lunedì, 21 Giugno 2021
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Come mai la spirale doppia ricorre nella simbologia di tante culture diverse?

Come mai la spirale doppia ricorre nella simbologia di tante culture diverse? Pare che la figura della doppia spirale abbia da sempre affascinato i nostri lontani progenitori che lo hanno raffigurato nel corso dei millenni di Francesco Lamendola

Pare che la figura della doppia spirale abbia da sempre affascinato i nostri lontani progenitori, che lo hanno raffigurato, nel corso dei secoli e dei millenni, sui materiali più vari e negli ambienti più diversi; e, quello che più sorprende, anche a immense distanze gli uni dagli altri, ad esempio nell’antica Europa celtica e nella Nuova Zelanda dei Maori polinesiani: cosa che non può fare a meno di stupire, di sorprendere, di lasciare pensierosi e perplessi.

Se a ciò si aggiunge che la spirale doppia è la figura geometrica che, secondo i moderni cosmologi, assumono le galassie nel corso della loro evoluzione ed espansione; anzi, se si pensa che essa è stata, con molta probabilità, la figura geometrica che ha assunto l’universo, quale noi lo conosciamo, al momento dell’esplosione di un primitivo nucleo atomico, insomma al momento del Big Bang, il mistero della sua presenza ubiquitaria ai quattro angoli del globo terrestre, e quando le scoperte della moderna scienza astronomica erano ben di là da venire, si fa ancora più fitto, più intrigante, più allusivo: quasi una sfida alla nostra intelligenza, quasi una allusione ad un pensiero, ad una intuizione indicibile, perché formulare apertamente una simile intuizione equivarrebbe a formulare un’idea pazzesca.

Come avrebbero fatto i Celti, come avrebbero fatto i Maori, come avrebbero fatto gli antichi abitanti della Manciuria, nella parte più settentrionale della Cina, ad esser a conoscenza del fatto che la spirale doppia è la figura che assumono le galassia, viste al telecopio, in un’epoca storica in cui nessun telescopio esisteva, perché tale strumento non era stato inventato? E allora, non potrebbe trattarsi di una mera coincidenza. Certo, potrebbe trattarsi di una mera coincidenza, se la spirale doppia comparisse nell’ambito delle manifestazioni artistiche di una sola cultura; due, cominciano già ad essere troppe; parecchie, e – per giunta – sparse sui cinque continenti, superano di gran lunga l’ambito delle coincidenze e si configura, dal punto di vista della probabilità matematica, come un elemento convergente non casuale, ma del tutto intenzionale.

Questo, se il calcolo delle probabilità ha un senso. Noi crediamo che lo abbia: la nostra intelligenza funziona così, e anche la nostra idea di ciò che è scientifico. Dal punto di vista scientifico, si distingue fra possibilità e plausibilità. In senso probabilistico, si può anche immaginare, per puro amore d’ipotesi, che, ad esempio, i cocci di un vaso di terracotta, caduto e andato in pezzi, sparsi sul pavimento, si ricompongano per un insieme strepitosi di fattori naturali e del tutto casuali, magari nel corso di un lunghissimo periodo di tempo; però, da un punto di vista logico-matematico, questa possibilità, che pure esiste, almeno teoricamente, si definisce, in effetti, come una impossibilità, perché le probabilità favorevoli sono infinitamente piccole, e in ultima analisi inesistenti, mentre quelle contrarie occupano tutto lo spettro del possibile. Insomma, una cosa può essere teoricamente possibile, ma talmente improbabile che noi ne ricaviamo la certezza della sua radicale impossibilità, quand’anche vi fossero trilioni di anni a disposizione per attendere che le circostanze favorevoli si presentino tutte all’appello.

La probabilità, e quindi la possibilità, che la diffusione universale del simbolo della spirale doppia, fra i popoli antichi più lontani e sconosciuti gli uni agli altri – è il caso dei Maori rispetto ai Celti, e viceversa – sia un mero frutto del caso, è, pertanto, uguale allo zero. E noi non possiamo fare a meno di trarne la logica e naturale conseguenza: se quei popoli rappresentarono la spirale doppia con la piena consapevolezza del suo significato cosmologico originario, come fecero ad apprendere una simile informazione? Da dove, e soprattutto da chi, la ricevettero?

