martedì, 21 Settembre 2021
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Dietro la fine dell’Austria e le premesse di un’altra guerra mondiale, il cattivo genio di T. Masaryk

Dietro la fine dell’Impero austro-ungarico e le premesse di un’altra guerra mondiale il cattivo genio di T. Masaryk. Le vicende degli ultimi 90 anni hanno mostrato che ci fu poca saggezza nel procedere al suo smembramento di Francesco Lamendola  

Le vicende degli ultimi novant’anni hanno mostrato ad usura che ci fu poca saggezza nella decisione, presa alla Conferenza di Versailles del 1919, di procedere al totale smembramento dell’Impero austro-ungarico, il quale, bene o male, aveva assicurato alcuni secoli di relativa stabilità e prosperità in una regione molto inquieta dell’Europa, abitata da una decina di piccoli popoli notevolmente mescolati fra loro e, per la maggior parte, privi di salde tradizioni nazionali, ma bisognosi di coesistere all’interno di un’area economica che li abbracciasse tutti e ne armonizzasse le diverse e talvolta conflittuali esigenze.

Oggi noi sappiamo, grazie alle ricerche e agli studi di storici come François Feitö, che potenti forze radicali, massoniche, anticlericali, agivano nell’ombra, in Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, per giungere alla distruzione completa dell’ultimo grande Stato d’Europa fondato sul principio dinastico e sul clericalismo, che esse vedevano come il fumo negli occhi e cui avevano giurato eterna inimicizia, anche per ragioni di lotta politica interna ai propri rispettivi Paesi; forze cui non erano estranei facoltosi e influenti circoli finanziari ebraici.

L’Austria-Ungheria, inoltre, appariva loro come un intollerabile anacronismo, sia sotto il profilo del principio di nazionalità il quale, con la proclamazione dei «Quattordici punti» wilsoniani, era  assurto quasi alla dignità di un dogma religioso; sia sotto il profilo del nuovo Vangelo democratico predicato dalle potenze dell’Intesa, per motivi propagandistici (e ignorando bellamente la loro innaturale alleanza con l’autocrazia zarista), poiché la monarchia asburgica si proclamava pur sempre tale per diritto divino e non per volontà popolare.

Resta da vedere se, in un simile contesto storico, politico e culturale, il ruolo svolto da uomini come Tomáš G. Masaryk ed Edvard Beneš – i padri fondatori della Cecoslovacchia – fu quello di protagonisti della distruzione della monarchia danubiana, riuscendo a influenzare in maniera decisiva i Tre Grandi (Wilson, Lloyd George e Clemenceau) e soprattutto alcuni loro influenti consiglieri politici; o non piuttosto quello di utili truppe d’assalto, manovrate in realtà da quelle forze massoniche, radicali ed ebraiche della quali si è detto.

Certo, è estremamente difficile dire chi si servì di chi, in quella confusa e multiforme congiuntura storica, tra la seconda metà del 1918 e i primi mesi del 1919, quando antichi Imperi cadevano a pezzi e nuovi Stati sorgevano come d’incanto dalla carta geografica, ciascuno dei quali carico di ambizioni e di rivalità nei confronti dei propri vicini . Comunque, il fatto è quello; e due geni della propaganda, come Masaryk e Beneš, vi svolsero un ruolo assolutamente centrale, riuscendo a conquistarsi la fiducia e la simpatia di alcune eminenze grigie nelle capitali alleate, tramite le quali furono in grado di influenzare in modo significativo l’atteggiamento di Wilson, Lloyd George e Clemenceau e, in una certa misura, anche di Orlando (il quarto «Grande»).

