domenica, 19 Settembre 2021
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Gli dei mostruosi venuti dallo spazio di Howard Phillips Lovecraft

Conferenza tenuta a Oderzo il 30 marzo 2007 nel contesto delle manifestazioni di “Oderzoinquieta”. La teoria di Lovecraft sugli dèi spaziali e il potere evocatore di certe preghiere e di certi riti di Francesco Lamendola

Testo della conferenza tenuta dal prof. Francesco Lamendola a Oderzo, in Palazzo Foscolo (Via Garibaldi) il 30 marzo 2007, nel contesto delle manifestazioni di “Oderzoinquieta” (9 marzo-29 aprile 2007) per iniziativa della Fondazione Oderzo Cultura e del Comune di Oderzo.

Esistenza strana, crepuscolare, anzi notturna quella dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, nato a Providence, nel Rhode Island, nel 1890 e morto presso il Jane Brown Memorial Hospital della sua città natale nel marzo del 1937, per un tumore all’intestino in fase avanzata, pochi giorni dopo il ricovero d’urgenza. Due genitori non precisamente equilibrati, visto che il padre, Winfield Scott (rappresentante di commercio), dopo una serie di gravi disturbi psichici, viene definitivamente interdetto e ricoverato in manicomio quando il bimbo ha soli tre anni (morirà poi nel 1898, senza mai più riacquistare la ragione); e che la madre, Sarah Susan Phillips, lo soffoca con le sue cure ansiose ed eccessive. Trasferitosi nella casa dei nonni, il bambino vi frequenta la ricca biblioteca e si forma, da autodidatta, una profonda ed eclettica cultura che spazia dalla letteratura e dalla filosofia alle scienze, specialmente chimica ed astronomia, tanto da allestire un proprio laboratorio chimico e da redigere dei bollettini scientifici, nel tempo stesso in cui si cimenta con i primi racconti e con le prime composizioni poetiche. Ancora più infelice di Leopardi, forse anche a  causa dello studio matto e disperatissimo comincia a soffrire di esaurimenti nervosi dall’età di soli dieci anni; a quindici anni batte la testa in seguito a una caduta e, da quel momento, comincia a soffirire di terribili mal di testa, che lo perseguiteranno tutta la vita. Come aspirante scrittore, il suo modello è (come per l’altro grande scrittore americano dell’inquietudine, Ambrose Bierce) il Settecento inglese: di quel perido sono gli autori preferiti che, sotto la guida del nonno, “scopre” nella biblioteca di casa Phillips; e da essi acquisirà quel caratteristico stile arcaicizzante (più marcato nell’epistolario, ma rintracciabile anche nei racconti e nei romanzi della maturità) sul quale egli stesso, talvolta, scherzava (possediamo, ad es., un ironico autoritratto che lo raffigura immerso nelle carte, in costume settecentesco e con tanto di parrucca incipriata). Dall’età di sedici anni collabora regolarmente con importanti riviste di astronomia, facendosi notare per la sua preparazione e per la sua acutezza di studioso (sostiene, ad es., l’esistenza del pianeta Plutone, inuito da alcuni astronomi e in particolare da Percival Lowell, ma non osservato direttamente fino al 1930); scrive anche un manuale di chimica inorganica, che andrà perduto; e sembra collocarsi sul versante rigidamente empirista e positivista della ricerca scientifica, prendendo più volte a bersaglio la “ciarlataneria” delle previsioni astrologiche. Dai diciotto anni cessa di frequentare il liceo, più che mai imprigionato dalla madre (per influsso della quale brucia tutti i suoi racconti giovanili) sotto una campana di vetro. In compenso, incomincia a effettuare gite ed escursioni in luoghi remoti e isolati della Nuova Inghilterra, alla ricerca di antichi insediamenti e di “tracce” di perdute, misteriose civiltà che faranno da sfondo a molte sue opere successive. La sua formazione culturale, pertanto, risente di un duplice e contrastante influsso: quello scientista e materialista, che lo porta a concepire l’idea di un universo meccanicistico, dominato da leggi matematiche e totalmente chiuso all’idea del trascendente; e una vena sognatrice, fantastica, “romantica”, che lo spinge a scrivere versi (per qualche anno riterrà quella la sua vera vocazione di scrittore) e a vivere di sogni e fantasie circa un mondo lontano nel tempo (a cominciare dall’amato Settecento inglese) e nello spazio (immaginando una realtà di universi paralleli che talvolta entrano casualmente in contatto con il nostro, e popolati da un vero e proprio Pantheon di divinità mostruose e minacciose, sempre pronte ad invadere la nostradimensione. Queste divinità, anzi, avevano dominato la Terra in tempi immemorabili (in illo tempore, direbbe lo storico delle religioni Mircea Eliade, ossia in un tempo mitico, preistorico nel senso di anteriore alla storia a noi nota) ed ora sono sul punto di ritornarvi, evocati mediante sacrileghi riti da una parte dell’umanità, quella formata dai discendenti di innominabili incroci che avvennero fra umani ed extraterrestri. E qui il pensiero non può non tornare a quel misterioso e inquietante passo dell’Antico Testamento (Genesi, VI, 1-4):“Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla Terra e nacquero loro figli, i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero… C’erano i giganti sulla terra a quel tempo – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.”

Nel 1913 viene notato dal direttore di una rivista  amatoriale di narrativa ed entra così nel circiuito letterario, anche se ci vorranno ancora dieci anni perché incominci veramente a “sfondare”. Nel 1923, infatti, pubblica il racconto Dagon sul mensile dell’orrido Weird Tales, che poco dopo gli offrirà addirittura la direzione; ma Lovecraft rifiuterà, non volendo trasferirsi a Chicago, ove ha sede la rivista. Molti suoi racconti vengono pubblicati a nome di facoltosi e ambiziosi dilettanti (tra i quali il famoso prestigiatore e illusionista Harry Houdini): infatti dal 1911, a causa di un tracollo finanziario, la famiglia di Lovecraft è ridotta in povertà, e lo scrittore non uscirà mai più dalle strettezze economiche. Scrivere racconti che altri firmeranno è un modo di sopravvivere; questo, però, dopo la sua morte darà luogo a una grave difficoltà filologica: quella di identificare i racconti da lui interamente scritti, ma non firmati; quelli scritti a quattro mani con altri autori; quelli, infine, ai quali egli ha fornito lo spunto, la trama, alcuni elementi narrativi; e di separarli da un gran numero di racconti spuri che, come è accaduto anche ad autori altrettanto schivi ma assai più grandi di lui (si pensi a Virgilio, ad es., e alla questione dell’Appendix vergiliana) subito incominciarono a girare con la sua firma, ma che in realtà nulla hanno a che fare con il “solitario di Providence”).

