giovedì, 4 Marzo 2021
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Urbano VIII e Galilei, fu scontro di personalità?

Urbano VIII e Galilei, fu scontro di personalità? Galilei l“attaccabrighe” era fatto così: non solo doveva sempre primeggiare e lodare incessantemente se stesso, ma doveva anche sminuire e ridicolizzare gli altri: Papa compreso di Francesco Lamendola  

Una delle biografie più equilibrate su Galilei e sulla vicenda relativa al suo processo, fra le mille che sono state scritte e che spesso non brillano certo per imparzialità (come quella di Talo Mereu, Storia dell’intolleranza in Europa), spicca il libro, pacato ed esposto con molta chiarezza, del giornalista e storico americano James Reston junior , classe 1941, figlio di un altro noto scrittore, il cui Galileo, A Life, del 1994, si districa dalla selva delle interpretazioni ideologizzanti che vanno ancora per la maggiore. È interessante, fra l’altro, la tesi dell’Autore, non solo adombrata ma esplicitamente sostenuta, che a fare da sfondo all’intera vicenda processuale – quella del 1633, ovviamente; non quella del 1616, che pure ne è il logico preambolo, anche se Galilei fece l’indiano sostenendo di non essersi neanche accorto di aver ricevuto allora una formale ammonizione -, e forse anche più di un semplice sfondo, un motore segreto, sia stato lo scontro fra le due personalità, quella di Vincenzo Maffeo Barberini, eletto papa col nome di Urbano VIII, e quella di Galileo Galilei. Tutti sanno, del resto, che il cardinale Barberini era un uomo di vasta e raffinata cultura; che era un protettore delle arti, della musica e delle scienze; che era un sincero ammiratore personale di Galilei; e che proprio la sua elezione al soglio pontificio indusse lo scienziato a riprendere con maggior vigore la sua propaganda in favore del sistema copernicano – esattamente il contrario di ciò per cui il cardinale Bellarmino, su indicazione di Paolo V, lo aveva formalmente ammonito nel febbraio del 1616, allorché l’Inquisizione si era espressa sul sistema copernicano e ne aveva condannato le due principali proposizioni, la centralità del Sole e la mobilità della Terra in una posizione marginale nell’universo. Quasi tutti, perciò, si sono chiesti come mai da tante premesse favorevoli, sia nata la vicenda del processo, proprio sotto il pontificato di Urbano VIII. Ciò dipende dal fatto che ormai da molto tempo le simpatie, acritiche e incondizionate, del mondo della cultura vanno a Galilei, visto addirittura come un martire del libero pensiero, assumendo in toto il suo punto di vista e quindi mettendo fra parentesi e trattando quasi come un incidente secondario, proprio come lui fece, l’ammonizione solenne del 1616, di non insegnare le due proposizioni erronee del modello copernicano e, comunque, di trattare l’intera questione solo nei termini di una mera ipotesi matematica.

È noto che Galilei, al contrario, e specialmente con la pubblicazione del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, si schierò entusiasticamente dalla parte del modello copernicano e che pose in ridicolo gli argomenti dei sostenitori del sistema aristotelico-tolemaico; che essi vennero compendiati nella figura di Simplicio, un professore peripatetico ottuso e libresco, il terzo personaggio del dialogo, mentre gli altri due, Salviati e Sagredo, sostengono entrambi il sistema copernicano, sebbene il secondo dovrebbe essere, in teoria, arbitro e moderatore della discussione; e infine, cosa più grave di tutte, che molti, a cominciare dal diretto interessato, videro nella figura di Simplicio una caricatura o quantomeno una allusione a Urbano VIII, al punto che Galilei gli mette in bocca delle frasi che questi aveva adoperato nel corso delle loro conversazioni private di nove anni prima. Sicché lo scienziato aveva sia disatteso l’ammonizione del 1616, sia attaccato frontalmente la chiesa, e sia pure in maniera velata, nella persona del Vicario di Cristo, oltretutto tradendo un rapporto di stima e fiducia personale che, da parte di Maffeo Barberini, non era mai venuto meno, esprimendosi con le più alte manifestazioni di apprezzamento e di incoraggiamento a proseguire i suoi studi. La stessa cosa, del resto, Galilei aveva già fatto nei confronti del potente ordine religioso dei gesuiti, allora considerato il più colto e il più sensibile alle novità scientifiche: per mera presunzione e gusto della polemica, Galilei aveva attaccato frontalmente alcuni studiosi, membri dell’ordine, fra i quali Orazio Grassi, sostenitore (a ragione) della natura materiale, e non ottica, delle comete, che aveva ferocemente sbeffeggiato nel Saggiatore; fino a inimicarsi quasi l’intero ordine, che, all’inizio, era stato pressoché tutto disposto favorevolmente nei suoi confronti. Ma Galilei era fatto così: non solo doveva sempre primeggiare e lodare incessantemente se stesso, doveva anche sminuire, ridicolizzare, ferire gli altri. Aveva ereditato il caratteraccio di suo padre, Vincenzo Galilei, e fin da adolescente si era fatto notare, durante gli studi, come uno sgradevole attaccabrighe, che usava la sua brillante intelligenza e la sua frizzante eloquenza come armi affilate per prendere in giro gli altri, compresi i suoi stessi insegnanti.

