giovedì, 25 Febbraio 2021
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Il limite antartico della vegetazione arborea

Lo studioso di fitogeografia il quale voglia tracciare sulla carta geografica il margine antartico della vegetazione arborea, dovrà prendere in considerazione una per una la flora delle piccole isole subtropicali di Francesco Lamendola

(Articolo pubblicato sul numero 3 del settembre 1986 de “Il Polo”, rivista trimestrale dell’Istituto Geografico Polare fondata da Silvio Zavatti, pp. 29-35).

      Nell’emisfero boreale le masse continentali dell’Europa, dell’Asia e dell’America del Nord si spingono profondamente in direzione del Polo Nord e in esse il passaggio dalla foresta di conifere alla tundra può essere osservato tanto agevolmente quanto lo è, in senso verticale, lungo i fianchi di un elevato sistema montuoso. Al contrario, nell’emisfero meridionale la prevalenza delle distese oceaniche fa sì che vi sia un brusco passaggio senza sfumature tra le terre emerse dell’Antartide – continente oggi del tutto privo di alberi – e i margini meridionali del Sud America, dell’Africa, dell’Australia e della Nuova Zelanda, ove è ancora rigoglioso non solo lo sviluppo delle conifere, ma anche della macchia mediterranea e perfino della savana sub-tropicale. Infatti, la fascia climatica corrispondente (nell’emisfero Nord) al trapasso dal bosco di conifere alla tundra è, in effetti, quasi interamente occupato dalle sezioni australi dell’Atlantico, dell’Oceano Indiano e del Pacifico.

      Di conseguenza, lo studioso di fitogeografia il quale voglia tracciare sulla carta geografica il margine antartico della vegetazione arborea, dovrà prendere in considerazione una per una la flora delle piccole isole subtropicali e subantartiche che giacciono disperse in tale immensa fascia oceanica. (1)

      La prima sorpresa, di carattere generale, che si presenterà al termine di una tale ricognizione, consiste nel notevole spostamento verso latitudini meno elevate  del limite antartico dell’albero, rispetto al corrispondente limite artico. Nell’emisfero settentrionale esso supera quasi ovunque il 60° parallelo – con la sola eccezione della penisola d’Alaska e delle isole Aleutine – e in parecchi punti lo stesso Circolo Polare Artico. Addirittura, nella penisola di Tajmyr (Siberia centrale) la taiga si spinge fin sulle rive del Mar Glaciale Artico, in corrispondenza del grande estuario del Hatanga, a circa 75° di latitudine Nord!

      Viceversa, nell’emisfero meridionale del nostro pianeta non solo il limite della vegetazione arborea resta ovunque ben lontano dal Circolo Polare Antartico, ma in un punto – come vedremo – sale a Nord del 40° parallelo e, comunque, non scende mai oltre il 56°. L’estrema punta del continente sud-americano, infatti,  segna il fronte di massima avanzata dei boschi in direzione del Polo Sud.

       A cosa è dovuta questa differenza? Perché nel nostro emisfero è possibile vedere maestose foreste alla latitudine di Murmansk e di Arcangelo, mentre nell’emisfero meridionale le Isole Malvine- che corrisponderebbero alla latitudine di Londra o di Rotterdam – non possiedono un solo albero?

      I fattori climatici, in questo caso, risentono della molto diversa distribuzione delle terre emerse e dei mari nei due emisferi. Fra 40° e 65° di latitudine Sud, le gelide correnti marine risalenti dall’Antartide non incontrano quasi ostacolo nel loro moto di deriva e provocano un generale raffreddamento del clima in questa parte del mondo. Anche i venti esercitano un influsso fortemente negativo sulla vegetazione arborea, e per lo stesso motivo: vediamo così che nella medesima regione – ad esempio la Terra del Fuoco, fra 52° e 56° circa di latitudine Sud – le coste battute direttamente dai venti ciclonici dell’Ovest sono del tutto spoglie d’alberi e con ghiacciai che scendono fino al mare, mentre le valli interne riparate dal vento sono ammantate da una foresta di latifoglie estremamente lussureggiante.

