venerdì, 18 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: L’uomo che visse domani, di Peter Kolosimo

L’uomo che visse domani, di Peter Kolosimo. Kolosimo dobbiamo prenderlo così com’è, e non domandargli altro da quello che ha voluto o potuto darci: una massa imponente, ma caotica, di fatti strani e di ipotesi bizzarre di Francesco Lamendola  

Peter Kolosimo!; che c’entra costui con la letteratura italiana?, si domanderà il nostro lettore benevolo, benché ormai abituato a certe apparenti stranezze.

Ebbene: se è vero che la saggistica è un ramo nobilissimo della letteratura, e se è vero che i saggi di Peter Kolosimo sono stati tradotti in numerosissime lingue e venduti, a milioni, in circa sessanta Paesi, compresi la Cina, il Giappone e l’Unione Sovietica: allora non si vede proprio perché non dovremmo occuparci di uno degli scrittori italiani più conosciuti, più letti e più amati a livello mondiale.

Tutto questo, lo sappiamo bene, non piace ai nostri signori intellettuali, con la loro eterna puzza sotto il naso nei confronti di tutto ciò che è nazional-popolare, e, in modo particolare, degli autodidatti, dei cani sciolti, degli outsider. Pazienza, il problema è loro e non nostro; a noi sembra perfettamente legittimo andare a vedere in po’ da vicino chi era questo signore dal nome un po’ esotico (era, infatti, un innocente nome d’arte) che sapeva intrattenere milioni di lettori sui temi più affascinanti e controversi della scienza «altra», o, quanto meno, della scienza guardata da un diverso, e non conformista, punto di vista.

Come tutte le persone di quella generazione ricorderanno, Peter Kolosimo è stato, insieme allo svizzero tedesco Erich Von Däniken, al francese Robert Charroux e all’inglese Raymond Drake, un autentico pioniere dell’archeologia misteriosa, ossia quel settore di ricerca che si sforza di collegare monumenti insoliti o «impossibili» (come il gigantesco basamento di pietra di Baalbek, in Libano, o le grandiose rovine di Nan Madol, nelle Isole Caroline), a ipotetici viaggi spaziali di cui sopravviverebbe la memoria quasi solo in antichissime tradizioni.

I suoi libri sono stati una serie impressionante (e quasi imbarazzante) di best-seller, sfornati al ritmo di uno all’anno: «Il pianeta sconosciuto» (Torino, 1957), «Terra senza tempo» (Torino, 1964), «Ombre sulle stelle» (Milano, 1966), «Psicologia dell’Eros» (Milano, 1967), «Non è terrestre» (Milano, 1968: il suo maggiore successo, vincitore del Premio Bancarella nel 1969), «Cittadini delle tenebre» (Milano, 1971), «Il comportamento sessuale degli Europei»(Milano, 1971), «Astronavi sulla preistoria»(Milano, 1972), «Guida al mondo dei sogni» (Milano, 1974), «Odissea stellare» (romanzo; Milano, 1974); «Polvere d’Inferno» (Milano, 1975), «Fratelli dell’infinito» (Milano, 1975), «Civiltà del silenzio» (Milano, 1978), «Fiori di Luna» (Milano, 1979), «Italia mistero cosmico» (Milano, 1979).

Furono quasi tutti successi strepitosi; e, come si vede dai titoli, a parte qualche incursione (non molto felice) nell’ambito della sociologia e della psicologia, tutto impostati sulle tematiche del mistero, particolarmente nell’ambito archeologico e astronomico. Oggi, questo tipo di saggistica è venuto di gran moda, ma allora era qualcosa di pionieristico; anche se, dobbiamo dirlo per onore di verità, Kolosimo non fu un pioniere assoluto dell’archeologia cosmica in Italia, poiché era stato preceduto dal geniale, e oggi purtroppo dimenticato, Luigi Rapuzzi, in arte Johannis, come abbiamo riferito in un saggio di circa tre anni fa («Incontri ravvicinati del terzo tipo: il  “caso” di L. R. Johannis a Raveo», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice, oltre che su quello di Edicolaweb).

La casa Editrice Sugar di Milano, che ospitò i maggiori successi di Kolosimo nell’apposita collana «Universo sconosciuto», balzò in vetta alle classifiche dei libri più venduti all’inizio degli anni Settanta.

