martedì, 15 Giugno 2021
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Accostando, nella luce lunare, un angolo incantato fuori dal mondo: le Isole Kermadec

Il Paradiso perduto è tale: non esistono biglietti aerei o marittimi per ritornarvi, urge la costruzione di una “individualità nuova” di Francesco Lamendola 

L’esotismo è la maliosa espressione d’una nevrosi tipicamente moderna: il sogno della fuga nell’altrove, possibilmente popolato di tramonti infuocati, palme che stormiscono nella brezza e scogliere coralline avvolgenti lagune dalla trasparenza incontaminata.

È, in buona sostanza, la nostalgia dell’Eden, del Paradiso perduto. Ogni qual volta le società smarriscono il loro centro spirituale, gli uomini avvertono con più forza il morso di tale nostalgia; ma, avendo perduto il rapporto autentico e originario con se stessi, e vivendo ormai all’insegna dell’imitazione e della esteriorità, anche tale nostalgia, di per sé feconda, perché scaturisce da un insopprimibile bisogno dell’anima, prende le forme di un modello artificiale e preconfezionato, mutuato dal cinema e dalla letteratura invece che nato un sincero slancio del Sé.

La società moderna, in particolare, vive la stridente contraddizione dell’individualismo di massa:  di un individualismo, cioè, che pretende di essere autentico e originale, ma di fatto è il prodotto di un incessante condizionamento culturale e di pervasivi rapporti di produzione e di consumo; sicché il sogno dell’evasione individuale diventa una specie di delirio collettivo, in cui tutti sognano le stesse cose e nella stessa maniera, pretendendo di trasferire in un contesto concreto, e addirittura consumistico, l’anelito a una vita “altra” che non può trovare soddisfazione per tali vie, ma solo in un movimento di ritorno dell’anima a se stessa, in un approfondimento e in un raffinamento della vita interiore, in uno sforzo di chiarificazione e di purificazione spirituale.

Il sogno di evadere anche fisicamente dalla vita inautentica e infelice mediante uno spostamento geografico verso terre e mari lontani non è, necessariamente, un artificio: lo diventa, e tale è il caso per la maggioranza delle persone, se viene visto non come espressione spontanea di un rivolgimento interiore, ma come la scorciatoia per arrivare a quello, quasi che le mutate condizioni esterne possano trasformare, come una bacchetta magica, la vita falsa in una vita vera, la coscienza infelice in una coscienza armoniosa, pacificata e illuminata.

C’è un motivo se legioni di eremiti e di anacoreti, per poter ritrovare se stessi, hanno cercato la solitudine e la schiettezza del rapporto con la natura, lontano dalle distrazioni e dalle frivolezze dell’esistenza cittadina; ma c’è anche una ragione se essi non hanno fatto la loro scelta secondo uno schema simile a quello delle agenzie turistiche, non hanno cercato mari lontani e una presunta umanità “innocente” (ah, l’eterno mito del buon selvaggio di Rousseau!), ma, semplicemente, una grotta sul fianco della montagna, un bosco, una palude, un angolo di deserto: luoghi non “belli” esteticamente, secondo gli stereotipi consumisti da cartolina, ma autenticamente selvaggi e solitari – magari a poche ore di cammino da una grande città – in cui cercare un aiuto per affinare la seconda vista, per scendere più in profondità in se stessi, per udire – nel grande silenzio – la parola dell’Assoluto.

Oggi la facilità di spostarsi in giro per il mondo e i costi relativamente contenuti del viaggiare consentono a moltissime persone di inseguire il sogno del proprio Paradiso privato, fra l’altro con il risultato di provocare un autentico affollamento nei luoghi più suggestivi e solitari – tanto che perfino la cima del Monte Everest, la montagna più alta della Terra, è diventata, ormai da diversi anni, una sorta di discarica a cielo aperto. Per non parlare dei sedicenti “guru” che impiantano discutibili “ashram” a destra e a manca, facendosi pagare fior di quattrini per fornire ai loro ospiti dei mediocri surrogati di meditazione e di improbabili risvegli spirituali, secondo una formula vincente che sta ormai facendo tendenza, specie fra i cittadini americani ed europei che dispongono di redditi elevati e hanno pochissimi impegni familiari cui attendere.

Le cose apparirebbero più chiare se ci si ricordasse che il Paradiso perduto è, appunto, un Paradiso PERDUTO: che non esistono biglietti aerei o marittimi per ritornarvi; e che la sola possibilità di esservi nuovamente accolti è quella che passa per l’emancipazione energica e radicale dal vecchio Io, dalle sue brame infuocate e dai suoi assurdi timori, e la costruzione di una individualità nuova, rigenerata dalla coscienza della propria condizione creaturale e dall’abbandono confidente e senza residui alla luminosa dimensione dell’Essere, origine e scopo di tutte le cose.

