venerdì, 18 Giugno 2021
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Mea culpa per la generazione che ha tradito

Mea culpa per la generazione che ha tradito. Quella del ’50 che ha ricevuto dei buoni maestri e ottimi esempi, ma ha imboccato senza esitare la via peggiore: quella più facile, scontata e banale. Grazie dunque omuncoli del ’50 di Francesco Lamendola  

Espressioni  come “la generazione tradita”, ”l’Italia tradita”, “il Paese tradito”, usate e abusate nella cultura italiota degli ultimi decenni, suscitano una ben comprensibile diffidenza, se non proprio un aperto rigetto: sono intrise di vittimismo auto-giustificatorio e auto-referenziale, i mali più eclatanti e più sconci del carattere nazionale. Pertanto, quando le si sente adoperare, scatta una reazione negativa più che comprensibile. Nonpertanto, esiste un altro vizio nazionale profondamente radicato, il relativismo etico radicale, del pari auto-assolutorio e auto-giustificativo: siccome tutti sbagliano, allora non c’è mai alcun colpevole.

Ma è proprio qui che viene al pettine la differenza fra Italiani e Italioti: i primi, capaci di assumersi, in qualche misura, le proprie responsabilità; i secondi, perennemente protesi nello sforzo di allontanare da sé ogni colpa e persino ogni possibile critica, sempre in nome di un vittimismo che dovrebbe impietosire e chiudere, per amnistia o per sopravvenuta prescrizione, qualunque procedimento nei confronti di azioni e comportamenti oggettivamente censurabili. Come dire: Vedete quanti siamo disgraziati, quanto si è accanita la sfortuna contro di noi? E avreste ancora il coraggio di puntarci il dito contro, di chiamarci a rendere conto di ciò che abbiamo fatto e di ciò che abbiamo tralasciato di fare? Eh, ma via: dovete essere ben crudeli, se non vi trema il cuore nell’accanirvi contro una generazione come la nostra, che non ha nemmeno gli occhi per piangere. La generazione di Alberto Sordi, di Totò, di Aldo Fabrizi. La generazione che ha scelto a rappresentarla dei personaggi pavidi e cialtroni, disonesti e vigliacchi, che però, in virtù di una loro supposta simpatia, di un mai verificato calore umano, meriterebbe, quanto meno, un certo grado di tolleranza, di clemenza, davanti al giudizio della storia.

A me, mi ha rovinato la guerra!, esclamava Ettore Petrolini in Gastone: e questo potrebbe essere il motto, lo slogan e la bandiera ufficiale di tutti gl’Italioti, vittimisti e cialtroni, di ieri, di oggi e di sempre. La bandiera miseranda dei figli di mamma, degli eterni bamboccioni, degli Italioti che hanno vissuto sempre di rendita, di ripieghi, di parassitismo sociale, morale e culturale, dall’ultimo poveraccio al più prestigioso degli intellettuali (che, oggi, potrebbe chiamarsi Umberto Eco, o Massimo Cacciari, o Roberto Saviano); tutti accomunati da una nota costante: quella di dire e scrivere sempre le cose che il pubblico si aspetta di sentirsi dire, le cose che sono poltically correct e, quindi, scontate e doverose nel medesimo tempo. Le cose che non occorrerebbe neppure sentirsi dire, tanto sono già nell’aria, tanto sono già patrimonio inconscio dell’intera società, grazie alla preparazione (in linguaggio militare si direbbe: al “fuoco di preparazione”) della pubblicità, dei telefilm, della stampa e dell’insieme del sistema mediatico.

Premesso doverosamente tutto questo, affermiamo che il reato di tradimento non scompare dal vocabolario, né dalla mappa concettuale delle persone oneste e responsabili, per il solo fatto che di esso si è largamente abusato; e che, perfino nel Paese dove tutti si dicono traditi e lamentano di essere stati ingannati, sedotti e abbandonati (manifestazione paradigmatica di tutto ciò: l’8 settembre del 1943, che dovrebbe assurgere a vera festa nazionale della Repubblica di Pulcinella, nella quale ci è stato dato in sorte di vivere), nondimeno il fatto del tradimento, come la possibilità del tradimento, continuano ad esistere, né scompaiono dalla scena, così come esistono delle cose chiamate giustizia, lealtà, onestà, le cui bandiere sventolano al disopra di tutti i compromessi, le miserie e gli accomodamenti contingenti, propri di questo o quel momento storico.

E dunque: vi è stata, nella storia dell’Italia contemporanea, una generazione, che, in modo particolarmente evidente e scandaloso, ha tradito: ha tradito se stessa, e ha tradito, di conseguenza, le generazioni successive (oltre che, nella memoria e nell’onore, quelle antecedenti), ed è stata la generazione del boom economico e, poi, del ‘68. Quella che dovrebbe fare mea culpa, e non lo fa.