      Il limite climatico delle nevi persistenti è chiamato in causa in misura proporzionale: in Norvegia, a 60° di latitudine Nord, esso è situato a 1.600 metri sul livello del mare, mentre sullo Stretto di Magellano (53° di latitudine Sud) si aggira fra 900 e 1.200 metri. Si spiega così come sia possibile che nella flora delle isole cilene Juan Fernandez, alla latitudine di Valparaiso (circa 33° Sud) sia presente un elemento magellanico o sub-antartico, costituito da un’associazione completa di muschi, licheni, felci e piante con fiori. Si è supposto che la flora magellanica di Masa a Fuera (altitudine massima 1.650 m. s. m.) sia immigrata dal Cile meridionale o dalle Ande (alla latitudine dell’arcipelago) in epoca glaciale, quando sul continente aveva una più vasta diffusione dell’attuale: e tuttavia non è straordinario che si sia conservata fino ad oggi? Nell’emisfero Nord, la latitudine di Mas a Fuera corrisponderebbe all’incirca a quella di Casablanca, nel Marocco, o di San Diego in California: luoghi in cui bisogna salire ben oltre 1.000 metri per trovare una flora di tipo alpino!

       D’altra parte, per inquadrare in una prospettiva corretta il problema della vegetazione arborea nelle isole australi, occorre tener presente che la situazione, quale oggi la conosciamo, non dev’essere considerata fissa e immutabile nel tempo. A prescindere dai problemi relativi a una diversa distribuzione delle terre emerse in lontane ère geologiche (e dei “ponti” insulari ipotizzati da tanti paleontologi e botanici per spiegare migrazioni di specie, altrimenti problematiche), è, noto che i Poli hanno subito degli spostamenti notevoli, sì da provocare mutamenti nel clima e nella flora delle regioni (attualmente) circumpolari.

      Per fare solo un esempio, la spedizione antartica italiana del 1976, guidata da Renato Cepparo, ha scoperto nell’isola King George (62° latitudine Sud) una foresta fossile lunga 2 km. e larga 200 mt., che ammantava circa 12.000 anni fa questa isola delle Shetland Australi, dove oggi non vi sono che ghiacci e neve. È logico dunque supporre che anche le isole subantartiche più settentrionali verdeggiassero di foreste rigogliose in tempi geologicamente non lontani; né mancano in tal senso le testimonianze indirette. Nelle isole Kerguelen sono noti numerosi giacimenti di lignite, una sicura testimonianza che in queste terre subantartiche (48°-49° lat. Sud) esistevano dense foreste preistoriche, nonostante la violenza dei venti che non consente la presenza di ali ad alcun insetto indigeno. La lignite infatti, com’è noto, rappresenta una varietà di carbone che conserva ancora tracce della struttura fibrosa del legno.

       Infine, il fattore umano. Esso è testimoniato con certezza nelle oscillazioni del limite antartico della vegetazione arborea. Per esempio, se oggi la maggior parte della superficie dell’Islanda appare coperta dalla tundra, mentre solo nelle valli riparate del Sud-ovest sopravvivono modesti boschi, sappiamo però che fin verso il secolo IX o X il salice e la betulla la rivestivano quasi interamente di fitte foreste. Fu il disboscamento irrazionale da parte dell’uomo, anche per alimentare le spedizioni marittime dei Vichinghi, che decimò le superfici boschive dell’isola. Circa le regioni subantartiche non siamo altrettanto documentati sull’opera modificatrice svolta dall’uomo, sembra però doversi escludere una sua azione significativa nell’alterare il limite australe delle foreste. La maggior parte delle isole subantartiche pare fossero ignorate dall’uomo, e quanto all’Antartide propriamente detta, la presenza di esso anteriormente ai moderni viaggi d’esplorazione è ancora oggetto di discussioni. I manufatti d’argilla trovati nel 1893 da C. A. Larsen sull’isola Seymour attendono ulteriori conferme, e il viaggio del navigatore polinesiano Hui-Te-Rangi-Ora nel secolo VII o VIII è attestato solo dalla tradizione orale. In ogni caso, non pare che all’uomo possano imputarsi estesi disboscamenti come accadde in Islanda, tranne che per alcuni distretti della Nuova Zelanda e, forse, della Terra del Fuoco; tanto la Tasmania che l’isola Stewart, rispettivamente a Sud dell’Australia e della Nuova Zelanda, conservano ancora oggi le loro belle ed antiche foreste. Al contrario, l’uomo ha importato nelle estreme terre australi delle specie arboree prima sconosciute: il melo a Tristan da Cunha (37°06’ lat. Sud), il cavolo a Saint-Paul (38°43’ lat. Sud), ove ha assunto proporzioni quasi arborescenti.