Ecco come si esprime, a proposito del ruolo svolto da Masaryk, il già ricordato storico François Feitö, autore della fondamentale ricostruzione «Requiem per un impero defunto» (titolo originale: «Requiem pour un empire défunt», 1988; traduzione italiana di Olga Visentini, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1990, 1996, pp. 371-73, 378-79):

«Nessuno prima di Masaryk, assistito da Beneš, eccetto Willy Münzenberg, grande agente della propaganda del Komintern, ebbe un simile dono di persuadere, di mobilitare in favore dei propri progetti il meglio dell’intellighenzia progressista e antigermanica europea. Egli frequentò Paderewski, il grande scultore dalmata Ivan Mestrovic, il pittore François Kupka,. Il fatto di aver difeso, in un famoso processo del 1899, un ebreo di nome Hilsner,  accusato di aver perpetrato un assassinio rituale (fu l’affare Dreyfuys dell’Austria), attirò su di lui la simpatia degli ambienti ebrei. I suoi amici inglesi gli avevano procurato rapidamente un posto assai ben remunerato  al King’s College. Seton-Watson lo aveva presentato a Lord Robert Cecil, che a sua volta lo presentò al capo liberale e primo ministro Asquith. La stampa britannica gli era ampiamente favorevole, e il prestigioso “Edinburgh Review” pubblicò, il 15 ottobre 1915, il suo programma di trasformazione radicale dell’Austria-Ungheria (prudentemente Masaryk ancora si asteneva dal parlare di distruzione)  grazie all’unificazione degli slavi del sud. Evocava una Boemia “indipendente o, quantomeno, autonoma”.  Seppe guadagnare alla sua causa i rappresentanti ufficiali serbi e romeni. In questa strada trascinò così lontano il “Times” che, per qualche tempo, tra il 1914 e il 1915, il Foreign Office, che desiderava riservarsi libertà di scelta,  ruppe con il prestigioso giornale. Masaryk riuscì a stabilire un contatto permanente con sir George  Russell Clerk, del Foreign Office, con sir Maurice de Bunsen, ex ambasciatore in Austria, con Philp Kerr, segretario di Lloyd George, con parlamentari influenti come sir Samuel Hoare, sir Fred White, amico di Seton-Watson e James Buchanan, ex segretario di Lord Milner. La sua abilità di manipolatore è dimostrata dal fatto che, mentre Lloyd George considerava “belle promesse imprudenti” quelle rilasciate al governo serbo a  danno dell’Austria, Masaryk aveva convinto Sonnino della simpatia nutrita dall’uomo di stato inglese per la causa jugoslava. L’azione di Steed e di Setion-Watsion, ispirata da Masaryk, si rivelò sovente di gran lunga più efficace di quella dei diplomatici tradizionali.

È evidente che gli argomenti di Masaryk avevano il vantaggio di adulare tanto una certa megalomania dei nazionalisti francesi – che egli riteneva capaci, in caso di smembramento dell’Austria-Ungheria, di proteggere gli stati che sarebbero successi alla doppia monarchia contro il pericolo  della rinascita de poteri russi e tedeschi, che si supponeva messi “knock-out” per un bel pezzo – quanto le simpatie massoniche per la causa della liberazione dei popoli oppressi. In rapporto all’intelligenza politica di Masaryk, che univa fraseologia umanistica e pratica machiavellica, quelle dei capi massonici  e dei diplomatici con i quali egli aveva a che fare apparivano come la collina di Montmartre a paragone delle vette del’Himalaia.

Brillante filosofo, Masaryk mascherava con abilità consumata dietro una facciata da filantropo  il suo nazionalismo, divenuto una vera e propria ossessione. Il suo compagno Beneš, formato alla Sorbona, possedeva un’intelligenza assai limitata, razionale, asciutta, ma possedeva, anche più di Masaryk, il genio dell’intrigo diplomatico, dei contatti umani, dell’organizzazione. Era un uomo di mondo, un mondo che egli aveva conosciuto da giovane,  avendo fin dai vent’anni vistato Parigi, Londra e Berlino. (…)