Immaginiamo, per pura comodità, di scandire l’arco di un secolo in un ritmo di quattro generazioni, di venticinque anni ciascuna: per il XX secolo, avremo la generazione del 1900, del 1925, del 1950, del 1975. Ciascuna di esse passa la staffetta alla generazione successiva: finché i giovani si trovano un lavoro, si sposano, mettono su casa, hanno dei figli: e la ruota continua (tralasciamo, in questa sede, il piccolo dettaglio che questa rotazione si è spezzata, e che le ultime generazioni, sovente, non si sposano, oppure si sposano fra persone dello stesso sesso; non mettono al mondo dei figli, piuttosto acquistano dei cani; e nemmeno si trovano un lavoro e una casa, facendosi mantenere dai genitori fino a quarant’anni e oltre). Ebbene: l’ultima generazione seria è stata quella dei nati attorno al 1925; quelli che hanno fatto la guerra, o che l’hanno vissuta da giovani, ma non da bambini piccoli. Poi, ci sono state e ci sono sempre persone serie, ma non più generazioni serie. Quella del ’25 è stata l’ultima generazione che ha ricevuto, e a sua volta trasmesso, dei valori forti, improntati alla religione e all’etica della famiglia, del lavoro, del risparmio e dell’onestà. È stata anche l’ultima generazione povera, abituata a convivere con il poco, a uno stile di estrema sobrietà: l’ultima che non ha conosciuto le vacanze estive, che per il viaggio di nozze si accontentava di un soggiorno di due giorni nella città più vicina, o anche di meno: un giro in carrozza sulla piazza del paese, e via. L’ultima che ha conosciuto il fenomeno della emigrazione; l’ultima che ha considerato normale fare dei sacrifici e accontentarsi del necessario; l’ultima che ha avuto un progetto familiare di lunga durata, e che ha affrontato il matrimonio credendo nella verginità, e acquistando a rate la cucina e la camera da letto, rimandando a più tardi tutto il resto. L’ultima che non è mai andata a ballare in discoteca, che non ha conosciuto il consumismo, che non ha conosciuto la tecnologia avanzata. L’ultima che considerava un dovere il rispetto dei genitori e dei vecchi, che ha considerato tutti i bambini come propri figli, che ha venerato la figura del prete e della maestra, che si è lasciata guidare e consigliare da chi aveva più esperienza, nelle piccole e nelle grandi cose. L’ultima che ha creduto nella Patria, nella sua grandezza, nel suo destino, e che è andata a morire con cuore sereno, sulle sabbie del Deserto egiziano occidentale, o nelle steppe gelate della Russia.

La generazione del 1950 è stata quella che ha tradito. Ha ricevuto dei buoni insegnamenti e soprattutto dei buoni esempi: esempi di coerenza, di laboriosità, di onestà, di perseveranza, di prudenza. Ha visto i nonni e i genitori non fare mai promesse a vanvera, ha imparato che la parola data è sacra, che gli impegni assunti vanno rispettati a qualsiasi costo. Ha visto la dedizione degli adulti, dei preti, degli insegnanti, la sobrietà e il coraggio dei piccoli imprenditori, la tenacia dei commercianti e degli artigiani, la loro scrupolosità, la loro affidabilità; ha visto i grandi campioni sportivi, i ciclisti, conquistare le vittorie con la sola forza dei muscoli e con l’intelligenza, non per i soldi, ma per la gloria. E ha ricevuto una cosa nuova, che prima non c’era: la televisione; la quale, all’inizio, era anche un prezioso strumento di educazione pubblica, e che ha trasmesso a tanti bambini e a tanti adulti il gusto della fantasia, della scoperta di cose nuove, di mondi lontani: si è commossa davanti alle vicende del Conte di Montecristo di Dumas, e a quelle di Renzo e Lucia, poi dei Miserabili di Victor Hugo, dei fratelli Karamazov di Dostoevskij, di David Copperfield di Dickens; ha visto il maestro Manzi insegnare a leggere e a scrivere agli ultimi (ma non rarissimi) analfabeti, e i primi astronauti posare il piede sul suolo della Luna; si è entusiasmata ai mondiali di calcio e alle formidabili “cannonate” del mitico Pelé.

Questa generazione è stata la prima a uscire dal bisogno, a ignorare l’emigrazione, ad avere dei soldini in tasca fin da bambini, per comperare il gelato, o le celebri figurine Panini, o, più tardi, per acquistare i primi dischi in vinile a 45 giri; è stata la prima a non dover indossare, per forza, la giacca del papà o la gonna della mamma, accorciate e rammendate; la prima alla quale è stato concesso di divertirsi ampiamente, di considerare la scuola il proprio unico impegno, e tenere in ordine la cameretta come il solo dovere, essendo volontaria e facoltativa ogni altra forma di aiuto e collaborazione familiare. Insomma, è stata la prima a ricevere i veleni del consumismo, a gustare i frutti proibiti del boom economico. La prima che ha potuto fare all’amore anche prima del matrimonio, senza doversi nascondere, né vergognare; e la prima ad aver voglia di spendere anche senza guadagnare, o più di quanto guadagnasse. La prima a considerare la religione come un optional, o una tradizione da rispettare sul piano puramente formale; la prima a provare più gusto nel divertirsi che nel lavorare; la prima a ritenersi in diritto di realizzare la felicità privata di ciascun individuo, indipendentemente dagli altri, senza tanto preoccuparsi di quel che pensava o che sperava la propria famiglia; la prima a vergognarsi della povertà, del vestito rammendato, della valigia consumata, della tovaglia frugata, della casa senza comodità, con pochi elettrodomestici; a vergognarsi di non poter andare in vacanza, o di doversi accontentare di pochi giorni in una pensioncina a due stelle; a vergognarsi di non avere l’automobile, o meglio, a non volerci rinunciare assolutamente. È stata anche la prima a promettere senza intenzione di mantenere; a considerare non disonorevole il fatto di farsi mantenere dagli altri, se possibile; a considerare il servizio militare come un odioso attentato alla propria libertà, un sacrificio inutile, una mortificazione assurda. È stata anche l’ultima generazione a prestarlo obbligatoriamente; e la prima che, quando lo faceva, lo disonorava con dei comportamenti incivili nelle ore di libera uscita, tanto che i militari in libera uscita si notavano subito, anche se non indossavano l’uniforme, perché il regolamento consentiva di farlo, e tutti, subito, ne profittarono.

