martedì, 19 Ottobre 2021
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Ambientalismo cristiano? No, grazie tante

Ambientalismo cristiano? No grazie tante. Il nodo di una frettolosa e acritica accettazione del paradigma evoluzionista da parte della Chiesa cattolica. E’ in atto una tenebrosa manovra per stravolgere la dottrina cattolica? di Francesco Lamendola 

Questa non è una riflessione sull’enciclica di papa Francesco Laudato si’, promulgata il 24 maggio 2015 e dunque ormai già “vecchia” di quasi due anni, sulla quale ci sarebbero tantissime cose da dire, al punto che sarebbe necessario un apposito studio. La scelta di intitolarla (l’unica enciclica nella storia della Chiesa che non abbia un titolo in latino) con l’incipt del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi ha alimentato, volutamente, l’equivoco per cui papa Francesco sarebbe, se non proprio un francescano – e infatti è un gesuita -, quanto meno un francescano nell’animo, vale a dire il primo papa della storia che ha scelto di farsi erede spirituale del poverello di Assisi (alla faccia della modestia; e infatti è il solo che abbia scelto di assumere quel nome come pontefice). Documento molto atteso, anche troppo: infatti è stata la prima enciclica che si rivolge non solo ai cattolici, ma agli uomini di tutto il mondo, di ogni fede o credenza, e ha ricevuto pressoché  unanimi consensi, specialmente al di fuori della Chiesa, dalle direzioni più svariate: dal Dalai Lama a Eugenio Scalfari, da Slow Food al New York Times, e dal Segretario generale dell’O.N.U., Ban Ki-moon, al Presidente del gruppo della Banca Mondiale, Jim Yong Kim. Un coro di lodi e applausi che avrebbe dovuto mettere qualche pulce nell’orecchio ai laudatores cattolici sempre così zelanti di tutto ciò che papa Francesco fa e dice: com’è possibile che sia piaciuta a tutti, anche a quelli che, fino a prova contraria, rappresentano le forze che lottano contro la natura e contro l’ambiente? E qualche pulce non era già venuta a costoro, quando papa Francesco decise di “offrire”, per l’apertura del Giubileo Straordinario nel dicembre 2015, la facciata della Basilica di San Pietro, a Roma, per la proiezione notturna di belve feroci, leoni, tigri, squali, scimmioni urlanti e cannibali con l’osso in testa, il tutto a maggior gloria di Dio (?), ma con i solidi della Banca Mondiale (ancora!) che, come tutti sanno, ha la coscienza perfettamente a posto quanto ad ecologismo e ambientalismo olistico e rispettoso? Non ci attarderemo sui contenuti della Laudato si’, perché la cosa ci porterebbe troppo lontano. Si tratta, infatti, di un documento così poco papale, così poco cristiano, così poco cattolico (circostanza che esso e i suoi estimatori non si nasconde affatto, anzi, rivendica con fierezza), che non si può non domandarsi cosa si ripromettesse, esattamente, il santo padre, allorché ha deciso di diffonderla, rivolgendosi intenzionalmente a tutti gli uomini e non solo al suo gregge, e poi, quasi come un contentino, rivolgendosi anche a quest’ultimo (nella sesta e ultima parte), invitandolo ad una “spiritualità ecologica”, concetto che sa molto di New Age e poco o niente di cattolicesimo, e che potrebbe piacere più ai discepoli di Madame Blavatsky o di Rudolf Steiner, che a quelli di Gesù Cristo. Diremo solo, per dare un’idea dell’immensa confusione teologica di quel documento, mista a voluta ignoranza, che un passo famoso dell’Epistola ai Romani, in cui san Paolo dice che il creato soffre e geme come nelle doglie del parto (8, 22) viene strumentalizzato e letteralmente stravolto per far dire all’Apostolo delle Genti quel che non si era neppur sognato, cioè che quelle sofferenze sono la conseguenza dell’inquinamento e dello sfruttamento della terra da parte dell’uomo (nel primo secolo dell’era cristiana!). Là dove si va non solo contro l’evidenza delle cose, ma anche contro la logica e il più elementare buon senso, dal momento che le doglie del parto sono una dolce sofferenza per la madre, perché servono a mettere al mondo una nuova vita, mentre le sofferenze che la sconsideratezza umana provoca alla natura sono sterili e puramente distruttive, né mettono al mondo alcunché. Possibile che né papa Francesco, né il cardinale ghanese Peter Turkson, che con lui ha lavorato all’elaborazione del testo, se ne siano resi conto? Secondo noi, è impossibile: ed è per questo che parliamo di confusione inverosimile e d’ignoranza teologica voluta. Ma di tutto questo, semmai, parleremo un’altra volta.