Ecco cosa scrive in proposito James Reston nel libro succitato (Galileo; titolo originale: Galileo, A Life, New York, Harper Collins Publishers, 1994; traduzione dall’inglese di Franca Genta Bonelli, Casale Monferrato, Piemme Edizioni, 2001, p. 29):

Ma all’università, ad attirare l’attenzione era semmai la sua indifferenza nei confronti degli studi medici piuttosto che la sua curiosità. I suoi professori non apprezzavano affatto la sua franchezza, che consideravano una mancanza di rispetto. Ed avevano etichettato lo studente in medicina con il poco lusinghiero nomignolo di “attaccabrighe”, ritenendo che fosse solito contestare  ogni cosa per il semplice gusto di farlo e nella segreta speranza di far sembrare ridicoli i suoi illustri professori.

Questo era l’uomo, questo il suo modo di porsi, anche e soprattutto quando divenne uno scienziato famoso, davanti al quale tutte le porte si aprivano e tutti battevano le mani, e che coltivava un senso di onnipotenza, ritenendosi chiamato alla missione universale di rifare i cervelli della gente. Non era in ballo solo la questione scientifica dei due sistemi, il copernicano e l’aristotelico: la vera posta in gioco era l’idea che la scienza fosse superiore alla religione in tutto ciò che rivestiva un carattere prettamente naturale, Bibbia compresa (come scrisse nella Lettera a Benedetto Castelli, che non era un semplice lettera privata ma che venne fatta ampiamente circolare fra i suoi ammiratori e seguaci).

Quanto alla questione del personaggio di Simplicio, ecco cosa scrive il Reston riferendosi al viaggio a Roma di Galilei del 1624, cioè pochi mesi dopo l’elezione al soglio pontificio del suo amico ed estimatore cardinale Barberini, e nove anni prima del processo scatenato dalla pubblicazione del Dialogo (op. cit., p. 235):

In una successiva udienza con Urbano VIII, tuttavia, Galileo riuscì ad avere uno scambio di opinioni, diretto ed esplicito, sulla teoria incriminata, durante il quale sviscerarono in lungo e in largo il vecchio e il nuovo modo dispensare. La cosa importante non era che il Papa modificasse la sua posizione – non lo fece – ma che gli argomenti da lui usati in favore del vecchio modo di pensare non furono dimenticati. Sarebbero stati ricordati dallo stesso Galileo e messi in bocca a colui che aveva il ruolo dello sciocco in quello che si sarebbe rivelato il suo capolavoro, “Il dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano”. E quel che è peggio, le argomentazioni del papa sarebbero state messe in ridicolo. Anche Urbano VIII non avrebbe dimenticato le proprie argomentazioni e il modo in cui Galileo le espose non lo divertì affatto. Sotto un certo punto di vista, fu proprio questo a segnare la sorte di Galileo; non si trattava di una questione di principio, ma di personalità.

È peraltro abbastanza singolare il fatto che lo stesso Autore, meno di cento pagine più avanti, sembrerebbe essersi dimenticato di questa sua affermazione e di tutta l’argomentazione qui svolta, sostenendo un punto di vista ben diverso, e cioè quello, falsamente ingenuo e rammaricato, dello stesso Galilei (op. cit., p. 325):

Un’accusa tuttavia lo feriva in modo particolare: l’insinuazione che nel delineare la figura di Simplicio avesse avuto in mente Urbano VIII in persona. Quell’idea particolarmente perniciosa era stata inculcata nella mente del papa da padre Christoph Schneider, il più acerrimo nemico di Galileo fra i gesuiti, e l’efficacia di Schneider era stata pari a quella di Iago nel convincere Otello dell’infedeltà di Desdemona. Galileo aveva pregato molte persone influenti, persino il fratello del papa, di far notare a Urbano VIII l’inganno in cui era caduto. Una di queste persone era l’ambasciatore francese a Roma, François de Noailles. Anch’egli allievo di Galileo quando insegnava a Padova – in realtà era stato suo allievo privatamente e le lezioni a cui aveva assistito riguardavano l’arte militare e la teoria delle fortificazioni – il conte di Noailles non aveva smesso di invocare il perdono per il suo antico maestro.

