sabato, 18 Settembre 2021
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Alberi e piante manifestano visibilmente emozioni e sentimenti?

Alberi e piante manifestano visibilmente emozioni e sentimenti? Dovremmo imparare da loro, invece di dubitare di tutto e di essere così increduli e malfidenti verso quelle dimensioni dell’esistenza che non si possono misurare di Francesco Lamendola  

Esperimenti sulle proprietà bioelettriche delle piante ci hanno messi in grado di sapere, ormai da diversi decenni, che le piante interagiscono con l’ambiente circostante non solo a livello fisico e irriflesso, ma anche a livello emozionale e spirituale: che provano turbamento, ad esempio, all’avvicinarsi di una persona che abbia in precedenza strappato una foglia in un determinato ambiente; e che, viceversa, esultano alla carezza di una persona che si prenda amorevolmente cura di loro.

Queste cose, ripetiamo, già si sapevano da tempo; e solo l’ottusa prevenzione e i rocciosi dogmi scientisti, conditi di arroganza intellettuale e di sostanziale povertà ed ignoranza sul piano umano, spingono ancora i nostri zelanti seguaci del verbo razionalista, materialista e positivista, a voltare la testa dall’altra parte per non vedere tali fenomeni, o a deriderli apertamente, se qualcuno tenta di parlarne con loro.

Ma, forse, c’è ancora di più.

È possibile che le piante, e perfino i grandi alberi, manifestino spontaneamente sentimenti ed emozioni, particolarmente la gioia e l’esultanza, agitandosi, fremendo, scuotendo i rami come per battere le mani (c’è anche un bellissimo versetto del profeta Isaia, che adopera questa precisa immagine); il tutto non come reazione ad una presenza umana, ma come movimento spontaneo della loro essenza, della loro – come dire? – personalità. La conseguenza inevitabile che dobbiamo trarre da tali moti spontanei della pianta è, infatti, che essa costituisce una entità vivente dai confini ben più vasti di quei che siamo soliti concederle.

Di fatto, in talune particolari circostanze è stato osservato un fenomeno del genere, tanto più convincente in quanto verificatosi in assoluta mancanza di vento: il che zittisce le facili obiezioni dei soliti increduli di professione. Tali obiezioni, peraltro, non si indirizzano tanto contro la realtà del fatto, quanto contro la sua possibilità: un modo di procedere assolutamente antiscientifico, eppure tipico della «forma mentis» degli scientisti ad oltranza, capaci di negare anche l’evidenza,  qualora essa disturbi le loro intangibili certezze.

Ma chi lo ha detto che una pianta è un essere vivente del tutto privo di autocoscienza? Non sarà questa, per caso, una delle tante arbitrarie semplificazioni del reale, uno dei tanti pregiudizi assolutamente ingiustificati, che noi umani abbiamo stabilito una volta per tutte, solo per sentirci confermati nella smisurata vanità e nell’assurda pretesa di essere le uniche creature autocoscienti del mondo naturale e, quindi, le uniche in diritto di reclamare un ruolo di centralità e di dominio sull’intero mondo della natura?

Proviamo invece, anche solo in via di ipotesi, ad ammettere che un fiore, un arbusto, un albero centenario dal tronco possente, siano in grado di percepire la propria esistenza ed il proprio posto nel mondo, sia pure per vie diverse da quelle della logica discorsiva che noi, a torto, riteniamo la sola legittima via d’accesso per la comprensione della realtà.

Ecco, allora, che l’idea di una pianta, di un albero, o quali fremono di gioia e scuotono le fronde, e fremono in tutte le loro foglie non per altra ragione, che la pura e semplice gioia di esistere, di respirare, di godere della luce, della bellezza, della vita; per unirsi alla preghiera di lode e di ringraziamento che le creature umane talvolta, e quelle angeliche sempre, rivolgono all’Essere, origine benevola di tutto ciò che esiste, cesserà di apparirci come una inverosimile stranezza o, perfino, come una assoluta impossibilità, per presentarsi nella prospettiva di un fatto non solo verosimile e ammissibile, ma addirittura, a suo modo, perfettamente naturale.

Solamente l’uomo, infatti, deviando dal suo fine necessario ed estraniandosi, con le sue stesse mani, dalla comunità degli altri viventi, il più delle volte dimentica la bellezza e la gioia della vita universale, e trascura di rendere lode alla loro fonte, imprigionandosi in una triste gabbia, fatta di nichilismo e di pessimismo esistenziale, le cui sbarre sono costituite dall’idolatria della Ragione strumentale e calcolante.

