domenica, 19 Settembre 2021
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Le macchie solari influenzano i terremoti secondo un ciclo di undici anni?

Le macchie solari influenzano i terremoti secondo un ciclo di undici anni? Statisticamente, non può essere una coincidenza. Una scienza rigidamente materialista non arriverà mai a dare conto di questi fenomeni di Francesco Lamendola  

«Non si sa come», direbbe Pirandello.

Non si sa come, ma è così: una corrispondenza che, statisticamente, non può essere una mera coincidenza, esiste, ed è stata osservata e debitamente registrata, fra l’attività delle macchie solari ed una svariata serie di fenomeni terrestri, particolarmente i terremoti, ma anche tutta una serie di comportamenti umani che riguardano guerre, rivoluzioni, suicidi e l’insorgenza di varie malattie, in modo particolare gli infarti al miocardio.

Non si sa come, ma il fatto è quello: agli scienziati spetterebbe il compito di indagarne le cause, piuttosto che di negarlo perché in contrasto con taluni aspetti fondanti del paradigma della scienza moderna: razionalista, meccanicista, materialista.

Secondo una impostazione scientifica rigidamente positivista (o neo-positivista), il fenomeno delle macchie solari non può avere niente a che vedere con i terremoti, con le malattie cardiache o, meno ancora, con eventi umani collettivi, quali guerre, rivoluzioni e simili: si tratta di ordini di fenomeni totalmente diversi, che avvengono su livelli di realtà radicalmente distinti, addirittura su due corpi celesti che sono separati da una distanza immensa: qualcosa come centocinquanta MILIONI di chilometri – per la precisione, 149.600-000 chilometri, tale è la distanza abissale che separa la Terra dal Sole, o almeno la distanza media, facendo la media fra la distanza minima al perielio, 147 milioni di km., e quella massima all’afelio, circa 152 milioni di km.

Le macchie solari vennero osservate per la prima volta, non da Galilei, come comunemente si crede e come si continua ad affermare, anche nei libri di testo scolastico, ma da due astronomi olandesi, Johannes e David Fabricius, nel 1610, e forse anche dal gesuita tedesco, lui pure astronomo e matematico, Christoph Scheiner: Galilei ebbe semplicemente la precedenza nel divulgare le sue osservazioni, mentre i due olandesi commisero “l’errore” di lasciar passare parecchi mesi prima di darne notizia in una pubblicazione, che vide la luce solo nel 1611. Ma è quasi certo che i primi astronomi ad osservarle furono quelli cinesi, nel primo millennio dell’era volgare, avvalendosi di circostanze particolarmente favorevoli in fatto di visibilità.

Ma che cos’è una macchia solare?

Anche se vengono chiamate così, perché effettivamente, al telescopio, si presentano di colore scuro, le cosiddette “macchie” non sono affatto scure, e dunque non sono affatto delle “macchie”, ma appaiono di colore scuro rispetto alle regioni circostanti semplicemente per effetto della diversa temperatura: in esse, infatti, si registra una temperatura di circa 4.000 gradi Kelvin, che è molto più “fresca” di quella calcolata al loro esterno, che si aggira sui 6.000 gradi. È questa differenza di 2.000 gradi a provocare l’effetto ottico di oscurità: ma, evidentemente, anche le “macchie” sono estremamente luminose, e tali apparirebbero allo sguardo, se brillassero sullo sfondo di una superficie meno calda, e non più calda, come invece avviene.

È difficile dire quante siano, in totale, le macchie solari; alcune sembrano essersi formate in tempi più recenti, sicché si direbbe che vi sia una tendenza all’aumento: se ne contano attualmente, in ogni caso, all’incirca millecinquecento. Sappiamo con certezza, peraltro, che il loro numero è in stretta relazione con l’intensità della radiazione solare: tanto è vero che, tra la seconda metà del XVII secolo e il primo quindicennio del XVIII, gli astronomi ne constatarono la scomparsa pressoché totale, e ciò deve attribuirsi senz’altro al fatto che quel periodo, denominato il Minimo di Maunder (dal 1645 al 1715), fece registrare un calo e quasi una sospensione apparente dell’attività magnetica solare.

Anche se la natura della correlazione esistente tra i due ordini di fenomeni – il calo dell’attività magnetica e il diradarsi delle macchie, fino a scomparire, così come, viceversa, l’aumento di queste ultime insieme all’aumento dell’attività magnetica – è ancora oggetto di discussione tra gli astrofisici, nessuno sembra mettere in dubbio che tale correlazione vi sia. Le macchie, pertanto, sono il frutto dell’attività magnetica solare, attività che si manifesta al livello della superficie della nostra stella, ossia la fotosfera. E sono ben pochi gli scienziati che escludono una influenza dell’attività solare sui cambiamenti climatici terrestri, compreso il riscaldamento attuale.