      Per comodità, possiamo suddividere in tre gruppi le isole degli oceani australi: quelle antartiche propriamente dette, a Sud del 60° parallelo; quelle sub-antartiche, fra il 60° e il 50° parallelo circa (Convergenza Antartica), ed oltre; e quelle sub-tropicali, intorno al 40° parallelo o più a Nord (Convergenza Sub-Tropicale), “sfasate” di alcuni gradi rispetto alle loro omologhe dell’emisfero boreale. Le prime sono del tutto o in gran parte dell’anno coperte di ghiacci e ospitano solo una magra flora di muschi e licheni, che qui non ci interessa. Quelle del secondo e terzo gruppo presentano situazioni particolari e devono essere considerate caso per caso.

      Nella Terra del Fuoco, come s’è detto, le foreste sono confinate nel sistema vallivo centro-occidentale (lungo l’asse Seno dell’Ammiragliato-Lago Fagnano) e sulle coste sottovento delle isole occidentali, affacciantisi sui canali interni. La costa orientale dell’Isola Grande, sull’Oceano Atlantico, è del tutto priva di alberi. Prima che la violenza dei venti, gioca qui la piattezza del suolo: infatti in queste terre australi d’America la foresta, per conservarsi, abbisogna di una notevole umidità del terreno, che solo una certa inclinazione di esso può consentire. Così pure, la sezione dell’Isola Grande a nord della Sierra Carmen Silva è del tutto spoglia di vegetazione arborea, e per le medesime ragioni. I ricchi giacimenti di lignite, in parte già sfruttati dall’uomo, che occupano queste sezioni orientali dell’arcipelago, dimostrano però che il fronte delle foreste era anticamente molto più avanzato.

      L’Isola degli Stati, che è la prosecuzione della Penisola Mitre oltre lo Stretto di Le Maire, differisce alquanto dal paesaggio a tundra della parte orientale della Terra del Fuoco. Dal livello del mare fino a 400-450 metri d’altitudine si stende una fittissima, tenebrosa foresta di faggi, di magnolie, di berberis, e al di sopra di essi, per 100-150 metri, una fascia di vegetazione erbacea, ricca di fanerogame e sovente occupata da poderosi depositi di torba. Questa foresta dell’Isola degli Stati offre un aspetto singolare, ricca com’è di piante subtropicali che, nell’inverno australe, affondano in un mantello nevoso di un metro e mezzo e sono flagellate dalla grandine portata dai furiosi venti dell’Ovest. La latitudine piuttosto elevata (circa 54° 50’) impedisce tuttavia agli alberi di spingersi più in alto sulle aspre montagne di tipo alpestre (Monte Buckland, 915 m.), i cui fianchi appaiono nudi e sferzati senza tregua dalle tempeste.

      Delle isole Malvine abbiamo già detto. A proposito di esse, Charles Darwin osservava nel marzo del 1834: “ è singolare come non esistano assolutamente alberi su queste isole, sebbene la Terra del Fuoco sia coperta da una grande foresta. Il cespuglio più grande dell’ isola (appartenente alla famiglia delle Compositae) è appena alto come la nostra ginestra spinosa.” È probabile che anche nel recente passato le Malvine fossero spoglie d’alberi, poiché i loro depositi di torba dovettero formarsi con la decomposizione in valli paludose di semplici erbe, muschi e licheni (torba di prateria o di brughiera), grazie al clima estremamente umido. Però, se spingiamo ancor più indietro lo sguardo nel passato geologico dell’arcipelago, v’è motivo di credere che le cose siano andate diversamente. S’è già detto della migrazione del Polo Sud e delle foreste, presenti circa 10.000 anni avanti Cristo, nelle Shetland Australi. Tanto più, dunque, dovettero abbondare gli alberi nelle Malvine, poste dieci gradi più a Nord. Ma non basta.

