sabato, 27 Febbraio 2021
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L’Austria-Ungheria fu il “brillante secondo” o la palla al piede della Germania?

Quesiti storici: l’Austria-Ungheria fu il brillante secondo o la palla al piede della Germania? è la definizione che il Kaiser Wilhelm diede dell’Austria-Ungheria al suo ministro degli Esteri durante la Conferenza di Algeciras di Francesco Lamendola  

“Brillante secondo” fu la definizione che il Kaiser tedesco Wilhelm II diede dell’Austria-Ungheria al ministro degli Esteri di quella, conte Agenor Goluchowski, durante i lavori della Conferenza internazionale di Algeciras, nel 1906, durante i quali essa appoggiò costantemente la Germania, pur non riuscendo ad evitarle l’isolamento diplomatico e la sconfitta finale al termine della prima crisi marocchina con la Francia.

Tale definizione, che voleva essere elogiativa – mentre era, di fatto, un po’ umiliante per l’Austria – venne ripresa all’inizio della prima guerra mondiale, quando ancora lo Stato maggiore tedesco pensava che gli Austro-Ungarici avrebbero potuto svolgere un ruolo primario sul fronte orientale, almeno fino alla conclusione vittoriosa della campagna contro la Francia, quando anche l’esercito tedesco avrebbe potuto marciare in forze contro i Russi.

La propaganda dei due Imperi centrali, in effetti, rimarcava le affinità etniche, culturali, politiche esistenti  tra essi per avvalorare, agli occhi delle rispettive opinioni pubbliche, un senso di profonda affinità, che avrebbe dovuto tradursi in rispetto, cameratismo e spirito di collaborazione, il tutto in chiave di un valore supremo assai sbandierato: la fedeltà – o, per usare l’espressione allora in voga, la cosiddetta “fedeltà nibelungica”, che avrebbe stretto l’uno all’altro i due sovrani, Wilhelm II di Hohenzollern e Franz Josef d’Asburgo (altro discorso va fatto per l’imperatore Carlo d’Asburgo, salito al trono alla fine del 1916, che aveva idee ben diverse circa gli scopi della guerra e la necessità, per l’Austria, di sciogliersi dall’abbraccio mortale con l’ingombrante e arrogante alleato tedesco).

Al di là della propaganda, degli articoli controllati dalla censura sulla stampa e dalle cartoline celebrative, la serie quasi ininterrotta di sconfitte subite dagli Austriaci, non solo contro il potente esercito russo, ma anche contro il piccolo esercito serbo, e specialmente la sì disfatta di Luck del giugno 1916, del tutto inspiegabile sul piano tecnico-militare e dovuta, in effetti, principalmente al collasso morale dell’esercito asburgico, evidenziarono l’assoluta incapacità, per la Duplice monarchia, di svolgere un ruolo primario sul fronte orientale, anzi, perfino di resistere sulla difensiva nel settore di sua competenza, senza ricevere aiuti sempre più consistenti da parte dell’assai meglio organizzato e meglio comandato esercito tedesco.

La delusione che provarono i Tedeschi nel constatare l’effettiva debolezza dell’alleato austriaco si tradusse, mano a mano che si rendeva necessario sostenere questi ultimi con aiuti sempre più consistenti, in una insofferenza che finì per diventare un malcelato disprezzo. Alla fine, dopo gli sfortunati tentativi di Carlo I di addivenire a una pace separata con le potenze alleate, la tensione fra i due Imperi giunse a un punto tale che si paventò effettivamente una invasione dell’Austria da parte dell’esercito tedesco, cosa che sarebbe stata relativamente facile perché l’esercito austriaco, specie dopo la battaglia del Solstizio sul fronte italiano, nel giugno 1918, era ormai allo stremo, l’economia era al collasso e il morale del fronte interno estremamente basso, per non parlare del riaccendersi dei conflitti tra le diverse nazionalità.

