sabato, 18 Settembre 2021
HomeCULTURALetteraturaLa storiografia crociana vorrebbe essere decente, ma è soltanto arrogante

La storiografia crociana vorrebbe essere decente, ma è soltanto arrogante

Croce osannato e riverito? La storiografia crociana vorrebbe essere decente ma è soltanto arrogante. Un giorno, forse, sarà possibile fare l’inventario dei danni apocalittici che Benedetto Croce ha inferto alla cultura italiana di Francesco Lamendola 

Un giorno, forse, sarà possibile fare l’inventario dei danni apocalittici che Benedetto Croce ha inferto alla cultura italiana; e allora, finalmente, apparirà non solo la modestia speculativa e storiografica del personaggio, troppo a lungo osannato e riverito come uno dei maggiori filosofi del ventesimo secolo, ma anche il bassissimo livello etico e professionale degli innumerevoli “crociani” che hanno svolazzato intorno al venerato Maestro, che gli hanno baciato la sacra pantofola, che ne hanno rivendicato con fierezza l’eredità e il lascito morale, e che, nel frattempo, il che non guasta, si sono impossessati delle principali cattedre universitarie, degli istituti di ricerca, delle case editrici, delle riviste prestigiose, e ogni altro spazio, reale e virtuale, immaginabile e inimmaginabile, di potere culturale esistente in Italia.

Danni più grandi del’idealismo crociamo, ne ha fatti solo la cultura marxista; ma bisogna tener presente che il marxismo è una filiazione dell’idealismo (hegeliano), così come il comunismo è una filiazione del liberalismo; per cui bisogna mettere sul conto di don Benedetto non soltanto i danni che lui personalmente ha provocato, anche sul piano del nepotismo culturale e del sultanismo intellettuale, ma anche quelli che hanno causato i suoi legittimi nipoti ideologici, i mille e mille professorini marxisti, i quali hanno affollato (e ammorbato) l’aria, nei decenni fra il 1945 e il 1990 circa; Gramsci e il gramscismo, per esempio, vanno addebitati legittimamente sul conto di don Benedetto, perché ogni maestro ha, in definitiva, i discepoli che si merita (proprio come Ernesto Buonaiuti ebbe Ambrogio Donini).

Prendiamo il caso di Carlo Dionisotti, noto filologo e saggista torinese (1908-1998), il più “inglese” dei nostri critici letterari (fece in Gran Bretagna buona parte della sua carriera universitaria), e della sua forse troppo celebrata raccolta di saggi Geografia e storia della letteratura italiana, del 1967, pubblicata con quella casa editrice Einaudi, con la quale aveva sempre avuto un rapporto privilegiato, prima e dopo la partenza per Oxford e Londra, anche se, poi, se ne era parzialmente distaccato per l’impronta troppo decisamente marxista dei suoi compagni di allora, Carlo Salinari e Carlo Muscetta. In essa, egli se la prende con la tendenza storiografica “unitaria” circa lo sviluppo della letteratura italiana, il cui padre nobile è stato Francesco De Sanctis, per affermare invece, sulla scia di Benedetto Croce, che non vi è stata una linea di sviluppo della letteratura italiana, e della stessa storia italiana, verso l’unità nazionale, ma vi sono state numerose linee di sviluppo, basate sulle tradizioni locali e municipali, e che la tendenza verso l’unità è stata tutt’altro che lineare, poiché ad essa si sono accompagnate resistenze e “riflussi” continui in direzione opposta.

Al di là del merito della specifica questione storico-letteraria (che qui non c’interessa), quel che colpisce, fin dalle prime righe del saggio omonimo, che dà il titolo all’intera raccolta, è il tono moralistico, apodittico, arrogante, con il quale l’Autore si pone nei confronti della questione e soprattutto nei confronti dei sostenitori di interpretazioni storiografiche diverse dalla sua: tono in cui ben si riconosce la superbia intellettuale del Croce e del crocianesimo, e in cui si riflettono, come in uno specchio, la boria e la saccenteria tipiche del neomarxismo di matrice gramsciana e del semi-marxismo di matrice gobettiana, entrambi poi santificati dal mito dell’antifascismo e, pertanto, passati integralmente, se possibile con un sovrappiù di supponenza e di derisione degli “altri”, nello pseudo-marxismo trionfante e velleitario degli anni Sessanta e Settanta, così bene individuato da Vittoria Ronchey nel romanzo Figlioli miei, marxisti immaginari, del 1975.