Scriveva il cineasta francese Gabriel Lingé nel suo volume «Nouvelle Zélande, terre des Maoris» (Paris, Robert Laffont, 1971; citato da Peter Kolosimo in «Astronavi sulla preistoria», Milano, Sugar Editore, 1972, pp. 54-56):

«Fra tutti gli elementi decorativi dei Maori, uno mi ha colpito in modo particolare:  la spirale doppia [cioè con movimento destrorso e sinistrorso (precisa Peter Kolosimo, che aggiunge: così) scrive il cineasta Gabriel Lingé, membro della Società francese degli esploratori e dei viaggiatori, dedicatosi allo studio dell’archeologia e del folklore  di lontane popolazioni]. Moltiplicate con una frequenza ossessionante in incisioni, pitture, sculture su legno, essa costituiva, in passato, anche il motivo dominante dei tatuaggi facciali.

Ed è la stessa figura geometrica che si ritrova nelle fotografie d’un gran numero di galassie.  Ora, la maggioranza degli studioso impegnati nel risolvere il problema dell’origine dell’Universo  pensa che esso si sia formato in seguito all’esplosione d’un primitivo, gigantesco nucleo atomico, i cui frammenti si espansero nel cosmo in forma di spirale doppia.

Per molte civiltà scomparse (tra cui quella celtica) la spirale doppia, disegnata, scolpita o incisa nella pietra, era appunto il simbolo della creazione dell’Universo. Ora, se si interrogano i Maori in proposito, alcuni si mostrano sorpresi da una domanda che non si pongono, altri rispondono in maniera evasiva, sia perché non conoscono la “chiave” dell’enigma, sia perché gli ultimi iniziati (ammesso che ne esistano ancora) rifiutano di rivelarla.

Comunque sia, non è conturbante il fatto che rappresentanti di culture a cui erano sconosciuti sia i telescopi che gli apparecchi fotografici abbiano ripetuto all’infinito la raffigurazione del processo della Creazione quale lo si può concepire solo dopo le più recenti scoperte?

[Commento di P. Kolosimo: Lingé ha perfettamente ragione: ecco il motivo che lo ha colpito in Nuova Zelanda dominare la civiltà celtica dal cuore dell’Europa all’Irlanda, eccolo risaltare, ripetuto centinaia di volte, con arte unica, sulle preziose vesti degli Oroki (o Orocci, Oroccioni) della taiga manciuriana (una popolazione tungusa affine agli Jacuti, ai Goldi, ai Buriati della Siberia orientale: nota nostra), eccolo ornare le coppe rituali di Hazor, il centro cananeo della Palestina settentrionale già ricordato nel secolo XIX a. C., eccolo spiccare sugli scudi e i monili danesi di 3.000 anni fa.]»

Una cosa va tenuta presente, in via preliminare, quando si affronta una questione di tal genere: bisogna essere molto cauti prima di definire impossibile l’acquisizione e la trasmissione di sofisticate conoscenze scientifiche da parte dei popoli antichi, ivi compresi quelli che gli etnologi chiamano, con rispettoso eufemismo, “a livello etnologico”, e che un tempo, in maniera più spiccia e brutale, venivano definiti, semplicemente, “primitivi” o addirittura “selvaggi” (si pensi agli indios bravos dell’America centro-meridionale, nella prospettiva dei colonizzatori spagnoli). Noi non sappiamo spiegare come, ma è quasi certo che talune conoscenze scientifiche molto elaborate erano patrimonio culturale di alcune tribù e popoli primitivi.

Il caso più celebre e discusso – ma ve ne sono parecchi altri – è quello relativo al popolo africano dei Dogon, stabiliti nella falesia di Bandiagara, presso il fiume Niger, e del loro culto della stella Sirio, della quale conoscevano particolari che solo con l’avvento della moderna astronomia e con l’invenzione del telescopio sono stati acquisiti dagli scienziati europei del XIX secolo (cfr., in proposito, il nostro precedente articolo: «La mitologia dei Dogon e il mistero della stella Sirio», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/06/2007). Qualcuno ha ipotizzato che le conoscenze relative alla stella Sirio, e specialmente alla sua piccola compagna, Sirio B, invisibile ad occhio nudo, siano pervenute ai Dogon attraverso la mediazione dei missionari cattolici e, in particolare, dei gesuiti, fra i quali militavano valorosi studiosi di astronomia. Ammettiamolo. Resta il fatto che una mitologia – e, a maggior ragione, le forme cultuali che ne derivano – si forma nel corso di secoli e secoli, o di millenni; non certo nel giro di pochi anni: e il culto di Sirio, così come lo ha descritto l’antropologo francese Marcel Griaule nel suo famoso libro «Dio d’acqua» (apparso in Francia nel 1948), non aveva affatto l’apparenza di una elaborazione recente, tutto il contrario. E allora?