Ma chi era Peter Kolosimo?

Il suo vero nome era Pier Domenico Colosimo, nato a Modena il 15 dicembre 1922 e morto a Milano il 23 marzo 1984; la K con cui modificò il suo cognome era, forse, un omaggio (oltre che alla moda di quegli anni) alla madre americana, dalla quale aveva appreso la perfetta conoscenza della lingua inglese. Il tedesco, la sua terza lingua, lo imparò grazie al fatto di aver abitato per anni a Bolzano, ed avervi condotto i suoi studi.

Laureato in Filosofia, Kolosimo entrò nel giornalismo e, professando idee politiche di sinistra, fu corrispondente del quotidiano l’«Unità». In tale veste, nell’ottobre del 1949 fu l’unico giornalista italiano presente alla proclamazione, da parte del Consiglio del Popolo, della Repubblica Democratica Tedesca, Paese con il quale stabilì e conservò solidi legami, soprattutto di tipo culturale.

Fu anche, per un periodo, direttore della stazione di Radio Capodistria; ne fu allontanato, significativamente, per le sue posizioni filo-sovietiche, che dispiacevano a Tito e ai dirigenti di Belgrado.

Lettore instancabile, curioso di scienza e di archeologia, con interessi a trecentosessanta gradi sulla realtà, fu anche coordinatore dell’Associazione Studi Preistorici d’Italia.

I divulgatori scientifici dell’establishment culturale non lo amavano e non lo prendevano sul serio; in compenso era amato e seguito da parecchie centinaia di migliaia di lettori, in Italia e, come si è detto, all’estero; osiamo affermare che non dovevano essere moltissime le case italiane, nel corso degli anni Settanta, che non ospitassero, in un angolo della libreria, almeno uno dei libri di Peter Kolosimo.

In un certo senso, egli – scrittore dalle doti stilistiche non eccelse, ma vulcanico e generoso diffusore di idee – è stato un autentico fenomeno sociologico.

Non foss’altro che per questo, ci sembra giusto che qualcuno torni ad occuparsi di lui, dei suoi libri, del suo contributo alla cultura italiana, a venticinque anni dalla sua scomparsa.

Dal libro di Peter Kolosimo «Cittadini delle tenebre» (Torino, MEB, 1971, pp. 120-125):

«Ma adesso […] dobbiamo chiederci: esiste davvero, può davvero esistere la visione del futuro?

Secondo alcuni la risposta non può che essere affermativa. N. Ghore, ad esempio, uno studioso indiano di scienze occulte, ci parla d’un sistema “abbastanza semplice” per andar a ficcare il naso nell’avvenire. […]

Si dice che gli esperti indiani di yoga, partendo dal procedimento qui volgarizzato. Riescano a passare attraverso i muri, a percorrere enormi distanze, persino a volare; ma tanto non c’interessa nell’ambito di questa nostra trattazione.. Seguiamo adesso Ghore, ed apprenderemo che è sufficiente giungere al distacco del nostro corpo “astrale” da quello fisico, dopo di che non dovremmo più pensare assolutamente a niente. Sembra facile, ma non lo è affatto: prima d’intraprendere l’operazione di “sdoppiamento”, anzi, sarà bene allenarsi molto a lungo al non-pensiero, tenendo, cioè, la mente sgombra d’i ogni immagine e d’ogni idea.

Obbedendo a Ghore, abbandoniamo quindi nel nulla il nostro “corpo astrale”, ed esso sarà attirato verso il corpo fisico della nostra precedente esistenza come da una calamita. Dapprima avremo visioni confuse, che si faranno sempre più chiare: con l’attitudine a questa specie d’esercizi e la perseveranza, dovremmo giungere a ricostruire nei loro tratti essenziali le nostre vite anteriori.

È possibile anche fare di più, ci dice sempre lo studioso indiano: se possediamo una naturale predisposizione e siamo aiutati da un buon maestro, tutte le porte del tempo si aprono, dietro e davanti a noi. Non solo ci è dato indagare nel passato, ma vedere addirittura quali saranno le nostre vite future!

