martedì, 22 Giugno 2021
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Come la scoperta di tre “pietre cadute dal cielo” scatenò l’ultima grande rivolta maya del Chiapas

Come la scoperta di tre “pietre cadute dal cielo” scatenò l’ultima grande rivolta maya del Chiapas. La cosiddetta ribellione di Chamula del 1869 costituisce un episodio strano e largamente ignorato dal pubblico occidentale di Francesco Lamendola  

La cosiddetta ribellione di Chamula del 1869 costituisce un episodio strano e largamente ignorato dal pubblico occidentale: ebbe per protagonisti due gruppi di popolazione india, discendenti dei Maya, i tzeltales e i tzotziles, le cui terre erano state espropriate dai conquistatori bianchi e dai loro discendenti; nella seconda metà del XIX secolo, solo un terzo di essi possedeva ancora un po’ di terra, gli altri lavoravano nelle piantagioni e nelle “haciendas” dei bianchi.

La fine del dominio coloniale spagnolo e l’avvento del governo indipendente messicano, nel 1821, non migliorò affatto la condizione di secolare servaggio delle popolazioni indigene: il potere era passato nelle mani dei latifondisti creoli che non dovevano più rispettare nemmeno i vincoli formali posti dalla monarchia di Madrid. Stessa cosa quando il Messico divenne una repubblica, nel 1824; lo Yucatan, che aveva sottoscritto un patto col governo messicano, conservando lo statuto di Repubblica federale, venne integrato dallo Stato centralizzato nel 1835; nel 1841 si proclamò indipendente e lottò fino al 1848, quindi venne sottomesso per la seconda volta. Nel 1846, durante la guerra fra Stati Uniti e Messico per la vertenza relativa al Texas, lo Yucatan offrì la propria annessione al governo di Washington, ma la cosa non andò in porto e, dopo il trattato di Guadalupe-Hidalgo (2 febbraio1848), che sancì le nuove frontiere fra le due potenze, lo Yucatan rimase definitivamente al Messico.

Fino a quel momento, si era trattato di una lotta fra messicani di razza bianca: centralisti e federalisti, conservatori e liberali, erano partiti e gruppi d’interesse che discendevano direttamente dagli obiettivi economici e dalla cultura politica dei bianchi, discendenti dei colonizzatori spagnoli, anche se i federalisti – è vero – avevano proclamato, ma solo a parole, una certa uguaglianza di tutti gli abitanti dello Yucatan davanti alla legge. Tuttavia, né il primo presidente della effimera repubblica, Manuel Barbachano (1841-43), né il secondo, Santiago Mendez (1845-48), se la presero troppo calda per il destino degli indios: anche se imbottiti di belle idee derivanti dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese, non avevano alcuna voglia di inimicarsi gli “hacienderos” bianchi. Le loro principali rivendicazioni erano sempre state quella della libertà religiosa, dal momento che vedevano la Chiesa cattolica come il principale ostacolo sulla via del progresso, e il federalismo, rivendicando alla Penisola una larga autonomia, anche culturale, sulla base di una sua specifica identità, diversa da quella del resto del Messico.

Approfittando del conflitto fra il governo locale yucateco e il governo centrale messicano, i Maya insorsero nel 1847 e uccisero un certo numero di bianchi; a ciò fece seguito una pronta repressione per ordine del presidente Mendez. Alcuni caciques vennero giustiziati, anche se questo non fu sufficiente a fermare la rivolta, che prese il nome di Guerra delle Caste. A un certo punto il governo yucateco, disperato, tentò di offrire la propria dedizione a qualsiasi potenza straniera avesse voluto accettarla: oltre agli Stati Uniti, che rifiutarono, la Gran Bretagna (che possedeva il vicino Honduras Britannico e l’isola di Giamaica) e perfino l’antica madrepatria defenestrata, la Spagna, tuttora insediata nelle isole di Cuba e Portorico; ma anche queste ultime declinarono la pericolosa offerta. Così il governo dello Yucatan scese a patti con quello di Città del Messico e, in cambio di un pronto soccorso contro la rivolta indigena, offrì la propria reintegrazione nello Stato messicano. Una parte dei Maya orientali continuarono a battersi ostinatamente, inseguendo il sogno impossibile – e sanguinario – di cacciare o sterminare tutti i bianchi (ma ci fu un momento in cui parvero arrivarci abbastanza vicino). Gli ultimi bagliori della Guerra delle caste si sarebbero spenti definitivamente solo nel 1901.

