domenica, 7 Marzo 2021
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Incontri ravvicinati del terzo tipo: il « caso» di L. R. Johannis a Raveo

Incontri ravvicinati del terzo tipo: il « caso» di L. R. Johannis a Raveo. Anche la Carnia, la regione montuosa dell’Alto Friuli ha avuto il suo “incontro ravvicinato del terzo tipo” fra un umano e delle creature extraterrestri di Francesco Lamendola  

Anche la Carnia, la regione montuosa dell’Alto Friuli corrispondente alla valle superiore del Tagliamento, ha avuto il suo “incontro ravvicinato del terzo tipo” fra un umano e delle creature extraterrestri.

Protagonista del fatto è stato un artista che avrebbe raggiunto, negli ani seguenti, una certa notorietà, sia nazionale che internazionale, con il nome d’arte di L. R. Johannis. Il suo vero nome era Luigi Rapuzzi ed era nato a Sacile (allora in provincia di Udine, oggi di Pordenone) il 14 maggio 1905. I suoi primi interessi si erano volti verso la pittura: amico di Depero, Prampolini, Russolo e Severini, si era mosso nell’ambito del futurismo; molte sue opere giovanili sono andate però disperse dopo il 1943, allorché il giovane Rapuzzi era entrato nella Resistenza, venendo arrestato per due volte dalle autorità della Repubblica Sociale Italiana.

A guerra finita si trasferisce per qualche anno negli Stati Uniti d’America, dove si fa notare come pittore con alcune mostre collettive e personali, nonché nella decorazione di una chiesa di New York.

L’esperienza, però, nel complesso si rivela deludente, tanto che decide di rientrare in Italia all’inizio degli ani Cinquanta. Qui comincia a scrivere romanzi di fantascienza, dando un contributo originale a questo ramo della letteratura “di genere” che, nel nostro Paese, muoveva ancora i primi passi. Erta anzi prassi che i giovani autori italiani (un po’ come primi registi che si dedicarono, pochi ani dopo, al genere western, compreso Sergio Leone) assumessero dei nomi d’arte fantasiosamente anglosassoni; e Rapuzzi scelse quello di “dottor Johannis” o, anche, L. R. Johannis.

Come scrittore (continuava, intanto, anche a dipingere), Rapuzzi è stato un pioniere di quel particolare genere saggistico che oggi è noto con il termine di archeologia spaziale; solo che lui non scriveva saggi (come farà, di lì a qualche anno, Peter Kolosimo), ma romanzi, collegati tra loro da un denominatore comune: l’impostazione d’insieme, ispirata all’idea che la Terra sia stata visitato, in passato, da creature di altri mondi le quali insegnarono ai primi uomini elementi della loro civiltà superiore. Pertanto le antiche civiltà umane, così come noi le conosciamo (o crediamo di conoscerle) alla luce delle nostre attuali conoscenze, altro non sarebbero che l’evoluzione di elementi alieni importati sul nostro Pianeta in un tempo così antico, che non ne sono rimaste tracce evidenti se non in alcuni ‘enigmi’ dell’astronomia archeologica, ad esempio il tempio-osservatorio solare di Stonehenge, in Inghilterra.

Bisogna dire che questa idea centrale, che poi ha trovato fortuna grazie alle opere di autori come Erich Von Däniken, Zacharia Sitchin, Raymod Drake e altri, fra i quali il già ricordato Peter Kolosimo, allora non era affatto diffusa e ‘di moda’; pertanto a Johannis non era stata ispirata da una specifica letteratura divulgativa – allora inesistente -,bensì, in gran parte, dalla ‘scoperta’ delle opere esoteriche della fondatrice della Società Teosofica, Helena Petrovna Blavatsky (1831-1931), specialmente Iside svelata La dottrina segreta. La Blavatsky, fra le altre cose, sosteneva di aver potuto leggere un libro segreto avuto dai suoi ‘Maestri sconosciuti’, Le stanze di Dzyan, nel quale si narra la storia antichissima e sconosciuta dell’umanità; e, in particolare, di come si siano avvicendate diverse razze prima dell’ultima, di cui siamo i discendenti; razze che ebbero, almeno in parte, origine extraterrestre; ne abbiamo già accennato in un recentissimo articolo. (1)