“Io stesso, scrive Ghore, “mi sono spinto molto avanti nei secoli, ho potuto osservarmi nel corpo d’un maestro che esisterà soltanto fra un millennio. Allora gli uomini avranno abbandonato il loro attuale, insano sistema di vita; tutte le nostre macchine saranno scomparse, vi saranno soltanto più fabbriche che trarranno dal grembo della Terra gli alimenti, ed un pizzico della polvere che esse produrranno basterà a nutrire una persona per un anno. La pace universale avrà fatto sì che gli uomini si dedichino allo sviluppo di tutte le facoltà dello spirito dimenticate. Non vi saranno più veicoli: ci sposteremo sul nostri globo e attraverso lo spazio con le energie psichiche che non abbiamo mai perduto, ma che abbiamo disimparato ad usare. La vita fisica sarà prolungata molto, molto più di quanto potremmo sperare dai progressi della medicina…”.

Secondo Ghore, insomma, quello dell’avvenire sarà un mondo assai simile a quello dipintoci (sulla scorta delle previsioni scientifiche “migliorate” e corrette) da teosofi, antroposofi, e profeti di strane religioni cvhe fondano il loro credo su puerili accozzaglie di divinità redivive, angeli e dischi volanti.

A questo livello, che abbiamo toccato per pura curiosità,, troviamo dunque una risposta tanto ottimista quanto inaccettabile.

E allora?

Allora diciamolo chiaramente: viaggiare nel futuro è impossibile.

Se fosse altrimenti, dovremmo concepire il futuro stesso come qualcosa di prefissato, d’immutabile, dovremmo ciecamente credere ad un destino che nessuna forza al mondo sarebbe in grado di cambiare.

Propendiamo, invece, per l’ipotesi assai più ragionevole prospettataci dallo scrittore americano Murray Leinster:

“Immaginiamo”, egli ci dice, “che, giunti ad un bivio, indeciso sulla sorte da pendere, io lanci in aria il classico soldone. Qualunque sia la scelta del fato, sul sentiero che percorrerò m’imbatterò in determinate caratteristiche topografiche, vivrò determinate vicende. Le une e le altre non saranno mai identiche a quelle che contraddistinguono il secondo sentiero, quello che ho scartato.

“È chiaro, quindi, che nel decidere fra una delle due soluzioni che mi si sono presentate, io non avrò soltanto dato la preferenza a queste o quelle caratteristiche topografiche, ma avrò scelto fra due diverse catene d’avvenimenti, di vicende, d’episodi. Avrò scelto non solo quella strada tracciata sulla superficie della Terra, ma quella, e non un’altra strada, tracciata nel tempo.

“E così, come due strade diverse mi condurrebbero a due diverse città, due sentieri diversi aperti sul futuro mi potranno condurre a due futuri differenti l’uno dall’altro. Mentre il primo potrà offrirmi una situazione che mi porterà al successo, alla ricchezza, l’altro mi potrà gettare banalmente sotto le ruote d’un autocarro, condannandomi a morire.

“In sostanza, i futuri nei quali ci possiamo imbattere sono più di uno: noi ne scegliamo uno, ma quelli che non abbiamo scelto esistono veramente, come i sentieri non percorsi, sono realtà.”

Ora, facciamo un esempio molto semplice; domani, senza minimamente aspettarcelo, saremo chiamati dal nostro capufficio, il quale ci dirà: “Caro signor X, purtroppo abbiamo esuberanza di personale nel suo reparto. Le offriamo, quindi, tre soluzioni: o le passa alla sezione ABC, o si adatta a fare il manovale, o lascia la ditta.”

Qualcuno potrà forse leggere – per quei famosi fenomeni telepatici di cui abbiamo parlato – nella mente del capufficio, qualcuno potrà prevedere la strada che sceglieremo, deducendolo dalle nostre propensioni, ma nessuno potrà mai indovinarla, sapere quel che penseremo domani, quel che le situazioni, le emozioni, gli impulsi di domani c’induranno a scegliere!

È dunque assurdo dedurne che nessuno di noi è in grado di leggere in un avvenire che non è ancora delineato, né, tanto meno, stabilito?

Accennando a […] Ghore, ci siamo trovati di fronte a quel “corpo astrale” tanto caro alle “scienze esoteriche”, che avrebbe la facoltà di proiettarsi attraverso il tempo e lo spazio.