Nel corso di uno dei suoi giri per l’America, Masaryk fu utilmente assistito dalla moglie, nata Garrigue, discendente di una famiglia ugonotta stabilitasi negli Stati Uniti. Fu presentato a Roosevelt, venne ascoltato dal Congresso. Anche qui la sua missione venne ostacolata dalla lunga  neutralità degli Stati Uniti e dal gran numero di immigrati tedeschi, ungheresi, croati, slovacchi ungarofili, e così pure dai cattolici favorevoli all’Austria. Non fu un affare da poco mobilitare contro queste influenze quelle dei propri amici massoni e protestanti. Se pure Wilson, nel suo messaggio del 21 dicembre 1916, si era dichiarato favorevole al “diritto dei popoli al’autonomia”, tuttavia, nella sua famosa dichiarazione del 18 gennaio 1918, egli non si impegnerà oltre sulla via tracciata dagli amici di Masaryk e di Beneš. A riguardo io comportamento di Wilson fu in totale armonia con quello di Llyd George, che, resistendo anch’egli alla pressione degli amici di Masaryk, il 4 dicembre 1917, aveva dichiarato: “Non aspiriamo a indebolire o trasformare la monarchia austro-ungarica, ma soltanto a liberarla dall’influenza tedesca.

Gli stessi autonomisti della Boemia erano contrari all’azione di Masaryk: i deputati cechi al Reichsrat e il comitato nazionale di Praga avevano proclamato (in verità in termini abbastanza ambigui) il proprio attaccamento alla monarchia e, riconoscenti a Carlo per aver fatto liberare il loro collega Kramar, severamente giudicato per un articolo giudicato eccessivamente favorevole agli alleati, avevano assistito alla sua incoronazione a Budapest. I cechi all’interno si erano anch’essi felicitati con il generale slavo Boroevic per i suoi successi sul fronte italiano. Ma, dopo il rifiuto da parte degli Alleati delle aperture di Carlo e dopo l’affare Czernin-Clemenceau, il cielo si rischiarò, i lunghi sforzi di Masaryk e di Beneš cominciarono a dare i loro frutti, , con gran soddisfazione dei loro amici francesi, come Sebastien Faure, che esclamò: “La vittoria austro-tedesca sarebbe stata il trionfo della barbarie, del dispotismo, dell’iniquità, la disfatta della civiltà, della giustizia e del diritto.”»

Dunque, contrariamente a quanto la Vulgata storica oggi diffusa vorrebbe far credere, la decisione di distruggere l’Austria-Ungheria e di far nascere, al suo posto, una serie di piccoli Stati successori basati sull’idea nazionalista (ma ben decisi a inglobare e sottomettere, al proprio interne, le maggiori quote possibili di minoranze nazionali), non scaturì affatto da una sorta di irresistibile forza della natura, ma fu in gran parte il risultato del lavorio sotterraneo di alcuni abilissimi propagandisti slavi, autonominatisi patrocinatori delle proprie cause nazionali – Masaryk, Beneš, Trumbic, Supilo – e di un piccolo numero di loro amici occidentali – Seton-Watson, Ernest Denis, Louis Léger – i quali trovarono il modo di insinuarsi nei corridoi dei Ministeri degli Esteri e dei governi di Londra, Washington, Parigi e Roma, e di attrarre a sé forze potenti della stampa, della finanza, degli affari, oltre che una serie di logge massoniche.

Essi riuscirono, fra il 1917 e il 1918, a capovolgere la posizione ufficiale delle potenze dell’Intesa, la quale non aveva mai contemplato la dissoluzione dell’Austria-Ungheria, ma solo la sua separazione politico-militare dalla Germania; e, fra essi, un ruolo di primissimo piano, addirittura decisivo, fu il ruolo svolto da Tomáš G. Masaryk.

Come filosofo, la sua era una posizione banalmente positivista e scientista; come attivista politico, egli fu estremamente abile nel dissimulare il suo odio feroce contro la monarchia asburgica dietro il paravento di un democraticismo fatto su misura sull’idea wilsoninana dell’autodeterminazione dei popoli. In realtà, egli era animato, come massone di alto grado e come uomo, da un furibondo, viscerale anticlericalismo, che lo portava a vedere nella distruzione dell’Austria una fattore decisivo nella battaglia di civiltà che, secondo lui, si stava combattendo allora in Europa; e, per ottenere la benevolenza di Wilson e degli altri capi dell’Intesa, non esitò a mettere a disposizione della causa antibolscevica i legionari cecoslovacchi (ex prigionieri di guerra dell’esercito austriaco) che, dalla Russia europea, nella primavera-estate del 1918 stavano muovendo alla volta di Vladisvostok lungo la ferrovia transiberiana.

