domenica, 13 Giugno 2021
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Come è morto realmente Sepp Innerkofler?

Il nome di Sepp Innerkofler non dice niente alla maggior parte degli Italiani ma è assai caro al cuore di tutti gli Austriaci e specialmente di tutti i Tirolesi di lingua tedesca di Francesco Lamendola  

Il nome di Sepp Innerkofler non dice niente, probabilmente, alla maggior parte degli Italiani – tranne, forse, quelli residenti nel Trentino-Alto Adige -, ma è assai caro al cuore di tutti gli Austriaci e specialmente di tutti i Tirolesi di lingua tedesca; la sua figura, quasi leggendaria, di alpinista e, poi, di vecchio soldato, ha qualcosa di cavalleresco, perfino di epico, anche se si perde tra i bagliori e le esplosioni della grande carneficina di massa, la Prima guerra mondiale.

Nato a Sesto, in Val Pusterria, il 28 ottobre 1865 (sotto il segno dello Scorpione), grande innamorato della sua montagna, dapprima cacciatore di camosci, indi operaio in una segheria, infine, giovanissimo – a soli ventiquattro anni – guida alpina con relativo brevetto, rilasciato dal Club alpino tedesco e da quello austriaco, allora riunificati, fu autore, fra l’altro, nel 1890, insieme a due compagni, della scalata della Cima Piccola di Lavaredo (2.857 metri) dalla parete nord, nel gruppo famosissimo e spettacolare delle Tre Cime.

Negli anni successivi Sepp Innerkofler fu molto attivo nella sua vallata, sia aprendo rifugi alpinistici, sia come imprenditore alberghiero, divenendo, alla vigilia della Grande guerra, uno degli uomini più facoltosi, più amati e rispettati della sua terra, dalla quale non volle mai allontanarsi, anche se la sua fama di alpinista si era propagata in tutta Europa. Sposato e con cinque figli (più altri due che erano morti piccoli), rappresentava un vero e proprio patriarca, amante dei monti, ligio alla famiglia, al lavoro e al dovere. Come un cavaliere medievale, la sua fede si poteva riassumere nella antica triade: Dio, la Patria, l’Imperatore.

Quest’uomo generoso e un po’ donchisciottesco, coerente fino al sacrificio, un po’ anacronistico in tempi di società di massa, quando scoppiò la Prima guerra mondiale non venne richiamato in servizio, avendo superato i limiti di età; ma quando, nel maggio del 1915, l’Italia dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e la minaccia d’invasione si affacciò nei pressi della sua amata valle, non esitò ad arruolarsi come volontario, lui già cinquantenne, negli Schützen tirolesi, un corpo speciale di milizia territoriale creato nel lontano 1511, specializzato nella guerra di montagna e nella difesa delle valli alpine.

Non durò a lungo: visse ancora poco più di un mese. In teoria avrebbe dovuto limitarsi al servizio di ricognizione, segnalando gli spostamenti delle truppe italiane; in pratica, non seppe trattenersi dallo spingersi in prima linea, sotto il fuoco nemico, partecipando personalmente ad azioni dirette ed esponendosi, così, a gravi rischi. Di fatto, cadde in uno scontro fra pattuglie dei due eserciti, il 4 luglio 1915, sulle pendici del Monte Paterno (Paternkofel, 2.746 metri), che s’innalza vicino alle Tre Cime di Lavaredo, da lui tanto amate, mentre cercava, alla testa di pochi uomini, di rioccupare la cima, scacciandone gli Italiani. Solo con fatica, stante la posizione in cui era caduto il suo corpo, questi ultimi riuscirono, in un secondo momento, a recuperarlo e a dargli una degna sepoltura sulla cima del monte (tre anni dopo, nel 1918, la sua famiglia ne fece riesumare le spoglie e le fece tumulare nel cimitero di famiglia, a Sesto).

Ironia del destino, pare che ad ucciderlo, scagliandogli contro una grossa pietra, fosse un alpino italiano del battaglione Val Piave, di nome Pietro De Luca, nativo di Calalzo di Cadore: un figlio, cioè, di quelle stesse montagne, le Dolomiti, e di quelle stesse vallate, che la frontiera politica tagliava in due campi avversi, ma che, per tanti altri aspetti, geografici e antropici, rappresentano un elemento unitario, o – quanto meno – un elemento in cui le diversità si ricompongono in una sintesi superiore: quella della natura alpina e specificamente dolomitica. La scena della morte di Innerkofler, narrata da testimoni oculari, ha veramente qualche cosa di epico, come un duello fra eroi greci sotto le mura di Troia.