Ecco come il giornalista e saggista austriaco Karl Tschuppik – nato ad Horowitz oder Melnik, in Boemia, nel 1876 e morto a Vienna nel 1937 – delineò il ruolo svolto dall’Austria-Ungheria al fianco della Germania durante la prima guerra mondiale (in: K. Tschuppik, «Ludendorff»; titolo originale: «Ludendorff. Die Tragödie des Flachmanns», Wien-Leipzig, Verlag Hans Epstein, 1931; traduzione dal tedesco di Gino Capogrossi, Milano, Fratelli Treves Editori, 1934, pp. 36-8):

«Il generale von Conrad teme uno sfondamento verso l’Ungheria e reclama rinforzi. Ludendorff appoggia la sua richiesta. Ed allora viene formata l’Armata tedesca del Sud, composta da tre divisioni tedesche e di quattro austriache; il comando ne è affidato al generale von Linsingen, e Ludendorff ne è nominato capo di Stato maggiore [al principio del 1915]. Il trasferimento può sembrare logico perché è proprio Ludendorff che insiste per un’azione su Przemysl, ma nel Quartier Generale di Hindenburg  si ha l’impressione che sul richiamo di Ludendorff abbia influito anche l’intenzione di staccarlo dal Maresciallo. È il secondo tentativo. Che la popolarità dei successi sul fronte orientale dispiaccia le autorità superiori? Hindenburg scrive una lettera all’Imperatore per pregarlo di lasciare Ludendorff al suo posto.

Ludendorff frattanto ha iniziato il viaggio verso Munkácz, in Ungheria, dove risiede il comando dell’Armata del Sud.  Qui e durante il viaggio nel territorio della nuova armata, in quella regione di confine nella quale vivono genti di diverse razze, Ludendorff vede con sorpresa qual è il vero aspetto della duplice monarchia. “Attraverso i monti selvosi giunsi alla sede di un comando, dove mi fu fatta una comunicazione ignota. Nemmeno l’ufficiale austriaco che mi accompagnava comprendeva il linguaggio. Così ebbi un’idea delle difficoltà con le quali quest’armata doveva contare [sic]… Ebbi l’impressione di un completo stato di arretratezza di tutte quelle popolazioni che non appartenevano alla razza dominante. Visitai anche alcuni villaggi degli Uzuli e non dimenticherò mai le abitazioni di quella povera gente… L’Austria-Ungheria aveva avuto troppe trascuratezze e per troppo tempo. Noi, come potenza alleata, avremmo dovuto impedirlo.”

Questo semplice sguardo, ad un paio d’ore di treno dai confini tedeschi, fa riconoscere a Ludendorff che: “Fu  in ogni modo una fatalità per noi doverci alleare con degli stati moribondi, come l’Austria-Ungheria e la Turchia. Un ebreo, in Radom, disse che egli non poteva comprendere come un corpo pieno di vita, come l’Impero tedesco, si fosse unito con un cadavere; Ludendorff aggiunge: “L’ebreo aveva ragione”.

L’aneddoto dell’ebreo e quello dei soldati parlano lingue diverse, dicono assai più di quanto è contenuto nelle parole di Ludendorff. Chi conosceva in Germania l’Impero degli Asburgo? Chi, fra gli uomini responsabili, aveva mai gettato uno sguardo dietro l’immagine che se ne aveva in Berlino e che veniva fatta sui comunicati viennesi e sui giornali?  Chi in Berlino era a conoscenza della vera natura dell’impero alleato al quale ci si era legati per la vita e la morte? Gli errori causati dall’ignoranza di fatti vicini non hanno in sé nulla di fatale. E non è nemmeno giusto di considerare l’alleanza con l’Austria come una necessità derivante dalla politica di Bismarck, perché Bismarck stesso non considerò  mai le alleanze come legami decisivi e definitivi. Un legame come quello della fedeltà dei Nibelunghi sarebbe stato ritenuto da Bismarck, sul terreno della politica pratica,  una stranezza sentimentale.  Nel suo concetto dell’alleanza austro-tedesca vi era anche  l’intenzione di prendere in mano le redini dell’Austria. Bismarck non si sarebbe mai lasciato trascinare  sulla strada della politica balcanica dell’Austria.

