giovedì, 24 Giugno 2021
HomeSCIENZABotanica e ambienteLe società umane, come i singoli individui, sono assetate di parole di...

Le società umane, come i singoli individui, sono assetate di parole di vita

Le società umane, come i singoli individui, sono assetate di parole di vita. Riflessioni contemplando lo spettacolo meraviglioso di quella sorgente limpidissima di un fiume che scaturisce dal fianco della montagna di Francesco Lamendola  

Era una splendida mattina d’inverno, fredda e tersa, con l’aria cristallina che e un cielo azzurro, sgombro di nubi, che pareva avvicinare ogni cosa.

Davanti, sullo sfondo, le montagne tutte bianche dell’Alpago, porta d’accesso al Cadore; a destra le pareti scoscese del Pizzoc, ancora in ombra, sovrastavano la conca ed il lago dalle acque tranquille di un bel verde smeraldo, mentre i boschi erano tutti ricamati di bianco, come gelidi merletti eseguiti da una fata invisibile; a sinistra, le pendici maestose del Col Visentin si stagliavano in piena luce, con una nitidezza tale che pareva di poterne sfiorare la cima lontana soltanto allungando una mano.

Il vecchio borgo di case secolari mi si parò davanti all’improvviso, come uscendo fuori dalla dimensione di un altro tempo. L’illusione era così perfetta che mi sarei quasi aspettato di scorgere la stalla con il bue e l’asinello davanti alla mangiatoia.

Le poche case in pietra, con le scale esterne e i balconi di legno scuro, parevano proprio quelle di un presepio: arroccate in cima a una balza della montagna, si godevano il sole di mezzogiorno in una pace non turbata da alcun segno della vita moderna. Anche la strada asfaltata si fermava prima di entrarvi, e gli unici suoni erano quelli di un cane che abbaiava dietro la siepe di un cortile. Un uomo anziano dall’aria cordiale, che calzava i tradizionali zoccoli di legno, mi indicò la strada con un sorriso: sì, ero ormai quasi arrivato.

Avevo trascorso le ore precedenti costeggiando le rive del lago per una stradina in ombra che era completamente ghiacciata e lungo la quale avevo rischiato di scivolare parecchie volte. Poi, passando sotto il viadotto della ferrovia, avevo visto uscire il treno, venti metri più in alto, da una delle numerose gallerie scavate nella roccia; e, superando un ponticello dell’Azienda Elettrica, mi si era offerto lo spettacolo delle giovani acque del fiume che si precipitavano rombando giù per la condotta forzata, scomparendo nel tunnel di pietra con un sordo brontolio.

Adesso ero quasi giunto alla meta. Lasciata alle spalle l’ultima casa, avevo imboccato uno stretto sentiero in discesa, lungo il quale bisognava procedere con cautela, perché il fondo di terra battuta era coperto da un ingannevole strato di neve ghiacciata. Poi, a una svolta, il fiume apparve di colpo: veniva giù con tutta l’irruenza del neonato, spumeggiando, in un allegro frastuono che sovrastava ogni altra voce.

Adesso potevo procedere appoggiandomi, sul lato esterno della valle, a una staccionata di tronchi d’albero cui, poco dopo, se ne aggiungeva un’altra sul lato interno, dove profonde grotte si aprivano lungo il fianco del monte: sicché il sentiero era fiancheggiato e protetto su entrambi i lati, con il torrente che gli cavalcava al fianco, quasi imbizzarrendosi e che, in un punto, si doveva attraversare su una stretta passerella.

Poi, finalmente, a una nuova svolta, ecco la sorgente: un piccolo bacino circolare a forma di laghetto, dal diametro non più ampio di sette od otto metri, che si raccoglieva ai piedi della roccia. L’acqua era ferma, di un intenso colore verde, così limpida che tutte le pietre del fondo apparivano come fossero state a cielo aperto. Poi, quasi davanti alla palizzata di tronchi, che lì terminava, una bassa diga di pietre orlava il bordo della conca e segnava il salto delle acque che, di colpo, cadevano con frastuono e si addentravano giù, nella gola seminascosta dalla fitta vegetazione – per quanto spoglia e ghiacciata – e andavano a riversarsi nel laghetto in fondo alla valle.

Era uno spettacolo suggestivo e, in un certo senso, commovente.

Ecco, pensavo, così è la natura degli uomini, sia a livello individuale che a livello collettivo: hanno sete di qualcosa che non è solo il pane, o il piacere, o il potere: hanno sete, così come gli animali che qui vengono a bere, specialmente d’estate, quando il luogo presenta un aspetto completamente diverso, immerso nel verde dei boschi e dei prati.

Religioni, ideologie politiche, saperi esoterici, utopie d’ogni genere hanno sorretto l’umanità lungo tutto il suo cammino, fin da quando i nostri antichi progenitori dipingevano con figure meravigliose e coloratissime le pareti interne di caverne perennemente immerse nel buio; fin da quando costruivano colline artificiali e monumenti megalitici che solo dall’alto si sarebbero potuti vedere nella loro interezza e che, quindi, essi non videro mai; fin da quando offrivano sugli altari le primizie dei campi, gli animali migliori, le preghiere più fervide.

Soltanto la cosiddetta civiltà moderna ha spezzato questo anelito antichissimo dell’uomo verso la sorgente della sua sete; o meglio, ha creduto di farlo: in realtà, non ha fatto altro che impiantare nell’immanenza la sua aspirazione alla trascendenza, creandosi degli idoli che goffamente hanno preso il posto dei miti e degli dei d’un tempo.

