venerdì, 26 Febbraio 2021
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Da dove viene la marea?

Le maree sono il respiro della Terra? E’ un buon esempio per capire quella boriosa concezione evolutiva, tipica dello scientismo, secondo la quale in passato gli uomini credevano stupidamente solo a un mucchio di superstizioni di Francesco Lamendola  

Le maree sono un fenomeno facilmente osservabile  che ha richiamato l’attenzione dell’uomo da tempo, anche per gli importanti riflessi che assume nella vita delle popolazioni rivierasche.

Esse si possono definire come un particolare moto ondoso, che investe periodicamente (e quindi in modo regolare nel tempo) le coste di tutto il globo. Data la complessità del fenomeno, ricordiamo qui semplicemente che queste onde si innalzano (alta marea) e si abbassano (bassa marea) due volte al giorno. Meglio, si possono notare generalmente due innalzamenti (flussi) e due abbassamenti (riflussi) ogni ventiquattro ore e cinquanta minuti, che è il tempo che caratterizza il giorno lunare.

Nell’antichità si diceva che le maree erano il respiro della Terra, ma dal XVIII secolo sappiamo che sono legate a forze astronomiche, in quanto si è osservato che accompagnano i cambiamenti di fase della Luna. E’ ormai chiaro che le maree sono dovute prevalentemente all’attrazione gravitazionale del Sole e della Luna.

Da L.Cagliotti- M.D.Mazzarini – P.Misiti, Scienza amicaCorso di scienze chimiche, fisiche e naturali per la scuola media, A. Mondadori ed,, 1989, p.532.

Abbiamo scelto a caso una qualsiasi pagina di un qualsiasi testo scolastico fra quelli attualmente in corso in Italia, per svolgere alcune semplici osservazioni sulla forma mentis che essi  costantemente veicolano fra i nostri giovani studenti.

Si faccia attenzione alla frase: “Nell’antichità si diceva che le maree erano il respiro della Terra, ma dal XVIII secolo sappiamo che sono legate a forze astronomiche, ecc.”. E’ un buon esempio di quella boriosa concezione evolutiva, tipica dello scientismo, secondo la quale in passato gli uomini credevano stupidamente a un mucchio di superstizioni o, al più, si affidavano alla religione e alla mitologia per colmare, alla bell’e meglio, i buchi vistosissimi della loro ignoranza; ma poi, con la Rivoluzione scientifica del XVII secolo, hanno finalmente compreso come stanno le cose, grazie all’interpretazione matematica della natura, secondo un modello rigorosamente meccanicistico. Come ha osservato Umberto Galimberti, tutto ciò  presenta uno schema comune con le religioni di salvezza (che lo scientismo ha creduto di mandare in soffitta, mentre vi si è solamente sostituito): prima c’era il male, ossia l’ignoranza (nelle religioni, il peccato e la morte); poi è sopraggiunto il bene, ossia la retta comprensione del reale (nelle religioni, la redenzione e il suo coronamento finale: la vita eterna del singolo individuo).

Ma vediamo più da vicino in che cosa sarebbe consistito questo progresso, questa evoluzione verso un sapere “adulto”. Gli antichi “spiegavano” il fenomeno delle maree con il respiro della Terra; i moderni (ma per quanto resteranno tali? fino al prossimo paradigma scientifico? la modernità, infatti, è un concetto storico, e quindi relativo, non assoluto) lo hanno spiegato con l’attrazione gravitazionale.

Ora, per prima cosa possiamo osservare che la gravitazione, nell’ottica – ad esempio – della filosofia yoga, non è altro che una delle forme d’energia in cui si manifesta il Prana, la forza vitale che tutto pervade e che si può considerare, in certo qual modo, il respiro stesso dell’Universo. Come scrive Andre Van Lisbeth (on Pranayama, la dinamica del respiro, Astrolabio, 1973, p.12: “Per gli yogi l’universo è costituito di Akasa, l’etere cosmico,e di Prana, cioè energia, Tutte le forme della materia nascono quando Prana agisce su Akasa… Quando scriviamo Prana con la maiuscola intendiamo designare questa Energia Cosmica presa nel suo assieme, mentre prana con la minuscola ce ne indica le sue manifestazioni. Prana, quindi, è l’energia universale indifferenziata, mentre prana è l’energia differenziata in qualsiasi forma si manifesti. Il magnetismo è una manifestazione di prana, esattamente come l’elettricità e la gravitazione… Noi esistiamo in un oceano di prana del quale ogni essere vivente è un vortice. Secondo gli yogi, ciò che caratterizza la vita è la sua capacità di attirare del prana dentro di sé, di accumularvelo e di trasformarlo per agire nell’ambiente interno e nel mondo esterno.” E Swami Sivananda, in maniera più incisiva: “Prana è la somma di tutte le energie contenute nell’universo.” Quindi, attribuire le maree alla forza gravitazionale esercitata dalla Luna e dal Sole sul nostro pianeta, si può considerare una maniera un po’ riduttiva, ma non sostanzialmente diversa, da quella in cui la interpretano molte culture tradizionali (animismo compreso): l’attività di inspirazione ed espirazione della Terra, grande essere vivente.