La sorpresa di Ludendorff davanti al vero aspetto dell’Austria  rivelava una cecità tedesca.  Lo stato maggiore prussiano era uno strumento di guerra perfetto, padrone assoluto della tecnica bellica;  esso non poteva vedere però oltre ciò che era calcolabile. Gli aiuti che si potevamo ottenere dall’esercito austro-ungarico erano contenuti nelle tabelle numeriche.  Al tecnico militare mancava la visione intrinseca sulla vera natura  di quanto appariva, quella felice facoltà dell’occhio ingenuo che è propria della persona semplice,  naturale, anche del povero ebreo di Radom. Ogni esercito ha speso grosse somme per lo spionaggio nelle file nemiche; ma fra amici ed alleati non vi fu spionaggio. Negli uffici degli stati maggiori gli eserciti nemici  erano conosciuti sin nelle minime particolarità dei loro nuovi cannoni; dagli amici, che si segue nella morte,  si è separati da un velo di fiduciosa cecità. Il metodo esatto dello Stato maggiore, a cui non sfuggono le cose minime, falliva dinanzi alle cose grosse; la Germania ignorava con chi marciava in guerra. Questo è il destino di un tipo moderno:il tecnico. Il fanatismo del mestiere è accoppiato ad una completa ignoranza di tutto ciò che non ha a che fare col mestiere. La quantità, per dirla in linguaggio hegeliano, abbatte la qualità. Lo specialista, che nel suo piccolo terreno è un dominatore, diviene lo schiavo della sua specializzazione.  La sua sicurezza entro le quattro pareti del suo reparto gli dà la forza di sentirsi al sicuro anche dinanzi all’ignoto ed all’incerto. E questo sentirsi sicuro anche in luogo falso rende il tecnico  cieco e sordo.»

Tschuppik, pertanto, accusa lo Stato maggiore tedesco di miopia per non aver valutato in maniera realistica la forza effettiva dell’esercito alleato; e, indirettamente, ma chiaramente, anche la politica estera della Germania, basata sulla stretta unità d’azione con un “brillante secondo” che tanto brillante non era, tutt’altro, e che avrebbe invischiato il Reich tedesco nel ginepraio balcanico, ove esso aveva poco da guadagnare e molto da perdere, come poi, di fatto, si vide (e non si dimentichi che l’iniziativa dello scatenamento della guerra, nel 1914, partì appunto da un’azione austriaca contro la Serbia, azione che era stata incoraggiata e perfino sollecitata dal Kaiser Wilhelm II: al punto che la Ballplatz, a un certo punto, trasse i dadi e dichiarò guerra a Belgrado proprio per no0n sfigurare agli occhi dell’alleato, il quale le aveva garantito in qualunque caso di proteggerla alle spalle, vale a dire contro la Russia.

Questa critica è giusta, ma incompleta; bisognerebbe chiedersi, infatti, come mai la Germania non potesse contare su nessun altro alleato sicuro in Europa; come mai, in altre parole, la politica tedesca avesse spinto il proprio Paese in un tale isolamento diplomatico. La politica estera di uno Stato determina le alleanze, e non viceversa; è assurdo sostenere che la Germania dovette appoggiarsi all’Austria-Ungheria perché non aveva altri alleati fidati in Europa e nel resto del mondo (compreso il Giappone, col quale esistevano tante possibili convergenze, ma che, puntualmente, nell’agosto 1914 si rivolse contro Berlino). Le alleanze sono dei semplici strumenti per perseguire il raggiungimento di determinati obiettivi; stabilire quali siano tali obiettivi è compito dello politica estera, la quale, a sua volta, non è che il risvolto della politica interna di ciascuno Stato sovrano.

Ha ragione Tschuppik, dunque, nel rilevare l’incongruenza e il “sentimentalismo” di una politica estera che, alla lucida individuazione delle mete, anteponeva proclami di fedeltà “nibelungica” nei confronti dell’Austria. Certo non era soggetta a simili sentimentalismi la politica estera francese, che fin dal 1892 aveva cercato e trovato l’alleanza militare con l’Impero russo e che, nel 1904, aveva raggiunto l’”entente cordiale” con la Gran Bretagna, sua rivale storica sia in campo coloniale, sia nella lotta per l’egemonia europea. La Francia, lo Stato più democratico e massonico d’Europa, si era alleata con la Russia degli Zar, ossia con lo Stato più autocratico e reazionario, per meri fini di politica estera, vale a dire per stringere tra due fuochi la Germania; e aveva, con un colpo di spugna, cancellato due secoli di guerre e di umiliazioni patite dalla Gran Bretagna, sempre al medesimo scopo: isolare la Germania anche dal lato coloniale, come ben si vide in occasione delle due crisi marocchine.