      Gli orizzonti permiani delle Malvine e quelli della Patagonia (e anche dell’Africa Australe) presentano evidenti analogie, e il fatto che le isole giacciano sopra la piattaforma continentale sudamericana, mai superiore ai 200 metri di profondità, pur distando ben 500 km. dall’imboccatura orientale dello Stretto di Magellano, suggerisce che esse erano unite un tempo alla terraferma: forse fino all’ultima glaciazione (terminata 10.000 anni or sono), quando anche lo Stretto di Behring, all’altra estremità delle Americhe, dovette essere rimasto all’asciutto. Del resto, sulle Malvine esisteva una volpe indigena (Canis antarticus), scomparsa intorno al 1857, che offre, per dirla ancora con Darwin, il caso unico al mondo “di una estensione di terra così piccola e così distante da un continente, che possiede un quadrupede indigeno così grande, ad essa peculiare”. Come potè arrivarvi se non dalla Patagonia (ove esistono altre specie di volpi) quando le due regioni erano ancora unite, generando poi, per effetto dell’isolamento, una specie particolare? Ora, è ben vero che le specie arbustive fuegine trapiantate nelle Malvine non hanno allignato, forse a causa soprattutto dei venti di Sud-ovest; ma quando le isole formavano un blocco unico con il continente, la violenza di questi doveva essere alquanto smorzata. Allora la vegetazione delle Malvine doveva essere più simile a quella rigogliosa che copre attualmente le coste americane del Pacifico, innaffiate abbondantemente dalle piogge, piuttosto che quella della Patagonia atlantica d’oggi, semiarida e con vegetazione prevalentemente a carattere steppico.

      Delle altre isole subantartiche è presto detto. La Georgia Australe, la più vasta di tutte (3.592 kmq.) e l’unica abitata permanentemente fin dal 1904, montuosa (Monte Paget, 2.915 m.) e in gran parte coperta dai ghiacci, è del tutto priva di alberi. La violenza dei venti e il clima subantartico agiscono simultaneamente nel rendere impossibile lo sviluppo di una vegetazione arborea, sommando le componenti negative presenti alle Malvine (i venti incessanti dell’Ovest) e alle Shetland (le basse temperature sia invernali che estive). Anche in questo caso, l’insularità della Georgia Australe (smarrita a ben 2.000 km. ad est della Terra del Fuoco) e la sua ubicazione rispetto alle correnti marine ed ai venti dell’Antartide, fanno passare in seconda linea il fattore latitudine (fra 54°00’ e 54°55’ lat. Sud), che la vede collocata all’altezza del Canale Beagle, sul continente americano, ricco di foreste di latifoglie sempreverdi.

      Così pure sono prive d’alberi le Sandwich Australi (fra 56°18’ e 59°27’ lat. Sud), le Oracadi Australi (fra 60°15’ e 60°59’ lat. Sud), Bouvet (54°26’), le Isole Principe Edoardo (46°36’) e le Crozet (fra 46° e 49°50’). I primi due arcipelaghi costituiscono le vette emerse della catena andina, là dove essa s’immerge all’altezza dello Stretto di Drake, per riallacciarsi poi ai monti della Terra di Graham; gli altri sono di natura vulcanica.

      Invece le Kerguelen (fra 48°27’ e 49°50’ lat. Sud), pur essendo prive di vegetazione arborea, presentano una certa ricchezza di forme inferiori che le isole prima citate, tutte montuose e ricche di ghiacciai, non hanno. Vi cresce un arbusto rampicante alto 40 cm. (Acaena) e il noto cavolo delle Kerguelen (Pringlea antiscorbutica). Nell’emisfero boreale la posizione di queste isole corrisponderebbe a quella di Parigi o di Saint-Malo: anche qui è soprattutto il fortissimo vento di Ovest a impedire la crescita degli alberi. Le Kerguelen non sono coperte tutto l’anno dalla neve, il cui limite permanente è a circa 300m metri sul livello del mare, e i ghiacciai sono limitati alle parti montuose (cratere spento del Monte Ross, 1.960 m.). Il fatto che vi domini la tundra è dovuto non alle basse temperature estive ma all’imperversare dei venti ciclonici, per cui perfino le mosche sono inadatte al volo perché prive di ali.

      Il clima è di tipo oceanico molto piovoso, piuttosto che subantartico: ma il cielo quasi costantemente coperto, le piogge e i venti hanno guadagnato alle Kerguelen il nome di “Isole della Desolazione” (Aubert De La Rue). Sappiamo però che in passato il clima dovette essere ancor più mite e consentire lo sviluppo di foreste. Ciò è testimoniato non solo dai depositi di lignite, ai quali s’è già accennato, ma anche dagli alberi fossili che furono osservati fin dal 1774 dalla spedizione francese di Rosnevet, nella baia di Christmas Harbour. Uno di essi, misurato, risultò avere una circonferenza di ben sette piedi (mt. 2,10 circa): testimonianza evidente di un clima e di una ventosità ben diversi dagli attuali.