Scriveva oltre sessant’anni fa, parlando dell’attività eruttiva dei grandi vulcani a scudo hawaiani, L. Don Leet, professore di Geologia presso l’Università di Harvard, in «Le grandi catastrofi naturali» (titolo originale «Causes of the catastrophes», New York-Londra, Whittlesey McGraw-Hill, 1948; traduzione italiana a cura di Ferruccio Mosetti, Torino, 1953, pp. 178-179: 354):

«Gli episodi della storia delle eruzioni hawaiane sono stati divisi approssimativamente in cicli di 11 anni, con un ciclo più lungo, sovrapposto a questi, di circa 132 anni. Probabilmente, non è solo una coincidenza il fato che le macchie solari varino press’a poco secondo lo stesso ritmo. Nessuno ha mai spiegato perché ci dovrebbe essere una relazione tra i due fenomeni, ma sembra che la terra,, nata dal padre sole o sorella degenere di una progenie  di pianeti di uno stesso sole,abbia ereditato in qualche modo questa tendenza ai cicli di undici anni nelle sue condizioni interne. […]

I terremoti non avvengono con distribuzione e densità uguali in tutta la terra. Come ci sono zone di maggiore o minore attività, così, nel tempo, per ogni singola zona sismica vi sono pure periodi di maggiore o minore attività. Il fenomeno è ancora poco studiato: comunque, come in tutti gli altri eventi naturali, anche qui è presente un andamento ciclico. Una periodicità è accertata, quella undecennale del ciclo solare: ogni undici anni cioè si osserva ovunque  un acuirsi dell’attività sismica.  L’ultima volta che ciò accadde fu tra gli anni 1948-50.

D’altra parte ogni stazione sismica osserva l’alternanza di periodi in cui è più frequente la registrazione dei terremoti (anche 3-4 o più al giorno) con altri in cui non si registra neanche un terremoto al giorno. Ogni “regione sismica” sarebbe inoltre caratterizzata  da particolari cicli che le sono propri.»

Don Leet, comunque, non faceva rilevare solo la coincidenza fra l’attività solare e i terremoti, ma anche il ricorrere della sequenza undecennale in altri fenomeni terrestri, tanto nell’ambito climatico che in quello biologico. Egli mostrava un atteggiamento scientifico piuttosto aperto, e forse ciò dipendeva anche dal particolare clima culturale esistente intorno alla metà del XX secolo e protrattosi durante gli anni ’50 e fin verso gli anni ’60: un clima disteso e dialogante nei confronti delle cosiddette “scienze di frontiera”, e anche nei confronti degli aspetti non chiariti delle scienze ufficialmente riconosciute. Basta sfogliare alcuni volumi e alcune riviste di quel particolare periodo, per rendesi conto che importanti divulgatori scientifici, e scienziati veri e propri, non disdegnavano affatto di parlare di ciò che la scienza ancora non sapeva, con toni di chiara consapevolezza dei limiti del sapere scientifico e con un atteggiamento di umiltà verso altre forme di conoscenza, diverse da quelle riconosciute dalle scienze naturali.

Oggi le cose stanno diversamente e si farebbe davvero molta fatica a trovare lo stesso clima nel modo di trattare i problemi scientifici da parte degli studiosi e dei divulgatori dei nostri giorni. Una pesante cappa di conformismo e di dogmatismo sembra essere scesa sulla comunità accademica e aver contaminato perfino la saggistica divulgativa rivolta al più vasto pubblico: i giornali e le riviste scientifiche sembrano aver indossato la corazza di un positivismo rigido e inossidabile, e, se pure si concedono frequenti escursioni nei territori del sapere “di frontiera” (ma lo fanno esclusivamente perché tali argomenti sono redditizi, nel senso che esercitano un grosso richiamo sui lettori), non si astengono dal riservare ironie d’ogni sorta verso tutto ciò che eccede una spiegazione puramente materiale e meccanica dei fenomeni naturali, mentre escludono addirittura che esistano dei fenomeni di ordine soprannaturale.