Quanto all’osservazione che lo Stato maggiore tedesco era formato da tecnici di professione che avevano spinto il loro tecnicismo fino alla perfezione specialistica, ma al prezzo di una completa miopia politica, anch’essa è giusta; anche qui, però, si dovrebbe riportare la critica dal terreno strettamente militare a quello politico. Che altro fu, l’invasione del Belgio e il cinismo con cui venne giustificata da Bethmann-Hollweg agli Inglesi («Dunque ci farete la guerra per un pezzo di carta!», se non la manifestazione più vistosa di questo tecnicismo che finiva per diventare stupido, perché creava degli “effetti collaterali” tali da annullare completamente i vantaggi dell’operazione in se stessa (l’entrata in guerra dell’Impero britannico, con tutto il suo schiacciante peso navale, economico e finanziario, contro l’aggiramento dell’ala sinistra dell’esercito francese)? Errori che la Germania continuò a replicare, con stolida testardaggine, nel corso di tutta la guerra: dalla guerra sottomarina indiscriminata al telegramma Zimmermann che sollecitava il Messico a prendere le armi contro gli Stati Uniti, fu tutta una collezione di errori e di azioni destinate a ritorcersi clamorosamente contro chi le aveva intraprese (nella fattispecie, provocando l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America, fattore decisivo della sconfitta finale tedesca).

E che questa mentalità ultra-specialistica, terribilmente miope sul piano della politica più ampia, fosse la vera malattia mortale della Germania, lo si sarebbe visto anche nel corso della seconda guerra mondiale, dove gli stessi errori vennero ripetuti con incredibile ostinazione (come la guerra sottomarina indiscriminata) oppure ne vennero commessi di nuovi, ma scaturenti dallo stesso miope tecnicismo (ad esempio, il volere raggiungere a tutti i costi il Caucaso nell’estate del 1942, e l’intestardirsi nel tentativo di conquistare Leningrado e Stalingrado, lasciandosi sfuggire l’ultima occasione di sfondare il fronte russo nell’unica direzione veramente decisiva: quella di Mosca e, poi, degli Urali).

Fra parentesi, anche nella seconda guerra mondiale la Germania si trovò a combattere con alleato principale che avrebbe dovuto svolgere la funzione di “brillante secondo”, mentre le fu più di peso che d’aiuto: l’Italia; ma, anche in quel caso, non apparve sin troppo chiaro il principio che gli alleati bisogna scegliersi in base agli obiettivi della propria politica estera, e non in base a ragioni sentimentali, ivi compresa l’a presunta affinità ideologica tra due regimi? La prima guerra mondiale cominciò come una guerra ottocentesca per l’egemonia politica, e solo in seguito divenne – in parte – una guerra ideologica fra democrazia e militarismo, mentre la seconda fu, sin dall’inizio, una guerra ideologica totale, come già lo era stata la guerra di Spagna: ma in entrambe, “mutatis mutandis”, la Germania si scelse il proprio alleato, strano a dirsi, in base a ragioni di ordine sentimentale: l’Austria-Ungheria nel 1914, l’Italia nel 1939.

E anche nel caso della seconda guerra mondiale, come già nella prima, si vide che le potenze del fronte opposto non erano soggette a simili debolezze: come la Francia, nel 1914, non aveva esitato a scegliersi come partner principale la Russia zarista, così gli Alleati, nel 1941, non ebbero alcun imbarazzo ad unire le loro forze con l’Unione Sovietica di Stalin: quello stesso Stalin che aveva invaso la Polonia insieme a Hitler, che aveva attaccato la Finlandia in spregio alla Francia e alla Gran Bretagna e che si era complimentato con Hitler per la conquista di Parigi. E quello Stalin che rappresentava il comunismo mondiale, deciso a distruggere la società borghese in tutto il mondo e disposto, per riuscirci, ad accordarsi col nazismo, come avvenne con il patto Molotov-Ribbentrop alla fine di agosto del 1939.