Questa generazione anfibia, sospesa fra due mondi, fra due secoli, fra due civiltà, si è trovata al bivio: e, pur avendo avuto, come s’è detto, buoni maestri e ottimi esempi, nondimeno ha imboccato, senza esitare, la via peggiore: quella più facile, più scontata, più banale. Ha gettato ogni tradizione nel cestino della carta straccia e si è abbandonata all’ebbrezza del nuovo, con una furia, con una rabbia, come se venisse da chi sa quali sacrifici: mentre sacrifici veri, essa, non ne aveva fatti, e la guerra non l’aveva neanche conosciuta, così come non aveva conosciuto la dura necessità di andare all’estero per buscarsi la pagnotta. Ha imboccato la via peggiore, quella “americana”, quella consumista e cialtrona del “tutto e subito”; e, quel che è ancora peggio, l’ha insegnata alla generazione successiva, quella del 1975. Ha ritenuto suo dovere fare in modo che i propri figli non dovessero fare sacrifici, come se fare sacrifici fosse una cosa brutta; che non dovessero mai affaticarsi troppo, come se faticare fosse un disonore; che non dovessero mai desiderare qualcosa che non potevano raggiungere, come se attendere per conquistarsi le cose fosse una sofferenza intollerabile. Essa aveva gli strumenti per fare delle scelte ragionate, per accogliere alcuni aspetti del nuovo stile di vita, e conservarne altri del vecchio; per riconoscere quel che di valido c’era nella filosofia dei nonni e dei genitori, quel che meritava di essere conservato, quei valori che non tramontano, perché sono perenni: ma non lo ha fatto. Ha bruciato tutto quanto nella stufa, come per liberarsi di un brutto ricordo. La generazione degli urbanisti e degli architetti nati intorno al 1950 è quella che ha distrutto milioni di cose belle, di vecchi edifici che si potevano restaurare, di piazze e di quartieri che erano anche luoghi di autentica socialità; e, al loro posto, ha tirato su milioni di non-luoghi, di svincoli autostradali, di centri commerciali, di grattacieli e discoteche, di chiese ultramoderne e di villette a schiera monotone e banali. E la stessa ignoranza culturale, lo stesso utilitarismo brutale, la stessa povertà umana, l’hanno mostrata gli scrittori, i registi, i filosofi, i pittori, gli scultori, gli autori e interpreti di musica moderna, e via dicendo: è stata una generale fuga dei chierici dalle loro responsabilità, dal loro dovere di bilanciare passato e presente, tradizione e progresso. Hanno imbruttito l’Italia nel giro di pochissimi anni, in maniera irreparabile: hanno cementificato le spiagge, distrutto le foreste, tirato su ecomostri, costruito funivie sulle montagne più belle, alberghi e condomini sulle spiagge più romantiche. E con gli scarichi delle fogne che andavano direttamente in mare: perché spendere tempo e soldi in qualcosa che riguarda “solo” l’ambiente e la salute? Molto meglio seguire l’invito, sempre attuale, di Luigi Filippo: Arricchitevi!

E non è ancora finita. La generazione del 1950 è stata quella che ha fatto il ’68; ha avuto anche questo vanto: di sputare nel piatto ove mangiava. Di disonorare il padre e la madre, e di giocare alla rivoluzione coi soldi di papà. Di deridere e insultare la cultura, proclamare il diritto al “sei” politico, cioè all’ignoranza istituzionalizzata e all’odio contro il merito. Da quella generazione sono usciti gli anni di piombo; e, cosa ancor più grave, per gli effetti a lungo termine, sono usciti medici, dentisti, ingegneri, architetti, avvocati, professori, tecnici e progettisti segnati da una ignoranza colossale, pari soltanto alla loro presunzione. Grazie ad essa, l’Italia è precipitata agli ultimi posti nelle professioni, nell’industria, nella ricerca, nell’università, mentre era fra i primissimi. Chi vorrebbe venire a studiare, o farsi curare, o anche solo investire in Italia? Grazie, dunque, omuncoli del ’50…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 06 Settembre 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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