Il suo machiavellismo lo spinse a riconoscere, con l’accordo di Pittsburgh, che avrebbe riconosciuto  agli Slovacchi ampie autonomie nel quadro di uno stato cecoslovacco unitario; ma tale promessa venne fatta agli Slovacchi emigrati negli Stati Uniti d’America, mentre nulla fu chiesto al popolo slovacco che, in patria, mai, nel corso della sua storia, era stato legato alla Boemia in una qualsiasi forma di unione politica. Masaryk, del resto, era ben convinto della superiorità morale e civile dei Cechi rispetto agli Slovacchi; e, infatti, nello Stato sorto dopo il crollo della monarchia asburgica, furono i primi ad assicurarsi il controllo di tutte le maggiori istituzioni politiche. Ciò avrebbe dato origine al movimento indipendentista slovacco, guidato inizialmente da monsignor Hlinka, che, nel 1939 – sotto la guida del successore di quegli, monsignor Tiso – svolgerà un ruolo centrale nella dissoluzione dello Stato cecoslovacco.

Il segreto del successo dell’azione diplomatica di Masaryk risiede essenzialmente nell’aver compreso, nel 1917, che la carta vincente era quella di presentare la futura Cecoslovacchia come un modello di democrazia – formula magica che apriva tutte le porte dell’Intesa, e specialmente quelle del presidente Wilson -, presentando invece l’Impero austro-ungarico come la roccaforte dell’assolutismo e del clericalismo. La Massoneria e alcune potenti “lobbies” ebraiche si incaricarono di fare il resto.

Un buon esempio dell’astuzia e della fondamentale disonestà intellettuale con le quali Masaryk presentò ai suoi benevoli ascoltatori occidentali le proprie tesi, è riassunto in questa pagina di prosa risalente al 1918 – con la guerra ancora in corso -, che fa parte del suo libro «La nuova Europa» (titolo originale: «Nová Evropa Sytanovisko slovanské»; traduzione italiana di Filadelfo Giuliano e Francesco Leoncini, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1997, pp. 89-96):

«L’Austria-Ungheria, costituita principalmente dell’area di parte delle piccole nazioni e composta da nove nazioni, è uno stato del tutto artificiale; come una volta ha detto uno dei leader dei tedeschi d’ Austria (von Plener), è uno stato formato da nazioni molto gradi e culturalmente sviluppate dominate dalla dinastia e da una minoranza tedesco-magiara. Se il principio del diritto dei popoli all’autodeterminazione è davvero riconosciuto, l’Austria-Ungheria è politicamente e moralmente condannata: dalla fine del XVIII secolo, tutte le nazioni dell’Austria-Ungheria hanno lottato per ottenere la libertà e l’indipendenza, l’Austria è una terra di conflitti e di lotte nazionali.

L’Austria è una sopravvivenza del Medioevo. Contro la moderna democrazia e la nazionalità, l’Austria rappresenta il vecchio stato dinastico: il primo ministro austriaco, il dottor Seidler, ha negato recentemente il diritto dei popoli all’autodeterminazione, non facendo altro che ripetere ciò che i vescovi austriaci avevano detto prima di lui nel 1848 e che è sempre stato messo in pratica a Vienna. Naturalmente la dinastia si appoggiava »sulle due nazionalità più forti (i magiari e i tedeschi) e metteva una nazione contro l’altra (“divide et impera”). Alle sue nazioni, l’Austria contrappone la dinastia di diritto divino e l’esercito; alla democrazia oppone la sua aristocrazia, un’aristocrazia particolarmente  egoista ed ottusa, una sorta di compagnia di sfruttamento delle Indie orientali.