Ad ogni modo, il territorio maya restava assai inquieto, sia nello Yucatan vero e proprio, sia nel confinante Stato del Chiapas. Gli indios si lamentavano dell’eccessivo carico fiscale e dei limiti posti al disboscamento per mettere a coltura nuove terre; lo Yucatan restava una polveriera etnica e sociale, pronta a deflagrare in qualsiasi momento. La reintroduzione del lavoro obbligatorio fu la miccia che provocò una serie di nuove esplosioni.

Fra le rivolte maya della seconda metà del XIX secolo, tutte di portata locale e tutte originate dalle stesse cause – la miseria economica e l’oppressione sociale e culturale dei proprietari e dei governanti bianchi – una delle più significative è passata alla storia con il nome di Ribellione di Chamula. Per comprenderla, bisogna tener presente il fatto che l’antica cultura maya non si era completamente spenta, pur dopo oltre tre secoli di dominazione spagnola (e, poi, messicana): in particolare, un vago ricordo dell’antica religione indigena sopravviveva sotto le forme, più o meno superficiali, del cattolicesimo. Bisogna infatti osservare che, mentre nel Messico vero e proprio, dove anche il ricordo degli Aztechi era stato completamente cancellato, il cattolicesimo era entrato profondamente nella religiosità indigena, specie dopo la nascita del culto della Vergine di Guadalupe (che nel 1531, solo dieci anni dopo la caduta di Tenochtitlàn nelle mani di Hernan Cortés, era apparsa, non a un bianco, ma ad un povero indigeno, Juan Diego Cuauhtlatoatzin, evento cui aveva fatto seguito l’approvazione del vescovo Juan de Zumarraga), nello Yucatan la situazione era diversa: i Maya esistevano ancora e non erano del tutto immemori del loro passato; il cattolicesimo, fra loro, appariva più come la religione dei conquistatori bianchi ed era perciò subito, ma non intimamente accettato.

Nel 1869 una povera ragazza, una pastorella, di nome Agustina Gomez Checheb, trovò tre pietre di ossidiana che portò a casa, e alle quali vennero subito attribuiti magici poteri: furono considerate pietre parlanti, cadute dal cielo, e latrici, pertanto, di un qualche messaggio divino. Il pericolo che dietro questo fatto, apparentemente insignificante, potesse svilupparsi una reazione incontrollabile, originata dal malcontento sociale che covava sotto la cenere, fu subito intravisto dal prete cattolico del luogo, che cercò di disinnescare la miccia prima che fosse troppo tardi. Gli aspri rimproveri di eresia e superstizione che egli rivolse agli indios nel corso della predica ottennero, in un primo tempo, il pentimento e la sottomissione di costoro; ma poi la situazione sfuggì a tutti di mano, il culto delle pietre nere crebbe fino a raggiungere proporzioni incontrollabili e l’intera popolazione india della regione montagnosa del Chiapas, al confine del Guatemala, entrò in fermento. Dopo di che, una serie di sfortunate circostanze causò il divampare inarrestabile dell’incendio generale, forse al di là della volontà iniziale dei protagonisti, vista la parte che vi giocarono alcuni eventi che si possono ritenere sostanzialmente causali.

Le strane e drammatiche vicende della cosiddetta ribellione di Chamula del 1869 sono state rievocate dall’etnologo tedesco Winfried Westphal nella sua interessante monografia «I Maya. Antichi e moderni schiavi» (titolo originale: «Die Maya. Volk im Seiner Väter», Mnchen, C. Bertelsmann Verlag, 1977; traduzione dal tedesco  di Adriano Ciani e Aldo Runfola, Milano, Sugar Co, 1980, pp. 287-290):