Ci sembra opportuno, a conclusione del discorso, spendere qualche parola sull’argomento esulando dal fenomeno della “precognizione”.

Dobbiamo allacciarci, qui, ancora alla telepatia, d cui ci siamo già occupati e su cui dovremo tornare trattando l’affascinante tema della metempsicosi. Ora, sappiamo che, per un meccanismo che ci è sconosciuto, quando un individuo si trova in preda a una forte emozione, “scarica” spesso la propria “energia psichica” (ci spiace, ma dobbiamo esprimerci in modo molto approssimativo, mancandoci i termini, che non sono ancor stati coniati) verso una persona a cui è particolarmente affezionato, oppure nell’ignoto.

Accadde, ad esempio, al dottor Hodgson, uno dei più acuti e scettici studiosi americani di parapsicologia, d’avere la visione, negli Stati Uniti, d’una ragazza che egli aveva profondamente amato in Australia e che gli si presentò, dopo morta, oltre il Pacifico.

Hodgson sostiene che sono soprattutto i legami affettivi a determinare tali fenomeni, pur se alla loro realizzazione è a volte necessario un medium, come ad individui deboli d’udito è indispensabile un potente altoparlante per far loro percepire i suoni.

“La concezione dello ‘sdoppiamento’, quella legata all’ipotesi che il nostro corpo sia ‘abitato da un secondo Io'”, scrive lo studioso Hans Herlin, “è comunque antichissima, profondamente sepolta nell’animo dell’uomo. Ma la scienza moderna, senza negare il fenomeno, parla d’immaginazione, d’allucinazione. Gli spiritisti, di contro, affermano che tale manifestazione depone a favore dell’immortalità dell’anima”.

Che cosa dice la psicologia?

Essa si rifà a quei casi di persone mutilate che ‘sentono’ ancora la supposta presenza dell’arto amputato: nel caso delle visioni extrasensoriali non è più un arto ad essere sostituito (secondo il professor Mikorey), ma una persona. Lo studioso ha osservato centinaia di casi del genere presso la clinica neurologica di Monaco, e scrive:

“In un’acuta situazione di catastrofe, l’organismo tenta, alla lettera, di ‘uscire dalla sua pelle’, di dividersi in due parti, per appioppare ad una di esse il fardello della malattia. Si sono accertati episodi di questo tipo in vari soggetti affetti da gravi malanni cardiaci.  Il malato di cuore che sente prossima la morte vuole sopravvivere e ‘si crea’ un surrogato di corpo’. Ma tanto non succede solo in simili circostanze: nei momenti di pericolo conscio o inconscio, il ‘doppio’ diviene un buon compagno; ed in occasione di conflitti psichici, l’uomo ‘fa soffrire’ per lui la sua copia.”

C’è, però, qualcuno che la pensa diversamente.

Secondo gli spiritisti convinti, le apparizioni di “doppi” non sarebbero che una specie di prova per ciò che avverrebbe dopo il decesso. “Come il ‘doppio’ viene separato dal corpo in vita”, asserisce il dottor Emil Mattiesen, “così esso sopravvive all’organismo che da lui si separa consciamente con la morte”.

Ma ascoltiamo le ben più sagge parole di Leonid L. Vasiliev (“Metapsichica e scienza sovietica”, Bompiani ed.):

“Verso la fine del secolo scorso due ipnologi francesi, A. de Rochas prima, nel 1895, e P. Joire dopo, nel 1897, comunicarono a mondo scientifico la loro stupefacente ‘scoperta’: l’esteriorizzazione (trasferimento all’esterno) della sensibilità cutanea.

“È noto da tempo che nell’ipnosi profonda la pelle perde la sensibilità al dolore. Secondo questi due ipnologi, tale fenomeno si verifica perché la sensibilità al dolore del soggetto in ipnosi si trasferisce dalla pelle all’aria circostante, formando uno strato sensibile a vari centimetri di distanza dalla superficie corporea. Se si punzecchia questo strato con uno spillo, il soggetto in ipnosi grida, mentre non reagisce minimamente se lo spillo, fatto passare con cautela attraverso lo strato, punge direttamente la pelle. Più profonda diventa l’ipnosi, più si allontana dal corpo lo strato sensibile formatosi, e da esso prende origine un ‘doppio’ del soggetto addormentato, il suo spirito o fantasma.