La figura della spirale ricorre anche in parecchi manufatti dell’arte minoica e di quella cicladica: per esempio, essa appare nella decorazione di vasi di terracotta antichi di 1.800 anni; e risulta che essa venne rappresentata frequentemente anche nei manufatti dell’età neolitica, che ci riportano indietro fino a 10.000 anni fa. Tuttavia, la spirale doppia è un’altra cosa, e non è detto che sia una semplice elaborazione della spirale semplice. Piuttosto, pare che essa abbia a che fare con significati esoterici relativi all’alternanza di nascita e morte, di forze positive e negative, e quindi che sia imparentata con i simboli connessi alla ruota cosmica, o ruota della vita (uno dei quali, e fra i più conosciuti, è la svastica ariana, di cui poi si appropriarono i nazisti, però rovesciandola: ossia raffigurandola in senso antiorario anziché orario, come era nella cultura giainista).

I Maori della Nuova Zelanda raffiguravano la spirale doppia non solo sugli oggetti e sulle pareti e le colonne delle loro case di legno, ma anche nei tatuaggi corporali, oggi molto imitati dai membri della cultura occidentale, che li riproducono nella più totale inconsapevolezza dei loro significati simbolici ed esoterici, semplicemente perché così va di moda. Ora, la spirale doppia non è solo riconducibile alla struttura delle galassie e alla nascita dell’Universo, ma anche alla struttura fondamentale della materia: alla struttura del DNA o acido desossiribonucleico, così come è stata scoperta dai biologi molecolari. Si tratta di una scoperta recente: la struttura del modello a doppia elica venne pubblicata per la prima volta nel 1953, sulla rivista «Nature», da James D. Watson e Francis Crick, sulla base di darti forniti da Rosalind Franklin, Raymond Gosling e altri (ma la povera Franklin, valorosa chimica e fisica britannica, non fece in tempo a ricevere il Premio Nobel che toccò invece agli altri, essendo deceduta prima).

E, di nuovo, ci si domanda: come potevano i Maori e gli altri popoli antichi conoscere i significati profondi della spirale doppia? Viceversa, se non li conoscevano affatto, come mai erano addirittura ossessionati da questa particolare figura geometrica? Solo per le sue valenze estetiche? Ciò sarebbe in contrasto con tutto quel che sappiamo dell’arte antica e delle manifestazioni culturali dei popoli primitivi, i quali non si facevano mai guidare da criteri esclusivamente estetici. L’arte per l’arte era un concetto che non rientrava nelle loro categorie intellettuali e spirituali. Gli uomini antichi non scolpivano, né dipingevano, delle figure semplicemente perché lo trovavano divertente o perché appagava il loro senso del bello, ma anche per ragioni di ordine cultuale, magico e religioso (cfr. il nostro precedente articolo: «Per chi o per che cosa dipingeva, l’uomo preistorico?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 06/04/2014). È l’uomo moderno che ha smarrito il legame profondo fra il sacro e l’espressione artistica: l’arte moderna si è completamente laicizzata. Sarà per questo, ci domandiamo – fra parentesi -, che essa pare talvolta essere “impazzita”, cioè divenuta, così spesso, incomprensibile?