Intanto, Lovecraft fa il suo primo e unico tentativo di crearsi un’esistenza indipendente. Mortagli la madre nel 1921, era rimasto a vivere con le zie materne. Nel corso di una riunione di scrittori, aveva conosciuto una giovane ebrea di origine russa, vedova e di sette anni più grande di lui; e, nel 1924, l’aveva sposata, trasferendosi nell’appartamento di lei a New York, nel quartiere di Brooklyn. Tentativo piuttosto goffo e di breve durata, reso ancor più difficile dal trasferimento nella megalopoli caotica e tentacolare (che tanto colpirà il Garcìa Lorca di Poeta en Nueva York) e dal distacco dalla sua amatissima Providence e dal “profumo” arcaico del New England. In capo a due anni, Lovecraft lascia New York e la moglie e se ne torna a Providence, trasferendosi in un piccolo appartamento ove vivrà ritiratissimo – uscendo, pare, quasi solo nelle ore notturne – e accudito dalla zia Lilian che, per amor suo, si è trasferita al piano di sopra. Tormentato da angosce, nevrosi, insicurezze patologiche, vive più che mai una vita da dostoevskiano sottosuolo, creatura allucinata e lunare, immerso in un clima da incubo da lui stesso evocato nei suoi terrificanti racconti..

Nel 1927 ha già scritto due romanzi brevi, che però non verranno pubblicati se non dopo la sua morte: La ricerca dello sconosciuto Kadath Il caso di Cxharles Dexter Ward, cui seguirà, nel 1930, Colui che sussurrava nelle tenebre e, nel 1931, Le montagne della follia (che viene rifiutato dal nuovo direttore di Weird Tales, Farnsworth Wright), e via via una serie di racconti in cui sviluppa il cosiddetto ciclo di Chtulhu, ossia la saga degli dèi mostruosi cacciati nello spazio, e che dallo spazio cercano di tornare sulla Terra, restaurando fra gli umani la loro abominevole religione – fatta anche, inutile dirlo, di sacrifici umani e di magia nera.

La sua vita, intanto, è sempre più solitaria e infelice. Dopo la morte della zia Lilian, nel 1932, non gli resta che la zia Annie; cerca, in compenso, di coltivare le relazioni umane attraverso un  ricchissimo epistolario, in cui spende le sue magre risorse economiche. Si concede pure qualche viaggio (mai in Europa, però, anzi mai fuori del Nord America), tra l’altro alla vecchia città francese di Québec, nel Canada, da cui tornerà con una relazione di quasi 150 pagine; e, più tardi, in Florida, ove soggiorna per circa due mesi, ospite di un amico. Nel 1933 si trasferisce, con la zia Annie, in un mini-appartamento da cui non si muoverà più; come scrittore si sente inaridito, non scrive quasi più nulla, prostrato anche dai giudizi negativi e dalle incomprensioni che accentuano la sua morbosa insicurezza e che lo fanno dubitare di sé. Nel 1935 un suo nuovo romanzo breve, L’ombra venuta dal tempo, è ancora rifiutato dal direttore di Weird Tales; l’amico e corrispondente Robert Erwin Howard (autore, fra l’altro, del ciclo di Conan il barbaro) si suicida nel 1936, in un momento di scoraggiamento: Lovecraft è sempre più solo e sempre più allucinato. Simile al protagonista di uno dei suoi migliori racconti,  I sogni nella casa stregata, vive da tempo in una realtà altra, popolata di immagini oniriche estremamente vivide, come se fosse scivolato in un’altra dimensione popolata di oscure presenze, di malefici incantesimi, di innominabili entità, di ciclopiche architetture dalle geometrie non euclidee, di infausti presentimenti. Vive nell’incubo del ritorno immimente degli déi mostruosi provenienti dallo spazio, interpretando – forse – come altrettanti, sinistri indizi una serie di coincidenze, di oscuri fatti di cronacha, di inspiegabili fenomeni fisici che proprio in quegli anni un oscuro studioso dell’insolito suo connazionale, Charles Fort, raccoglie pazientemente in migliaia e migliaia di schede corredate da articoli di giornale, ipotizzando che noi viviamo come trote in un vasca da cui, di tanto in tanto, esseri giganteschi e spaventosi prelevano qualche campione per i loro incomprensibili scopi. La morte lo coglie, dopo una malattia fulminante, il 15 marzo 1937, mentre il mondo si avvia verso l’apocalisse della seconda guerra mondiale e dell’olocausto nucleare.

Dopo la morte di Lovecraft vi è stata, graduale ma sicura, una vera e prooria renaissance della sua opera, sino a giungere, negli ultimi anni, a forme di vero e proprio “culto” da parte di un pubblico sempre più attratto dalle tematiche dell’inquietudine e del terrore. Lovecraf, in verità, non è uno scrittore del terrore nel senso tradizionale della parola: è uno scrittore originalissimo, che ha praticamente creato un nuovo genere letterario: lil “gotico fantastico”, utilizzando la fantascienza, la fantasy e il gotico vero e proprio. La sua vasta opera, che utilizza le vaste conoscenze scientifiche dell’auore non solo in fatto di astronomia e scienze naturali, ma anche di mitologia, letteratura, storia delle civiltà antiche, forma un corpus unitario in cui ricorrono temi e situazioni correlati e, spesso, personaggi e perfino libri “maledetti”.

Tra questi ultimi, il più celebre è senza dubbio il Necronomicon, un misterioso grimorio (o libro di evocazioni demoniache), scritto nel VII secolo da un poeta arabo pazzo dello Yemen, Abdul Alhazred, e tradotto più tardi in Europa, ma del quale esisterebbero pochissime copie gelosamente custodite; una delle quali presso la Biblioteca dell’Università Miskatonic Arkham, l’una e l’altra – la città e l’ateneo: come il libro, del resto – create dalla fervida fantasia dell’autore. Si tratta di uno dei più celebri pseudobiblia di tutti i tempi, come è provato dalle innumerevoli richieste che biblioteche e librerie si son viste arrivare, negli ultimi decenni, da parte di cultori di occultismo e lettori di Lovecraft, convinti della sua reale esistenza. Lo stesso scrittore di Providence, in una lettera a un amico, aveva ammesso di esserselo completamente inventato, così come tutti gli altri elementi del “ciclo di Ctulhu” (che prende il nome da una delle orripilanti divinità del Pantheon blasfemo e gorgogliante; accanto a Yog-Sothot, Shub-Nigurrat, Nyarlathotep e numerose altre). Egli, infatti, affermava di credere in un rigoroso materialismo e in una sorta di determinismo a base scientifica, e di essersi dedicato all’evocazione dell’orrore soprannaturale solo per evasione: ma evasione da cosa, visto che non faceva che dare corpo e consistenza ai fantasmi che lo perseguitavano nella sua vita interiore fin da bambino? Casomai, si direbbe, per truffarsi in quegli orrori e raddoppiare,  masochisticamente, le sue sofferenze e le sue angosce esistenziali.

