giovedì, 25 Febbraio 2021
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Siamo capaci di udire il messaggio che ci viene dai malati e dai disabili?

Siamo capaci di udire il messaggio che ci viene dai malati e dai disabili? Perché parlare di persone “diversamente abili” è diventata una “untuosa forma di astuzia e di mistificazione”, una somma preziosa di insegnamenti di Francesco Lamendola  

Questo articolo è dedicato a tutte quelle persone che non godono del dono della salute e che non hanno un corpo obbediente alla loro volontà: ai malati di tumore e di depressione; a quelli che passano la vita su una sedia a rotelle; a tutti coloro i quali devono guardare il mondo da una finestra di ospedale, magari senza potersi alzare dal letto.

Figli della società opulenta e super-efficientista, siamo portati a dare per scontate molte, troppe cose che scontate non sono: prima fra tutte, la circostanza di essere in buona salute e di disporre di un corpo che risponda perfettamente ai nostri voleri.

Eppure, in questa società edonista e narcisista, dove l’apparenza è considerata mille volte più importante della sostanza, ci sono almeno due categorie di persone che avrebbero molto da insegnarci, se solo fossimo capaci di ascoltare il messaggio di cui sono portatrici: i malati e i disabili (che una retorica insulsa vorrebbe si chiamassero “diversamente abili”, quasi per esorcizzare la specificità della loro condizione).

È ben vero che, da qualche decennio a questa parte, si fa un gran parlare di loro e gli amministratori pubblici, specialmente, fanno a gara nello sbandierare tutti i provvedimenti presi per agevolarli nelle loro difficoltà e per mostrarsi sensibili alle loro problematiche, arrivando a dichiararli non un problema, ma una risorsa per la società; però si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, soltanto di belle parole, condite con una discreta dose di ipocrisia.

Non solo la mancanza di politiche sociali a favore di queste due categorie di persone parla, nella maniera più eloquente, del reale disinteresse del mondo della politica verso di esse, ma appare abbastanza evidente che nessun partito ha mai pensato seriamente di andare al di là di qualche slogan propagandistico e che l’opinione pubblica, o ciò che si suole designare con tale espressione, non è particolarmente interessata a questi temi, a meno che esperienze personali non vengano a scuotere l’indifferenza del “cittadino medio”.

Al di là della pochezza delle politiche di sostegno ai malati cronici e ai disabili, resta il fatto che, per porsi in una diversa ottica rispetto ad essi, cioè per vederli come una straordinaria opportunità di arricchimento spirituale per tutti e non solo come una fonte di spese, di preoccupazioni e di fatiche aggiuntive, sarebbe necessaria una vera e propria rivoluzione culturale, quale il nostro Paese, da sempre propenso a un individualismo esasperato e a uno scarso senso di solidarietà sociale, non ha mai conosciuta.

Certo è che non udremo mai il messaggio di questi nostri compagni di viaggio meno fortunati, se non abbassiamo la voce e non rallentiamo il passo: corriamo troppo, sempre, e finiamo per non vedere le cose più belle che ci passano accanto.

La prima cosa che ci direbbero, se noi imparassimo ad ascoltare meglio, sarebbe questa: che loro, in fondo, non stanno facendo altro che aprirci la strada, avanzando su un terreno difficile, perché ancora sconosciuto e irto di ostacoli; aprono la strada che anche noi, forse, dovremo un giorno percorrere.

Anche a noi potrebbe capitare, magari per un banale incidente, di ritrovarci menomati in maniera permanente, e di dover rimanere per sempre seduti su una sedia a rotelle, o distesi su un letto d’ospedale; e anche a noi potrebbe capitare di ammalarci in modo grave, anche se oggi scoppiamo di salute, e di dover dipendere dagli altri per ogni nostra necessità.

Potrebbe capitarci di dover contare i giorni che avremo dinanzi a noi; di chiederci ogni sera se domani saremo ancora vivi; se avremo ancora il privilegio di ammirare la nascita di un nuovo mattino.

Non foss’altro che per questo, dovremmo essere loro grati e metterci in un atteggiamento di ascolto, perché quello che la loro vita ha da trasmetterci è un insegnamento estremamente prezioso, che nessun libro e nessun maestro potrebbero sostituire in modo adeguato.