Qui, la domanda che intendiamo porci è se sia giusto e lecito parlare di un ambientalismo cristiano; se, cioè, sia teologicamente corretto e giustificato attribuire al cristianesimo una dimensione “ambientalista”, visto e considerato che l’ambientalismo, di per sé, per quanto olistico esso sia, si limita (e giustamente, dal suo punto di vista) a porre la questione del rapporto uomo/natura in una cornice rigorosamente antropocentrica e immanentista, e nulla sa, né deve sapere, di religione o di teologia, tanto meno di teologia e di religione cristiana. Il cristianesimo, infatti, offre una concezione d’insieme del Creato, visto non come una realtà auto-sussistente, ma come la libera espressione dell’amore di Dio che si effonde al di fuori di Lui, e che reca, perciò, un riflesso della sua sapienza e del suo splendore; ma che poi, a causa del Peccato originale, è stato corrotto e ferito, decadendo dal suo stato di perfezione originaria. Di conseguenza, definire un cristiano come “ambientalista” ha tanto senso, quanto ne avrebbe definirlo “pacifista”: ecologismo, pacifismo, sono ideologie puramente umane, che assolutizzano una parte della verità e la dilatano fino ad abbracciare il tutto; il cristianesimo ha una sua verità da affermare, che poi è la Verità, la Verità del Cristo incarnato, morto e risorto per amore degli uomini, e quindi sarebbe non solo riduttivo, ma fuorviante, definirlo “ambientalista”, o “pacifista”, e simili (e infatti, con buona pace dei cattolici progressisti, il cristianesimo non è pacifista, perché non ha mai negato alla vittima di una ingiusta aggressione il diritto di difendersi, anche con l’uso della forza).

Fra i pochi esponenti di spicco della Chiesa odierna che hanno osato sollevare perplessità non tanto sulla enciclica Laudato si’, quanto su tutta l‘impostazione “ambientalista” di certo cattolicesimo che si autodefinisce progressista (quando non addirittura modernista, con buona pace della scomunica fulminata al modernismo da san Pio X), c’è il vescovo emerito di Malines-Bruxelles, André_Joseph Léonard, il quale è già balzato agli onori delle cronache (si fa per dire), per due volte, per via d’una intervista del 2006, nella quale ipotizzava che la diffusione dell’AIDS si possa interpretare come una sorta di “castigo immanente” che la natura somministra agli uomini, per vendicarsi dell’uso improprio che fanno di essa. Una tesi, sia detto fra parentesi, che a noi pare dettata da un così elementare buon senso, da una così chiara evidenza delle cose stesse, che non solo non vediamo come possa offendere o scandalizzare qualcuno (che sia intellettualmente in buona fede, si capisce), ma, tanto meno, come possa essere ricondotta a un pregiudizio “oscurantista” od omofobo del cattolicesimo, dato che dovrebbe essere condivisa – questa sì; e proprio in ciò si nota la stridente differenza – non sol o dai credenti, ma anche dagli atei, perché i fatti sono fatti: e se una persona omosessuale ha centinaia e migliaia di rapporti sessuali nel corso di un anno, con degli sconosciuti e senza alcuna protezione, non è chi non veda come un simile stile di vita e come un simile stravolgimento dell’autentica affettività e dell’autentica sessualità umana, non finiscano per esporla a delle gravi conseguenze sul piano della sicurezza sanitaria.

Ma torniamo all’ambientalismo cattolico e vediamo qual è la principale obiezione di monsignor Léonard (il quale, non chiamandosi Kasper, né Marx, e neppure Enzo Bianchi, non gode di altrettanta visibilità, e, soprattutto, di altrettanta simpatia presso la stampa cattolica e i media laici, dei personaggi sunnominati). Nel corso di un’intervista rilasciata al giornalista Lorenzo Bettocchi per la rivista Il Timone (numero di gennaio 2017), monsignor Léonard  così si esprime:

Quello che io rimprovero a “Laudato sii”, come molti ambientalisti cristiani, è di identificare apparentemente l’Universo che noi conosciamo a “la” Creazione, dimenticando, per dirlo semplicemente, che c’era anche il Paradiso terrestre, prima dell’Universo decaduto dove noi viviamo dalle origini del Cosmo attuale (cfr. “Romani” 8, 18-25) e che ci sarà, oltre l’Universo presente, il Paradiso celeste, già inaugurato con la Resurrezione di Gesù. Il mondo dove noi viviamo (e che noi dobbiamo certamente mantenere abitabile!) non è che uno stato della creazione e non “la” Creazione pura e semplice. L’enciclica avrebbe tratto beneficio nel parlare più esplicitamente di questa “storicità” della Creazione nel suo insieme. A questo proposito si limita a fare un’allusione.

Monsignor Léonard, qui, ci ricorda ciò che, come cattolici, dovremmo sapere benissimo, e invece, nella stragrande maggioranza dei casi, non sappiamo, o abbiamo scordato, o causa della nostra ormai sempre più diffusa e crassa ignoranza teologica: che il “creato”, quale oggi lo conosciamo, non è affatto il Creato quale è uscito dalla mano sapiente di Dio; che la sua natura è stata irreparabilmente corrotta dagli effetti perversi del Peccato originale; e che, pertanto, voler porre la questione dell’ambientalismo, da un punto di vista cristiano, senza tener conto che l’Universo non è la Creazione quale Dio l’ha fatta, ma una cosa diversa, e che noi, allo stato attuale, partecipiamo della sua stessa corruzione, e ci troviamo nella stessa necessità di essere redenti – cosa che non possiamo certo fare da soli – è fondamentalmente sbagliato.