Ma è proprio vero che il Necronomicon è frutto dell’inventiva di Lovecraft? C’è chi ne dubita; tra gli altri, due studiosi del mistero del calibro di Luois Sprague de Camp e Colin Wilson. Il primo ha condotto delle ricerche lo hanno portato a entrare in possesso, in Irak, di un antico manoscritto che porebbe anche essere la versione originale del Necronomicon; il secondo, dopo approfonditi studi, è giunto all’ipotesi che il padre di Lovecraft fosse un adepto della Massoneria egizia (quella fondata da Cagliostro e interamente basata sull’occultismo) e che, nella biblioteca di lui, il libro maledetto esistesse realmente, ossessionando la mente del figlio. Infine si può ricordare che, secondo lo studioso americano L. Bryant, il Necronomicon altro non sarebbe che una deformazione del Picatrix, un testo realmente esistente di alchimia e medicina (e non di necromanzia), che fu tradotto in latino da Pico della Mirandola. Ma di tutto questo e dei problemi relativi al Necronomicon parlerà, nella sua relazione, il prof. Mario Cenedese, per cui non ci dilungheremo oltre su tale argomento.

Vogliamo però fare una considerazione di carattere generale. La teoria di Lovecraft sugli dèi spaziali è basata sul potere evocatore di certe preghiere e di certi riti da parte degli esseri umani: per mezzo di essi, si può aprire una sorta di “porta” interdimensionale, attraverso la quale le entità “maledette” sono in grado di penetrare nel nostro continnuum spazio-temporale (donde furono cacciate, in epoche immemorabili, da altri esseri – i cosiddetti “Grandi Antichi” – che li avrebbero “esiliati” negli intermundia siderali. L’idea che entità spirituali possano essere evocate e perfino “create” da un determinato orientamento psichico degli esseri umani, nonché dal compimento scrupoloso di riti ben precisi, è un’idea tipicamente magica, propria non solo della magia dei cosiddetti “primitivi”, ma anche dei maghi còlti del Rinascimento: Johann Reuchlin, Cornelio Agrippa di Nettesheim, Teofrasto Paracelso, John Dee, Gerolamo Fracastoro e Gerolamo Cardano. Inoltre è un’idea che sembra ricollegarsi alla Cabala, poichè il pensiero cabalistico pone una precisa relazione tra il potere dei nomi e la capacità di agire in maniera magica sulla realtà naturale. Sbaglierebbero di grosso coloro i quali pensassero che tale idea di fondo sia stata abbandonata interamente al giorno d’oggi, con l’avvento della civiltà “moderna”. Esperimenti parapsicologici tendono a dimostrare che il pensiero intensamente concentrato di un essere umano (o, a maggior ragione, di un gruppo interagente di esseri umani) è in grado di evocare forze psichiche la cui natura non è ben chiara, ma che sono in grado di agire anche sul piano fisico (se ne possono trovare ampi esempi nel celebre libro di Leo Talamonti Universo proibito e in molti altri testi similari). Non solo:  pare che anche ambienti militari e dei servizi segreti di alcuni Stati si siano interessati a un tal genere di esperimenti, finanziandoli in apposite strutture finalizzate all’utilizzo dei poteri parapsicologici in chiave di dominio psichico a scopo militare e poliziesco. Se ne sarebbe occupato, fra gli altri, il medico americano (di origine croata) Andrija Puharich (noto, negli anni Settanta, come studioso e mentore del sensitivo israeliano Uri Geller), nel quadro di una vastissima ricerca parapsicologica, cui si sarebbero interessati anche insospettabili ambienti finanziari e dello stesso establishment scientifico, dediti all’uso assai disinvolto dell’iponosi, delle sedute medianiche e dei poteri occulti della mente. Scopo ultimo di tali ricerche sarebbe, secondo i ricercatori Lynn Picknett e Clive Prince (vedi il loro libro Il complotto Stargate, tr. it. Sperling & Kupfer, 2002), instaurare un “nuovo ordine mondiale” basato sulla restaurazione del culto dei Nove Dèi dell’antica città egiziana di Eliopoli: Aton, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti: proprio quelli che si sarebbero “manifestati” ad alcuni media nel corso degli esperimenti di Puharic. Certo, tale scenario  può apparire fantasioso, per non dire fantastico; tuttavia, prima di scartarlo con un’alzata di spalle, bisogna riflettere sul fatto che ambienti assai potenti del Pentagono e della CIA hanno speso tempo e denaro in lunghe ricerche nel campo del paranormale, e che in essi esistono logge e sette di tipo esoterico e para-religioso che non disdegnano di ricorrere a ogni mezzo (“il fine giustifica i mezzi“, diceva Machiavelli ne Il Principe) pur di assicurarsi il potere più ampio possibile, manipolando l’opinione pubblica mediante un esteso controllo della stampa, della televisione, dell’editoria, nonché sul mondo della finanza e della politica. Non è questa la sede per evocare le tesi del cosiddetto complottismo, di cui una forma “estrema” è rappresentata dai voluminosi e scioccanti libri-inchiesta dell’inglese David Icke, mentre delle versioni più “moderate” (e credibili) sono state proposte da ricercatori, anche italiani, quali Alfredo Lissoni, Giuseppe Cosco e Maurizio Blondet. Non è di questo che vogliamo parlare; ma del fatto che restaurare una religione antichissima, basata sull’annuncio di un ritorno imminente degli extraterrestri (o, come nel caso di Lovecraft, degli déi degli extraterrestri) potrebbe anche essere un progetto pensabile, e magari perseguibile, da parte di ambienti esoterici che, nella terminologia di René Guénon e di Julius Evola, si potrebbero definire di “contro-iniziazione”: in parole semplici, di adepti della magia nera intesi a evocare forze spirituali sub-umane di natura demoniaca. Non è necessario pensare che tali dèi esistano realmente, è sufficiente, come dicevamo prima, che vi siano degli esseri umani disposti a credervi ciecamente, a prestarvi un vero e proprio culto, a evocarli mediante un apposito, rigoroso cerimoniale. Concludiamo questa riflessione ponendoci una domanda: H. P. Lovecraft non potrebbe essere stato travolto da forze minacciose ed aliene, da entità innominabili che aveva imprudentemente evocato proprio con la sua attività di scrittore, subendone una vera e proria invasione psichica? Secondo Luigi Pirandello (ma anche secondo Miguel de Unamuno; per non parlare di José Luis Borgés), i personaggi non vengono creati da uno scrittore, bensì portati alla luce; ma esistevano già, in qualche dimensione, da prima: forse, da sempre. Cervantes non ha “inventato” Don Chisciotte, né Goethe ha “inventato” Faust: essi hanno dato loro una forma, portandoli all’esistenza (letteraria:  qualcosa come il terzo mondo di cui parlava il filosofo Karl Popper). Se è così, allora anche Lovecraft non ha “inventato” Yog-Sothoth e Shub-Nigrurrath: li ha “semplicemente” evocati (mediante il Necronomicon?); ed ora essi sono già qui, in mezzo a noi, nel nostro spazio-tempo. Chiaro, a questo punto, che ci troveremmo davanti a una delle più mostruose operazioni di magia nera che si possano immaginare: poiché gli dèi spaziali “immaginati” da Lovecraft sono, in realtà, orrendi dèmoni; e la religione da lui descritta, sia pure sotto l’apparenza di esecrarla e condannarla, non sarebbe altro che satanismo nella sua forma più blasfema. Resterebbe solo da vedere se Lovecraft fosse un adepto consapevole della contro-iniziazione, un servitore intenzionale delle forze del male, oppure se si sia trovato imprigionato, come tanti, tantissimi “eroi” dei suoi romanzi e racconti, nelle spire di un coinvolgimento terribile ma involontario, e costretto a prestare la sua opera a delle entità che di lui si servirono più o meno come i “Superiori Sconosciuti” si servono di tanti sciocchi apprendisti stregoni che, alla base della piramide occultistica, prestano i loro zelanti  uffici senza avere alcuna idea di chi li manovri in realtà.