“Questo ‘doppio’ può essere visto da altri soggetti in ipnosi quando la sensibilità del loro apparato visivo sia stata stimolata dalla suggestione verbale. Lo sperimentatore può individuare il luogo in cui si trova il “doppio” solo servendosi d’un oggetto appuntito, per esempio d’un ago. Quando il ‘doppio’ viene punto dall’ago, il soggetto addormentato emette un grido e si tasta la parte corrispondente del corpo.

“In un altro libro (1896) Rochas parla della possibilità che il corpo d’un individuo ipnotizzato non estrinsechi soltanto la propria sensibilità, ma anche l’energia muscolare, il che spiegherebbe gli spostamenti di oggetti effettuati senza contatto diretto, che spesso si osservano nel corso delle sedute medianiche”.

È difficile stabilire a che cosa debbano essere attribuite tutte queste fantasie: ala vivida immaginazione degli stessi sperimentatori, portati all’occultismo, o ad un’influenza suggestiva non intenzionale esercitata dal soggetto. Chiunque abbia avuto a che fare con soggetti dall’ipnosi di tipo sonnambulistico conosce la sorprendente facilità con cui essi esaudiscono tutte le segrete speranze dell’ipnotizzatore. Ogni suo gesto, intonazione o parola lasciata cadere inavvertitamente, viene percepita dal soggetto come suggestione e si traduce nell’effetto corrispondente (in questo caso l’illusione dell’emissione dal corpo d’una sfera sensibile, una psiche autogena).. Un errore nell’esecuzione d’un esperimento ipnotico viene interpretato come fenomeno reale e preso per una conferma di ciò che lo sperimentatore desiderava dimostrare: la possibilità dell’esistenza d’un’anima, di una psiche oltre i limiti dell’organismo fisico”.»

Questo brano di prosa può dare un’idea dei pregi e difetti tipici dello stile e del modo di argomentare di Peter Kolosimo (a proposito, l’aggettivo che designa il sonnambulismo è sonnambolico, e non sonnambulistico).

Dal punto di vista dei contenuti, non si tratta, almeno in questo caso, di una lettura entusiasmante: l’Autore si limita a riprendere i soliti cliché scientisti e antimisteriosofici, ispirati ad un materialismo piuttosto rozzo; tanto è vero che, per concludere l’argomento, non trova di meglio che affidarsi alla «saggia» guida di uno «scienziato sovietico» (divertente ossimoro, se non fosse un tantino grottesco), il quale liquida la fenomenologia del doppio astrale citando alcuni esperimenti di ipnosi che c’entrano come i cavoli a merenda e conclude, sentenziosamente, che simili «fantasie» nascondono il goffo tentativo di fornire una prova dell’esistenza (si badi, dell’esistenza, non solo della sopravvivenza) dell’anima umana.

Davanti a tanta povertà di argomentazione, a tanta ignoranza dei fenomeni presi in esame, e ad un così evidente atteggiamento di pregiudizio ideologico, che nulla ha da spartire con il bene inteso spirito scientifico, si rimane senza parole. Eppure…

Eppure, non sarebbe giusto giudicare i libri di Peter Kolosimo solo in base a questi evidenti difetti di concezione e d’impostazione, a queste colossali ingenuità che, del resto, suscitano nel lettore il sospetto che egli abbia voluto eccedere in fatto di intransigenza materialistica, per potersi meglio difendere dalle critiche, altrettanto pregiudiziali, di quella cultura «ufficiale» che, allora come oggi, non voleva e non vuole neanche sentir parlare di possibili verità al di fuori di quanto stabilito e deciso dalla scienza accademica.

Kolosimo, pioniere dell’archeologia misteriosa e di altre ricerche in settori di frontiera, doveva, in qualche modo, farsi perdonare il peccato originale della eterodossia degli argomenti di studio da lui coltivati; per cui nelle sue opere si nota quella caratteristica, curiosa e, per certi versi, bizzarra miscela di ultraortodossia scientista e razionalista (secondo l’impostazione di tipo sovietico) e di apertura mentale verso i regni del possibile e del misterioso, che, da parte sua, la cultura accademica guardava con sommo disprezzo.