Tornando all’alleanza fra Germania e Austria-Ungheria, al giudizio di Tuschppik è necessario fare qualche integrazione. L’esercito austriaco risultò più debole del previsto, non solo per ragioni di ordine interno che – effettivamente – l’alleato tedesco avrebbe potuto e dovuto darsi la briga di conoscere, prima di legare il proprio destino a quello di un Impero “moribondo”, ma anche perché la guerra del 1914 fu diversa da come tutti, i generali per primi, se l’erano immaginata. È vero: ogni Stato maggiore si prepara sempre per la guerra precedente e non per quella futura; ma, nel caso della prima guerra mondiale, la differenza con le guerre del passato fu così radicale, e si accentuò nel corso stesso delle operazioni – con l’intervento massiccio dei sommergibili, dell’aviazione, dei gas asfissianti, dei carri armati e soprattutto dell’insuperabile binomio mitragliatrice-filo spinato – che ben pochi avrebbero potuto immaginarla.

Furono favoriti quegli Stati che, avendo un grosso apparato industriale, ma anche una propensione alla pianificazione industriale, alla progettazione e all’innovazione di nuove tecniche, erano in grado di dare via via delle risposte innovative a tali situazioni inusitate: ad esempio, i cacciatorpediniere per rispondere alla guerra sottomarina e i carri armati per rispondere alla stasi della guerra di trincea. La Germania possedeva tali requisiti, che non sono solamente di tipo materiale, ma anche psicologico e culturale, così come la Gran Bretagna e la Francia; l’Austria li possedeva in misura minore; la Russia e l’Italia, in misura ancor più limitata. Ecco perché il fronte orientale e il fronte orientale furono teatro dei rovesci più caratteristici di tutta la guerra – Tarnow-Gorlice per i Russi, Luck per gli Austro-Ungheresi, Caporetto per gli Italiani; il fronte occidentale era caratterizzato da una concentrazione predominante di tecnologia e capacità industriale. Dopo la Marna, non ci furono più se non battaglie di logoramento, come Verdun e la Somme: orribili carneficine ove l’intuizione strategica aveva ben poco peso.

In questo senso, l’esercito austriaco era uno strumento inefficiente nel contesto di una guerra moderna, ma ancora relativamente temibile per una guerra vecchio stile. Finché esso dovette affrontare Austriaci, Serbi e Romeni, riuscì a fare il suo dovere, sia pure a prezzo di molti sacrifici e con il sostegno determinante dell’alleato tedesco. Ma quando, dopo la ritirata al Piave, l’esercito italiano divenne uno strumento più agile e moderno, comandato con criteri meno ottocenteschi – basta con le famose “spallate” di Cadorna e con l’offensiva contro le posizioni dominanti -, dotato della superiorità aerea e navale, ben sostenuto dagli Anglo-Francesi sul piano organizzativo e logistico e dagli Americani su quello finanziario, le cose cambiarono aspetto, ed esso andò incontro alla disfatta finale, affrettata peraltro dal divampare delle lotte fra le diverse nazionalità.

L’esercito austriaco, formato essenzialmente da contadini, non aveva una mentalità offensiva, né possedeva, almeno all’inizio, un addestramento e una dotazione strategica adeguato a una guerra moderna, di tipo industriale: le sue artiglierie possedevano una scorta di appena 500 colpi per pezzo, un sesto di quelle delle nazioni occidentali e la metà perfino di quelle russe. Con la sola, parziale eccezione della campagna invernale di Limanowa-Lapanów (dicembre 1914), esso ebbe sempre la peggio nelle campagne offensive (Lemberg contro i Russi, le campagne serbe del 1914, la Strafexepdition del 1916 e poi la battaglia del Solstizio del 1918 contro l’Italia), tranne quand’ebbe un forte appoggio tedesco (Gorlice, Belgrado, Caporetto); diede una prova assai migliore nelle battaglie difensive (con l’eccezione di Luck), come si vide specialmente nella magistrale condizione delle prime undici battaglie dell’Isonzo.