Se un tale pensiero vi risultasse un po’ troppo inquietante e angoscioso (come era divenuto intollerabile per lo studente Walter Gilman, che in una Salem nebbiosa e popolata di paurose presenze giocava una disperata partita a scacchi con la terribile strega Keziah Mason, padrona di una “porta” interdimensionale), potete sempre consolarvi pensando che, in fondo, si tratta solo delle fantasie di un povero scrittore reso mezzo matto dalla nevrosi e dalla solitudine. Ma la civiltà “moderna” di cui andiamo tanto fieri, e che, riponendo una fiducia totale nella tecnoscienza, ci conduce verso le magnifiche sorti e progressive, non soffre né di nevrosi, né di solitudine. Vero?

PICCOLA ANTOLOGIA

Tutte le citazioni seguenti sono tratte dall’antologia di H. P. Lovecraft intitolata I mostri all’angolo della strada, a cura di Fruttero e Lucentini, Milano, Mondadori, 1980.

L’opera completa di H. P. Lovecraft (escluso l’epistolario) è disponibile in due edizioni italiane: quella a cura di Giuseppe Lippi (Milano, Mondadori, 2002), in cinque volumi; e quella, pure in cinque volumi,  a cura di Gianni Pilo e Sebastiano Fusco  (Roma, Newton Compton, 2004).

Da DAGON (1917).

“Stavo così fantasticando su quel passato che superava ogni più ardita teoria antropologica, mentre la luna creava bizzarri riflessi sull’acqua silenziosa, quando, improvvisamente, lo vidi.

“Con un solo lieve risucchio a testimonianza della sua emersione, la cosa incredibile sgusciò fuori dall’acqua scura davanti ai miei occhi. Ciclopica e repellente, la mostruosa creatura si lanciò verso il monolito, lo circondò con le gigantesche braccia squamose, inclinando la testa orrenda e emettendo urla ritmiche. Penso di essere impazzito in quel momento.[…]

“È di notte che vedo l’essere incredibile, specialmente quando la luna calante è falcata. Ho tentato la morfina, ma la droga mi ha dato sollievo soltanto al principio; più tardi, non ha fatto che aggiungere la sua schiavitù a quella del mostuoso ricordo. […]

“La mia fine è prossima. Odo un rumore sordo alla porta, come se un’enorme mano viscida stesse premendo contro di essa… ma quella mano, mio Dio, non mi troverà… la finestra, la finestra!”

Da IL RICHIAMO DI CTHULHU (1926).

Penso che il destino degli uomini sarebbe ancor più crudele di quanto già sia, se la nostra mente non fosse incapace di mettere in rapporto tra loro tutte le cose che avvengono in questo mondo. La nostra vita si svolge nei confini di una pacifica isola d’ignoranza, circondata dagli oscuri mari dell’infinito, e non credo ci convenga spingerci troppo lontano da essa. Finora le scienze, progredendo nel campo d’azione proprio a ciascuna, non ci hanno arrecato troppo danno: ma un giorno o l’altro, quando infine si riuniranno le varie parti del sapere, oggi ancora sparse qua e là, si presenterà ai nostri occhi una visione talmente terrificante della realtà e della terribile parte che noi abbiamo in essa, che se non impazziremo davanti a una simile rivelazione, tenteremo di fuggire quella vista mortale rifugiandoci nell’oscurità di un nuovo medioevo.” […]

“Ho conosciuto l’orrore dell’universo, e d’ora in avanti anche il cielo più azzurro, i più bei fiori di primavera saranno come veleno ai miei occhi. Ma non credo che vivrò ancora molto a lungo. Finirò come sono finiti mio zio e il povero Johansen: perché so troppe cose e il culto è ancora vivo, mentre anche Chtulhu continua a vivere in quella voragine di pietra che è il suo rifugio da milioni e milioni di anni, da quando  ancora l’uomo non c’era e il sole era ancora giovane. Il mare ha di nuovo coperto la sua città maledetta (la Vigilant navigò in quelle acque dopo la tempesta di aprile, e non trovò nulla) ma sulla terra i suoi ministri continuano a lanciare le loro urla agghiaccianti, danzando e uccidendo intorno ai monoliti sormontati da idoli, in luoghi solitari. Chi può prevedere la fine di tutto questo? Ciò che innalza può sprofondare, ciò che è sprofondato può risorgere. Esseri mostruosi vegliano e sognano nelle profondità delle loro dimore. E la rovina si sta infiltrando nelle ignare città degli uomini.”

Da IL COLORE VENUTO DALLO SPAZIO (1927).

“A occidente di Arkham, dopo una sorta di barriera naturale formata da valli fitte di boschi che la scure non ha mai sfoltito, si estende una zona di aspre e selvagge colline, solcata da gole strette e oscure dove gli alberi crescono con bizzarre contorsioni, dove filtrano esili ruscelli che non conoscono la luce del sole. Sui declivi meno scoscesi sorgono vecchie fattorie, tozze costruzioni tappezzate di muschio che meditano eternamente sugli antichi segreti della Nuova Inghilterra, al riparo delle grandi cornici rocciose. Oggi queste case sono tutte vuote. I larghi camini vanno a poco a poco in rovina, e le pareti di legno si piegano pericolosamente sotto i tetti sfondati.

“I vecchi proprietari se ne sono andati, i forestieri non si stabiliscono volentieri da queste parti.  Hanno cercato di installarvisi dei canadesi, degli italiani  e alcuni polacchi, ma non vi sono rimasti a lungo. Ciò che li ha allontanati, non è qualcosa che essi abbiano potuto vedere, sentire o toccare, è ciò che hanno potuto immaginare. È un paesaggio carico di un’atmosfera ostile, funesta, che non concede sogni riposanti. Basta questo, evidentemente, ad allontanare i nuovi venuti, poiché Ammi Pierce non ha mai parlato a costoro dei ‘giorni strani’.