In effetti, le cose migliori del Nostro non sono quelle dedicate alla ricerca psichica, ma appunto, ai grandi enigmi archeologici che paiono rimandare alla visita, in lontane epoche storiche, di creature intelligenti provenienti dal cosmo, le quali avrebbero influenzato in vario modo e misura lo sviluppo culturale dell’umanità stessa.

«Non è terrestre» appartiene a quest’ultimo filone, «Cittadini delle tenebre» (da cui abbiamo scelto il brano sopra riportato), al primo; ci siamo soffermati su questo, perché esso si colloca in una particolare stagione culturale – culturale nel senso più ampio della parola -, che culmina al principio degli anni Settanta del secolo scorso, in cui anche riviste di tipo scientifico non disdegnavano di occuparsi di ricerche di frontiera e si servivano della collaborazione di eminenti studiosi, quali Leo Talamonti; e in cui la televisione, attraverso programmi divulgativi di vario genere e di diversa qualità, rendeva familiari alle famiglie italiane i temi del mistero, della magia, dell’occultismo, e in genere di tutto quell’ambito della realtà che le scienze positive e «ufficiali» non parevano, e non paiono, in grado di studiare adeguatamente.

Proprio mentre usciva nelle librerie «Cittadini delle tenebre», nei primi mesi del 1971, milioni di italiani rimanevano incollati davanti ai teleschermi, facendo registrare un record di ascolti pressoché unico negli annali della televisione nazionale, a guardare lo sceneggiato a puntate «Il segno del comando», per la regia di Daniele D’Anza e con l’interpretazione di bravi attori, quali Ugo Pagliai, Carla Gravina e Massimo Girotti; sceneggiato che, sia pure nelle forme proprie di quel genere televisivo, aveva il merito (o il demerito, secondo altri) di familiarizzare un pubblico vastissimo con i temi dell’insolito e del paranormale.

E, solo alcuni anni prima (1965), sempre la RAI aveva mandato in onda lo sceneggiato francese «Belfagor o il fantasma del Louvre», che – con notevoli capacità di concezione e di linguaggio – aveva riportato il brivido della maledizione dei Faraoni nell’atmosfera razionale e positiva di una grande metropoli occidentale moderna, come Parigi.

In buona sostanza, la dittatura scientista e accademica non aveva ancora allungato la sua ombra sulla stampa periodica e sulla televisione, in modo da occupare ogni spazio di libera ricerca e discussione; e la premiata ditta Piero Angela e Figlio non aveva ancora imposto il pensiero unico del più piatto e banale scientismo materialistico, attraverso una martellante presenza sul piccolo schermo, alle famiglie italiane, contribuendo potentemente ad introdurvi quel conformismo intellettuale che tuttora ne paralizza le energie spirituali, rendendole prone a tutti i dogmi, anche i più assurdi, di un neopositivismo arrogante e incapace di sfumature.

Certo, in quel particolare momento storico, al giro di boa fra gli anni Sessanta e Settanta, e coincidente – insinuerebbe un sociologo politicamente corretto – con l’inizio del «riflusso», ci fu anche l’ombra di una speculazione commerciale, perché le case editrici e lo stesso ente televisivo (allora in regime di monopolio statale) avevano fiutato l’aria e avevano capito che certi temi, anche se – o specialmente se – trattati in maniera scientificamente approssimativa o, comunque, poco scrupolosa, «tiravano» parecchio.

Forse anche così si spiega, ad esempio, il fatto che la casa Editrice MEB, specializzata proprio in temi occultistici e paranormali, abbia deciso di pubblicare un’opera così crudamente e, vorremmo dire, ingenuamente razionalistica; firmata, però, da un autore ormai famoso nel ramo, e sfruttando, forse, la coincidenza con l’appuntamento serale del pubblico con il mitico sceneggiato a base di reincarnazione, magia e sedute spiritiche.

Tornando al brano qui sopra proposto, bisogna peraltro notare che la prima parte, dedicata al problema teorico dei «futuri possibili», è molto più interessante e originale e, pur non approfondendo in misura apprezzabile l’argomento, offre nondimeno spunti di un qualche valore e di una qualche sostanza.

