martedì, 22 Giugno 2021
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La generazione fortunata ha dilapidato tutto

La generazione fortunata ha dilapidato tutto. Hanno dato poco: gli “ingrati” nati a metà degli anni ’50, quando è venuto il loro turno di dare non hanno trasmesso ai figli che una piccola parte di quel che avevano ricevuto di Francesco Lamendola 

Non possiamo fare a meno di pensare quanto è stata fortunata la nostra generazione, quella dei nati a metà degli anni ’50. Ha ricevuto tutto: la sicurezza economica, ma senza sprechi; un moderato benessere, ma senza consumismo; degli affetti e dei buoni esempi, ma senza familismo amorale; cultura di ottimo livello, una buona scuola, perfino una buona televisione, non ancora commerciale, e preoccupata d’insegnare oltre che d’intrattenere il pubblico. Gli adulti facevano il loro dovere, con onestà e spirito di sacrificio: lavoravano sodo, ma senza fanatismo; risparmiavano, ma senza avarizia; sapevano essere severi, ma con dolcezza. I padri facevano i padri, vale a dire che si assumevano la responsabilità della famiglia; le madri facevano le madri, vale a dire che si dedicavano al marito, ai figli e alla casa con autentica passione; le maestre facevano le maestre, e non le mamme; i professori facevano i professori, e non i demagoghi; i preti facevano i preti, e non i sindacalisti. I nonni facevano i nonni: amavano i nipoti, ma non li viziavano troppo; in compenso, raccontavano loro tante cose, mentre adesso li ha sostituiti il computer. Chi praticava lo sport, nemmeno sapeva cosa fossero gli anabolizzanti; e quando passava il Giro d’Italia, un popolo intero si assiepava lungo la strada a fare il tifo. Il merito riceveva un premio: gli studenti più bravi vincevano un libro, o una medaglia, o magari un viaggio a Roma; e la svogliatezza veniva punita: con la bocciatura, senza tante cerimonie. Chi era in torto, sapeva di esserlo e non tirava troppo la corda, si prendeva le sgridate e non sognava assurde rivincite, perché sapeva che non le avrebbe avute; sapeva che c’era una sola maniera per godersi la pace della buona coscienza e la stima degli altri: mettersi a fare il proprio dovere, come tutti gli altri, senza accampare scuse.