Una tale presa di coscienza, tuttavia, è faticosa: l’uomo contemporaneo preferisce le scorciatoie, perché crede di essere terribilmente indaffarato (anche se lo è pochissimo, almeno in ciò che meriterebbe la sua vera attenzione) e, non avendo tempo da perdere, è convinto che ogni mistero possa essere ridotto a problema e che per ogni problema vi sia una soluzione, magari aprendo il portafoglio o facendosi raccomandare dalla persona giusta. È questa l’eterna illusione del vecchio Io che non vuol rassegnarsi a morire, che si aggrappa, che non vorrebbe cedere nemmeno un millimetro del terreno che pensa di avere conquistato; che si crede autosufficiente, che è convinto di poter fare da solo. E, fino a quando il vecchio Io si aggrappa e resiste pervicacemente, non c’è alcuna possibilità che possa nascere in ciascuno di noi l’uomo nuovo, portatore di verità, di speranza e di pace, il cui bagaglio è leggero, perché ridotto all’essenziale, e il cui passo è sicuro e lo sguardo luminoso e sempre rivolto in alto.

Un surrogato nel surrogato, una scorciatoia nella scorciatoia sono rappresentati da un ricco filone di libri e film aventi per tema il ritorno, in senso esteriore ed estetizzante, al Paradiso perduto; filone che va dalle espressioni più grossolane, a base di ingredienti “kitsch” adatti per un pubblico di facilissima contentatura, a quelle in apparenza un poco più raffinate o, se non altro, meno rozze e ingenue, dirette a dei lettori e a degli spettatori che coltivano qualche pretesa intellettuale e che pensano, magari – appunto – per aver frequentato qualche sconclusionato corso di meditazione trascendentale, di aver cominciato davvero a capire qualcosa e di essere stati promossi alla rispettabile categoria degli illuminati.

Non è facile separare i chicchi di grano dalla paglia e dalla pula, quando non si dispone degli strumenti adatti; pertanto non ci sembra giusto accomunare qualunque tipo di letteratura e di cinema di questo genere in un’unica condanna o in un unico atteggiamento d’ironia: bisogna avere la pazienza di distinguere caso per caso, perché i movimento dell’anima – tanto in uno scrittore che in un lettore – sono, per forza di cose, nascosti e quindi misteriosi; e, dal di fuori, si può facilmente cadere in una valutazione errata, sia in un senso che nell’altro.

Così, per esempio, lo scrittore australiano (ma di origini peruviane) Sergio Bambarén ha rievocato l’incanto di accostare con una barca a vela, a notte fonda, quell’angolo di Paradiso terrestre che sono le Isole Kermadec, un piccolo arcipelago subtropicale del Pacifico meridionale, con una superficie di poco superiore ai trenta chilometri quadrati, posto un migliaio di chilometri al largo delle coste nord-orientali della Nuova Zelanda, cui politicamente appartiene (da: S. Bambarén, «Vela bianca»; titolo originale: «Distant Winds», 2000; traduzione dall’inglese di Alessandra Padoan, Milano, Sperling & Kupfer, 2000, pp. 65-7):

«I fari guideranno sempre un marinaio, anche nella più buia delle notti.

Questa è una lezione che imparammo arrivando a notte fonda alle Isole Kermadec. Avevamo preferito non addentrarci nella baia interna, perché non avevamo ancora acquisito sufficiente familiarità con le carte nautiche, ma la sola vista del fascio di luce che s’irradiava dal faro bastava a farci sentire al sicuro, protetti, come se uno sguardo attento e benevolo vigilasse su di noi.

Avevamo avuto dei giorni difficili, ora che gli alisei cominciavano a spostarsi verso nord alla fine dell’estate, dando origine a fenomeni monsonici; ma “Vela Bianca” si era rivelata un’indomita navigatrice, agile e sicura come i delfini che ci avevano accompagnato nell’oceano aperto. Inoltre, il braccio di Gail [la moglie di Michael, l’io narrante, sua unica compagna di navigazione] era guarito perfettamente, e stavamo entrambi diventando buoni velisti.