A proposito di quest’opera capitale di H. P. Blatatsky, ha scritto la nota giornalista e saggista Paola Giovetti:

“Madame Blavatsky (…) si ritirò a vivere in Germania, nella cittadina di Würzburg, dove condusse una vita molto ritirata: vedeva pochissime persone e si dedicava prevalentemente alla sua nuova opera, La dottrina segreta, che richiese oltre due anni di lavoro e fu scritta nello stesso modo di Iside svelata: le moltissime citazioni di cui l’opera è piena venivano scritte da Madame Blavatsky per automatismo – tuttavia i controlli effettuati presso i testi originali di cui Helena Blavatsky non possedeva copia dimostravano sempre che ogni parola era esatta. «Nei miei scritti ci sono cose di cui non ho la minima idea», scrisse Madame Blavatsky alla sorella. «Non sono io a scrivere queste cose, io mi limito a copiare ciò che mi viene fatto passare davanti agli occhi. Io sono solo lo strumento, non l’artefice!».

“Ne La dottrina segreta HelenaBlavatskyaffronta temi filosofici, religiosi, storici, antropologici, psicologici e scientifici, spaziando con grande libertà da un campo all’altro e offrendo un quadro amplissimo dell’evoluzione cosmica, delle origini del nostro pianeta, dello sviluppo delle diverse razze umane, delle antiche religioni e delle antiche dottrine che sono alla base anche del pensiero moderno, giungendo a una visione unitaria della vita e al concetto di una Mente, o Coscienza, che pervade l’intero creato e di cui l’uomo fa parte. Opera complessa, non sempre organica e certamente non indenne da difetti strutturali e formali, La dottrina segretaqualunque ne sia l’origine, è un libro che merita rispetto e che dovrebbe essere meglio conosciuto.” (2)

Divenuto amico di Giorgio Monicelli, direttore della colla I romanzi di Urania, Johannis vi pubblica il primo libro della serie, nel 1954, intitolato C’era una volta un pianeta. La lusinghiera accoglienza del pubblico (erano i primi ani della ‘ufomania’, scatenata dal famoso avvistamento di Mantell, nel gennaio del 1948), induce l’autore a pubblicare, in rapida successone, ben altri sei romanzi, tutti di più che dignitosa qualità letteraria, oltre a un discreto numero di racconti e di articoli di saggistica archeoastronomica; nonché a fondare, a Udine, una piccola casa editrice, Galassia, che, nel corso della sua breve e tumultuosa esistenza, darà alle stampe alcune opere veramente pionieristiche di questo genere ma, purtroppo, non più ristampate fino ad anni recentissimi, tanto che oggi sono considerate una vera rarità antiquaria.

Ricordiamo in particolare, tra le opere di Johannis, Quelli dell’altro spazio (Edizioni Librarie Italiane, Milano, 1954); Quando ero aborigeno (ne I Romanzi di Urania, 1955; Risonanza cosmica Il satellite perduto (idem, 1956); La rivolta dei Jeols (per la Galassia di Udine, 1957); Fulmine a ciel sereno (Edizioni ‘esse’, Roma, 1957); Le lacrime della Luna (Ponzoni Editore, Milano, 1958, in cui adottò per la prima volta il nomne d’arte di J. L. Johannis, mentre prima si firmava con svariati pseudonimi); I fantasmi di Venere (postumo: Editoriale Fenarete, Cisano Bergamasco, 1971). Dopo la ristampa di C’era una volta un pianeta  da parte della Editrice Libraria di Bologna, nel 1976 (a otto anni dalla prematura scomparsa dell’Autore), recentemente, la Casa editrice Perseo di Bologna ha iniziato la ripubblicazione delle sue opere, all’interno della collana Narratori europei di science fiction.