Gli Asburgo non per nulla sono stati imperatori tedeschi per secoli _ hanno fatto propria l’idea dell’impero medievale e la portano avanti, sebbene abbiano abbandonato formalmente la corona imperiale tedesca; sono stati devoti servitori della chiesa, usando la religione per i loro interessi dinastici. Gli Asburgo hanno realizzato la Controriforma con l’aiuto dei dragoni e dei gesuiti; “Geistesmörder” [assassini dello spirito] è il nome dato da uno dei maggiori scrittori austriaci (di lingua tedesca) ai regimi di Metternich e di Bach. Lo stesso papa ha recentemente ammesso che lavora per la conservazione dell’ultimo grande stato cattolico. La pratica del clericalismo guida l’imperialismo austriaco, che si è rivolto contro la chiesa ortodossa in Russia e nei Balcani.

Politicamente il regime di Francesco Giuseppe era fondato su quest’imperialismo clericale; Francesco Ferdinando con la sua “Gross-Österreich” si distingueva soltanto per la tattica, che i suoi seguaci hanno definito come “ferma volontà”. (…)

Dopo la guerra del 1866, Mazzini intuì che il crollo della Turchia avrebbe logicamente portato al crollo dell’Austria. Queste due anomalie politiche sono nate e crolleranno insieme. (…)

L’Austria è, in tutta la sua essenza, la sua storia, la sua geografia, la sua realtà etnica, la negazione stessa dello stato moderno e della nazionalità; in effetti, fin dalla sua fondazione, non ha avuto ragione di esistere che come Marca tedesca al servizio dell’Impero; ancora oggi è una semplice appendice della Germania; la sua teocrazia dinastica medievale è la negazione della nazionalità e alcuni pangermanisti hanno condannato giustamente la mancanza di carattere di Vienna e l’assenza d’energia nazionale (per esempio ultimamente Müller).

Il conte Czernin ha messo in risalto di recente la forza e la particolare vitalità dell’Austria. Noi abbiamo già dimostrato che questo paese non è una federazione naturale di nazioni, ma esiste grazie al gesuitismo, alla politica del “ferro e del sangue”; lo stesso papa, amico dell’Austria, ha definito l’imperatore deceduto “un sovrano sanguinario” a causa del terrore esercitato nel corso della guerra. La condanna dell’Austria da parte di Gladstone è pienamente giustificata. Proprio in questa guerra l’Austria non ha offerto nessuna prova della sua vitalità: è stata battuta due volte dalla Russia, è stata sconfitta anche dalla piccola e disprezzata Serbia, solamente la Germania l’ha salvata dal crollo; la guerra ha mostrato la totale incapacità, la completa degenerazione della classe aristocratica che la guida e le stesse caratteristiche sono visibili nella sessione attuale del parlamento. In un momento così terribile e decisivo, il nuovo imperatore e i suoi consiglieri non riescono a pronunciare una sola parola virile, solo frasi comuni e la loro sciocca e abituale furberia. L’imperatore Carlo è già ora soggetto, anche con l’imperatrice, all’influenza dei clericali; è senza esperienza, senza idee politiche, mal disposto verso la politica moderna, governa naturalmente appoggiandosi sull’unica e superata idea della sua dinastia. Nell’affare della lettera al principe Sisto, ha fatto vedere, ancora una volta, l’essenza della politica austriaca: la menzogna.

L’effettivo stato delle cose si è manifestato durante la guerra. I cecoslovacchi, gli jugoslavi, gli italiani, i romeni, presto anche gli ucraini e i polacchi, si sono ribellati e si sono messi contro l’Austria – 60.000 esecuzioni e l’aiuto della Germania mantengono momentaneamente a galla gli Asburgo. Anche i magiari sono contro l’Austria e, fra i tedeschi, i pangermanisti sono stati i primi a chiedere l’annessione dell’Austria alla Germania. Se questi pangermanisti si sono riconciliati con l’Austria nel corso della guerra, l’hanno fatto perché essa interpreta servilmente il ruolo impostole da Bismarck e Lagarde, come ha detto chiaramente uno dei loro leader (il deputato Iro).

