sabato, 19 Giugno 2021
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Una tragedia dimenticata: la fine dell’ataman Kaledin, dei cosacchi del Don

Una tragedia dimenticata: la fine dell’ataman Aleksej Maksimovic Kaledin, dei cosacchi del Don. Un dramma storico e umano che s’inserisce nel clima di odio, dissoluzione e guerra civile che si era creato in Russia nel 1917 di Francesco Lamendola 

La storia è piena di tragedie dimenticate; nel suo incessante fluire, che ha qualcosa di terribilmente monotono, di ossessivo, innalza le speranze degli uomini e poi le abbatte, le distrugge e le calpesta, lasciando solo amarezza e sofferenza dietro di sé. Ogni tanto sorge un uomo di qualità eccezionale, una guida spirituale, un eroe quotidiano, dalla vita apparentemente normalissima, ma accesa da una luce interiore, ed è come se un soffio d’aria fresca entrasse in una cantina buia e umida, dove ogni cosa è coperta di polvere e sa di muffa. Ma poi tornano alla ribalta gli ambiziosi, i mediocri, i narcisisti, gli arrampicatori sociali, i megalomani, e il tristo spettacolo riprende, inesorabile, sempre uguale, solo mutando i luoghi e gli scenari, ma identico nella sua intima sostanza.

Uno di questo drammi dimenticati è quello che riguarda Aleksej Maksimovic Kaledin, un generale russo che, al momento della rivoluzione di Febbraio 1917, si trovava al comando dei cosacchi del Don e che guidò la sua piccola “armata bianca” nell’impari scontro con i bolscevichi, nel periodo confuso in cui si preparava lo scoppio della guerra civile in grande stile, ancor prima che il governo di Lenin firmasse il trattato di pace di Brest-Litovsk con gli Imperi centrali, ma quando già le ex potenze alleate dell’Intesa, sospettando la defezione della Russia, si preparavano a intervenire militarmente e finanziariamente per rovesciare quella banda di “traditori”. Tra la fine del 1917 e l’inizio del 1918 Kaledin si trovò alla testa di un esercito malsicuro, minato dalla propaganda bolscevica, disorganizzato e in via di disfacimento, con il quale tentò vanamente di opporsi all’avanzata dei rossi nella regione del Don; finché, resosi conto dell’impossibilità di assolvere il compito che si era prefisso, decise di rassegnare le dimissioni, il 29 gennaio, e poi di togliersi la vita, sparandosi un colpo di rivoltella in testa, l’11 febbraio 1918.

Nato nel 1861, militare di carriera, Kaledin, durante la Prima guerra mondiale, aveva comandato dapprima una divisione di cavalleria, indi un’armata, l’Ottava, sul fronte sud-occidentale, quello contro gli Austro-Ungarici, l’unico sul quale l’esercito russo aveva riportato qualche successo fino all’estate del 1916. Quando scoppiò la Rivoluzione di Febbraio, Kornilov – che aveva assistito con dolore e sgomento, come tanti altri ufficiali zaristi, alla dissoluzione progressiva della disciplina fra le truppe e alla costituzione di Soviet dei soldati, i quali, di fatto, avevano esautorato i loro comandanti e paralizzato ogni residua capacità offensiva dell’esercito – non approvò la deposizione di Nicola II e per questo motivo venne rimosso dal suo comando per ordine del Governo Provvisorio insediatosi a Pietrogrado. Seguirono alcuni mesi di estrema confusione, mentre la Russia piombava nel caos e la dissoluzione dell’esercito proseguiva rapidamente. Gli Austro-Ungarici, sostenuti dai loro alleati, ne approfittarono per riprendere l’iniziativa, dal 19 luglio, riconquistando interamente la Galizia orientale e la Bucovina, già occupate dai russi con la precedente offensiva di Brusilov; mentre i Tedeschi lanciarono una ulteriore offensiva sul fronte settentrionale, che li portò alla conquista di Riga, il 3 settembre, e, con una magistrale operazioni combinata da terra e dal mare, anche delle isole di Osel, Dagö e Mohn, il 20 ottobre.

Kaledin, frattanto, nonostante la sospensione, il 17 giugno 1917 venne eletto Ataman dei cosacchi del Don, che egli già conosceva perché prima della guerra, dal 1906 al 1910, era stato capo di Stato Maggiore dell’Armata Cosacca del Don; indi, su insistenza di Mitrofan Bogaevskij, assunse il comando della “sua” vecchia armata. Bogaevskij, insegnante e storico, era una prestigiosa figura d’intellettuale non bolscevico nel piccolo mondo dei cosacchi del Don; buon oratore, era conosciuto addirittura come il “Demostene del Don”. Fu lui a convincere il Parlamento dei cosacchi a scegliere Kaledin come l’uomo al quale affidarsi in quel momento di gravissima difficoltà, non solo per la Russia, ma per la secolare autonomia dei cosacchi di quella regione. Il governo locale che aveva eletto Kaledin, quindi, non era un organismo puramente militare, ma formato anche da elementi borghesi e moderati, e il suo orientamento politico non era di tipo apertamente reazionario: più che sognare una impossibile restaurazione dei Romanov, esso auspicava l’instaurazione di una democrazia liberale, che conservasse lo speciale statuto di autonomia di cui la nazione cosacca aveva sempre goduto, e che neppure i sovrani più assolutisti avevamo osato sopprimere; ma che adesso un eventuale, ulteriore slittamento verso forme rivoluzionarie più spinte, sotto la guida dei bolscevichi – slittamento che molti segnali facevano ritenere probabile e perfino imminente – avrebbe potuto mettere seriamente in pericolo.