Così è, del resto, tutta l’opera di Kolosimo: magmatica, caotica, disuguale sia per qualità che per originalità; intessuta di ipotesi arrischiate e, talvolta, francamente campate in aria, ma anche ravvivata da illuminazioni improvvise e da spunti notevoli, almeno a livello di ipotesi di lavoro. In questo senso, non crediamo che, nel complesso, essa abbia arrecato ai suoi numerosi lettori quel danno irreparabile, che certi custodi autoproclamati del rigore scientifico vorrebbero far credere; al contrario, pensiamo che possa aver contribuito notevolmente ad aprire gli orizzonti mentali di molte persone.

In particolare, Kolosimo, conoscitore di numerose lingue straniere e accanito lettore di libri e riviste di mezzo mondo, oltre che in rapporti personali di conoscenza e amicizia con studiosi di livello internazionale, era in grado di arricchire le proprie argomentazioni con una documentazione di prim’ordine, quale pochissimi studiosi, in quegli anni, possedevano.

È questo l’aspetto più valido e interessante della vasta operazione culturale da lui condotta per «sdoganare» alcuni ambiti di ricerca che, a causa dell’ostracismo della scienza ufficiale, in Italia erano considerati poco seri e, perciò, bellamente snobbati dalla cultura accademica.

Certo, buona parte delle sue fonti erano libri e riviste sovietiche o tedesco-orientali, per cui riflettevano l’ottica materialista e dichiaratamente atea di quei ricercatori e di quei divulgatori; e tuttavia, erano pur sempre delle voci fuori dal coro del perbenismo ingessato dei nostri studiosi accademici.

In Unione Sovietica, ad esempio, si prendevano estremamente sul serio i fenomeni  metapsichici (ovviamente, in una prospettiva di tipo spionistico e militare), al punto che perfino nel corso delle missioni spaziali, gli equipaggi erano addestrati a sottoporsi ad esperimenti di telepatia, psicocinesi e simili.

Va dato atto a Kolosimo di essere stato un pioniere, nel suo genere, e di aver portato a conoscenza dei suoi lettori fatti ed ipotesi che, allora, non avrebbero trovato altro spazio, nel grigio panorama della cultura italiana ufficiale.

Ciò detto, bisogna tuttavia riconoscere che proprio il modo in cui quella ricchissima documentazione veniva da lui utilizzata, depone contro l’attendibilità complessiva di Kolosimo quale studioso delle scienze di frontiera, a partire dalla sua preferita, l’archeologia misteriosa. Infatti, sarebbe difficile immaginare una simile, totale mancanza di metodo nell’utilizzare le fonti, da parte di un ricercatore che avesse avuto la ventura di disporne così in abbondanza.

Kolosimo non cita puntualmente, salvo rare eccezioni, le sue fonti; semmai le cita, per così dire, all’ingrosso; non ha l’amore per l’indicazione puntuale, per l’esattezza, per lo scrupolo di precisione; date, luoghi ed autori sono trascurati o indicati alla rinfusa, di sfuggita, nella maniera più trascurata possibile. Insomma, si direbbe che egli abbia fatto di tutto per non farsi leggere né prendere sul serio dalla cultura ufficiale; non solo: ma che non abbia ritenuto importante fornire ai suoi stessi lettori quegli strumenti di fatto, che avrebbero potuti guidarli a trarre da sé le conclusioni delle varie ricerche ed ipotesi da lui formulate.

Confrontarsi con la lettura delle sue opere, da parte di un lettore che possieda un minimo di consapevolezza critica, è, pertanto, un’impresa quasi disperata, e spesso frustrante: sembra quasi di avere a che fare con degli indizi volutamente ambigui, lasciati da una mano dispettosa ed ironica, che voleva dire e non dire, farsi credere e non farsi credere.

Chissà, forse è proprio questo che voleva fare Peter Kolosimo.

Perciò dobbiamo prenderlo così com’è, e non domandargli altro da quello che ha voluto o potuto darci: una massa imponente, ma caotica, di fatti strani, di ipotesi bizzarre, di inquietanti interrogativi; lasciando a noi di sbrigarcela a gestire tutto quel vasto e imbarazzante materiale.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data  06/08/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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