Ora parliamo della religione. È stata una generazione fortunata, perché ha conosciuto l’augusta bellezza e il fervore spirituale della Chiesa cattolica negli anni precedenti il Concilio e, in parte, negli anni immediatamente seguenti – almeno nelle città di provincia, dove l’onda lunga delle novità e della “svolta antropologica” non erano ancora arrivate, o non in maniera invasiva. Tanto per cominciare, ha imparato a conoscere la Bibbia ancor prima d’imparare a leggere. L’anno scolastico incominciava con la Messa in chiesa, e finiva allo stesso modo. In chiesa si andava fin da piccoli, coi genitori, e si ascoltava il canto gregoriano e il suono maestoso dell’organo: erano le prime forme di educazione religiosa. Poi ci si guardava intorno, si ammiravano le architetture, le sculture, i dipinti, le vetrate; la fuga delle navate, l’altezza della volta, la venustà dell’altar maggiore, i rilievi del pulpito, gli stucchi, gli addobbi, i paramenti, il profumo dell’incenso: anche questa era educazione religiosa, o, quanto meno, preparazione ad essa. L’anima si apriva, cominciava a respirare il senso dell’infinito. La nostra famiglia soleva sedere, per la Messa, nei banchi del coro, lungo un dossale ligneo che correva ai due lati del presbiterio. Era interamente coperto da intagli in bassorilievo scolpiti da un grande artista del legno, tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento: scene dell’Antico Testamento, affascinanti, modellate con superba maestria e con una genialità prospettica che consentiva a pochissimi centimetri in rilievo di dar l’impressione d’una profondità di parecchi metri. Giuditta e Oloferne, Lia e Rachele, Ester e Assuero: erano storie misteriose, non ancora note in tutti i particolari, eppure guardare quella meravigliosa, antica di due secoli e mezzo, era già una forma d’introduzione alla storia sacra e una meditazione sui Misteri, cioè un preambolo alla Bibbia. Così, quando è arrivata l’età della scuola elementare, e poi quella della scuola media; quando sono incominciate le lezioni del catechismo e quando, con la Prima comunione, sono arrivati anche i primi libri religiosi, a cominciare dal Vangelo narrato ai piccoli, il terreno era già stato preparato, dissodato, irrigato dalla contemplazione domenicale di quelle sculture straordinarie, che trascinavano l’anima fuori dal tempo e dallo spazio, e la sospingevano alle soglie dell’eternità. Non restava che deporre il seme. Il parroco sapeva il fatto suo; i cappellani, anche. Si vedeva che erano animati dalla passione per Dio e dalla fierezza di svolgere un ministero importantissimo, necessario alla salvezza delle anime. Non mostravano alterigia, ma non avevano neanche l’ossessione dell’umiltà, che, sovente, è una forma mascherata di orgoglio e narcisismo. Andavano in giro a fronte alta, con la loro talare lunga fino ai piedi, a benedir le case non come il mendicante che chiede un favore, ma come l’ospite gradito che reca un bene prezioso; e non avevano complessi d’inferiorità o sensi di cola verso le altre religioni. Andavano per la loro strada, insegnavano il Vangelo e si preoccupavano di gettar le basi della dottrina cristiana; all’educazione cristiana vera e propria, ci pensavano i genitori. E tutto vi contribuiva: anche le ricorrenze religiose, specialmente il Natale e la Pasqua. Certo, quei preti erano severi nel raccomandare la morale: non scherzavano con i peccati, non facevano della generosità all’ingrosso – non spettava a loro esser misericordiosi, la misericordia appartiene solo a Dio. Certe mancanze, certi atti e comportamenti che oggi sarebbero considerati perfettamente leciti, erano oggetto di un vaglio attento, e, non di rado, giudicati con molta severità. Il prete non cerava di piacere agli uomini, di esser popolare, ma di piacere a Dio. Nelle prediche, non blandiva le mode o i gusti della gente; diceva: sì, , e nono, come Gesù ha raccomandato. Si sentiva il ministro di una fede che è anche una visione del mondo; ed è una visione del mondo che non va d’accordo con il secolo. Una fede che non giudica buone le cose che il mondo desidera, ma altre; e viceversa, indica  come desiderabili molte cose che il mondo disprezza. Il prete era cosciente di questa differenza, di questa incompatibilità, e la cosa non gli creava alcun problema; per lui non c’erano dubbi, né trasparivano nella sua predicazione: bisogna seguire il Vangelo e resistere alle seduzioni del mondo. Questa era la linea di condotta che egli teneva, per cercare la serenità nella vita presente, e la beatitudine in quella futura. Non si vergognava a predicare l’accettazione della sofferenza e l’abbandono alla volontà di Dio; davanti alla morte, alle disgrazie, alle calamità, non domandava dove fosse stato Dio quando ciò accadeva.  Non si scandalizzava della morte, neppure della morte di una giovane mamma o di un bambino ancora piccolo, ma guidava i fedeli ad accostarsi con umiltà pensosa al suo mistero: altro che applausi ai funerali, la morte è il momento della verità per l’anima che si presenta davanti a Dio, non c’è niente da applaudire, semmai da pregare. Soprattutto non chiedeva a Dio di render conto agli uomini del perché. Questo pensiero, oggi così diffuso fra i sacerdoti, gli sarebbe parso una bestemmia: Dio sa il perché delle cose, l’uomo non può sapere tutto e deve accontentarsi. Il prete non era l’uomo dei dubbi, ma delle certezze; e le uniche certezze chiare e indubitabili erano quelle finali, i cosiddetti Novissimi: la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Tutto era subordinato a tali certezze, tutto era orientato verso Dio. Il prete non assumeva mai il punto di vista del mondo, ma sempre e solo quello della vita soprannaturale, e da lì, da quella altezza, giudicava le cose terrene. In un certo senso, in pieno XX secolo, la mentalità del prete cattolico e di moltissimi fedeli era la stessa di Dante Alighieri, quale traspare da tanti versi della Divina Commediastate contenti, umana gente, al quia; ché, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria. O, quantomeno, era più vicina a quella del credente medievale, che a quella che si sarebbe diffusa di lì a pochi anni. Un prete del 1960 era, non sempre, ma spesso, più in sintonia con Dante, Tommaso d’Aquino e san Bernardo da Chiaravalle, che con Karl Rahner, Walter Kasper e don Milani.

Il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, le unioni di fatto, i matrimoni omosessuali, la droga, queste cose non c’erano, o erano rarissime, o allo stati do progetto legislativo nella mente di pochi. E i partito di sinistra erano ancora più bacchettoni e moralisti della Democrazia cristiana: fu il Partito Comunista a crocifiggere Pier Paolo Pasolini per la sua non nascosta omosessualità, non dimentichiamocelo. Sì, è stata una generazione fortunata: l’ultima generazione cresciuta con una educazione cristiana che trovava riscontro anche nella dimensione secolare. Non c’era una differenza sostanziale fra quel che diceva il prete, il catechista (che erano spesso la medesima persona), i genitori, le maestre e la stragrande maggioranza degli altri adulti; e non c’era, o ce n’era poca, fra le parole e gli atti. La prima fonte di apprendimento era il comportamento dei grandi; poi, quel che dicevano. È pur vero che noi siamo stati fortunati anche per un’altra ragione: siamo cresciuti in una regione poco urbanizzata e poco industrializzata, con una forte tradizione cattolica, nell’estremo Nord dell’Italia: per cui la religione era ancora sentita vivamente, specie nelle campagne, quando nei grandi centri e nei quartieri operai era quasi sparita da un pezzo, sostituita da un lato dalla religione laica marxista, dall’altro, di lì a poco, dalla nuova religione laica dei consumi: entrambe, ma specialmente la seconda, radicalmente anticristiane. Insomma, la nostra era un’isola felice: una delle ultime, destinata a scomparire in un breve volgere d’anni, non appena gli effetti del “miracolo economico” iniziarono a farsi sentire. Una terra appartata, un po’ chiusa, quasi di frontiera, cha conosciuto per qualche anno ancora la civiltà contadina. Ed era anche allora una terra di emigranti, sia pure sempre meno numerosi. In pratica, quando il flusso degli ultimi che partivano per l’Argentina, o che andavano assai più vicino, in Svizzera, in Austria, si esaurì del tutto, vi furono pochi anni di “benessere”, indi la ruota avrebbe preso a girare all’incontrario e sarebbero cominciati gli arrivi dei primi immigrati provenienti dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina. Nel giro di vent’anni, da zona di emigranti sarebbe diventata una zona d’immigrati.