Dopo una storica lite con l’editore Ponzoni di Milano (città ove si era da tempo definitivamente trasferito), che lo allontanò per sempre dall’ambiente editoriale ‘che conta’, Johannis rallentò la sua produzione letteraria, tornando alla primaria vocazione pittorica e rivisitando la sua stagione futurista in chiave – come oggi si direbbe – postmoderna.  Ma, così come la sua opera narrativa è stata rapidamente dimenticata, al punto che il suo nome è oggi noto solo a una ristretta cerchia di cultori del genere fantascientifico, anche le sue notevoli qualità pittoriche non sono state riscoperte, purtroppo, che dopo la sua morte, avvenuta a causa di un tumore maligno, in una clinica di Milano, il 21 settembre 1968. Grazie all’interessamento del professor Roberto Sermann e del figlio dell’artista, Paolo, sono state realizzate alcune gradi mostre personali a Udine, sotto gli auspici della Regione Friuli, che hanno permesso di riscoprire le opere di un artista molto originale nel panorama delle arti figurative italiane del Novecento.

Noi stessi abbiamo avuto occasione di sperimentare l’insensibilità – o, sarebbe meglio dire, la totale indifferenza mostrate da taluni amministratori locali allorché, nel centenario della nascita di L. R. Johannis, avevano proposto all’Assessorato alla cultura della sua cittadina natale una commemorazione (gratuita) della sua figura e della sua opera, ma non ottenemmo neppure la cortesia di una risposta.

Scrive un noto autore della letteratura fantascientifica italiana e profondo conoscitore del settore, che con infaticabile attività ha diffuso e fatto conoscere a milioni di nostro connazionali, Ugo Malaguti:

“A parte l’enorme influenza esercitata su intero settore della fantascienza europea, di Johannis non va sottovalutata la capacità affabulatrice, la veemenza romantica, la forza delle idee, la capacità di far vivere emozioni e sentimenti con un sense of wonder assolutamente originale, diverso da quello degli Hamilton e dei Williamson, tipicamente, magicamente suo.  Lo si vede anche nel romanzo (…) quelli dell’altro spazio, che uscì sulla scia del successo di C’era una volta un pianeta in una strana antologia di romanzi di fantascienza apparsa nel 1956 per i tipi delle Edizioni Librarie Italiane di Milano, che ebbe una distribuzione capillare nelle edicole e un notevole risultato di vendita (l’intero libro ebbe la supervisione e la cura di Johannis, tanto che se non ci fossero testimonianze precise e prove contrarie, io avrei avuto l’impressione che tutti e tre i romanzi fossero stati scritti da questo autore, o comunque adattati da lui: un romanzo che narra l’esplorazione dei mondi di Alfa Centauri, mescolando il suo mondo solare condiviso creato per i suoi altri romanzi- Venere, Marte e la Terra sono popolati; i terrestri sono i pronipoti degli antichi aborigeni e dei superstiti del quinto pianeta dimenticato; e così via – con una serie impressionante di idee scientifiche o parascientifiche sul tempo, sulla tecnologia, sulla diversità tra le razze dei vari soli, che spesso arrivano ai limiti del ragionevole, e nelle quali a volte l’autore sembra perdersi (salvo poi riprendersi brillantemente) ma che possiedono un respiro, una vastità di concetti, un sense of wonder – che mozzano ancora oggi il fiato e ricordano – sotto certi aspetti – la sfrenata, disordinata fantasia degli Henneberg de La nascita degli dei, tanto da costringere a sospendere l’incredulità per apprezzare meglio la vastità dell’insieme che l’autore riesce a costruire.” (3)

Questo, dunque, è il personaggio che sta al centro del «caso» ufologico di Raveo, un “incontro ravvicinato del terzo tipo” con piccoli umanoidi di provenienza extraterrestre; incontro che avrebbe avuto luogo – il condizionale è d’obbligo – nell’agosto del 1947.