“Da molti anni Ammi non ha più la testa completamente a posto.  È il solo che sia rimasto lì, l’unico che ogni tanto osi parlare dei giorni strani: ma dimostra tanto coraggio solo perché  la sua casa è a due passi dai campi aperti e dalle strade frequentate intorno ad Arkham.

“Un tempo, una strada che correva per queste colline e queste valli, tagliava in linea diretta quella che oggi si chiama la landa folgorata; poi, dato che la gente non la utilizzava più, ne venne tracciata un’altra molto più a sud. Nel sottobosco, sotto gli sterpi e i rovi, accade talvolta di trovare le tracce della vecchia strada, e certi tratti emergeranno ancora quando metà dell vallata sarà stata inondata per formare il grande bacino idrico. Allora i grandi alberi saranno abbattuti, e la landa folgorata dormirà per sempre coi suoi misteri sotto le acque profonde.” […]

“Non chiedetemi la mia opinione: vi risponderei che non so niente.

“Del resto io ho raccolto solo la testimonianza di Ammi, poiché la gente di Arkham si rifiuta di parlare dei ‘giorni strani’, e i tre professori che esaminarono l’aerolito e il globulo colorato, sono morti da qualche anno. Credo di poter affermare che la pietra caduta dal cielo contenesse altri globuli. Uno di questi si è nutrito di tutti gli organismi viventi della landa folgorata prima di rientrare negli spazi interplanetari, ma dev’essercene un secondo, ancora nascosto nel pozzo, poiché mi rendo conto che la luce solare al di sopra di quella nera bocca spalancata non ha affatto un colore normale.

“Qualunque sia la cosa pronta a sprizzar fuori dal fondo del pozzo, per il momento essa deve essere in qualche modo prigioniera. Sarà forse avvinta alle radici di quegli alberi che protendono i loro rami nell’aria come artigli? Secondo una delle dicerie di Arkham, grosse catene rilucono e si agitano in quei luoghi, la notte.

“Dio solo sa di che cosa si tratta!”.

Da L’ORRORE DI DUNWICH (1928).

“Chi traversa, diretto a nord, il Massachusetts centrale, arriva a un certo puto davanti al Picco di Aylesbury. Qui, subito dopo i Dean’s Corners, la strada si biforca; e il viaggiatore che per sbaglio prenda a sinistra invece che a destra, si trova ben presto in un luogo strano e solitario. Il livello del terreno sale, e tra i due muriccioli di pietra, coperti di rovi polverosi, la strada si fa sempre più tortuosa e stretta. Gli alberi dei boschi vicini sembrano troppo grandi, e i rovi e le erbacce crescono con un rigoglio insolito per una regione abitata. I pochi campi coltivati che s’incontrano, appaiono d’altra parte singolarmente brulli; mentre le case sparpagliate qua e là hanno tutte una sorprendente  apparenza di vecchiaia, squallore e disfacimento. Senza sapere perché, si esita a chiedere indicazioni alla rozza gente che ogni tanto s’intravede sui gradini diroccati  o sui pietrosi campi in pendio.  Queste figiure sono così silenziose e furtive che  ci si sente come davanti a cose proibite, con le quali sarebbe meglio non aver nulla a che fare.  Quando la strada scavalca un’altura, e al di sopra della fitta boscaglia  appaiono le colline, l’impressione di disagio aumenta.” […]

“Improvvisamente il sole parve impallidire senza l’intervento di alcuna nube. Era un fenomeno singolarissimo, e fu notato da tutti. Si udì anche un sordo brontolio dietro le colline, e un rumore di tuono che giungeva dall’alto. Un lampo balenò in lontananza, e gli uomini stupefatti cercarono invano nel cielo i segni del temporale. Il canto degli uomini di Arkham era adesso chiaramente udibile, e Sawyer vide col binocolo che tutti e tre alzavano ritmicamente le braccia.

“Poi, a un tratto, si levò quella voce profondissima, cavernosa, rauca, che non abbandonò mai la memoria di coloro che la udirono. Nessuna gola umana avrebbe mai potuto emetterla, ed è perfino errato chiamarla voce, perché più che all’orecchio, il suo spaventoso e bassissimo timbro parlava alle oscure sedi dell’inconscio e del terrore; ma somigliava a una voce in quanto, seppure vagamente, i suoni in cui si articolava erano parole. Erano suoni immensi, profondi come i boati e i tuoni che ad essi facevano eco, e l’essere che li emetteva sembrava nello stesso tempo lontano e vicinissimo.”

Da COLUI CHE SUSSURRAVA NELLE TENEBRE (1930).

“Per me, la faccenda incominciò con i grandi allagamenti che si produssero nel Vermont  al principio di novembre del 1927. A quell’epoca insegnavo letteratura inglese alla Miskatonic University ad Arkham, nel Massachusetts, ed ero appassionato del folklore della Nuova Inghilterra. Fra le storie che riempivano i giornali  a proposito dell’inondazione, apparvero bizzarre notizie di creature sconosciute che erano state viste galleggiare  sulle acque di alcuni fiumi in piena.”[…]

“Il vecchio folklore della regione, quasi dimenticato dalla generazione attuale, aveva un carattere molto particolare, avendo subito l’influenza dei racconti indiani che l’avevano preceduto. Benché non avessi mai visitato il Vermont, io lo conoscevo a fondo, grazie alla rarissima monografia di Eli Davenport,  particolarmente ricca di documenti di fonte orale forniti dagli abitanti di quello stato prima del 1839. Quei documenti coincidevano con alcuni racconti che io stesso avevo udito dalla bocca di vecchi montanari del New Hampshire.  Gli uni e gli altri menzionavano una razza di esseri mostruosi che si nascondevano negli oscuri boschi sopra le colline meno accessibili, e in fondo alle valli dove passavano dei corsi d’acqua di misteriosa provenienza. Li si vedeva raramente, ma qualche prova della loro esistenza era stata scoperta da chi si era avventurato sui picchi più alti, o in gole scoscese che perfino i lupi evitavano.

“Strane impronte di piedi o di artigli erano state trovate sulla riva dei ruscelli o in tratti di terreno argilloso, come pure curiosi circoli di pietre  attorno ai quali l’erba era stata strappata.  Sul fianco delle colline c’erano inoltre delle caverne inesplorate il cui ingresso era stato chiuso con rocce che non si trovavano lì accidentalmente: un gran numero di impronte conducevano verse quelle caverne e se ne allontanavano (senza che si potesse dire, data la loro stranezza, quali fossero volte in un senso e quali nell’altro).  Infine, ed era la cosa più paurosa, c’erano mostruose creature  che i montanari di tanto in tanto intravedevano nella penombra di vallate lontane  o nel cuore di fitti boschi situati su pendii inaccessibili.” […]

“‘Signor Wilmarth, rimettetevi a sedere, prego…Ecco, sì. Non c’è ragione che vi spaventiate… Sono un essere umano esattamente come voi, ma il mio corpo è a più di cinque chilometri  da qui, all’interno della Round Hill. Io sono qui con voi: il mio cervello è in questo cilindro, e io vedo, sento e parlo come voi.  […] Naturalmente, sono uno degli uomini che hanno concluso un patto d’alleanza con i nosri visitatori dello Spazio di fuori, ce ho incontrato per la prima volta sull’Himalaia.