Generazione fortunata, dunque: ha goduto di ottimi esempi sul piano umano e morale, di una buona educazione, di un forte calore familiare, di una salda educazione religiosa. Ma anche generazione ingrata: ha dato poco, quando è venuto il suo turno di dare; non ha trasmesso ai figli che una piccola parte di quel che aveva ricevuto. È stato quasi un tradimento; dopo aver ricevuto così tanto, è stata capace di dare così poco, e per giunta così male: vale a dire, più a chiacchiere che con i fatti. Ma le chiacchiere valgono poco e niente, allorché si tratta di educare i bambini. I bambini ascoltano gli adulti, ma credono solo a ciò che vedono realizzato nella pratica, cioè alla coerenza. Non credono alle parole: questa è semmai una prerogativa degli adulti, che pur si credono tanto più furbi di loro. Però, è stata anche una generazione avara: restia o incapace di donare con la stessa larghezza dei propri genitori. Aveva ricevuto un’ottima scuola, e l’ha trasmessa ai suoi figli in condizioni disastrose; aveva ricevuto un’ottima educazione e degli ottimi esempi, e ha trasmesso soprattutto la smania consumista e l’egoismo meschino; aveva ricevuto cultura e soprattutto rispetto perla cultura, e ha trasmesso una sotto cultura conformista, impoverita, disossata, involgarita, serva del potere, a cominciare da quello economico. Aveva ricevuto la capacità di divertirsi con poco, di sognare, di giocare anche senza bisogno di giocattoli, e ha trasmesso la tendenza al disincanto, al cinismo, e una serie di giochi elettronici che giochi non sono, e che comunque, giocano al posto del bambino. Aveva ricevuto anche una bella lingua italiana, sia scritta che orale: basta sfogliare i quaderni della nonna, così ordinati, così precisi, così appropriati nel linguaggio, per rendersene conto; e ha trasmesso un italiano storpiato, approssimativo, da bar, dove perfino i professori parlano in maniera sgrammaticata e cafona, e dove perfino gli annunciatori televisivi sbagliano gli accenti, le pause, la pronuncia delle parole straniere più elementari. In breve, la nostra generazione ha interrotto la cinghia di trasmissione che sovrintendeva al patto virtuoso fra le generazioni: per avidità, per stupidità, per inconsistenza. Non ha saputo trasmettere neppure l’amore per la vita: uscita da famiglie numerose, ha trasmesso un modello familiare sempre più ristretto, sempre più edonista, dove l’ordine e la pulizia formale degli oggetti, il giardino ben curato, con l’erba tagliata all’inglese, e magari con un bel cane da passeggio per tutta compagnia, valgono più del chiasso pieno di allegria di tre o quattro bambini che giocano e ruzzolano sull’erba, sporcandosi di gusto le braghette, o del più piccino che vagisce nella culla.

Ma l’infedeltà più grave è stata quella del clero. Esso aveva le chiavi: era sua la responsabilità di conservare il maestoso edificio due volte millenario, non per amore dell’archeologia, ma perché esso aveva dimostrato, con la sua fantastica longevità, di essere adatto allo scopo, la salvezza delle anime. La cosiddetta riforma liturgica, le novità teologiche, lo stile pastorale delineatosi dopo il Concilio, credendo di avvicinare la fede al sentire dell’uomo moderno, ha ucciso il profumo dell’eternità e abbassato la Chiesa al livello di una qualsiasi istituzione profana. Quel che i preti modernisti non hanno capito (o forse l’hanno capito anche troppo) è che parlare agli uomini d’oggi non può voler dire fare proprio il loro linguaggio e il loro modo di pensare, perché ciò uccide la fede. Non sono entrati loro, e lo hanno impedito a quanti lo volevano. Portano una responsabilità immensa: hanno sciupato, dilapidato, disperso un’eredità straordinaria, in cambio del nulla. Nel mondo profano, quella responsabilità ricade su noi tutti. Abbiamo dissipato: diciamo mea culpa, onestamente. E proviamo a ripartire. Non è mai troppo tardi, per chi riconosce i propri errori. Per i nostri figli è troppo tardi, forse; ma i nostri nipoti ci guardano. Proviamo a non tradire almeno loro…

Già pubblicato su Arianna Editrice il 08/05/17 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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