Ora, se l’identità del testimone suscita inevitabilmente qualche perplessità – un noto scrittore di fantascienza e il creatore di una teoria sulle origini extraterrestri dell’umanità stessa -, la data sembra deporre a favore dell’autenticità dell’evento, dato che non era ancora esplosa, nel mondo, la “mania” di vedere dappertutto Oggetti Volanti non identificati. C’era stato, sì, qualche avvistamento, durante e dopo la seconda guerra mondiale (per non parlare di quelli riferiti dalle antiche cronache, sia greco-latine che medievali); ma la passione dell’opinione pubblica circa il femomeno degli UFO si sarebbe diffusa solo a partire dal 1948, dopo il già ricordato avvistamento del capitano dell’aviazione statunitense T. Mantell.

A ciò si aggiunga il fatto che Luigi Rapuzzi non aveva ancora scoperto la sua vocazione di scrittore, né tanto meno di scrittore di fantascienza; era un pittore che aveva militato nelle formazioni partigiane del Reparto Sud Arzino, battaglione Attilio, assumendo il nome di battaglia di “Athos”; e che ora sognava di tentare la fortuna, sempre come pittore, negli Stati Uniti d’America; sogno che avrebbe realizzato, di lì a poco, imbarcandosi come clandestino a bordo di una nave colà diretta. Una storia che ci ricorda quanto poco tempo sia passato da quando erano i nostri nonni a tentare l’avventura dell’emigrazione, magari come clandestini, in cerca di un pezzo di pane e di un futuro migliore.

Nel frattempo, Luigi Rapuzzi (che non aveva ancora inventato i numerosi pseudonimi letterari, tra i quali N. H. Laurentix e Louys R. Steyner, prima di “approdare”  al definitivo R. L. Johannis), stava cercando di chiarirsi le idee, di trovare la sua strada, oltre che una occupazione che gli consentisse di vivere. A quell’epoca abitava a Tolmezzo, il capoluogo della Carnia, dove la sua famiglia si era stabilita quando lui era bambino (per vivere l’esperienza dei profughi durante la prima guerra mondiale) e amava concedersi delle lunghe escursioni lungo i sentieri di montagna, in mezzo a una natura pressoché incontaminata.

Raveo è un paese situato ai piedi del Col Gentile (2.075 m.), prima di Ovaro per chi viene da Tolmezzo, un po’ sulla sinistra della strada principale; quasi all’imbocco del Canale di Gorto, ove il torrente Degano scende fino al Tagliamento aprendosi la strada fra le Alpi Carniche, da Forni Avoltri a Villa Santina.

Alla vigilia di ferragosto, Luigi Rapuzzi procedeva con lo zaino in spalla lungo le pendici sud-orientali del Col Gentile, nella valle del torrente Chiarso, in uno splendido paesaggio di boschi di faggi e di abeti. E fu lì, sulla pendice del monte, nella chiara luce del primo mattino, che avvenne l’incredibile: un incontro con dei piccoli esseri alieni.

Riportiamo la chiara ed esauriente ricostruzione fattane da Franco Ossola – uno dei più seri e competenti studiosi e divulgatori italiani delle problematiche relative alle presunte visite sulla Terra di velivoli extraterrestri – nel suo Dizionario enciclopedico di ufologia; al quale, comunque, rimandiamo il lettore desideroso di approfondire l’argomento, anche perché la “voce” relativa all’evento in questione è corredata da alcuni interessantissimi schizzi degli ‘omini’ incontrati da Rapuzzi, secondo la ricostruzione dello stesso  pittore friulano.