Ma se invece è vero, come è vero, che noi non conosciamo le cose soltanto con la Ragione; anzi: che conosciamo le cose più importanti per ben altra via che quella esclusivamente razionale, e per la quale non siamo stati capaci di elaborare nemmeno una definizione appropriata; allora non dovrebbe costituire più, in alcun modo, motivo di meraviglia, il fatto che non l’uomo soltanto, ma tutti i viventi siano in grado di conoscere la realtà, nel senso più profondo del termine, e quindi che conoscano anche la propria esistenza; e ne gioiscano intimamente.

Ha scritto Silvano Troncarelli nel suo libro «Il fascino della mente. Oltre l’esperienza extrasensoriale» (Gardolo di Trento, Luigi Reverdito Editore, 1988, pp. 121-23): 

«La dimensione unitaria della natura e della mente nonché la loro reciproca interazione, può talora manifestarsi concretamente sopra un piano di esaltante verifica.

S. Bernardo riceveva le risposte ai suoi quesiti filosofico-teologici  dalle piante tra le quali passeggiava e meditava; il bosco del Subasio si tingeva di fiamma nella notte dell’estasi di S. Francesco.

Il 20 luglio 1983, con due amici, nel primo pomeriggio, da Verona ci portammo a Bosco Chiesa Nuova, sita a 1.100 mt., per sfuggire al caldo eccezionale di quei giorni.

Giunti sul posto, ci inoltrammo di pochi metri nel bosco; seduti sopra il terreno erboso, consumavamo qualcosa.

Ad un certo momento osservi stupito uno degli amici A. B., tutto assorto e silenzioso; guardava incuriosito verso l’alto, alla mia sinistra…D’un tratto si volta verso di noi esclamando: “Qui c’è qualcosa di strano…  ho paura.” “Paura di che?”, disse l’altro amico, M. D. “Guardate quell’albero: non vede come è agitato; guardate le foglie, i rami. Non tira un alito di vento. Come è possibile?”

Senza guardare percepii subito che qualcosa di inconsueto stava accadendo. Lo avvertivo dentro di me.  Fugacemente comunque alzai gli occhi, ma subito li abbassai. Provai una specie di turbamento che però non dispiaceva. Avvertivo addosso una inconsueta felicità… Non ero più quello di prima. Mi controllavo i battiti del cuore:  erano più frequenti. Trattenevo una contentezza nuova, insolita.

Ogni tanto ritornavo a guardare; ma riabbassavo subito gli occhi come preso da una sorta di pudore, di rispetto per un “qualcuno”.  La pianta la sentivo come una creatura quasi umana.

Gradualmente mi ripresi dall’iniziale imbarazzo, e cominciai a guardare con più sicurezza..

Fu a quel punto che la pianta tutta parve scossa da un fremito.  I suoi arboscelli, confusi tra il basso frascame, le foglie con i penduli fiori bianchi (era infatti un frassino), cominciarono a ad agitarsi più del solito. Più guardavo stupito  e più il movimento cresceva. I due rami che avevo  davanti si allargavano in tutta la loro ampiezza; davano la sensazione di abbracci, batter di mani…

In tutta quella eccitazione vibrava una diffusa felicità. Sii trattava di un albero in festa. Due pettirossi svolazzavano, cinguettando, tra un ramo e l’altro.

I due amici, stupefatti ed increduli, stavano per allontanarsi piuttosto turbati, quando dissi loro che poteva trattarsi soltanto di una qualunque corrente di vento che si muoveva in quella direzione. Ma giustamente mi fecero notare che c’era afa soltanto, e non si avvertiva un minimo di brezza: tutto era fermo.

In effetti solo quell’albero era “agitato “come da un forte vento. Gli alberi vicini erano perfettamente immobili, senza che una sola foglia si muovesse. Provai allora a lanciare verso lo stesso albero qualcosa di leggero che potesse dare un qualche segnale di movimento d’aria.  Nemmeno per sogno.

Osservammo ancora.; si tentò un altro esperimento… Attendevamo il passaggio di qualche automobile nella strada, piuttosto vicina.  Le vetture transitarono, ma tutto come prima.  Ci rendemmo conto perfettamente che doveva trattarsi di qualcosa a noi ignoto.

I due amici erano ormai scesi nella strada; mi attendevano presso l’automobile.