Come si vede, nel primo brano James Reston afferma che Galilei ricordò a memoria le precise espressioni usate da Urbano VIII nella conversazione del 1624, per metterle in bocca a Simplicio, in maniera pienamente intenzionale, e che Urbano VIII le riconobbe come sue dopo la pubblicazione del Dialogo; nel secondo sostiene che l’identificazione di Simplicio con Urbano VIII è stata il frutto delle perfide macchinazioni di un gesuita tedesco, addirittura paragonato a Iago nell’atto di calunniare la fedeltà di Desdemona al suo sposo Otello; e che Galilei, le cui intenzioni erano pure come quelle di un agnellino, si sentì “profondamente ferito” da quella malevola e ingiusta identificazione (mentre nel primo brano era il papa a sentirsi giustamente ferito, tanto più che erano state ritorte contro di lui frasi dette con franchezza e libertà nel corso di una conversazione privata). Che dire di una simile, stridente contraddizione? Lo stesso Autore, del resto, ricorda che Galilei, dopo la condanna e il suo ritiro dalla vita pubblica, pensò di riscrivere il Dialogo dandogli una impostazione completamente diversa (con buona pace di quanti vedono in lui un intrepido campione della libertà di pensiero) e, fra le altre cose, trasformando il personaggio di Simplicio in un interlocutore molto più simpatico e brillante di quanto non appaia in effetti. E perché mai Galilei avrebbe carezzato questo progetto, se non perché si rendeva conto di aver passato il segno e che la chiave della sua condanna stava proprio lì, nel modo ironico e sprezzante con cui aveva presentato al pubblico il personaggio di Simplicio? Al pubblico, perché l’opera, contrariamente all’uso, era scritta in volgare e quindi si rivolgeva a molti lettori e non solo a quanti s’interessavano di questioni scientifiche in senso professionale. Insomma, nel personaggio di Simplicio, controfigura del papa, Galilei aveva additato al pubblico disprezzo, esponendolo alla sua sferzante ironia, tutto il “vecchio modo di pensare”. Infatti, come ha osservato giustamente il Reston, la questione posta sul tappeto dalla incessante propaganda di Galilei a favore del modello copernicano investiva una questione più ampia della scienza stessa; e, in ambito scientifico, riguardava il nuovo metodo induttivo, cioè appunto una nuova maniera di pensare.

In definitiva, possiamo dire che è molto difficile, se non impossibile, affermare o negare con assoluta sicurezza che Galilei abbia voluto raffigurare proprio il papa Urbano VIII nel personaggio di Simplicio; ma che esiste un’altissima probabilità a favore, e che quasi certamente non si ingannarono i contemporanei, né s’ingannò Urbano VIII, nel trarre questa conclusione. Più in generale, nel personaggio di Simplicio, Galilei si era preso gioco di gran parte del mondo accademico e di tutte le persone colte che consideravano l’aristotelismo come il più nobile e attendibile sforzo del pensiero umano per fornire una visione coerente, armoniosa e ragionevole dell’universo, nonché come la filosofia più idonea a sostenere lo sforzo della conoscenza umana. In altre parole, Galileo faceva le boccacce a tutti quelli che non erano incondizionatamente dalla sua parte e lo riconoscevano quale maestro indiscusso e indiscutibile; e ciò senza essere in possesso di un solo argomento risolutivo a favore del sistema copernicano. Perché, fatta la tara alla sua brillante eloquenza e alla sua implacabile ironia demolitrice, nulla di certo restava in tal senso sul piano propriamente scientifico, l’unico argomento di un certo peso, quello delle maree, essendo del tutto erroneo (perché le maree sono determinate dall’attrazione della Luna, tesi ridicolizzata da Galilei, e non dalla rotazione terrestre, come invece egli sostiene nel suo Discorso sul flusso e il reflusso del mare). In Galilei, che coerentemente è stato assurto a nume protettore dello scientismo moderno, si assiste al progetto dello scienziato di imporre al mondo la “sua” verità, costi quello che costi; anche, se necessario, al prezzo di ricostruire i cervelli delle persone, cioè di fare in modo che tutti pensino nella maniera che lui ritiene essere quella giusta. La dismisura di questo progetto consiste nel fatto che, una volta conquistata una tale predominanza, alla scienza non c’è più nulla che possa fare da contrappeso. Perciò la prospettiva, facilmente prevedibile, è che si vada verso un altro totalitarismo.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Luglio 2019

Del 15 Settembre 2020

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