      Le isole Macquarie (54°40’ lat. S.) non hanno neppur esse alberi, ma ben 41 specie di muschi, 44 di licheni e 35 di piante vascolari indigene: tutte di origine post-glaciale. Nell’isola Campbell, che è posta alcuni gradi più a settentrione (52°33’ lat. S.) compaiono già alcuni alberi nani, come alle isole Auckland (51°30’), ove inoltre le felci cominciano ad assumere dimensioni arboree, che raggiungeranno completamente nelle splendide foreste della Nuova Zelanda (Cyathea Smithii), miste al faggio antartico (Nothofagus). Nelll’isola Stewart, separata dall’Isola del Sud neozelandese mediante lo Stretto di Foveaux, vi sono, misti ai pascoli, interi boschi di alberi nani, un tempo diffusi su quasi tutta la superficie dell’isola.

      Le isole del terzo gruppo da noi classificate, subito a Nord della Convergenza Sub-Tropicale, risentono delle singole condizioni locali e non sempre offrono una maggiore ricchezza floristica, come sarebbe naturale aspettarsi. A Tristan da Cunha (37°06’ lat. S.), nell’Atlantico, cresce – oltre a varie forme inferiori e alle piante introdotte dall’uomo – l’albero peculiare Phlyca arborea; ma a Saint-Paul, nell’Oceano Indiano (38°43’ lat. S.) non vi sono che muschi, licheni e prati, e solo il cavolo tende ad assumere dimensioni arboree. In questa zona il limite della vegetazione arborea passa attrvaerso il canale di circa 80 km. che separa Saint-Paul da un altro scoglio perduto a metà strada fra il Capo di Buona Speranza e la Tasmania: Amsterdam o Nuova Amsterdam (37°52’ lat. S.). In quest’ultima isola cresce, infatti, un albero delle Rhamnacee, la Phlyca nitida (simile a quello di Tristan da Cunha), oltre a felci, erbe, muschi e licheni e ad una Rosacea rampicante del genere Acaena. Dunque l’isola di Saint-Paul, a Nord del 40°, costituisce la più avanzata delle terre australi prive di vegetazione arborea (prescindendo dal cavolo gigante, introdotto dall’uomo). Eppure essa sorge alla medesima latitudine di Auckland e Melbourne, e appena un po’ più a Sud di Città del Capo; nel nostro emisfero, corrisponderebbe alla posizione di Atene, Cagliari o Lisbona!

      Viceversa le Isole Chatham, nel Pacifico, che sono poste parecchi gradi più a Sud (circa 44°), hanno carattere già decisamente tropicale: le felci arboree vi toccano il loro limite australe, come pure le palme, e vi è anche un piccolo albero (Corynocarpus). Esse risentono positivamente della vicinanza della Nuova Zelanda, che devia la violenza dei venti dell’Ovest e le correnti marine antartiche, mitigando alquanto il clima. Vi crescono perfino il grano, la patata, i legumi e il tabacco (mentre a Saint-Paul gli ortaggi hanno resistito a stento o sono degenerati).

      La carta numero 2 è stata costruita tenendo conto di tutte queste situazioni specifiche. Essa mostra che il limite teorico della vegetazione arborea nell’emisfero australe (se vi fosse, cioè, una fascia continua di terre emerse, come nell’emisfero boreale) correrebbe almeno lungo il 56° parallelo, poiché sin qui si spingono – come abbiamo visto – le foreste di faggi (talora nani) delle estreme terre americane. Nell’emisfero Nord, invece, l’unica importante “flessione” del limite arboreo (fino al 50° parallelo) si registra in corrispondenza dell’interruzione di terre continue fra Alaska e Siberia orientale: ossia delle isole Aleutine, che sono senz’alberi. Nell’emisfero Sud l’effetto “raffreddante” dei venti e delle correnti antartiche che corrono liberamente dall’ Atlantico all’Indiano al Pacifico, appare potenziato a dismisura, tanto che in corrispondenza di Saint-Paul il limite arboreo reale supera il 40° parallelo in direzione Nord. (Ma anche nella Nuova Amsterdam i boschi devono rifugiarsi nelle valli più riparate). Una differenza massima, dunque, di almeno diciotto gradi di latitudine fra limite teorico e limite reale (i quasi 56° di Capo Horn meno i 38° di Saint-Paul), il che significa non meno di 2.000 chilometri.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/06/2006 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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