L’Europa e l’America devono scegliere tra una dinastia degenerata e la libertà di nuove nazioni, giacché anche i magiari e i tedeschi mostreranno una moralità politica più alta se saranno costretti a rinunciare alo sfruttamento delle altre nazioni e a prestare aiuto ad una dinastia reazionaria.

L’Austria è già in crisi da lungo tempo: un po’ alla volta è stata obbligata a restituire parti periferiche del suo territorio le province svizzere, belghe, italiane); la Prussia l’ha esclusa dalla Germania e all’interno la disgregazione è cominciata con il dualismo. Lo smembramento dell’Austria è un processo storico naturale e necessario.

Alcuni politici pangermanisti austriaci hanno pensato ad un rafforzamento dell’Austria mediante un suo ridimensionamento territoriale. Con l’abbandono del Trentino all’Italia, con la cessione, se necessaria, della Bucovina e forse di una parte o di tutta la Galizia, secondo loro, l’Austria non si indebolirebbe; cesserebbe così di essere nemica dell’Italia, la Galizia rimarrebbe sotto l’influenza austriaca o tedesca e per i territori ceduti si troverebbe una compensazione nei Balcani e in Russia. L’indipendenza della piccola Serbia indebolita non impedirebbe, nel tempo, il piano di unire gli jugoslavi sotto la tutela dell’Austria e, di conseguenza, di occupare i Balcani.

Questi piani sono esclusivamente pangermanisti. I pangermanisti (lo stesso Schönerer) hanno da lungo tempo chiesto al parlamento di Vienna il distacco della Dalmazia e della Galizia per assicurare in esso ai tedeschi una maggioranza da opporre ai cechi, poiché questi ultimi sono il più grande e il più forte ostacolo ai piani pangermanisti.

Molti ritengono che l’Austria sia stata spinta in guerra  dalla Germania contro la propria volontà e che dopo la guerra sarà contro di essa. Questa è una deformazione della storia: dal suo inizio l’Austria ha servito di buon grado l’ideale tedesco; i pubblicisti tedeschi d’Austria (per esempio il già citato Müller) lo comprendono bene – un po’ di libertà agli slavi non sarà d’ostacolo all’idea di  germanizzazione. La germanizzazione sarà possibile anche mediante la lingua slava. La rivalità tra Prussia e Austria, come abbiamo già visto, ha di fatto rafforzato l’ideale tedesco in entrambi i paesi, fino a che Bismarck non ha trovato la formula definitiva per organizzare l’aggressione pangermanista. Per giunta i magiari si sono sottomessi alla Germania, mani e piedi legati, come sovente dicono, non solo Tisza, ma anche Andrássy, Károlyi e tutti quanti. Vienna e Budapest non saranno più antitedesche. (…)

Alcuni filoaustriaci difendono l’Austria mostrando soprattutto a noi cechi che è grazie all’Austria che abbiamo raggiunto un alto grado di cultura ovunque ammirato. Noi abbiamo raggiunto questa cultura grazie alla nostra forza e alla nostra iniziativa; Vienna non ha mai aiutato né noi né altri  popoli, tutt’al più ha smesso di ostacolarci quando sono falliti i suoi intrighi e la sua tirannia. La Boemia già nel Medioevo era già uno dei paesi più civili. Dopo il disastro causato prevalentemente dalla Controriforma austriaca, la nazione ceca si è ripresa e, malgrado l’opposizione dell’Austria, ha conservato le sue tradizioni. E se recentemente Vienna non ha più ostacolato lo sviluppo economico dei territori cechi, ciò è avvenuto per ragioni finanziarie, la dinastia aveva bisogno di grosse somme di denaro per il mantenimento dell’esercito e della burocrazia, divenuta ultimamente il rifugio dell’aristocrazia., è per questo che permette che proprio il popolo ceco mantenga la macchina statale, che è prima di tutto al servizio della dinastia.