In secondo luogo, la “spiegazione” degli antichi non si limita a individuare la causa prossima del fenomeno (l’attrazione gravitazionale), ma identifica anche la causa remota: la Terra vive, dunque le maree sono una manifestazione visibile del suo respiro. La spiegazione “newtoniana”, invece, non sa fare altrettanto; meglio: non ci prova neppure.  Più che spiegare compiutamente il fenomeno, lo descrive e lo quantifica. E’ come quando si chiede allo scienziato moderno: come fanno certi uccelli migratori a mantenere la rotta anche col cielo coperto; come fanno a volare senza tappe intermedie dall’uno all’altro oceano, di notte, mentre stanno dormendo? E come fanno i salmoni a  ritrovare le sedi originarie nel mar dei Sargassi, in pieno Atlantico, con precisione infallibile? Come fanno le tartarughe marine a dirigersi con sicurezza verso la riva del mare, subito dopo la schiusa delle uova? Lo scienziato, in genere, risponde: mediante l’istinto. Già: una bella etichetta per coprire pudicamente l’ignoranza. L’istinto, un modo piacevole e sofisticato per dire: non si sa. Perché se l’universo è ridotto a una grande macchina (come volevano Galilei, Cartesio e Francesco Bacone) si possono bensì fornire delle risposte parziali ai movimenti delle singole parti (meglio, dei singoli ingranaggi), ma davvero non si saprebbe spiegare perché mai e in qual modo tale meccanismo ha preso origine e movimento. La scienza moderna è descrittiva e quantitativa e ha escluso non solo dal proprio orizzonte, ma da qualunque orizzonte concettuale, la domanda di senso. Così facendo non ha solo desacralizzato e disanimato l’universo; ha anche svilito, bandito e proscritto  tutto ciò che essa non può descrivere né quantificare. Come ogni forma di dittatura, ha negato e soppresso tutto ciò che non è in grado di controllare.

In terzo luogo, la spiegazione riduzionistica delle maree si pone in stridente contraddizione con gli stessi presupposti e con la stessa metodologia scientifica oggi universalente accettata. Infatti, le cosiddette leggi scientifiche scaturiscono da teorie che altro non sono se non tentativi di spiegazione provvisoria dei fenomeni, e valgono fino a quando non verranno modificate o addirittura sostituite da altre teorie e leggi, cioè da altre spiegazioni più soddisfacenti dei medesimi fenomeni. Citiamo da un altro testo di uso scolastico, La fisica per i licei scientifici, di Ugo Amaldi, ed. Zanichelli, 1997, p. 21: “Si potrà mai dire che una teoria è vera? Evidentemente no, perché può sempre succedere che qualcuno, un giorno, trovi  che i risultati di un esperimento su un fenomeno, che appartiene al campo di applicabilità della teoria, non sono in accordo con le previsioni. Tale evento implica che il  campo di applicabilità è più ristretto di quanto non pensassimo. In pratica, prima di accettare questa limitazione, un vero scienziato riprende il problema da capo e cerca di modificare gli assiomi, oppure di aggiungerne altri, in modo da estendere la validità della teoria a questo caso e, se possibile, guadagnare ancora in generalità. Da ciò si deduce che l’interazione teoria-esperimenti riguarda più l’estensione del campo di applicabilità della teoria che la veridicità o falsità delle sue affermazioni. E’ però chiaro che se, sotto i colpi di continui disaccordi con i risultati sperimentali,  il campo di validità di una teoria si riduce troppo, essa non verrà più utilizzata e sarà considerata ‘falsa’. Al contrario, l’aggettivo ‘vera’ non è rigorosamente applicabile ad alcuna teoria (né ad alcuna legge) perché, per quanto in accordo con gli esperimenti fatti sino a oggi, non si può sapere cosa succederà domani. Più semplicemente si può dire che quando una teoria (o una legge) è in accordo con i risultati e le osservazioni note, è ‘provvisoriamente’ vera in un campo di validità ben delimitato.