La seconda cosa che ci direbbero è che non potremo mai udire il loro messaggio se neghiamo la specificità della loro condizione, magari in nome di un egualitarismo malinteso e di un progressismo d’accatto, basati su una demagogia parolaia, che non vuole misurarsi con l’essenza delle cose.

Che i disabili partecipino a delle speciali Olimpiadi, ad esempio correndo in pista per mezzo di arti artificiali, è cosa che riguarda quelli di loro che lo vogliono e che lo possono fare; ma che si teorizzi l’inesistenza della loro specificità per non “discriminarli”, facendo finta che la loro condizione sia in tutto e per tutto comparabile con quella delle persone sane, è cosa ipocrita e sciocca, che ci impedisce di cogliere il messaggio insito in essa.

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Il malato e il disabile hanno qualcosa in meno degli altri sul piano dell’efficienza e, ovviamente, della salute: negarlo, significa negare anche la loro sofferenza e i sacrifici che essi devono quotidianamente affrontare nella vita. La cifra per comprendere in cosa consista tale sofferenza è il concetto di impotenza: essi non sono in grado di compiere operazioni di per sé semplicissime, se non con il supporto di alte persone o di appositi strumenti tecnologici.

Oltre a questo, il malato è portatore di un’altra drammatica specificità: la consapevolezza della propria fragilità e transitorietà. Tutti noi sappiamo di dover morire; ma il malato grave sa che morirà presto: e ciò lo rende simile a una sentinella che staziona in permanenza ai confini estremi delle terre conosciute, presso il deserto, là di dove può sbucare, improvviso e devastante, l’assalto nemico.

D’altra parte, la loro impotenza, la loro debolezza, la loro sofferenza trovano un corrispettivo in un qualcosa in più che essi sviluppano sul piano spirituale, sul piano della sensibilità e su quello della riflessione e della conoscenza di sé e del mondo. A meno che si cada nel bieco materialismo di credere che l’unica maniera di conoscere il mondo è quella legata ai sensi esterni e alla possibilità di muoversi fisicamente nello spazio.

Sappiamo, però, che non è così. Sappiamo che persone perfettamente sane e fisicamente robuste possono viaggiare in lungo e in largo, senza vedere nulla e senza capire nulla; che persone le quali non hanno mai avuto una malattia seria in vita loro e non hanno mai fatto l’esperienza del letto d’ospedale e meno ancora della sedia a rotelle, forse non si sono mai guardate dentro e non hanno mai imparato nulla dalle proprie esperienze più profonde.

Tale è il mistero del dolore. Esso, specialmente quando si definisce come una condizione permanente dell’individuo, costituisce la più grande scuola di saggezza, di benevolenza e di compassione che la vita possa offrire ad un essere umano.

Non sempre il risultato è questo; ci sono anche delle persone che, sotto la stretta del dolore, si chiudono, si irrigidiscono, si inaridiscono; ma è quasi impossibile che si verifichi il contrario: che una persona la quale non sia mai stata visitata dalla sofferenza, possa sentirsi spronata ad intraprendere un cammino di consapevolezza e di maturazione spirituale.

Diremo, pertanto, che il dolore è la condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché si metta in moto il processo di crescita interiore; e che i malati e i disabili, pertanto, non meritano la nostra compassione (non più di quanto i “sani” meritino la loro), perché il dolore e l’impotenza cui essi si trovano legati, talvolta perfino crocifissi, è solo il dato esteriore da cui può scaturire una ricchezza interiore stupefacente, tale da distribuirsi con generosità inesauribile verso tutto e verso tutti, come un immenso inno di lode cosmica.

Occorre ricordare che alcuni dei più grandi santi, alcuni dei mistici più profondi – sia uomini che donne -, erano torturati dal dolore e dall’impotenza della carne; e che, ciò nonostante, o meglio proprio per questo, erano in grado di ristorare il prossimo con l’acqua freschissima scaturente dalla fontana della loro sofferenza e della loro impotenza fisica?

La terza cosa che ci dicono le persone malate o disabili è che bisogna imparare ad amare la vita, prima di pretendere di poterne penetrare il senso; perché, quando saremo capaci di amarla, anche nelle sue vesti più umili e dimesse, allora ne troveremo anche il senso.