“Ho già visitato molte delle loro basi, di cui alcune in altre galassie, e due fuori del nostro stesso cosmo. Una parte infinitesima delle conoscenze che ho potuto così acquistare, renderebbe felice il più ambizioso degli scienziati. Per questo mi auguro di tutto cuore che accettiate di unirvi al signor Akeley per accompagnarmi. I nostri visitatori hanno un vivo desiderio di conoscere uomini di scienza come voi, per mostrargli i grandi abissi che la maggior parte di noi ha dovuto accontentarsi di sognare. Il primo contatto con loro può apparire strano, ma so che voi non ve ne preoccuperete eccessivamente.” […]

“Fu allora che notai perla prima volta, fra le pieghe dell’ampia vestaglia, tre oggetti che gli incaricati dell’inchiesta non ritrovarono durante la perquisizione dei luoghi. La loro natura non aveva in se stessa niente di particolarmente orribile, ma trassi dalla loro presenza una terrificante conclusione. Ancora oggi, ho dei momenti di dubbio, dei momenti in cui approvo quasi lo scetticismo di quelli che riducono  tutta la mia avventura a un sogno o un’allucinazione. 

“Quei tre oggetti, eseguiti con estrema abilità, erano provvisti di attacchi  di metallo destinati a fissarli su strutture organiche circa le quali non so formulare alcuna ipotesi.  Vorrei credere anch’io di averli sognati, quegli oggetti di cera!  Ma so che non è così…

“Gran Dio! Quell’essere che sussurrava nelle tenebre, circondato da un’aura di vibrazioni, e quell’odore di muffa!… Quell’orrendo ronzìo. E durante tutto quel tempo, all’interno di quel cilindro nuovo, sullo scaffale… Akeley… Akeley, già ridotto!…

“Poiché, chiunque fosse l’essere mostruoso che m’aveva parlato dalla poltrona, quegli oggetti non erano altro che le mani e la faccia di Henry Wentworth Akeley.”

Da LA MASCHERA DI INNSMOUTH (1931).

“Malgrado la sua estensione e la densità delle costruzioni, la città rivelava a prima vista un’assenza di vita ben poco accogliente. Dal groviglio dei camini salivano rari fili di fumo. Tre campanili neri ormai in rovina si stagliavano contro il cielo dalla parte del mare. La cima di uno di essi era mezzo crollata, e grandi occhiaie nere si aprivano nei punti dove avrebbero dovuto esserci  dei quadranti di orologio. Il gran numero di tetti incurvati e sghembi denotava che le travi di molte case erano tarlate; e a mano a mano che ci avvicinavamo, vidi che molte di esse erano sprofondate. C’erano anche delle grandi ville quadrate dell’epoca di re Giorgio, provviste di belvedere e di gallerie e balaustrate. Si trovavano per la maggior parte lontano dal mare: due o tre sembravano in ottimo stato.  Ai loro piedi s’intravedevano le rovine arrugginite della ferrovia abbandonata  che congiungeva una volta Innsmouth a Rowley.

“Lo sfacelo era particolarmente manifesto nei dintorni immediati del lungomare, ma, nel centro dello stesso rione, scorsi la bianca torretta di un edificio in mattoni molto ben conservato, che aveva l’aria di una piccola fabbrica. Il porto, da molto tempo insabbiato, era protetto da una vecchia diga di pietra sulla quale distinsi le sagome sedute di alcuni pescatori. Alla sua estremità si ergevano le rovine di un faro.” […]

“Una o due volte vidi degli individui dall’aria apatica intenti a lavorare certi giardinetti rachitici o a cercare dei mitili sulla spiaggia, e dei bambini con viso scimmiesco giocare sulla soglia delle case. Quella gente era ancora più inquietante dei lugubri edifici in cui viveva, poiché ognuno aveva delle particolarità di tratti o di atteggiamento che mi dispiacquero istintivamente, non saprei dire perchè. Per un attimo pensai che il loro fisico mi suggeriva  un’inmmagine già vista in altre circostanze particolarmente tristi o paurose; ma quello pseudo ricordo si dileguò subito. […]

“Davanti a me s’innalzava una grande costruzione ornata di colonne, il cui intonaco un tempo bianco si andava staccando in pellicole grigiastre. Sul frontone stentai a leggere l’iscrizione incisa in lettere d’oro su fondo nero: Ordine esoterico di Dagon. Mentre ero intento a decifrare i caratteri semicancellati, la mia attenzione fu attratta dai rintocchi rauchi di una campana e mi sporsi subito al finestrino.

“I suoni provenivano da una chiesa di pietra in stile pseudogotico, con un campanile basso e tozzo, chiaramente più antica della maggior parte delle case, la cui cripta, stranamente alta, era munita di finestra con le imposte chiuse. Le sfere dell’orologio mancavano, ma calcolai che quei rintocchi dovevano annunciare le undici. Poi, di colpo, smisi di pensare a che ora era, perché un’apparizione brevissima, e tuttavia di un’intensità folgorante, mi riempì di un orrore insipegabile prima ancora che avessi avuto il tempo di capire di che cosa si trattava. La porta della cripta era aperta su un rettangolo di tenebre. Nel momento in cui guardavo, una figura attraversò, o sembrò attraversare, quello sfondo buio, lasciandomi negli occhi un’immagine da incubo tanto più sconvolgente in quanto, a un’analisi attenta, non rivelava assolutamente nulla di angoscioso.”

Da LA COSA SULLA SOGLIA (1933).

“Chesuncoock si trova vicino alla zona boscosa più settentrionale, più interna e meno esplorata del Maine, e ci volle una giornata intera di continui sobbalzi, attraverso un paesaggio irreale e minaccioso, per raggiungerla in auto. Trovai Derby  in una cella del posto di polizia, che si dibatteva tra apatia e delirio. Mi riconobbe subito e m’investì con un torrente di parole insensate e quasi senza nesso: “Dan… sia lodato il cielo! Il pozzo degli shoggot… in fondo a seimila gradini… L’abominio degli abomini… mai avevo permesso che mi ci portasse, e poi mi sono trovato là… Shub-Nigurrath! La forma si alzava dall’altare, ed erano in cinquecento a urlare… la cosa incappucciata gemeva: ‘Kamog! Kamog!’ Era il nome segreto del vecchio Ephraim nella congrega… E io ero là dove lei aveva promesso di non portarmi mai…Solo un minuto prima mi trovavo ancora nella mia biblioteca… e poi ero là dove lei era andata con il mio corpo… nel luogo più blasfemo che esiste, nel pozzo maledetto dove incomincia il regno delle tenebre e la sentinella custodisce il cancello… Ho visto uno shoggoth che cambiava forma… Non ce la faccio più… la ucciderò se mi ci manda ancora… Ucciderò quell’essere… Lei, lui, esso… Lo ucciderò con le mie stesse mani. […]