«… La cosiddetta insurrezione di Chamula scosse l’intera provincia, del Chiapas. Il 22 dicembre 1867 Agustina Gomez, una ragazza india, trovò tre schegge d’ossidiana mentre faceva pascolare le pecore. Le portò nella capanna dei genitori e le custodì sull’altare di famiglia. Vennero i vicini a vedere cos’avesse trovato; la notizia si diffuse: pietre dal cielo erano cadute, un messaggio per gli indi. Anche Pedro Diaz Cuzcat venne a sapere delle “pietre parlanti”. Abitava in un borgo vicino a Tzajalhemel (luogo dove erano conservate) e, come “fiscal”, curava gli interessi dei religiosi nei distretti esterni., Giunto all’altare, nessuno fece difficoltà, proprio  perché era il fiscal a chiedere le sante schegge. Pero le custodì in una cassetta. A sera, sdraiatosi per riposare, fu svegliato: da dentro la cassetta provenivano colpi, come se le pietre volessero uscire. Allora non ebbe più dubbi: i pezzi di ossidiana erano proprio di origine divina. Pedro fece costruire uno scrigno e ve li mise dentro; i pellegrini non tardarono ad affluire: indi dei dintorni di Tzajalhemel. Anche il cura, il sacerdote cattolico di Chamula, si fece attento e volle vederci chiaro. Quando giunse al santuario, vi trovò una gran folla. Sorretto da sacro furore, improvvisò una predica contro l’idolatria. Gli indi, invece di malmenarlo, stettero ad ascoltarlo, lo pregarono di perdonargli e gli consegnarono le “pietre parlanti”. Ma Pedro, che nascosto in una cassa faceva la divina voce (ed era anche il vice del cura), non si lasciò intimidire dai suoi rimproveri: con Agustina creò una nuova divina statua, di coccio, coperta di vesti e nastri colorato, simile alle immagini sacre delle chiese. Ma non era un santo dei bianchi, era un dio nuovo, un dio degli indi.

Non durò a lungo. Quando il jefe politico di San Cristobal Las casa (ex Ciudad Real) seppe del nuovo idolo, lo ritenne un pericolo per la sicurezza dei ladinos e, scortato da venticinque uomini, si recò a Tzajalhemel. Non s’accontentò della divina statua, si prese  anche Agustina, la fonte di ogni male, e la portò a San Cristobal. Il governatore del Chiapas propugnatore delle riforme liberali, ordinò che Agustina venisse liberata, perché, disse, in Messico c’era ormai la libertà di religione. Le parole del governatore diedero nuovo slancio al culto indio: tre immagini sacre presero il posto dell’idolo sequestrato, e la modesta capanna che fino a quel momento era servita da scrigno fu sostituita da un magnifico tempio. Poi tornarono in auge i festeggiamenti annuali di santa Rosa, la patrona di Chamula: Pedro invitò i rappresentanti delle comunità indie vicine e lontane e, giunto il dì della festa, li unse e li benedì nel tempio e nominò ciascuno di loro capo della rispettiva comunità, con l’incarico di far da tramite e di dargli consigli. Nello stesso tempo introdusse a Tzajalhemel  un mercato quotidiano e un servizio divino domenicale in onore delle tre immagini sacre. Per i ladinos di San Cristibal (roccaforte dei conservatori del Chiapas  l’idolatria degli indi era già un delitto. Il fatto che intaccassero il monopolio commerciale dei bianchi, passò ogni limite e rischiò di provocare una sommossa. Così il jefe politico si vie nuovamente obbligato a recarsi a Tzajalhemel, con cinquanta armati che, giunti sul posto, non si preoccuparono certo di risparmiare le munizioni. Pedro sfuggì un’altra volta agli sbirri, Agustina e le immagini sacre fecero la stessa fine della volta precedente. Ma quando la ragazza non ritornò, Pedro decise di rivolgersi al governatore e si recò a Chiapa, perché desse ordine di rilasciarla. Purtroppo arrivò soltanto fino a Ixtapa: un indio di Zinacantan lo tradì e lo fece andare in prigione. Vistisi spogliati dei loro sacerdoti e dei loro dei, gli indi cercarono scampo in un’ultima disperata azione: si costruirono il loro redentore, mettendo in croce Domingo Gomez Checheb, un fratello di Agustina, il venerdì santo del 1869: “Innalzarono una croce sulla plaza di Tzajalhemel, dove tenevano le loro assemblee; andarono a prendere la vittima nel tempio e la legarono alla croce, inchiodando le sue mani e i suoi piedi. L’infelice gridava per il dolore, ma la sua voce era coperta dalle urla furiose, ubriache di alcole di sangue. Alcuni lo avvolsero nel fumo dell’incenso; le cosiddette santas (le sacerdotesse del tempio  raccolsero il sangue del crocifisso. Poi il giovane Domingo, tra atroci sofferenze, morì.”