Se, dunque, l’esercito austriaco fu una palla al piede per quello tedesco nel corso della prima guerra mondiale, ciò non fu dovuto se non al fatto di essere l’esercito di una grande potenza in crisi, minacciata dalla disgregazione interna, con poche industrie concentrate in una sola regione – la Boemia -, con un sistema politico-economico dualista che rasentava la schizofrenia (l’Ungheria, ricca dal punto di vista agricolo, non voleva cedere parte dei suoi raccolti all’Austria, stremata dalla carestia) e con una struttura finanziaria debole, che destinava alle spese militari una parte modesta del bilancio statale, in confronto alle altre potenze. Negli alti comandi dominava una mentalità conservatrice: l’esercito austro-ungarico espresse solo pochi condottieri notevoli e anche quelli, come Boroevic, si distinsero più come tattici che come strateghi.

L’unico che sapeva pensare veramente in grande – anche troppo, si potrebbe dire – fu Conrad von Hötzendorf; ma la sua audacia non era realistica, e, fin dall’agosto-settembre 1914, con la disgraziata campagna di Galizia, lasciò in mano alla Duplice monarchia uno strumento militare, se non proprio spezzato, certo gravemente compromesso, che non avrebbe mai più ritrovato la piena efficienza. Inoltre aveva il difetto di una ostinazione  che non imparava nulla dagli insuccessi: dopo il fallimento della “sua” offensiva sugli Altipiani, nel maggio-giugno 1916, volle ripetere la stessa manovra due ani dopo, nel giugno 1918, sferrando una grande offensiva su un terreno accidentato di montagna, che rendeva impossibile far avanzare l’artiglieria pesante con la stessa velocità delle fanterie. Il risultato fu una seconda sconfitta, resa ancora più inevitabile dal fatto che, sul medio corso del Piave, anche Boroevic volle condurre la “sua” offensiva: e la dispersione delle forze è, fra tutti, l’errore strategico meno perdonabile, come sa qualunque studente di arte militare.

In compenso, il soldato austro-ungarico si dimostrò tenace, paziente, eroico nella sopportazione della fame, del freddo (sui Carpazi e sulle Alpi si combatté con temperature di venti e trenta gradi sotto zero), della stanchezza: come tutti gli eserciti contadini. Ma non era un esercito fatto per attaccare fulmineamente, né per improvvisare, né per effettuare rapide e brillanti parate o ritirate tattiche, conversioni e capovolgimenti di fronte (come si vide bene fin dalla battaglia di Lemberg dell’agosto-settembre 1914). L’esercito tedesco, invece, possedeva tali requisiti, e così si vide costretto a soccorrere continuamente l’alleato, privandosi di forze che avrebbe potuto impiegare per la ricerca della decisione sul fronte decisivo: quello occidentale. Però bisogna dire che anche l’esercito russo e quelli serbo, italiano, romeno, greco, avevano scarse attitudini offensive ed erano comandati con una mentalità statica e arretrata: i generali li spingevano avanti, sotto il fuoco nemico, con ben poca fantasia e con pochissimo riguardo per le perdite umane:. Perciò l’esercito austriaco (con quello turco e con quello bulgaro) ebbe, se non altro, il merito di tenere inchiodate al fronte ingenti forze nemiche, le quali, se dotate di armi adeguate e condotte meglio, avrebbero potuto, una volte trasportate sul fronte occidentale, affrettare la sconfitta della Germania.

Per questo non è del tutto giusto paragonare l’esercito austriaco a un ingombrante fardello che pesò negativamente sull’esito della lotta sostenuta dai Tedeschi: finché ebbe a fronteggiare avversari del suo stesso ordine di preparazione, svolse il suo dovere in maniera egregia, nonostante le intrinseche deficienze e le forze centrifughe dovute alle sue dieci nazionalità. E l’Austria-Ungheria, nel suo complesso, per la stoica sopportazione con cui affrontò quattro inverni di guerra, la carestia, le scoraggianti notizie dei continui rovesci e del continuo accrescersi della lista dei nemici, compresi quelli che erano stati amici fino alla vigilia (come l’Italia e la Romania), non fu solamente un peso per la Germania; ma fu, nel complesso, un vero “brillante secondo”, che coprì il fianco sud della nazione alleata e si batté, con coraggio, fino ai limiti delle umane possibilità.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Ottobre 2016

Del 21 Ottobre 2020

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