Eppure, quella morte contiene un giallo. Non si è proprio certi che ad uccidere Innerkofler sia stata la pietra scagliata da De Luca; altri sostengono che a uccidere la guida austriaca sia stato proprio il fuoco amico dei suoi commilitoni, i quali, dal basso, lo scambiarono per un Italiano e lo colpirono alle spalle: persino il figlio, che aveva seguito da lontano quell’ultima impresa, molti anni dopo ha manifestato, in una clamorosa intervista, tale convinzione.

Vale la pena di metter a confronto le due versioni, quella “ufficiale” e quella “eretica”, anche perché Sepp Innerkofler simboleggia, un po’, l’amore per la montagna spinto sino alla dedizione assoluta, ed è, nei Paesi di lingua tedesca, altrettanto famoso, o quasi, di quel Julius Kugy, austriaco nato a Trieste, grande innamorato del Monte Tricorno e delle Alpi Giulie, alpinista conosciuto e stimato in tutta Europa, che, nel 1915, fece esattamente la stessa scelta: quella di arruolarsi volontario in difesa della sua Patria, lui ancora più anziano – era nato nel 1858 e aveva, quindi, cinquantasei anni -, anche se, più fortunato del collega, non morì in guerra ma fece ritorno a casa, spegnendosi, all’età di ottantacinque anni, nel 1944, nella sua Trieste (abbiamo narrato questa vicenda nell’articolo «Ricordo di Julius Kugy, alpinista-poeta delle Alpi Giulie», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 27/11/2007).

Ecco la descrizione di Angelo Loschi, un alpino della val Piane, attendente della sanità, colui che materialmente recuperò il corpo del caduto (in: Giacomo Pinna e Renato Zanolli, «Dolomiti in guerra», Vittorio Veneto, Dario De Bastiani Editore, 2013, pp. 42-3):

«Nella notte sul 4 luglio Sepp e la sua pattuglia scalarono la difficile cresta nord-ovest…

Nessuna pietra cadde, nessun rumore giunse ai compagni, che giù sotto, col cuore stretto dall’angoscia, cercavano di seguire con gli occhi il progredire di questa impresa temeraria

Quando spuntò l’alba del 4 luglio le batterie austriache concentrarono il loro fuoco sulla cima del Paterno  e le sventagliate delle mitragliatrici si sgranarono nella scia delle granate..

I primi raggi dl sole dovevano illuminare un Paterno ritornato austriaco… I minuti passarono; una bandiera gialla sventolò… Ad un tratto cannoni e mitragliatrici tacquero: un silenzio mortale incombette nuovamente sule montagne. Migliaia di occhi, nemici ed amici, erano fissi, da ogni passo, da ogni selletta… Una figura oscura si staccò dalle rocce ergendosi sulla cresta, con passo tranquillo  e pacato da alpinista… Con largo gesto egli buttò una bomba a mano dietro il muretto del piccolo posto italiano. Poi una seconda e una terza.  Nessuno schianto scosse l’aria…

Ad un tratto un’altra figura si stagliò contro il cielo al di sopra del muricciolo, una figura grande e forte… Afferrò con ambe le mani un masso e, alzatolo con grande possanza sopra la propria testa lo scagliò  travolgendo il nemico nell’abisso.

Così terminò questo duello potente come il simbolo dell’eterna lotta uomo contro uomo fin dai tempi preistorici, e lampeggiò nella guerra moderna il pieno XX secolo.. Così cadde Innerkofler: uno dei più grandi eroi la cui massima era Dio Imperatore e Patria.

La cima del Paterno rimase italiana.

I soldati italiani issarono, con indicibili sforzi, il cadavere del loro gran nemico fin sulla vetta del Paterno strappandolo per mezzo di corde alle pareti rocciose a cui era rimasto impigliato. Sulla cima stessa a forza di mine gli Italiani scavarono un loculo: e vi seppellirono Sepp Innerkofler…»

Come abbiamo accennato, vi è un’altra versione che circola sulla morte della guida austriaca, ed è una versione che trova la sua fonte autorevole proprio nel figlio di lui, Josef; il quale, quella notte, aveva abbracciato per l’ultima volta suo padre, alla cui pattuglia non poté aggregarsi all’ultimo minuto, e non sapendo che mai più l’avrebbe rivisto da vivo. Ecco quanto egli dichiarò esattamente sessant’anni dopo i fatti, nel 1975 (op. cit., p. 43):

«Sulla morte del grande alpinista di Sesto Pusteria vi sono due versioni contrastanti che, nel corso del tempo, non hanno sciolto il mistero: colpito dal sasso lanciato  dal Regio alpino De Luca o da una pallottola  del fuoco amico? Sepp lo videro cadere all’indietro e precipitare da una piccola cengia dove si trovava, dopo aver lanciato le tre bombe nella postazione italiana. Sostenitori della teoria che cadde per mano italiana sono l’ufficiale austro-ungarico Viktor Schemfil storico militare  e Karl Springenschmid che scrisse la biografia di Sepp Innerkofler.  Prove convincenti e definitive non ve ne sono, né da una parte né dall’altra degli uomini che appartenevano agli eserciti  belligeranti, italiano, austro-ungarico e tedesco.