Il “redentore” venne nella notte tra il 16 e il 17 maggio. Era un meticcio di nome Ignacio Fernandez Galindo. Annunciò che Dio lo aveva mandato per guidare gli indi alla guerra e per liberare Pedro e Agustina. Dimostrò di aver ricevuto l’incarico da Dio, ipnotizzando alcuni bambini e richiamandoli poi alla vita.  “Così farò”, disse “con i guerrieri caduti in battaglia contro i bianchi: li risveglierò”.

Gli indi ascoltarono il suo messaggio e credettero che fosse san Matteo. A migliaia lo seguirono e cominciarono a esercitarsi sotto la sua guida per affrontare lo scontro. La prima battaglia non fu molto impegnativa: quando il cura di Chamula (accompagnato da un maestro, dal fratello del maestro e da due indi) tentò di negoziare con Fernandez, fu aggredito e ucciso  dagli insorti. Solo uno degli indi scampò alla strage. Fu il preludio. Il giorno dopo, 13 giugno 1869, i rivoltosi piombarono  sulle prime haciendas. Il 17 giugno dello stesso anno ne avevano già distrutte una dozzina, uccidendo un centinaio di ladinos e liberando migliaia di baldios. Diventarono il fulcro dell’esercito insurrezionale, poiché sapevano contro chi combattere. Gli altri erano soltanto  mozos, indi cui era rimasto un pezzo di terra e che solo occasionalmente andavano a lavorare nelle haciendas e nelle piantagioni. Assicuratisi l’hinterland, gli insorti mossero contro San Cristobal. Mentre le donne e i bambini cercavano scampo in chiesa, il comandante della guarnigione (la quale disponeva di novantacinque uomini) tentò di negoziare. Si giunse a un accordo, a uno scambio: Pedro e Agustina contro Fernandez. Gli indi si ritirarono, e Fernandez finì davanti al plotone di esecuzione sulla piazza di San Cristobal il 26 giugno. Suicidio? Probabilmente no. Ferenandez sarebbe stato il primo meticcio a dare a vita per gli indi. Ma che cosa lo convinse poi a diventare difensore degli indi e a consegnarsi volontariamente nelle mani del nemico? Fernandez ha portato nella tomba il suo segreto. Tuttavia, dopo la sua morte, corsero voci sul comportamento di questo contraddittorio personaggio: era stato, si disse, un agente provocatore; il governatore gli aveva promesso cinquemila pesos, se fosse riuscito a costringere alla resa non tanto gli indi quanto San Cristobal, che si opponeva al potere liberale.  Le truppe del governatore, quale che fosse stato il loro compito originario, intervennero soltanto quando Fernandez era ormai entrato nel numero dei più.

Nel frattempo i rivoltosi, alleati con gli tzeltales, stanziati in un territorio che si trovava a est di quello degli tzotziles. Gli indi, però, al primo scontro serio con i governativi furono battuti: il 30 giugno 1869 nel borgo di Tzajalchén, morirono trecento nativi. La stessa sorte conobbero gli insorti a Yolonchén, nella regione di San Abndrés, il 7 luglio: il loro esercito subì una definitiva disfatta: trascinandosi dietro i morti e i feriti, gli indi si ritirarono tra i monti, dando inizio a una guerriglia che non sarebbe cessata nell’autunno dell’anno seguente, se i mozos, istigati dai ladinos, non avessero attaccato a tradimento i baldios. Pedro Diaz Cuzcat morì nel 1871 in una spelonca, in cui aveva trovato rifugio. Abbandonato e dimenticato. Agustina Gomez Checheb scomparve nell’anonimato, in cui lo stesso popolo ricadde. Di lei non s’è saputo più nulla.»

