febbrile, quel fatidico venerdì in cui fu fatta la prima iniezione.

“Quello del dottor West è forse l’unico esperimento placebo, basato solo e unicamente sulla fiducia del paziente, eseguito consapevolmente e deliberatamente da un medico su un malato di cancro. Ma c’è da dire che una pillola zuccherina mascherata da farmaco era una volta presente in tutte le borse dei dottori. Rievocando gli anni di studio alla Harvard Medical School, agli inizi del secolo, il bostoniano Richard Cabot scrive: «Fui addestrato, come credo ogni altro medico, a usare il placebo, pillole di pane, iniezioni sottocutanee di acqua fresca e altri trucchi per agire sui sintomi del male grazie all’azione della mente».

A questo punto, evidentemente, la domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: se non è stato il Krebiozen a far recedere in maniera così spettacolare il tumore del signor Wright, che cosa è stato? E che cosa lo ha portato alla morte in un tempo brevissimo, dopo che per due volte egli aveva rovesciato la prognosi medica, riprendendosi al punto da far sparire dal proprio organismo ogni traccia di tumore?

Evidentemente, qualche cosa di psichico, di mentale: una convinzione, una speranza, una volontà – e, nell’ultima fase, una drammatica perdita di speranza. Né si deve credere che casi come quello or ora riferito siano poi tanto rari nella storia della medicina. Il fatto è che i medici, di solito, non ne parlano volentieri: e non solo perché secca loro ammettere la propria colossale ignoranza in materia – a dispetto delle sofisticate e costosissime tecnologie delle quali oggi dispongono -, ma anche e soprattutto perché intuiscono che prendere sul serio tali casi significherebbe mettere in discussione tutto il paradigma scientifico sul quale hanno costruito la loro visione del mondo, dell’uomo, della salute e della malattia.

La loro formazione universitaria è di tipo materialistico, meccanicistico e riduzionistico, come lo è – del resto – tutta la scienza moderna. Ammettere che il fattore spirituale è decisivo nella eziologia del cancro, e di molte altre malattie più o meno gravi, così come lo è nella loro terapia, configge irrimediabilmente con tutto ciò che è stato loro insegnato e con tutto ciò in cui credono e in cui hanno fiducia, sia come medici che come esseri umani. In fondo, essi ragionano, si tratta di casi percentualmente molto rari, se pure esistono: perché mai doversi sobbarcare la fatica di ripartire da zero nella propria visione del mondo e nella propria specializzazione professionale, se tutta la cultura dominante dà ragione a loro e torto a quei pochi fatti? Ahimé, pochi o tanti che siano, i fatti sono fatti: basterebbe un solo fatto, che sia in palese e inconciliabile contrasto con la scienza accademica, per suggerire la necessità di una profonda revisione di tutte le nostre certezze scientifiche – almeno se si è intellettualmente onesti.

Ma questo richiede una buona dose di coraggio, perché immediatamente scatterebbero i sospetti e, a un certo punto, le scomuniche del corpo accademico e della medicina “ufficiale”. Il rischio, per chi accetti di rimettere in discussione l’intero paradigma scientista, è l’espulsione dalla comunità scientifica ufficialmente riconosciuta e, nel caso di un medico, di una radiazione dal proprio ordine professionale. Nel caso di un biologo, la posta in gioco è la fine della propria carriera universitaria, della possibilità di pubblicare libri ed articoli su riviste specializzate, insomma l’esclusione definitiva dal mondo culturale riconosciuto dalle persone “serie”, e lo spettro di vedersi retrocedere  nella disprezzata categoria degli studiosi poco seri, dei creduloni, dei ciarlatani.

E allora?

E allora potremmo cominciare col domandarci perché mai, fino a meno di un secolo fa, anche nei Paesi occidentali tecnologicamente avanzati, i medici non disdegnavano di riporre delle pillole zuccherate nella loro borsa di cuoio, quando andavano nelle case a visitare i pazienti; mentre oggi questo più non avviene. Evidentemente, il ricatto scientista e materialista è arrivato a livelli tali, per cui i medici di oggi si vergognerebbero di riporre fiducia in un “farmaco” che non è tale, e che costituisce la prova lampante del potere di autoguarigione dell’organismo, basato sull’influsso della mente; cioè che così come la mente “crea” tutta una serie di malattie, allo stesso modo – e a a determinate condizioni – è in grado di combatterle e vincerle. Ma allora, che cosa ci stanno a fare i medici, con tutti gli anni di studio che hanno dovuto affrontare per laurearsi e specializzarsi e con tutta la sofisticata tecnologia di cui oggi dispongono le strutture sanitarie?

Nemmeno il fatto che una buona fetta dell’umanità – specialmente in Asia – si sia curata per millenni, e continui ancor oggi a curarsi, con metodi naturali che ignorano la chimica, riducono al minimo la chirurgia e danno grande importanza ai fattori psicologici e spirituali (basti pensare all’Ayurveda indiano), riesce a smuovere la medicina occidentale dalle sue presuntuose, granitiche  certezze. Eppure le statistiche, tanto care alla visione occidentale della salute e della malattia, dicono che in India o in Cina non ci si ammala e non si muore con più frequenza che in Occidente; al contrario. E anche questi sono fatti, non parole.

La realtà è che noi vediamo solo quei fatti che offrono sostegno al nostro paradigma culturale, e ignoriamo quelli che sembrano contraddirlo. In questo modo riusciamo a sentirci confortati nelle nostre convinzioni più radicate, senza doverci sobbarcare la fatica, e il disagio psicologico, di doverle rivedere alla luce di nuove evidenze.

Ma perché dobbiamo vivere la disponibilità a rivedere il nostro paradigma culturale, solo sotto la luce negativa di un disagio, di una fatica? Perché non potremmo viverla come una opportunità di arieggiare l’atmosfera soffocante che ristagna nell’edificio del nostro presunto sapere? Sentirsi sempre ignoranti e bisognosi di verità, questa è la vera scienza. Questo dovrebbe essere l’atteggiamento fondamentale del vero scienziato. C’è stato un tempo in cui anche gli scienziati occidentali lo sapevano, e cercavano di praticarlo. Forse dovremmo recuperare quello spirito e  quella salutare umiltà, senza i quali non è possibile realizzare alcun vero progresso.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/01/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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