Quando, alla fine di agosto, in seguito a un complicato gioco di sospetti, malintesi ed errori, il generale Kornilov marciò con le sue truppe cosacche su Pietrogrado, inizialmente con l’intenzione di rafforzare il governo Kerenskij e, soprattutto, di ottenere provvedimenti che ristabilissero la disciplina nell’esercito, ma poi venendo dichiarato traditore e suscitando la reazione sia del Governo provvisorio, sia dei bolscevichi, Kaledin fu accusato di aver simpatizzato per il tentativo di colpo di stato – che sarebbe stato sventato con l’arresto dello stesso Kornilov, il 1° settembre – e il 31 agosto Kerenskij, dietro pressione delle autorità locali di Novocerkassk (di orientamento rivoluzionario), annunciò che intendeva rimuovere il comandante dei cosacchi del Don. A partire da quel momento, la situazione incominciò a precipitare. Ai primi di settembre, Kaledin, che non si era dimesso, tentò di difendersi, e di difendere anche Kornilov, sostenendo che il loro obiettivo era quello di liberare il Governo provvisorio dall’abbraccio mortale dei Soviet dominati dai bolscevichi. Infine, il 25 ottobre, ruppe gli indugi e dichiarò di assumere il controllo della regione del Don a nome del Governo provvisorio (che lo aveva esautorato e accusato di tradimento), in attesa che la sua autorità venisse ristabilita in ogni parte della Russia. La situazione era paradossale, perché Kornilov aveva accusato di tradimento i bolscevichi e quanti nel Governo provvisorio, a suo dire, stavano consegnando la Russia in mano all’esercito tedesco (fortissima era stata l’impressione suscitata, nella capitale, dalla notizia della caduta di Riga).

Comunque, Kaledin tentò ancora di destreggiarsi, nella speranza di evitare uno scontro aperto con il governo sovietico, conscio della debolezza delle sue truppe e della diffusione delle idee bolsceviche fra molti dei suoi cosacchi, e ancor più fra i contadini che vivevano nella regione del Don e del Kuban, specie fra i soldati tornati dal fronte, portatori dell’infezione rivoluzionaria e dello spirito di rivolta contro la disciplina militare e il corpo degli ufficiali. Le sue speranze, o illusioni, di conservare uno stato di “non belligeranza” furono distrutte quando Lenin, da Pietrogrado, diede ordine di rompere la tregua e marciare risolutamente contro i cosacchi del Don, a metà dicembre. Il dittatore bolscevico aveva fretta di liquidare la spinosa faccenda, perché non voleva che la delegazione sovietica alla conferenza di Brest-Litowsk, con i rappresentanti della Germania e dell’Austria-Ungheria, la cui apertura era prevista per il 22 dicembre, si presentasse con troppi elementi di debolezza interni, in particolare l’esistenza dei governi indipendenti della Rada ucraina, a Kiev, e dei Cosacchi di Kaledin nella regione del Don, che avrebbero potuto invocare il soccorso austro-tedesco. E lì ebbe inizio il dramma finale di Kaledin: un uomo d’ordine, un ufficiale della vecchia Russia, che aveva servito il suo Paese e che vedeva franare ogni cosa intorno a sé, perfino i suoi cosacchi divenire sospettosi, malfidenti, prevenuti verso ogni idea di disciplina, ordine e patria.

Così ha rievocato quell’episodio lo storico statunitense John Shelton Curtiss (1899-1983), docente alla Duke University, uno dei massimi studiosi americani della Russia del XX secolo, nella sua breve ma assai accurata e obiettiva monografia Le rivoluzioni russe del 1917 (titolo originale: The Russian Revolutions of 1917, 1957; trad. di L. V. Ferraris, Milano, Garzanti, 1967, pp. 104-106):