Chi abbia letto il romanzo di David Herbert Lawrence «Il serpente piumato» («The plumed serpent»), pubblicato nel 1926, sa come il Messico sia stato, fino alla prima metà del XIX secolo, una specie di vulcano sempre sul punto di esplodere, quanto al livello di ebollizione delle antiche credenze religiose, dietro le quali tendeva a coagularsi, forse inconsciamente, il sentimento nazionale represso delle popolazioni indigene, dopo quattro secoli di acculturazione forzata. L’avvento sulla scena messicana di ideologie politiche liberali, massoniche e anticattoliche, e il costituirsi di forze politiche ad esse ispirate, resero la tensione ancora più acuta, perché gli indios videro nei proclami dei liberali sulla libertà religiosa e sul diritto all’autonomia una specie di incitamento a rivendicare i propri antichi diritti e, se possibile, a restaurare le loro antiche forme di organizzazione sociale, civile e religiosa.

Si trattava, naturalmente, di un tragico equivoco: i liberali e i progressisti bianchi messicani, e perfino i meticci, che rappresentavano un po’ il ceto medio, non intendevano affatto, quando parlavano di “libertà”, quel che potevano intenderne gli indios: per convincersene, basta pensare al sanguinoso fraintendimento che sta alla base della vicenda di Bronte, in Sicilia, nel 1860, narrata da Giovanni Verga nella novella «Libertà». Quando sentirono risuonare quella magica parola, al seguito delle “camicie rosse” garibaldine, i “cafoni” di quel paese insorsero e massacrarono i “cappelli”, ossia i ricchi e i borghesi, dopo di che si spartirono le loro terre e i loro beni; ma Garibaldi non poteva certo tollerare l’esempio di una simile anarchia, e inviò subito sul posto Nino Bixio, il quale procedette a una severa repressione di quel moto. Qualche cosa di simile si verificò nello Yucatan del 1869, in un contesto di sperequazione sociale ancora più accentuato, e reso più incandescente dalla contrapposizione etnica e culturale.

Alquanto misteriosa, per non dire ambigua, è e rimane, in particolare, la figura di Ignacio Fernandez Galindo. Pare che fosse un anarchico; tuttavia la sua trovata di ipnotizzare dei bambini e di promettere la risurrezione immediata ai guerrieri che fossero caduti in battaglia, e, più ancora, quella di spacciarsi per il nuovo Redentore, fa pensare più che altro ad un ciarlatano senza scrupoli, sì che non riesce incredibile la voce secondo cui egli sarebbe stato un agente provocatore al servizio del governo. Può anche darsi che, nel corso della lotta, quando si trovò alla testa di 7.000 indios e giunse sul punto di conquistare San Cristobal de Las Casas e la stessa capitale, Tuxla Gutierrez, si sia investito un po’ troppo nella parte e abbia finito per crederci – sono cose che accadono -; ma l’essersi consegnato volontariamente ai soldati farebbe pensare il contrario. La figura di Agustina ricorda un po’ quella di Juan Diego Cuauhtlatoatzin, ma in chiave non cattolica e, quindi, potenzialmente sovversiva; quella di Pedro Diaz Cuzcat risulta francamente incomprensibile e dimostra quanto sia difficile fare una seria ricerca storica, anche quando si studiano vicende moderne e contemporanee, se non si possiede una documentazione adeguata.

Il Chiapas era, ed è, una terra inquieta: vi abitano i Lacandoni, discendenti dell’unico gruppo Maya che non era mai stato sottomesso dagli Spagnoli. Inoltre, la regione aveva fatto parte, almeno nominalmente, del Guatemala: il Messico se l’era annessa per la maggior parte nel 1822, approfittando della dissoluzione della Federazione dell’America Centrale, e poi, quel che restava, con un trattato per la delimitazione delle frontiere, nel 1882). Sicché gli indios di quella regione si sono sempre sentiti fieri della propria tradizione di autonomia, come e forse più dei loro confratelli dello Yucatan. Ancora nel 1994 il mondo è rimasto stupito nell’apprendere che un Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale era insorto nel Chiapas e aveva messo in serio imbarazzo le autorità messicane, mentre il subcomandante Marcos assurgeva ad una improvvisa e folgorante notorietà.

E chissà che il Chiapas non abbia ancora delle sorprese in serbo, e che i discendenti dei Maya non siano destinati ad offrirci altri spunti di riflessione, non meno interessanti di quelli che ci offre la strana vicenda dell’ormai lontano 1869.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Agosto 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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