Il peggio era – continuava Derby nel suo delirio– che Asenath stava aggrappandosi a lui ogni volta più a lungo. Voleva essere un uomo, per avere più grandi poteri, e questa era la ragione per cui s’impossessava del suo corpo. Aveva capito che vi era in lui un cervello ben fatto unito a una debole volontà. Un giorno o l’altro l’avrebbe cacciato dal suo corpo e l’avrebbe lasciato chiuso per sempre nel suo: in quell’involucro femminile che non  era neppure del tutto umano.  Sì, ora egli sapeva varie cose della stirpe di Innsmouth. Vi erano stati traffici con cose venute dal mare, traffici orrendi… Il vecchio Ephraim conosceva  il segreto, e quando era diventato vecchio aveva fatto una cosa orrenda per mantenersi in vita…”[…]

“Come posso dirmi sicuro che quell’essere è morto? So bene che il giorno dopo, non appena uscito dalla mia prostrazione e in grado di camminare, andai al manicomio e lo ammazzai a rivoltellate, per amore di Edward e del mondo intero. Ma posso sentirmi al sicuro finché non sarà cremato? Ne conservano il corpo per l’autopsia, e io dico invece che devono cremarlo. Devono cremarlo subito, senza perdere altro tempo, quel corpo che non era di Edward  Derby quando gli ho sparato. Perché posso essere io, la prossima vittima.

“Ma no! La mia volontà non è debole, e io non permetterò che venga minata dai terrori che le si agitano intorno! Ephraim, Asenath, Edward… una vita sola. Chi, ora?  No, io non sarò tirato fuori dal mio corpo…! Io non cambierò la mia anima con quel cadavere crivellato di colpi al manicomio!…”

Da L’ABITATORE DEL BUIO (1935).

“Introdottosi con facilità per il varco, Blake incominciò a procedere fra l’aggrovigliata vegetazione  dello spiazzo abbandonato. Qua e là un cippo funebre in rovina attestava che un tempo – un tempo molto lontano, constatò Blake – si facevano inumazioni in quel luogo. E la chiesa, che ora gli stava davanti, lo opprimeva con tutta la sua mole. Ma Blake si fece coraggio e avanzò a tentarne le tre grandi porte sulla facciata.  Erano tutte solidamente chiuse. Allora andò in cerca di un altro accesso, girando attorno alla ciclopica costruzione. Non era sicuro nemmeno ora di voler entrare in quel cono d’ombra e di abbandono, ma la stranezza del luogo lo attraeva in modo tale da farlo agire quasi automaticamente.

“Nella parte posteriore dell’edificio una finestra del sotterraneo, non chiusa e senza sbarre, gli offerse l’apertura adatta. Blake scrutò nell’interno e vide un abisso di ragnatele e di polvere che ne ammorbidiva i contorni. I resti arrugginiti di una caldaia per caloriferi provavano che fino alla metà dell’epoca vittoriana la chiesa era frequentata e tenuta in efficienza. […]” Al pianterreno l’esplorazione fu più rapida. Tutte le porte interne erano aperte e si poteva passare liberamente da un vano all’altro. La navata gigantesca presentava un aspetto fantasmagorico: i banchi, l’altare, il pulpito a forma di clessidra, il baldacchino che gli stava sopra, tutto era coperto da cumuli di polvere; enormi cordoni di ragnatele si tendevano fra gli archi acuti della galleria e avviluppavano le colonne. Dalle finestre annerite dell’abside la luce del sole al tramonto veniva a posarsi, plumbea e spaventosa, su quella muta desolazione.

“Le vetrate dipinte erano così sporche di fuliggine che a stento se ne potevano decifrare le figurazioni e i simboli, ma quel poco che si riusciva a vedere non era molto piacevole. Le rare figure di santi avevano un aspetto assai discutibile e su una delle finestre appariva soltanto una zona scura contornata da strane spirali. Blake ne distolse lo sguardo e lo posò sull’altare: anche la croce, in un viluppo di ragnatele, non era del solito tipo: sembrava assomigliare piuttosto a una svastica.

“Poi, in una stanza della sagrestia presso l’abside, Blake trovò un tavolo tarlato e degli scaffali alti fino al soffitto pieni di libri ammuffiti. Qui per la prima volta le sue indefinibili apprensioni trovarono un fondamento precisabile e obiettivo: i titoli di quei libri erano molto significativi per lui. Alludevano a foschi e antichissimi culti di cui mai tra gente sana si sente parlare, o di cui si ha notizia soltanto attraverso furtivi e timorosi bisbigli: le più ambigue forme e i più allucinanti segreti che si siano tramandati fino a noi dai primordi dell’umanità, e anzi da tempi favolosi in cui l’uomo non esisteva ancora. Blake stesso ne aveva letti parecchi: una versione latina dell’aborrito Necronomicon, il sinistro Liber Ivonis, l’infame Cultes des Goules del conte d’Erlette, gli Unaussprechlichen Kulten di von Junz e il diabolico De Vermis Misteriis del vecchio Ludwig Prinn. Ma ve n’erano altri ch’egli conosceva solo indirettamente o non conosceva affatto: i Manoscritti Pnakotici, il Libro di Dzyan e un decrepito volume in caratteri del tutto indecifrabili, ma con simboli e diagrammi chiarissimi e orrendi per uno studioso di scienze occulte.” […]

“Esplorato il pianterreno, Blake dovette ripercorrere la spettrale navata per giungere fino all’atrio dove aveva visto una porta e una scala.Con tutta probabilità esse conducevano alla torre e alla guglia che gli erano tanto familiari a distanza. Non fu piacevole salire: la polvere densa e le molte tele di ragno nello spazio ristretto davano un senso di soffocazione. La scala era a spirale, con alti e stretti gradini di legno. Di quando in quando Blake passava davanti a una finestra annerita che guardava sulla città sottostante.  Benché non avesse visto nessuna fune dabbasso, si aspettava di trovare una o più campane nell’alto della torre dove il cannocchiale gli aveva mostrato tante volte le strette finestre schermate. Ma lo aspettava una delusione: raggiunta la cima della scala, si trovò su una cella campanaria non solo sprovvista di campane,  ma chiaramente adibita a scopi del tutto diversi.