Completamente differente il parere di Josef, figlio più giovane  di Sepp, arruolato nell’esercito austro-ungarico  anch’egli in veste di guida alpina che, quella mattina, doveva prender pare alla missione con il padre. Seguì la salita del padre Sepp in tutte le fasi. Nel novembre 1975 Josef Innerkofler rilasciò un’0intervista alla rivista sudtirolese  “Schlern” in cui sostenne che, sulla vetta del monte Paterno, gli italiani al tempo non avevano ancora costruito muretti difensivi, quindi gli alpini erano riparati e nascosti dietro una naturale cresta.  Improvvisamente, sostenne nell’intervista Josef Innerkofler, dalla posizione di osservazione sottostante dove si trovava sull’Innrichriedel, partì da una mitragliatrice una raffica verso la vetta de

del Monte Paterno, perché probabilmente gli uomini della postazione scambiarono erroneamente Sepp per un soldato italiano. Immediatamente dopo gli spari il figlio Josef vide il padre Sepp  cadere riverso. Nell’intervista, Josef Innerkofler  asserì che a fine guerra quando la salma di Sepp  venne traslata nella tomba di famiglia, osservò due piccoli fori di proiettile sul teschio del padre.

Interviste, affermazioni e testimonianze raccolte a  fine guerra, e negli anni successivi, dai soldati austro-ungarici che parteciparono alla Grande Guerra sul fronte del Monte Paterno, e da testimoni diretti dell’evento sono contrastanti. Forse non si saprà mai come si svolse il tragico evento.  Però l’affermazione di Josef Innerkofler… Mah!»

Un giallo, dunque, probabilmente destinato a non essere mai più sciolto.

Molto è stato scritto sulla guerra nelle Dolomiti, sia da parte austriaca che da parte italiana; una guerra durissima, combattuta ad altezze vertiginose, affrontando e superando difficoltà logistiche quasi insormontabili, come il trasporto dei pezzi d’artiglieria ad alta quota, e sopportando condizioni ambientali e climatiche proibitive, con temperature invernali che di notte, scendevano anche a quaranta gradi sotto zero. Una guerra che fu resa ancor più dura dalla stupidità e dalla incredibile arretratezza concettuale degli strateghi di entrambe le parti – ma specialmente di quelli italiani -, fermi ancora alla concezione ottocentesca, sorpassata e dispendiosissima, dell’attacco frontale di cima in cima, mentre a Caporetto, il 24 ottobre 1917, si sarebbe visto come tutta la guerra alpina avrebbe potuto essere diversa se fosse impostata diversamente: vale a dire mirando a prendere d’infilata i fondovalle e aggirando, semplicemente, le cime più minute, trascurando le loro fortificazioni e puntando a tagliarle fuori, insieme all’artiglieria pesante: puntando così sulla rapidità, sulla sorpresa, mirando alla pianura per la via meno dispendiosa e più facilmente accessibile.

La guerra fra i soldati degli opposti eserciti fu, per molti aspetti, una guerra “sui generis”: si trattava di truppe specializzate dall’una e dall’altra parte, truppe arruolate nelle valli di montagna o non troppo lontano da esse; soldati sobri, coraggiosi, abituati a vivere, a lavorare ed a muoversi nel duro ambiente alpino, e ai quali la relativa vicinanza delle loro case infondeva un particolare senso di identità e la coscienza una missione vitale da svolgere. Non mancavano i pregiudizi reciproci, specie da parte austriaca (i Tedeschi chiamavano “Welscher” gli Italiani, parola che, in origine, non aveva un particolare significato dispregiativo, indicante quanti parlano una lingua romanza, ma che venne acquistandolo, via via che il nazionalismo austro-tedesco si accentuava, di pari passo con quello italiano, nel corso del XIX secolo); però, nel complesso, gli alpini italiani stimavano e rispettavano i loro “colleghi” austriaci, e viceversa.

Se fu il fuoco delle mitragliatrici austriache a recidere la vita di Sepp Innerkofler, non sarebbe certo il primo ed unico caso di militari uccisi dal fuoco amico; si pensi solo, per venire ad episodi più recenti, a Italo balbo, abbattuto con il suo apparecchio dalle batterie contraeree italiane in Libia, nel cielo di Tobruch, il 28 giugno 1940; oppure si pensi all’agente segreto italiano Nicola Calpiari, ucciso il 4 marzo 2005, all’aeroporto di Baghdad, dal fuoco di militari statunitensi, mentre riaccompagnava la giornalista Giuliana Sgrena, appena liberata dalle mani degli jiadisti islamici…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Settembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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