Il mattino dopo restammo stupefatti ala vista delle imponenti montagne vulcaniche di Sunday Island, la più grande delle Kermadec, e la sola abitata, con una stazione meteorologica installata alcuni anni prima. L’incanto di quelle isole incontaminate era tale da lasciare ammutoliti, e il meraviglioso spettacolo della natura ci colmò gli occhi e il cuore. L’isola era rivestita di un lussureggiante manto di vegetazione che si fermava solo alle ripide scogliere a picco sul mare.  Centinaia di uccelli migratori, inclusa la procellaria, un uccellino del palmo di una mano, che viaggia dalla tundra siberiana fino all’Australia meridionale e alla Tasmania, volteggiavano nel cielo sopra le isole, tuffandosi di tanto in tanto nella foresta pluviale per procurarsi del cibo. Quei volatili usavano Sunday Island come scalo nella loro migrazione verso l’estate dell’emisfero boreale.

Le nostre mappe ci avevano suggerito di accostarci a Sunday Island da occidente,  dove sulla costa si apriva un passaggio per entrare in una meravigliosa laguna corallina.  Una volta oltrepassata l’imboccatura, virammo verso il piccolo molo al centro della laguna. Una delle più belle caratteristiche dell’isola era il suo rilievo più alto, il monte Mumukai, che si innalzava a poco più di cinquecento metri sul livello del mare. La sua sommità verdeggiante protesa verso il cielo e le sue gentili pendici boscose sembravano invitarci a una passeggiata non troppo impegnativa che ci avrebbe ricompensati con una vista da mozzare il fiato. Decidemmo di dedicare  il giorno seguente al trekking, anche perché quell’isola, essendo così lontana dal continente, aveva sviluppato un ecosistema unico, e vi si potevamo osservare specie che non  si trovavano in nessun altro luogo al mondo. […]

Quella sera ci ritirammo presto, in previsione della camminata che avevamo in programma per il giorno dopo. Prima di dormire, però, ci soffermammo sul ponte a guardare la notte, calata su quell’angolo di paradiso, che aveva portato una live brezza che faceva beccheggiare lievemente la barca, mentre l’acqua increspata dalla marea sciabordava sotto lo scafo. Una miriade di stelle luccicanti punteggiava la volta del cielo, e la sagoma della montagna che avremmo scalato il giorno seguente si stagliava nel chiarore argenteo della luna piena. L’aria ai tropici era piacevolmente calda  anche di notte, e ci avvolgeva in un’atmosfera di affascinante tepore.»

Se pagine come questa aiutano effettivamente un certo tipo di lettore a familiarizzarsi con l’idea che la bellezza della natura è una porta privilegiata verso la dimensione dell’interiorità, ove maggiori sono le possibilità di ascolto della voce dell’Essere, allora non abbiamo nulla in contrario, anzi, ci auguriamo che siano in molti ad approfittarne. Se, poi, un certo numero di lettori si fermano agli aspetti più superficiali di questo genere letterario, all’esotismo di maniera e al sentimentalismo dolciastro o peggio (come è il caso di romanzi quali «The Blue Lagoon», scritto nel 1908 da Henry De Vere Stacpoole, un irlandese che aveva girato in lungo e in largo fra le isole dell’Oceania, libro da cui da cui sono stati tratti diversi film che sono dei meri pretesti per una scorpacciata di falsa innocenza edenica, condita di banalità e di pruriti sessuali), allora il discorso è diverso e, ovviamente, il giudizio non potrà essere in alcun modo positivo.

Ma chi può dire, dall’esterno, che cosa avviene nelle profondità dell’anima di colui che legge o di colui che guarda un film (per non parlare dell’anima di chi scrive un libro o realizza un film); che cosa è buono per essa e cosa non lo è? Ogni anima cerca il cibo che corrisponde al suo livello evolutivo: l’anima grossolana cerca di sfamarsi con cibi immondi, l’anima evoluta è esigente e va in cerca cibi altamente spirituali; fra i due estremi, esiste tutta una gamma di situazioni intermedie, in cui le anime mescolano – a volte con malizia, a volte con ingenuità – intrugli malsani e squisite pietanze da raffinati intenditori.

Per l’anima evoluta, tutto è occasione di ulteriore crescita spirituale, dunque tutto è grazia; per quella che non lo è, nemmeno il fatto di avere tra le mani il libro scritto da un vero illuminato, o di ascoltare con i propri orecchi le parole di un autentico saggio, servirà a farle realizzare il benché minimo progresso. Questa e la legge: e, come dicevamo, non vi sono scorciatoie. Se bastasse salire su un aereo diretto a qualche splendido angolino tropicale per trovare il senso delle cose, allora sarebbe il conto in banca e non l’anelito alla Verità, a decidere ciò che è essenziale: ma così non è…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/09/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 31 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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