Vale la pena di riportare quelle prime righe, affinché il lettore onesto e spassionato possa farsene un’idea personale (da: Carlo Dionisotti, Geografia e storia della letteratura italiana, Torino, Einaudi, 1967, pp. 25-26; saggio, peraltro, apparso molti anni prima su Italian Studies, vol. VI, Cambridge, 1951, p. 70):

Poco prima dell’ultima guerra tornò in discussione fra studiosi italiani il quesito se e fino a quel segno la storia d’Italia potesse dirsi unitaria. In take occasione Benedetto Croce pubblicò nei “Proceedings of the British Academy” un saggio in cui ribadiva la tesi, coerente al suo pensiero, ma splendidamente ardita in quella sede e a quella data (1936), che di una storia d’Italia anteriore al processo unitario del Risorgimento non fosse il caso di parlare, risolvendosi essa nella varia storia delle singole unità politiche, regionali o municipali o altramente [sic] costituite, in cui l’Italia per secoli era stata divisa.

La tesi del Croce si abbatteva sul tentativo che la storiografia e pubblicistica cortigiana veniva [sic; venivano] allora facendo di ritrovare patenti di nobiltà romana e di ascendenze cesaree al nazionalismo imperialistico e di lì a poco razzistico che si era affermato in Italia al potere. Ma essa anche e principalmente mirava a un più decente obiettivo: si opponeva cioè alla tesi, sostenuta pur da studiosi competenti e disinteressati, che sotto la diversità innegabile, e divergenza a volte, degli eventi politici verificatisi in Italia durante il Medioevo e l’Età moderna, fosse tuttavia riconoscibile la linea maestra  di una tradizione e insieme di un’aspirazione unitaria, di un’unità civile volta a volta e progressivamente fondata sulla comunità dei costumi, degli interessi economici, delle istituzioni giuridiche, del linguaggio, delle lettere, delle arti, tale insomma che senza di essa inesplicabile sarebbe  rimasta l’unificazione politica finalmente attuata dal Risorgimento…

Apprendiamo così, per prima cosa, che aver negato l’esistenza di una storia d’Italia sui Proceedings of the British Academy, e questo nel 1936, cioè quando la Gran Bretagna minacciava di “strozzare” l’impresa etiopica semplicemente chiudendo il Canale di Suez, e mentre la Società delle Nazioni procedeva alle sanzioni contro l’Italia, sarebbe stato, da parte di don Benedetto, un atto, addirittura, di  “splendido ardimento”: e questo a proposito del peso e del valore delle parole. Va bene che l’Italia antifascista doveva gonfiare al massimo i propri meriti resistenziali contro la ventennale dittatura, per cui andava bene praticamente tutto: dal trasformare il vile attentato di Via Rasella in un magnifico esempio di virtù patriottiche (con buona pace delle vittime della rappresaglia annunciata), al fare di qualche scaramuccia contro le scarsissime truppe tedesche, in ripiegamento ordinato e programmato dal capoluogo partenopeo, niente di meno che le quattro giornate di Napoli (peccato che nessuno, fuori di Napoli e fuori d’Italia, ne abbia mai sentito parlare: nemmeno i pochi soldati tedeschi che erano stati là dal 27 al 30 settembre del 1943, cioè proprio durane quelle fantomatiche “giornate” (cfr. il nostro articolo: Ma sono davvero esistite le ”quattro giornate di Napoli”?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 03/05/2010).  E così nell’ambito della cultura: non avendo particolari episodi di coraggio da far valere da parte degli intellettuali italiani (semmai il contrario, visto che la quasi totalità dei docenti universitari giurarono fedeltà al fascismo, leggi razziali comprese), e avendo, semmai, molto da far dimenticare sui loro trascorsi fascisti, e sulle loro carriere e poltrone coltivate durante il Ventennio, ci si è inventati persino una “emigrazione interna”, di cui don Benedetto – che, dal suo feudi universitario di Napoli, controllava il 90% della cultura filosofica in Italia – sarebbe stato il massimo esponente: cosa che non gli impedì di scrivere e pubblicare tutto ciò che volle, avendo una intera casa editrice a sua disposizione (la Laterza di Bari), cosa che ad un mesto e perseguitato “emigrato interno” sembra si attagli in maniera un po’ faticosa, per non dire francamente inverosimile. Da un “emigrato interno” ci si aspetterebbe, semmai, un silenzio forzato, doloroso, carico di sacrificio: non un profluvio di pubblicazioni, su riviste specializzate italiane ed estere. Ma sappiamo bene quale fosse il vizietto più evidente di don Benedetto: il rancore vendicativo, intriso di moralismo a buon mercato, nei confronti dei suoi avversari ed ex amici (giacché non perdonava i “tradimenti”): valga per tutti il suo scritto Il caso Gentile e la disonestà nella vita universitaria italiana, dal titolo più che eloquente, che, risalendo al 1909, cioè a molto prima della dittatura, la dice lunga sul “liberalismo” di don Benedetto, quando si trattava di sgomitare per affermare, ad ogni costo e con qualsiasi mezzo, il proprio dominio assoluto nell’ambito degli studi filosofici nostrani.