È questo un concetto espresso già da Dostojevskij ne «I fratelli Karamazov» e andrebbe meditato a lungo, specialmente da parte di coloro i quali vorrebbero spiegare ogni cosa razionalmente e solo in un secondo momento, forse, sono disposti ad ammettere che esistano anche altre maniere di penetrare il segreto della realtà.

La vita non è cosa che si spieghi da se stessa: per comprenderne il senso, bisogna prima imparare ad amarla. E amarla veramente, vuol dire saperla amare anche quando essa non appare amabile; anche e soprattutto quando essa appare difficile.

Altrimenti, cadremmo nell’infantilismo di pensare che solo quando essa ci sorride, merita un sorriso; che solo quando ci accarezza, merita di essere ringraziata e benedetta. La regola generale, al contrario, è che la vita ci rivela le sue maggiori bellezze, quelle più vere e profonde, solo quando noi riusciamo ad aprirci una strada in mezzo ai rovi, nella calura afosa; non quando camminiamo senza fatica in un ameno paesaggio, rinfrescati da una dolce brezza.

Chi non ha compreso questo, non ha compreso molto della vita. I malati e i disabili, in genere, lo comprendono prima degli altri, facendone l’esperienza non sulle pagine dei libri, ma direttamente sulla loro pelle. Per questo il loro messaggio è tanto più prezioso e per questo meriterebbe di essere inteso dalle persone “sane” e spensierate.

Finché stiamo bene, finché siamo amati e invidiati, finché siamo vincenti e baciati dalla fortuna, non riusciamo a vedere bene: il nostro sguardo è offuscato, la nostra prospettiva è falsata; non vediamo il mondo, ma un’immagine distorta di esso.

E, soprattutto, non ci fermiamo a riflettere.

La rude ma efficace pedagogia della vita consiste nel farci percepire tutta la sua commovente bellezza proprio quando facciamo l’esperienza dello scacco, della sconfitta, dell’impotenza; proprio quando vediamo i nostri sogni incrinarsi e crollare come miseri castelli di sabbia; proprio quando siamo più deboli, più esposti, più bisognosi di tutto, ma specialmente di una carezza e di una parola amica.

La quarta cosa che ci viene dalla testimonianza vivente delle persone malate e disabili è che noi non veniamo al mondo per competere, per contendere, per aprirci un varco a forza di gomiti contro la superficie indifferente del prossimo; ma per aprirci, per capire, per amare e per lasciarci riempire e trascinare dalla benevola forza universale che è in tutto e in tutti.

Ecco perché parlare di persone “diversamente abili”, per esempio, è una untuosa forma di astuzia e di mistificazione. Il punto qualificante non è che esse, per compensare la mancanza di certe abilità, ne hanno sviluppate delle altre (cosa che, peraltro, in genere avviene e la si può osservare piuttosto agevolmente); il punto è che proprio la loro impotenza, la loro debolezza, la loro fragilità, contengono una somma preziosa di insegnamenti per gli altri, i quali, essendo sani ed efficienti, sono portati a vivere in maniera alquanto superficiale.

Ed ecco perché non si rende giustizia ai malati gravi quando si cerca di rassicurarli, minimizzando l’entità della loro malattia e proclamando un ottimismo tanto generico quanto melenso. No: il malato ci sta dicendo qualcosa, non a dispetto della sua malattia, ma proprio in virtù di essa: ed è su essa che dobbiamo focalizzare l’attenzione, se vogliamo trarre un insegnamento che arricchisca la nostra stessa umanità.

Al malato terminale non bisogna dare una pacca sulla spalla e dirgli che, forse, riuscirà a vivere ancora un bel po’ di tempo; meno ancora bisogna cercare di “consolarlo” della sua condizione, con la banale riflessione che tutti, in fondo, dobbiamo morire. Perché lui è più vicino alla morte, e quindi alla verità. Quello che lui è quasi in grado di intravedere, è una rivelazione preziosa che a noi rimane, per ora, negata.

Quante cose potremmo imparare da questi compagni di strada, che camminano più avanti di noi…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/06/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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