Riassumendo. L’Universo pare abbia avuto una forma iniziale a spirale. Le galassie, compresa la nostra Via Lattea, evolvono secondo una struttura di tipo spiraliforme. Il codice genetico degli esseri viventi ha la forma di una spirale a doppia elica. Le felci, quando la nuova piantina si apre, mostrano una caratteristica forma a spirale, che ricorda il bastone pastorale dei vescovi cattolici: e le felci sono molto diffuse nella vegetazione della Nuova Zelanda, terra dei Maori, anche nelle spettacolari forme arboree: vi sono esemplari che possono arrivare fino a un’altezza di venti metri e più; un individuo, nelle Isole Kermadec, sfiorava i 30 metri (cfr. il nostro articolo: «L’alternanza di generazione, elemento caratteristico delle Briofite e Pteridofite», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/01/2013). E la spirale doppia ricorre in maniera impressionante nella scultura, nella manifattura, nella decorazione delle capanne e delle piroghe, perfino nei tatuaggi sul viso, sulle spalle, sulle braccia di numerosi popoli antichi e primitivi.

Che cosa dobbiamo dedurne? Escluso, o collocato fra le possibilità altamente improbabili, il fatto che si tratti di pure coincidenze, dobbiamo supporre che quei popoli siano giunti in possesso di conoscenze scientifiche da parte di creature intelligenti arrivate da altri mondi? Oppure, senza scomodare una ipotesi così fantasiosa (non, però, più improbabile di quella della mera casualità), dobbiamo pensare che siano esistite, sulla Terra, delle civiltà antichissime, poi scomparse senza lasciare traccia di sé, che sono tuttavia riuscite a trasmettere ai posteri almeno una parte del loro patrimonio culturale, del quale, magari, è andato smarrito il significato originario e più profondo? Dobbiamo pensare che la spirale doppia faccia parte di un tale patrimonio residuo, e che i Celti, i Maori, i Manciuriani, abbiano continuato a rappresentarla in omaggio ai loro ammirati predecessori, ma senza più conoscerne il segreto, come un primitivo che si adorni di un orologio a sveglia e se lo appenda al collo, senza però nulla sapere del funzionamento di quell’oggetto, per lui completamente misterioso? Oppure come una tribù melanesiana che pratica cerimonie sacre intorno al relitto di un aereo precipitato nella foresta durante un’azione di guerra, aspettandosi che qualcosa di straordinario accada, e che un altro aereo, simile a quello, ma carico di ogni ricchezza, compaia nel cielo e atterri nei paraggi, distribuendole a tutti?

Certo, sono ipotesi possibili. Ogni tanto, qua e là, affiorano reperti archeologici fuori posto, che non dovrebbero esistere, come impronte di scarpe umane impresse in una roccia antica di molti milioni di anni: cioè quando l’uomo, secondo la scienza moderna, non esisteva affatto. O meglio – perché con i fatti è buona norma non litigare mai – quando l’uomo non avrebbe dovuto ancora esistere. Perciò, in omaggio al nostro codice scientifico, tali scoperte vengono bellamente ignorate o passate, per quanto possibile, sotto silenzio. Eppure, continuano a verificarsi. E che dire delle gigantesche rovine di Nan Madol, nell’arcipelago delle Caroline, là dove nulla sappiamo, stando alle nostre attuali conoscenze, a proposito di una grande civiltà, capace di costruire simili edifici, in quell’area remota dell’Oceano Pacifico? Non lo sappiamo; nessuno ne sa nulla (cfr. i nostri articoli: «Scricchiola il paradigma degli storici sulle origini “recenti” della civiltà»; e «Le gigantesche rovine di Nan Madol, nelle isole Caroline, sono le vestigia della civiltà di Mu?», pubblicati entrambi sul sito di Arianna Editrice, rispettivamente il 05/04/2008 e il 25/06/2008). L’elenco di tutti questi reperti fuori posto, di questi siti archeologici che non dovrebbero esistere, sarebbe molto lungo: così lungo da mettere abbastanza pulci nell’orecchio dei nostri studiosi di formazione accademica, da indurli a riconsiderare le loro rocciose certezze sulle origini recentissime dell’umanità e della civiltà, se solo la paura di una simile revisione – e, magari, l’ancor meno nobile preoccupazione per le loro prestigiose carriere – non li spingesse a fare come gli struzzi del proverbio: a nascondere la testa sotto la sabbia, per non vedere ciò che è sgradito.

Si direbbe che vi sia un grande mistero, in tutto questo affare della spirale doppia: un mistero grandioso, affascinante… e anche un po’ inquietante.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 3 Ottobre 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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