Strano, però. Quei teologi contemporanei che, dal Concilio Vaticano II in poi, si sbizzarriscono con sempre nuove  interpretazioni, teorie ed ipotesi, talvolta, si direbbe, quasi più per stupirci e per metterci in crisi, che per sincero amore della verità (e una teologia che non è d’aiuto alla fede, che razza di teologia è? certo non viene da Dio…), qui si sono sempre mostrati assai meno audaci, per non dire reticenti.  Essi lo sanno, o non lo sanno, che il Creato, prima del Peccato originale, era magnifico e perfetto, nella misura in cui possono essere perfette le cose create? Forse no, dato che immaginano il Peccato originale come avvenuto nel nostro stesso mondo, come lo conosciamo adesso, solo più prefetto di ora. Il fatto è che qui viene al pettine il nodo di una frettolosa e acritica accettazione del paradigma evoluzionista da parte della Chiesa cattolica, più che mai timorosa di ripetere “l’errore” del rifiuto della teoria copernicana e più che mai desiderosa di trovarsi all’avanguardia, e non alla retroguardia, del progresso scientifico e culturale (e infatti il cardinale Carlo Maria Martini, grande amico dei massoni e del “mondo moderno”, aveva sostenuto che la Chiesa è ”in ritardo” – ma rispetto a che cosa? – di duecento anni). Dalla giustissima e doverosa prudenza di Pio XII, che, nell’enciclica Humani generis (22 agosto 1950), metteva in guardia contro un’affrettata ed acritica accettazione in toto dell’evoluzionismo, e più ancora di certe sue conseguenze sulla natura dell’essere umano, al pronunciamento esplicito di Giovanni Paolo II, non richiesto e non necessario, che, di fatto, è stato non solo una resa, ma una vera e propria subordinazione della teologia cattolica agli esiti della ricerca scientifica, i quali (qualcuno avrebbe pur dovuto farlo notare al santo padre!) sono sempre mutevoli e ben di rado “definitivi”!), quando – dopo un primo pronunciamento del 1985, al Simposio Internazionale su Fede cristiana e teoria dell’evoluzione – affermò nel 1996, nel sessantesimo anniversario della rifondazione della Pontificia Accademia delle Scienze: Oggi, circa mezzo secolo dopo la pubblicazione dell’Enciclica [la Humani generis], nuove conoscenze conducono a non considerare più la teoria dell’evoluzione una mera ipotesi. La tortuosità linguistica rifletteva una tortuosità concettuale: perché una teoria è sempre e solo una teoria, mai una certezza; se fosse tale, la si chiamerebbe in altro modo. Ora, a parte l’imprudenza di prendere partito per una teoria scientifica non ancora universalmente accettata (e non ci si lasci ingannare da quel che dicono la stampa e i libri di testo ad uso scolastico: l’evoluzionismo resta una teoria, e ci sono in giro fior di scienziati non evoluzionisti), rimane la domanda perché mai la dottrina della Chiesa debba prendere posizione su questioni puramente scientifiche, e, più ancora, perché debba lasciare che da esse venga condizionata la sua dottrina. Ciò indica una cosa sola: la subordinazione, anche psicologica, che ormai moltissimi cattolici hanno introiettato rispetto alla cultura profana. Così come, nel Medioevo, la teologia (quella sana, non le varie degenerazioni della “svolta antropologica”) era la regina delle scienze, ora tutto, teologia compresa, è subordinato alla nuova regina del sapere, la scienza. E allora si spiegano tante cose, fra cui la profanazione animalista della basilica di San Pietro, poco prima del Natale 2015.

Alcune voci fuori dal coro hanno osservato che l’enciclica di papa Francesco,  immediatamente salutata dai media di tutto il mondo come “autenticamente francescana” (nel senso di san Francesco d’Assisi: povero santo, se avesse saputo quanto avrebbero strumentalizzato la sua fede!), nonché come “la più importante enciclica degli ultimi cento anni” (niente di meno…), sembra dettata, più che dalla dottrina ispirata al Magistero perenne della Chiesa, alle strambe e assai poco ortodosse teorie semipanteiste ed evoluzioniste del gesuita Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955). E allora sorge un fondato sospetto: che proprio lui, a suo tempo ammonito dal Sant’Uffizio (che ancora, per fortuna, esisteva) si voglia riabilitare, e farne il nuovo teologo ufficiale della Chiesa, come per secoli lo è stato san Tommaso d’Aquino. Se ciò accadesse, e vi sono diversi altri indizi che lo fanno pensare, allora ci troveremmo davanti a un ulteriore elemento indicante che è in atto una tenebrosa manovra per stravolgere la dottrina cattolica e condurre le anime inconsapevoli verso l’apostasia…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Febbraio 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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