“RAVEO, caso ufologico. – Caso ufologico con avvistamento di entità animate, fra i primissimi avvenuti nel nostro paese e avente come protagonista il pittore e scrittore R. L.. Johannis (psedudonimo di Luigi Rapuzzi), verificatosi il 14 agosto del 1947 nei pressi di Raveo, a circa sessanta chilometri dalla città di Udine.Il mattino di quel giorno Johannis si trovava da solo in gita escursionistica nella vallata del torrente Chiarso, munito di un leggero zaino e di una piccozza. Stava risalendo il corso del torrente quasi in secca dirigendosi verso Col Gentile a circa 2.076 metri di altezza. A un tratto, trascorse da poco le nove, l’artista intravide tra gli alberi di un boschetto di abeti una strana immagine: quasi verticale, lungo una stretta gola, stava posato al suolo uno strano quanto inconoscibile oggetto di forma lenticolare di circa dieci metri di diametro. Il colore della cosa evidentemente metallica era rossastro, e al centro presentava una specie di antenna, apparentemente retrattile. Decise allora, incuriosito quanto mai, di avvicinarsi all’oggetto per scrutarlo più da vicino. Prima di muoversi, però, si diede un’occhiata attorno per vedere se c’era qualche altro testimone. Fu così che scorse due individui di bassa statura, che scambiò per pastorelli ed ai quali fece cenno di avvicinarsi per potersi accostare insieme alla strana cosa. Ma, giunto ad una ventina di metri dai due, vide che si trattava, piuttosto che di giovinetti, di due entità dall’aspetto di nanerottoli assai insoliti. Vestivano una tuta nero-azzurra attillata, avanzavano lentamente in modo meccanico e le loro teste grosse e voluminose, erano immobili, con grandi occhi sporgenti e rotondi di una fissità assoluta e non umana. La pelle del viso era verdastra, il naso dritto e la bocca non era altro più di una linea tipo accento circonflesso, simile a quella dei pesci. Non avevano ciglia e o sopracciglia e una parvenza di palpebre era rappresentata da una sorta di anello, pure verde ma più iscurito, che fasciava completamente gli occhi rotondi come una montatura da occhiale. Johannis ed i due misteriosi personaggi rimasero qualche istante in osservazione reciproca e fu l’artista a rompere gli indugi apostrofando i due. Ciò facendo, però, alzò leggermente il braccio che impugnava la piccozza, gesto che intimorì non poco le silenziose entità. A questo punto uno dei due, probabilmente preoccupato e per correre sai ripari davanti al gesto malinterpretato di Johannis, si toccò la cintola con un atto rapidissimo e da questa fece scaturire una leggera fumata che andò a colpire il terrestre. Questi cadde a terra, semiparalizzato e per una forza arcana che lo costringeva lasciò la piccozza che cadde al suolo. Uno dei nani, allora, si avvicinò all’attrezzo e lo sollevò lentamente con una mano verdastra munita di ben otto dita, di cui quattro opponibili. Il professore, frattanto, riuscito a riprendere il dominio di sé, si mise seduto e poté ancora scorgere i due esseri ritornare verso l’oggetto lenticolare che li attendeva. Penetrati nell’UFO in breve scomparvero alla sua vista e l’oggetto, decollando, abbandonò la gola dirupata. Il povero testimone cadde una seconda volta a terra per poi ruzzolare ancora una volta quando l’UFO, alzandosi in volo, scatenò una violenta ventata con un risucchio d’aria. Johannis, stordito e sconvolto, riuscì finalmente a risollevarsi e a riprendere il cammino verso casa. Riordinando le idee e facendo la revisione di ciò che portava appresso ebbe ancora delle sorprese: non solo non ritrovò più la piccozza, ma si avide che dallo zaino gli erano come smaterializzati l’alluminio interno del thermos, una forchetta ed un barattolino dello stesso metallo. Quando raggiunse Raveo era ormai mezzogiorno. Il dì appresso ritornò  sul posto, ancora incredulo per ciò che gli era accaduto, ma esclusi alcuni segni nel pietrame che era stato rimosso durante la strana avventura, non vide nulla che potesse costituire una prova e non ritrovò alcuno degli oggetti che erano misteriosamente spariti e volatilizzati.