Tornando al discorso sulle macchie solari e sull’attività magnetica della nostra stella: ammettere anche solo la possibilità che esse possano influenzare i cambiamenti climatici, l’attività vulcanica o i comportamenti umani, sembra loro qualcosa di puramente e semplicemente inaccettabile: sa troppo di astrologia, la detestata e disprezzata antenata della moderna astronomia; tanto varrebbe, dal loro punto di vista, ammettere che Paracelso, Agrippa di Nettesheim e Nostradamus avevano ragione, e che gli astri esercitano realmente una influenza sulla vita degli uomini e sul loro destino, influenza che potrebbe essere, in qualche modo, prevista, se, per esempio, avesse un fondamento di verità l’ipotesi che esista una relazione tra certi fenomeni terrestri e il ciclo delle macchie solari.

Ora, che un ciclo solare di undici anni esista, è un fatto ormai ampiamente dimostrato: e coi fatti, come si è detto, non è il caso di discutere, tanto meno di litigare: vanno accettati e, se possibile, spiegati. La novità è che anche la correlazione fra il ciclo solare e alcuni fenomeni terrestri, specialmente climatici, è stata definitivamente dimostrata: in particolare da un gruppo di scienziati statunitensi e tedeschi, riuniti nel centro di ricerche di Boulder, in Colorado, nel 2009: risultati che sono stati pubblicati dalla rivista «Science» e che evidenziano una coincidenza fra il “picco” dell’attività solare e il riscaldamento della troposfera nelle aree tropicali, in particolare nella formazione dei cicloni tropicali che si spostano, con terribile forza distruttiva, lungo le coste dell’Asia meridionale e sud-orientale, nel Pacifico meridionale e nell’area del Mar delle Antille, del Golfo del Messico e del medio Oceano Atlantico.

Oltre a questo, si sa che il numero delle particelle cosmiche che giungono sulla terra è in stretta correlazione con l’attività solare; e la quantità dei raggi cosmici che arrivano sulla Terra è correlata, fra le altre cose, dalla copertura nuvolosa esistente in quel dato momento e in quella data regione. Ma la stessa copertura nuvolosa dipende dalla quantità dei raggi cosmici (e non viceversa), perché essa è direttamente influenzata dal vento solare: quando il vento solare è più forte, i raggi cosmici sono maggiormente deviati e la copertura nuvolosa diminuisce. Ciò significa che, in quella situazione, la superficie terrestre riceve una maggiore quantità di energia e che la temperatura tende ad aumentare, contribuendo al fenomeno del riscaldamento globale.

D’altra parte, l’aumento del numero e dell’attività magnetica delle macchie solari non è la sola maniera in cui si manifesta il ciclo solare undecennale; altre manifestazioni di esso sono il brillamento solare, o eruzione solare, ossia l’improvviso rilascio di energia, equivalente a decine di milioni di bombe atomiche (non si dimentichi che il Sole stesso, come del resto tutte le stelle, è una gigantesca bomba atomica a lenta combustione); le espulsioni di massa coronali, cioè  le espulsioni di materiale dalla corona solare, che è la parte più esterna dell’atmosfera solare; e la frequenza delle aurore polari, artiche e antartiche (ma osservate, talvolta, anche alle medie latitudini), i noti e affascinanti fenomeni ottici che si manifestano con la comparsa, provocata dalle particelle del vento solare, di meravigliose bande vivamente colorate, di varia forma e dimensione, nelle regioni più elevate dell’atmosfera terrestre, fra i 60 e i 450-500 km. di altezza.

Per quanto riguarda i terremoti, le cose non sono altrettanto chiare. Gli studi eseguiti recentemente da diverse équipes scientifiche, anche italiane, sembrano essere giunti a delle conclusioni addirittura opposte: secondo alcuni, si osserva effettivamente una coincidenza fra l’aumento dell’attività solare e il verificarsi dei terremoti; secondo altri, la relazione esiste, ma è di segno inverso: a una crescita delle macchie solari corrisponderebbe una decrescita dei fenomeni sismici.

La relazione fra macchie solari e comportamenti umani è ancora più controversa. Sembra però accertato che una relazione esista fra il ciclo solare e le dimensioni degli anelli di accrescimento degli alberi, nonché sulla quantità di interferenza radio in talune bande elettromagnetiche; più problematico “dimostrare” una correlazione con guerre e invasioni, come pure alcuni studiosi hanno tentato di fare, ad esempio concentrando l’attenzione sulle grandi migrazioni del passato da parte dei popoli nelle steppe asiatiche, che sembrano corrispondere a dei cicli temporali costanti.

C’è bisogno di ulteriori ricerche e approfondimenti. Una cosa è certa: una scienza rigidamente materialista non arriverà mai a dare conto di questi fenomeni, per le sue pregiudiziali ideologiche…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Maggio 2015

Del 15 Settembre 2020

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