“La stanza, un quadrato di circa cinque metri, era fiocamente illuminata da quattro finestre a ogiva, un vano su ogni lato, munito di vetri e di persiane. Queste ultime erano state ulteriormente oscurate con spesse tavole di legno, ma sia le tavole che le stecche delle persiane erano in gran parte imputridite e cadute. Nel centro della stanza si ergeva un pilastro di pietra curiosamente squadrato, alto poco più di un metro e largo circa settanta centimentri, scolpito rozzamente su ogni lato con geroglifici bizzarri e del tutto indecifrabili. Sul pilastro stava una scatola metallica di forma singolarmente asimmetrica, col coperchio ribaltato. Nel suo interno, sotto un annoso strato di polvere, stava qualcosa di ovoidale o irregolarmente sferico, del diametro di dieci centimetri circa. Quasi in cerchio intorno al pilastro vi erano, ancora in buon stato, sette sedie dall’alto schienale gotico e dietro di queste, lungo le pareti a pannelli scuri, sette colossali figure nere che ricordavano in modo impressionante i megaliti misteriosi dell’isola di Pasqua. In un angolo della stanza una scala incassata nel muro arrivava fino al soffitto, dove una botola chiusa immetteva nella guglia sovrastante.” […]

“Intanto, senza rendersene conto, il suo sguardo si era posato di nuovo sulla pietra e, sotto lo strano influsso di questa, la sua mente si era nuovamente abbandonata a un nebuloso flusso di visioni: teorie di esseri togati e incappucciati dalle fattezze non umane, deserti senza fine irti di monoliti che giungevano fino al cielo, torri e mura in buie profondità sottomarine e vortici di spazio dove fluttuavano banchi di nebbia nera su uno sfondo rutilante di foschia purpurea. Ma, soprattutto, un golfo di oscurità infinita, in cui forme solide o quasi solide si palesavano quasi solo per effetto del loro stesso moto ventoso. Col fiato mozzo, Blake distolse gli occhi dalla pietra, conscio di una presenza estranea e incorporea che gli stava vicino e lo sorvegliava con orribile attenzione. Si sentiva impedito da qualcosa – qualcosa che non era nella pietra ma che attraverso la pietra lo aveva guardato – qualcosa che continuava ad osservarlo con una facoltà conoscitiva che non era quella della vista. Evidentemente il luogo stava impessionandolo sempe di più, cosa più che comprensibile, data la raccapricciante scoperta. Anche il sole stava scomparendo e non vi era modo di far luce. Era necessario andarsene al più presto.

“Fu allora, mentre gli si addensavano le ombre del crepuscolo, che gli parve di vedere nel cristallo una debole luminescenza.. Aveva tentato di non guardare più da quella parte, ma un impulso oscuro lo aveva costretto a farlo di nuovo. Si trattava di fosforescenza radioattiva? Cosa dicevano le note del morto riguardo al Trapezoedro Lucente? Come spiegare quel luogo abbandonato, ricetto di un male cosmico? Che cosa vi era avvenuto o che cosa poteva ancora esserci nascosto nel buio? Ora gli pareva di avvertire anche un vago fetore. Lo sentiva giungere da un pubto non lontano, ma non riusciva a individuarne la fonte. Allora afferrò il coperchio della scatola e lo abbassò con un gesto deciso. Il coperchio girò facilmente sulla cerniera  e si chiuse sulla inequivocabile luminosità della pietra.”

Da LA FINESTRA DELLA SOFFITTA (1957).

“Ora so che cosa sapeva mio cugino. Bastava che avessi seguito fedelmente le sue istruzioni, e mi sarebbe stata risparmiata questa conoscenza; avrei potuto continuare a credere in un’illusione, in un’allucinazione. Ora so invece che il vetro opaco della fnestra, nella stanza sotto il tetto, era una porta: una porta su altre dimensioni, su tempi e spazi estranei al nostro mondo; una porta su recessi remoti, ma che possono diventare vicinissimi, in cui mostri e deità dai nomi orrendi si celano sempre in attesa di sorgere ancora; una porta aperta da questo mondo sugli altri, ma anche – ecco il tremendo pericolo temuto da Wilbur! – dagli altri mondi su questo. Il vetro venuto da Leng, o dalle Iadi (non ho mai saputo dove mio cugino l’avesse preso) poteva essere ruotato nella sua cornice e non era soggetto ad alcuna legge terrestre. Soltanto il movimento della Terra sul proprio asse influiva sulla sua direzione. Se non lo avessi infranto, avrei davvero scatenato sul mondo un flagello terribile, evocandolo involontariamente, per mia ignoranza e curiosità, da altre dimensioni.”

Da NYARLATOTHEP (1921).

“Il mio gruppo fu risucchiato verso l’aperta campagna. Ora sentivamo un gelo che era anche, ma non era soltanto, quello dello sgomento e del terrore. E infatti, avanzando ancora, scorgemmo d’un tratto intorno a noi l’infernale luccichio della neve. Inesplicabile neve, intatta, spazzata verso un’unica direzione: verso un nero abisso, che appariva ancora più nero per contrasto con le sue pareti scintillanti. Io ero l’ultimo del mio gruppo, e vidi gli altri scomparire ad uno ad uno nel baratro. Sull’orlo indugiai ancora, o mi parve di indugiare. Il nero crepaccio, tra le nevose pareti dai riflessi verdastri, era orrendo. Ma non mi fu possibile protrarre quell’illusione di sosta. Come chiamato da quelli che erano andati avanti, e insieme sospinto da titaniche raffiche di neve, mi gettai nel vortice cieco dell’inimmaginabile.

“Se caddi con un urlo inconsapevole oppure in un muto delirio, soltanto gli dei che furono potrebbero dire. Io non sono più che l’ombra, ormai, di un’ombra che si contorce in mani che non sono mani,  che rotea cieca oltre le spettrali notti  di una creazione putrescente, fra cadaveri di mondi morti, con piaghe che furono città, venti sepolcrali che spazzano pallide stelle e ne attenuano il chiarore. E oltre i mondi, vaghi fantasmi di cose mostruose; templi nefandi dalle gigantesche colonne che poggiano su rocce senza nome al di sotto dello spazio, e che raggiungono vuoti vertiginosi al di sopra delle sfere di luce e di buio. E onnipresente, incessante, in questo repugnante cimitero dell’universo, il sordo rullio dei tamburi  e il monotono lamento dei flauti blasfemi che qualcuno suona ancora in inconcepibili stanze senza luce, al di là del tempo, e al cui ritmo danzano goffi, tenebrosi e giganteschi, gli ultimi dèi: i ciechi muti stolidi mostri la cui anima è Nyarlatothep.”

Altre letture consigliate:

-LOVECRAFT, H. P., I miei orrori preferiti, Roma, Newton & Compton, 1994.

-LOVECRAFT, H. P., Il vento delle stelle, Roma, Ed. Agpha Press, 1998.

– (a cura di A. Derleth), I miti di Ctulhu, Roma, Fanucci, 1975.

– (a cura di G. Hay), Necronomicon. Il libro segreto di H. P. Lovecraft, Roma, Fanucci, 1979.

– (a cura di S. Basile). Necronomicon. Storia di un libro che non c’è, Roma, Fanucci, 2002.

– PUNTER, D., Storia della letteratura del terrore, Roma, Editori Riuniti, 2006.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13  Aprile 2017

Del 15 Settembre 2020

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