Ma veniamo al nocciolo della questione: e consideriamo l’affermazione di Dionisotti, riferita alla tesi storiografica crociana “antiunitaria”: Ma essa anche e principalmente mirava a un più decente obiettivo… Ecco, questa è una di quelle frasi che dicono tutto, che rivelano un mondo, che tradiscono una intera concezione della cultura, del pensiero e della storia: una concezione inquinata di moralismo a un tanto il chilo, somministrato graziosamente da chi si sente più in alto dei suoi avversari, infinitamente più in alto, e, da quelle sublimi altezze, lascia cadere poche gocce del suo disprezzo su di essi, certo che saranno più che sufficienti a lasciarlo confuso, svergognato, annichilito. Ma essa anche e principalmente mirava a un più decente obiettivo: come dire che, nella storiografia e nel pensiero, esistono due generi di obiettivi, quelli “decenti” (categoria, si badi, estetico-morale) e quelli “indecenti”. Ora, qual è il modo di distinguerli? Semplice: sono “decenti” quelli perseguiti, in perfetta onestà intellettuale, da chi scrive; sono “indecenti” quelli di coloro che egli si accinge a confutare. Insomma, giudice e pubblico ministero sono la stessa persona: lui accusa, lui giudica: bisogna solamente credergli sulla parola. Ci sarebbe da ridere, se questa trista prassi non fosse invalsa, nella cultura italiana, per tutti gli anni del grigio, opprimente, borioso dominio della cultura politicamente corretta, cioè “antifascista”: per circa mezzo secolo, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, essa si è caratterizzata come la cultura di Maramaldo: sempre pronta ad accanirsi contro i dissenzienti, in cento contro uno, dovunque, dalle cattedre universitarie ai salotti televisivi; sempre pronta a isolare, ridicolizzare, criminalizzare le tesi di un nemico già morto, o agonizzante (la cultura fascista, nella quale, peraltro, lorsignori avevano brillantemente militato e fatto carriera, prima del 25 luglio 1943), e tutta tesa, intanto, a coprire, a minimizzare, a passare sotto i silenzio i crimini dei vincitori, dalla “democratica” bomba atomica su Hiroshima, alle “necessarie” purghe staliniane, che, rafforzando l’Unione Sovietica (?), avevano gettato le premesse per la vittoria nella gloriosa crociata della Civiltà contro la Barbarie nazifascista.

Ma veniamo all’accusa di “cortigianeria” della cultura italiana del Ventennio e alla smania di ritrovare “patenti di nobiltà” romane, cesaree, eccetera, per dare alimento all’imperialismo (fascista) e, chissà perché, al razzismo (benché tutti sappiano che le leggi razziali arrivarono solo nel 1938, essenzialmente per ragioni di politica estera, dunque ben sedici anni dopo che il fascismo era andato al potere). Può darsi, anzi, ammettiamo senz’altro, che una parte della cultura del Ventennio si sia affannata a ricercare simili “patenti”: non tutta, in ogni caso, e, di certo, non la più significativa o la più seria. Ammettiamolo, dunque: è chiaro, tuttavia, che, per capire un certo fenomeno, bisogna inscriverlo nel suo contesto storico-culturale. Il nazionalismo italiano (che non era tutt’uno col fascismo, tanto è vero che i due movimenti rimasero distinti, anche se convergenti, fin dopo il 1919) “doveva” fare, a tappe forzate, quel che il nazionalismo delle altre maggiori nazioni occidentali aveva avuto agio di fare nel corso di secoli: acquisire delle patenti di nobiltà – l’espressione è sostanzialmente esatta – per alimentare le rispettive ambizioni imperiali. Forse che non avevano fatto la stessa cosa la Francia, la Gran Bretagna, la Germania, la Russia, e, più recentemente, gli Stati Uniti e il Giappone? L’Italia stava facendo quel che avevano fatto tutti gli altri; solo che lo stava facendo “fuori tempo massimo”, per cui lo fece in maniera affrettata, quasi convulsa. Anche la conquista dell’Etiopia, sia detto fra parentesi, rientra in questa cornice: e solo così si spiega che la Francia e la Gran Bretagna, le due massime potenze coloniali al mondo, le quali, non paghe dei loro immensi imperi, si erano ulteriormente impinguate col bottino delle colonie tedesche e dei possedimenti ottomani (ma adottando la somma ipocrisia di chiamare “mandati fiduciari” i nuovi possedimenti), nel 1935-36 si presero il lusso di capeggiare le sanzioni contro l’Italia, rea di aver voluto conquistare l’ultimo lembo del continente africano rimasto immune dalle loro conquiste. Pertanto, secondo noi, una cortigianeria più abietta di quella di chi, in epoca fascista, cercò di nobilitare l’imperialismo italiano, è stata quella di quanti, dopo la caduta del fascismo,  non hanno saputo far di meglio che denigrare le aspirazioni di grandezza della loro Patria, e voltarono la testa dall’altra parte, allorché 350.000 connazionali furono costretti a fuggire dalla Venezia Giulia…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Novembre 2017

Del 31 Ottobre 2020

Most Popular

Recent Comments