Dunque, non è esatto dire – ad esempio – che la teoria geocentrica è falsa, e quella eliocentrica è vera, bensì che quella geocentrica è stata provvisoriamente vera fino a quando il paradigma copericano ha eclissato quello aristotelico-tolemaico, e che quella eliocentrica è da ritenersi, ora, provvisoriamente vera, perché consente di spiegare una serie di fenomeni (ad es. i moti apparenti dei pianeti sulla volta celeste) in maniera più soddisfacente di quanto non facesse la prima. Ma che neppure essa sia definitivamente vera, lo lasciarono intuire fin dalla prima metà del Novecento le scoperte compiute nel campo della fisica sub-atomica; mentre una serie di sue parziali smentite (che le orbite dei pianeti sono ellittiche e non circolari; che il Sole non sta affatto fermo, ma si muove anch’esso insieme alla Galassia; ecc.) si erano già rivelate da gran tempo. Allo stesso modo, dal punto di vista della scienza moderna (riduzionistica e meccanicistica) si potrà dire che l’attrazione gravitazionale fornisce una teoria provvisoriamente vera del fenomeno delle maree, non che tale teoria sia senz’altro vera, né che la precedente (quella del respiro planetario) fosse senz’altro falsa. Semplicemente, la teoria dell’attrazione gravitazionale presenta un campo di applicabilità che ora, allo stato attuale delle conoscenze, appare relativamente più ampio.

In quarto luogo, per dirla ancora con Ugo Amaldi, (p. 7 del testo citato) “i sistemi a cui la scienza rivolge la propria attenzione sono tutti quelli che possono essere definiti in modo ostensivo e che, quindi, possono essere osservati e misurati.” Ora, che ne sarà di quei sistemi che non possono essere osservati e misurati? A questa domanda, lo scienziato meccanicista risponderà: Noi non ci occupiamo di metafisica. Giusto. Ma chi dice che il sistema della Natura (non quello della metafisica!) sia interamente osservabile e misurabile? E se invece fosse – come lo sono, ad esempio, e per vari indizi, i sistemi degli esseri viventi – in parte definibile in modo ostensivo, e in parte no? Che cosa succederebbe allora? Succederebbe, crediamo, la stessa cosa che capiterebbe a un essere bidimensionale, chiamato a interpretare un fenomeno tridimensionale: non sarebbe in grado di farlo. Non solo: cercherebbe di farlo, ma usando, ovviamente, le proprie inadeguate categorie concettuali, ne fornirebbe una spiegazione assolutamente inadeguata e inconsapevolmente caricaturale.

Quando san Brandano e i suoi monaci, che non avevano mai visto una balena, sbarcarono sul dorso di uno di tali cetacei, lo credettero un’isola, e vi accesero tranquillamente il fuoco, con le conseguenze facilmente immaginabili. Ebbene: se l’essere umano fosse troppo piccolo e la sua vita troppo breve per cogliere la dimensione vivente del pianeta che lo ospita?

L’ovvia conclusione di questo nostro, breve ragionamento è che dobbiamo andare molto cauti prima di disprezzare la sapienza degli antichi e prima di assolutizzare le nostre attuali conoscenze scientifiche. Tanto più che la scienza moderna, per sua stessa ammissione, non si occupa che degli enti, mutevoli e impermanenti, è quindi è – nell’accezione di Platone e di Aristotele- doxa (opinione), del pari mutevole e impermanente. Laddove solo alla scienza delle cose eterne, cioè dell’Essere, spetta la qualifica di epistéme, ossia di conoscenza nel senso più alto e più vero della parola. E questo, gli antichi (comprese le tanto disprezzate culture animistiche) lo avevano quantomeno intuito, e non si sognavano di assolutizzare il non-Essere, né di ignorare l’Assoluto, solo perché non possedevano strumenti capaci di osservarlo e misurarlo. Sapevano, in altri termini, che non è lecito alla formica negare l’esistenza della foresta, solamente perché tutta la sua vita si racchiude nell’ambito di una singola foglia o di una singola pianta. Del resto, le geometrie non euclidee ci suggeriscono che quella formichina, marciando sempre dritta avanti a sé lungo la superficie di un pallonicino, finirebbe col crederlo esteso all’infinito (scambiando il concetto d’infinito con quello di illimitato), né certo arriverebbe a immaginare quale misera cosa sia il palloncino, rispetto alla terra o alla Galassia.

Ma, per le rane che gracidano sul fondo della loro pozzanghera melmosa, quello è tutto il mondo; e il cielo è solo quello spicchio di blu che, per avventura, si riflette alla sua superficie.

     

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 07/04/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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