Non riuscivo tuttavia a staccarmi da quello spettacolo.  Non fissavo l’albero: aprivo, chiudevo, socchiudevo gli occhi… tutto era inverosimile! Poi abbandonai ogni “pudore”. Contemplavo non solo con gli occhi ma con tutto il mio essere lo spettacolo: era un tripudio di movimento come se l’albero fosse decisamente in festa.

Fu indubbiamente un’esperienza straordinaria! Qualcosa avevo letto a propositi, ma ero piuttosto incredulo. Vi ritornai poco dopo per prendere delle foto con i particolari della pianta. Sul posto ebbi modo di parlarne con due anziane signore, due maestre in pensione. Una di esse mi disse: “Caro signore, le cose finché non si sperimentano non s credono; e certe esperienze  possono anche mutare l’esistenza. Lei che insegna filosofia  ricorda quello che diceva Spinoza: “Non ridere, non lugere neque contestari sed intelligere” (Non ridere, non piangere, non contestare, ma comprendere).

D’altronde la natura – aveva scritto il mistico JakobBoëhme – non è meno misteriosa della divinità.  Né la natura né la divinità hanno alcun fondamento per essere conosciute da noi..

Si è a conoscenza del fatto che le piante possono rivelare una certa reattività alle azioni umane in base alle variazioni delle loro proprietà bioelettriche.  Gli esperimenti di Cleve Baxter, dei coniugi francesi Vasser e dell’americano Franklin Loghersono in merito significativi. Tra questi esperimenti, tuttavia, e l’episodio, a componente assolutamente spontanea, la distanza appare notevole; esso traduce qualcosa di diverso e non definibile.

Lo spettacolo comunque che mi è stato dato di osservare e compartecipare, mi ha rivelato una natura viva, attiva, partecipe dei nostri sentimenti e vicissitudini.»

Conclusioni?

Noi crediamo di sapere tutto del mondo della natura; e, in effetti, conosciamo molte cose, dalla distanza fra i corpi celesti all’età dell’Universo, dalla velocità della luce alle proprietà fisiche e chimiche della materia.

In genere, però – almeno nella prospettiva della scienza occidentale moderna; altro discorso va fatto per le scienze non occidentali e anche per quella occidentale anteriore al 1600 – abbiamo trascurato di considerare la presenza di una dimensione spirituale che, così come si manifesta nell’uomo, indubbiamente è presente in ogni altro ente naturale: animale, vegetale, minerale, acqua ed aria comprese.

Ora, così come recenti esperimenti dimostrano la presenza della memoria e di una fortissima capacità emozionale nelle molecole di acqua viva (non nell’acqua morta chiusa in bottiglia; cfr. il nostro precedente articolo «I cristalli dell’acqua sono parte di un dialogo che la natura ci invita ad instaurare con lei», inserito nel sito di Arianna Editrice in data 11/08/2008), allo stesso modo, anzi a maggior ragione, possiamo e dobbiamo ammettere l’esistenza di tali proprietà negli organismi vegetali e specialmente in quelli più evoluti, a cominciare dalle felci, dalle gimnosperme e dalle fanerogame angiosperme.

Vi è un abete rosso tuttora vivente, in Svezia, la cui età è stata stimata in circa 8.000 anni: ciò significa che era già un grande albero millenario (sì, non centenario: millenario!) prima ancora che sorgesse l’Impero Romano, prima che Socrate insegnasse a filosofare e prima che Buddha indicasse agli uomini la sua strada per uscire dal dolore e dalla sofferenza. In base a quale folle presunzione potremmo escludere che un organismo vivente superiore, che ha vissuto innumerevoli inverni e primavere, estati ed autunni, abbia condotto una esistenza del tutto cieca e inconsapevole, senza neppure manifestare la felicità di vivere e di poter godere dell’impareggiabile spettacolo di un mondo vivo, rischiarato dalla luce del Sole di giorno, e impreziosito da migliaia di astri brillanti nel cielo notturno?

No: le piante vivono; e gli alberi sono le colonne di una immensa cattedrale a cielo aperto, che leva continuamente i suoi inni di lode e di ringraziamento verso la dimora dell’Essere.

Dovremmo imparare da loro, invece di dubitare di tutto e di essere così increduli e malfidenti verso quelle dimensioni dell’esistenza che non si possono misurare, quantificare, riprodurre a piacere in laboratorio, ma che erompono irresistibilmente da ogni fibra dell’universo.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/08/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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