“Su questo caso si sono accese molte discussioni e molte indagini, a volte anche polemiche Qualcuno che con condivide la veridicità dell’episodio adduce come condizione inficiante e sospetta il fatto che il protagonista , autore di alcuni romanzi di fantascienza di buon successo (tra i quali Quand’ero aborigeno e C’era una volta un pianetaediti nella collana specializzata Urania abbia potuto lasciarsi, seppure inconsciamente, trasportare dalla fantasia e dalla fervida immaginazione inventando di sana pianta tutta l’avventura del contatto con gli umanoidi, partendo magari da un effettivo , quanto però non certo così approfondito e ravvicinato avvistamento di un UFO: Ma la serietà professionale e soprattutto la non necessità da parte di Johannis di creare attorno a sé una vistosa pubblicità (inutile in quanto già discretamente noto per la sua svariata attività artistica) fanno propendere la gran maggioranza dei critici e degli storici dell’ufologia verso una realtà effettiva dell’accadimento del fatto.” (4)

Abbiamo già visto che quest’ultima osservazione non può ritenersi esatta, perché nel 1947 Johannis, allora quarantaduenne, nn era ancora conosciuto come scrittore, dato che non aveva scritto nessuno dei suoi romanzi di fantascienza e, anzi, non era ancora emigrato negli Stati Uniti, dopo il ritorno dai quali intraprese la pubblicazione dei suoi romanzi e racconti. Come pittore, poi, nonostante le indubbie doti e capacità, non aveva ‘sfondato’, tanto è vero che di lì a poco avrebbe tentato la fortuna in America, convinto com’era che, in Italia, non ci fossero in quel momento prospettive veramente favorevoli per farsi conoscere.

Che dire, allora, del caso ufologico di Raveo?

Vi sono, accanto ad alcune circostanze che sembrano deporre a favore della sua sostanziale attendibilità, altre che gettano una luce di dubbio sull’episodio.

La prima, e più importante, di queste ultime, è di natura oggettiva: nessun altro testimone vide l’UFO, né gli ‘omini’, oltre a a Johannis; nessun segno rimase sul terreno (erba bruciacchiata o altro): insomma, niente che possa confermare, sia pure indirettamente, il suo racconto.

La seconda circostanza è soggettiva. Anche se non aveva ancora scritto romanzi e racconti di fantascienza, Johannis si interessava vivamente al fenomeno UFO. Per quanto sia possibile interpretare questa passione come un effetto dell’episodio di Raveo (invece che come una sua ‘causa’), resta il fatto che Johannis, nel corso della sua vita, non solamente sostenne di avere avvistato più volte, di persona, molti dischi volanti, ma perfino di aver fatto l’esperienza di un incontro ravvicinato del quarto tipo, ossia di essere stato rapito a bordo di un’astronave aliena. (5) Il che, evidentemente, deve indurre a prendere con molta cautela anche la sua relazione dei fatti di Raveo.

Un uomo che ha letto madame Blavatsky (ma l’aveva già letta, nel 1947?), e che crede alla realtà di passati atterraggi sul nostro pianeta di esseri alieni provenienti dallo spazio, può essere un testimone suggestionabile di un avvistamento ufologico?

Noi non siamo in grado di rispondere a questa domanda.

Ci limiteremo a segnalare, fra i notevoli scritti di questo autore, ingiustamente un po’ dimenticato, un eccellente saggio intitolato  Siamo nati sulle stelle?, pubblicato per la prima volta nel lontano 1964 ma ancora estremamente attuale, in cui Johannis rivela una grande cultura in materia e del quale riportiamo, a conclusine del presente lavoro, la parte finale:

“Concludiamo questo breve riassunto con poche righe di quegli antichi testi tramandati in India attraverso innumerevoli generazioni, i quali descrivono la discesa degli extraterrestri «Sulla bianca isola del Mare di Gobi».

“La Stanza II del Libro di Dzyandice testualmente«Dopo trecento milioni di anni la Terra fu rotonda Essa giacque sul proprio dorso e partorì se stessa dal medesimo seno. Quindi produsse creature acquatiche terribili e malefiche».