Alcuni filoaustriaci occidentali si servono ancora di questo argomento. Dicono che tutti in fondo combattiamo la Germania e il suo militarismo prussiano e che, di conseguenza, la Germania non può divenire più forte acquisendo il diritto ad annettersi le province tedesche dell’Austria. È un problema aritmetico: è più grande sette o cinquanta? Finora la Germania ha avuto sempre in suo potere tutta l’Austria (51 milioni di abitanti); smembrando l’Austria-Ungheria, essa avrà soltanto la parte tedesca, cioè sette o otto milioni d’abitanti (le minoranze tedesche dei paesi boemi, dell’Ungheria e delle altre regioni non andrebbero alla Germania). Dipende dagli Asburgo sapere se essi vorranno mantenere la loro indipendenza; verosimilmente seguiranno l’esempio degli imperatori bizantini: poter conservare il titolo d’imperatore, anche dopo la perdita dell’impero. Ciò non importerà a Berlino, al contrario, non dovrà più occuparsi di Vienna e del suo “panem et circenses” e non sarà più importunata dalle pretese di una capitale rivale. L’Austria è una grande parte, ma anche la parte debole del corpo della Germania. Senza l’Austria e le sue nazionalità non tedesche, la Germania sarà costretta a vivere affidandosi alle proprie forze, come fanno tutte le altre nazioni. Lo smembramento dell’Austria, vera realizzazione del dichiarato principio dell’autodeterminazione dei popoli, sarà la più grande ferita inferta alla Germania prussiana. Ciò dovrà essere ben chiaro per tutti, soprattutto dopo il declino politico e militare della Russia. Una Russia forte era, per tutte le nazioni occidentali, un efficace appoggio militare e politico; se non sarà smembrata l’Austria-Ungheria, la Russia, indebolita militarmente ed economicamente, cadrà completamente preda della Germania; con lo smembramento dell’Austria, la Russia avrà maggior sicurezza perché sarà privata del suo principale nemico e non avrà più frontiere comuni con la Germania.»

Il risultato delle manovre di corridoio di Masaryk e del suo amico Beneš fu, dunque, la dichiarazione di indipendenza cecoslovacca dell’8 ottobre 1918, giorno dell’anniversario della disfatta ceca nella battaglia della Montagna Bianca (1618), episodio iniziale della Guerra dei Trent’Anni.

Fino all’ultimo, peraltro, Masaryk e i suoi amici avevano vissuto nel timore che Wilson accettasse di negoziare un armistizio con l’imperatore Carlo d’Asburgo, sulla base dei «quattordici punti», cui il parlamento di Vienna era favorevole. Ma l’ostinata, irragionevole intransigenza di quello di Budapest, non ancora rassegnato alla perdita della supremazia magiare sulla Transleithania, fornì a Wilson e ai suoi consiglieri il pretesto di cui avevano bisogno: i «quattordici punti» furono dichiarati superati e l’«Austria delenda» di Masaryk trovò pratica attuazione da parte delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale.

Fu così che nacque la nuova Repubblica cecoslovacca. Uno Stato che, in piccolo, riproduceva tutti i difetti del sistema asburgico che aveva voluto eliminare, ma senza possedere la sua tradizione, la sua autorevolezza, il suo prestigio. Ne facevano parte oltre 3 milioni di Tedeschi, 700.000 Ungheresi, 550.000 Ruteni, oltre a gruppi meno consistenti di Polacchi e di Zingari. A nessuna di queste minoranze fu domandato che cosa ne pensassero della loro unione forzata allo Stato cecoslovacco; e, quanto agli Slovacchi, essi – come si è detto – ebbero modo ben presto di pentirsi di aver aderito all’unione con i Cechi.

Le convulsioni di questo Stato, nel 1938-39, saranno uno dei fattori più importanti  nell’affrettare lo scoppio della seconda guerra mondiale.

Si dice che il tempo sia lento, ma galantuomo.

Gli eventi del 1993, con la fine di quello Stato artificiale, si sono incaricati di mostrare quanto poco fondate fossero state le ragioni della sua nascita e quanto, invece, lo sarebbero state quelle di una sopravvivenza della monarchia austro-ungarica, collaudato fattore di stabilità, di pace e di integrazione economica nell’area carpatico- danubiana.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 07 Agosto 2015

Del 20 Ottobre 2020

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