Poiché il generale Kaledin dei cosacchi del Don, come la rada ucraina, si opponeva al governo sovietico, il 13 dicembre 1917 Lenin incaricò Antonov Ossenko – colui che aveva preso il palazzo d’Inverno – di sistemare la questione. Le forze di Antonov erano costituite da bande deboli e indisciplinate di volontari, soldati, marinai e guardie rosse. Dimostrarono, tuttavia, sufficiente energia per eseguire il compito loro assegnato. Contro di loro erano schierati i Cosacchi del Don; questi, data la loro posizione economica superiore e una lunga tradizione militare, erano più conservatori dei contadini medi; ma la guerra aveva gravemente scosso le loro idee. I reggimenti di cosacchi che tornavano dal fronte si rivelarono neutrali o persino ostili al regime locale di Kaledin e dei suoi ufficiali. Inoltre, fra i cosacchi vivevano molti contadini, più poveri e quindi più estremisti dei cosacchi. Come i contadini, anche gli operai di Rostov e di Taganrog erano estremisti e appoggiavano decisamente il governo di sovietico. Il regime di Kaledin era quindi contrastato da una notevole opposizione locale, mentre l’appoggio dei cosacchi era tutt’altro che sicuro. […]

Per fortuna del generale Kaledin, il generale Aleksejev, già capo di Stato Maggiore dell’esercito russo, era venuto a Rostov a metà novembre per organizzare un esercito volontario antibolscevico. Egli riuscì ad arruolare alcuni combattenti; ma i fondi e i rifornimenti erano estremamente scarsi e le deboli prospettive di successo scoraggiavano tutti, eccetto gli ufficiali più accaniti e più temerari. Quando Kornilov, Denikin e tre altri generali riuscirono a raggiungere Rostov travestiti, l’esercito volontario cominciò a ingrossarsi. Questo era composto quasi esclusivamente di ufficiali delle classi più elevate, la maggior parte dei quali aveva conti da regolare con i bolscevichi; durante i primi mesi di vita l’esercito volontario contava solo tre o quattromila uomini.  Tuttavia, si dimostrò abbastanza forte da salvare Kaledin il 15 dicembre 1917, quando il Comitato militare rivoluzionario di Rostov  cacciò dalla città i cosacchi del Don. […]

Persino dopo questo episodio Kaledin, che cercava di evitare un conflitto aperto con il governo sovietico, mantenne un atteggiamento freddo nei confronti delle forze di Aleksejev. Kaledin fece persino i passi necessari per la costituzione di un governo di compromesso dei cosacchi del Don, che avrebbe dovuto essere instaurato nel gennaio 1918, sperando che Antonov avrebbe sospeso la sua avanzata. Antonov non desistette e l’ora fatale di Kaledin si avvicinava rapidamente. All’avvicinarsi delle truppe di Antonov, alla fine di gennaio, venne costituito un Comitato militare rivoluzionario dei cosacchi del Don e molti cosacchi combatterono a favore dei Soviet contro Kaledin e i loro fratelli. Con questo aiuto e con l’appoggio degli operai insorti, i rossi sconfissero i cosacchi in maniera decisiva. L’11 febbraio, Kaledin diede le dimissioni dal suo posto di Ataman dei cosacchi del Don e si suicidò.

I rimanenti cosacchi e l’esercito volontario continuarono a combattere con il coraggio della disperazione, ma la disparità di forze era tropo grande. I cosacchi rossi presero Novocerkassk il 25 febbraio e ogni resistenza cessò. L’esercito volontario, che stava difendendo Rostov, riuscì a sfuggire, combattendo, all’accerchiamento e compì una penosissima ritirata verso la regione cosacca del Kuban. Ma anche qui i Soviet erano al potere i volontari, con poche reclute di cosacchi del Kuban, dovettero rifugiarsi nelle zone selvagge del Caucaso settentrionale. Pertanto ogni resistenza organizzata al potere sovietico sembrava ormai terminata nel Don e nel Kuban.

Mentre questi avvenimenti si svolgevano sul Don, i cosacchi di Orenburg opponevano un’ultima resistenza negli Urali. Per molto tempo riuscirono a tenere a bada le guardie rosse di Orenburg e di altre città, ma alla fine, il 2 febbraio 1918, le forze rosse ebbero il sopravvento. I resti dei cosacchi di Orenburg fuggirono al seguito dell’Ataman Dutov.

Il dramma, storico e umano dell’ataman Kaledin s’inserisce nel clima di odio, dissoluzione e guerra civile che si era creato in Russia nel 1917, e non può essere pienamente compreso fuori di quel contesto. Ad esempio il suicidio, per un uomo d’onore impossibilitato a fare il proprio dovere, è un concetto pressoché scomparso dalla cultura europea e sopravvive, semmai, in quella giapponese. Esistono, tuttavia, alcune analogie con la situazione attuale di tutta l’Europa, esposta ai venti furiosi della globalizzazione e della distruzione della sua identità. Come nella Russia di Kaledin, chi abbia ancora un’idea “alta” della propria patria, non sa che fare. E il gesto di Dominique Venner non può, né deve costituire un esempio. Per quanto avanzato sia il processo di decomposizione della nostra civiltà, abbiamo il dovere di mantenere accesa la speranza e di batterci perché le forze dl disordine non prevalgano. Noi non vedremo l’alba del nuovo giorno; ma i nostri nipoti, se Dio vuole, forse sì.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Febbraio 2017

Del 15 Ottobre 2020

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