“La Stanza V parla della Vita intesa nel senso umano: gli animali vengono definiti ‘antenati’. Ecco il testo: «La vita aveva bisogno di una forma: gli antenati Gliela diedero. La vita aveva bisogno di un corpo fisico: la Terra lo impastò. La Terra aveva bisogno di un’immagine del suo corpo fisico (doppio eterico): ‘Noi le abbiamo donato il nostro’, dissero gli Dei. La vita aveva bisogno di un mezzo per il desiderio (corpo astrale): ‘Essa ce l’ha’, disse il Signore delle Acque. Ma la vita aveva bisogno, alla fine, di una Mente che potesse comprendere l’universo. ‘Noi non posiamo dargliela perché non l’abbiamo’, dissero gli antenati. ‘Neppure io l’ho mai avuta’, disse il Signore della Terra. ‘la forma fisica verrà bruciata’, se io le darò la mia mente’, disse il Sole. Così l’uomo rimase un bruto privo di mente».

“Lo stesso libro descrive poi come la ‘mente’ o ‘scintilla divina’ sia stata portata dal Signore-della-Fiamma, il Sanat Kumara, che altrove è la stessa entità chiamata Signore.dalla-Faccia-Splendente., il quale giunse da Venere con un vascello interspaziale approfittando della congiunzione di quel pianeta con il nostro e con Marte, accompagnato da centotrentacinque suoi aiutanti.

“Ecco il testo: «Lo spazio cresceva oscuro fra le due sfere (Venere e Terra).I due mondi divennero radianti… I Signori della Fiamma si alzarono e si prepararono… La sfera più bassa (Terra) era preparata, la più alta (Venere) era pronta… I tre volte trentacinque, trovando giusta la distanza, partirono. Essi lampeggiavano fra lembi intermittenti di fiamme… Quindi con rombo enorme il vascello del Signore-della-Fiamma volò attraverso gli spazi, discendendo da incalcolabili altezze e circondato da vive masse di fuoco che attraversavano il cielo con lingue di fiamme. Esso si fermò sopra la Bianca Isola che sorgeva nel Mare di Gobi… (attuale deserto di Gobi). Il sacrificio della Fiamma giunse e, attraverso gli eoni, rimase… I Guardiani fecero quanto era stato detto loro e il lavoro procedette…».

“Il Libro di Dzyan continua poi a descrivere come si svolse ‘il lavoro dei Guardiani’ per installare nel corpo dei bruti terrestri la mente.

“Qualunque possa essere l’opinione circa questi frammenti, senza alcun dubbio essi dovrebbero come minimo fornire a tutti ampia materia di meditazione.” (6)

Può essere che, a uno studioso di libri strani e ‘maledetti’ come le Stanze di Dzyan, nonché appassionato cultore di ufologia, accada di lasciarsi suggestionare fino al punto di veder – ma in perfetta buona fede – anche quello che non c’è, oppure qualche cosa che si potrebbe interpretare diversamente, come un fatto del tutto naturale, benché sconosciuto?

Ai posteri l’ardua sentenza.

NOTE

1) Francesco Lamendola, Scricchiola il paradigma degli storici sulle origini «recenti» della civiltà, inserito nel sito di Arianna Editrice in data 12/4/2008.

2)  Paola Giovetti, I grandi iniziati del nostro tempo. Vita e opere dei maestri del cammino interiore, Milano, Rizzoli, 1993, p. 100.

3)  Ugo Malaguti, Un autore, un mito, in L. R. Johannis, Quelli dell’altro spazio, Bologna, Perseo Libri, 2003, pp. 14-15.

4)  Franco Ossola, Dizionario Enciclopedico di ufologia, Milano, SIAD Edizioni, 1881, 2 voll.; II, pp. 700-703.

5) Cfr.. Walter Saudi, Il «professor» Johannis: un uomo che sapeva sognare, in Mystero. La rivista del possibile, Roma, n. 47, aprile 2004, p. 51.

6) L. R. Johannis, Siamo nati sulle stelle?, articolo in due parti pubblicato sulla rivista Mystero, cit., n. 47 e 48; seconda parte, n. 48 (maggio 2004), p. 66.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 07/04/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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