Aver negato questa sete d’infinito e di eterno è stata la più grande follia della modernità; e il marxismo non ha fatto altro che portare ai suoi termini estremi una tendenza avviata già nel XVIII secolo dalla cosiddetta Rivoluzione scientifica. Poi sono arrivati gli empiristi inglesi, i razionalisti francesi, gli illuministi e gli utilitaristi, con i quali ultimi la filosofia europea ha toccato il suo punto più basso, il suo nadir, proclamando che l’unico attendibile criterio di verità delle cose è quello dell’utile che si può ricavare da esse.

Tutto quello che è venuto dopo, non è stato che il logico sviluppo di tali premesse.

Gli uomini sono diventati feroci.

Oh, intendiamoci, un certo grado di ferocia lo hanno sempre avuto; ma, con la modernità, ha fatto la sua comparsa una tonalità di ferocia nuova: quella perpetrata in nome delle Libertà, della Fratellanza e della Uguaglianza.

In nome di quegli ideali, il cuore ed i visceri della principessa di Lamballe sono stati posti in cima alle picche e portati in trionfo dal popolo di Parigi fin sotto le finestre della prigione di Luigi XVI e di Maria Antonietta, perché i disgraziati li potessero vedere: e il sabba demoniaco è durato tutta la notte, fino alle prime luci del mattino.

Ecco, questa è stata la dimensione nuova della ferocia: che le atrocità, da quel momento in poi, sono state giustificate in nome dei più nobili ideali; non solo: che sono state perpetrate da masse ideologicamente fanatizzate. Fatti atroci come quello della principessa di Lamballe, ripetiamo, la storia ne presenta a migliaia: i Trevigiani guelfi fecero anche di peggio, allorché ebbero in proprio potere la famiglia di Alberico da Romano, fratello del famoso Ezzelino. Ma quelli erano stati scoppi di ferocia da parte di individui esasperati; qui, per la prima volta, compare la ferocia fredda e implacabile che riveste i panni della Giustizia sociale.

Tutto quel che è venuto poi, lo ripetiamo – i gas asfissianti, i forni crematori, le bombe al fosforo liquido, perfino le atomiche – altro non è stato che la coerente prosecuzione del cammino iniziato all’alba del XVIII secolo e profetizzato da volonterosi pensatori e riformatori. Come impazzita, di colpo, la società europea ha creduto di potere e di dovere distruggere ogni traccia del passato, qualificato come un secolare accumulo di errori, menzogne e iniquità.

I primi errori e le prime menzogne da distruggere, secondo gli araldi del Mondo Nuovo, erano tutte quelle idee, tutti quei sentimenti e tutte quelle tradizioni che si riferivano alla sete di assoluto e di eterno, che esprimevano il bisogno di una parola di vita.

Sciocchezze, dissero i campioni della modernità: il mondo è solo questo che abbiamo innanzi e che la scienza può misurare, descrivere e manipolare a piacimento; non esistono altri mondi, non esiste altra realtà. “La morte – fece scrivere Fouché all’ingresso dei cimiteri francesi, nel 1793, quand’era un commissario straordinario della Convenzione e non ancora un ineffabile camaleonte alla corte di Napoleone – è un sonno eterno”.

L’ultima follia, in ordine di tempo, scatenata dalla modernità, è la battaglia che un certo numero di scienziati hanno ingaggiato contro la morte fisica. Forse, essi dicono, la nostra generazione sarà l’ultima a dover morire; forse, tra qualche anno, la morte fisica verrà sconfitta.

E intanto, per avvicinarci a questa meta che sembra uscita dalle pagine di romanzi come «Frankenstein» o come «Jekill e Hyde», nei mortiferi laboratori di quegli apprendisti stregoni si sacrificano quotidianamente, fra torture indicibili, quantità industriali di miti animali, i nostri fratelli minori, senza il minimo scrupolo di coscienza.

In realtà, la sete  di parole di vita è così radicata e prepotente nell’animo umano che, se viene scacciata dalla porta, essa rientra dalla finestra. E non c’è spettacolo più atroce di quello di una ideologia del finito che assume la veci dell’ansia di infinito e che pretende di portare la perfezione nel mondo – sconfiggendo ogni ingiustizia, ogni malattia, ogni povertà -; in breve, che pretende di eliminare il Male, il Male con la M maiuscola e non il male come manifestazione di circostanze storiche e contingenti.

Atroce, perché il risultato non è e non potrà mai essere l’estirpazione del Male, ma la creazione di un Moloch spaventoso, in nome del quale si consumeranno, sotto forma di riti sacrificali, le forme più inumane di ferocia a danno non solo dell’uomo, ma dell’intero creato; e il nostro tempo ce ne ha dato, e tuttora continua a darcene, più di qualche saggio.

Ne abbiamo già parlato nel precedente articolo «La sofferenza è un male inevitabile o qualcosa che dobbiamo puntare a eliminare?» (sempre consultabile sul sito di Arianna Editrice); e la nostra conclusione era stata che la sofferenza è ineliminabile dalla condizione umana, perché la condizione umana è imperfetta; e non è imperfetta soltanto per ragioni storiche, alle quali – almeno teoricamente – si potrebbe ovviare; ma lo è per il suo statuto ontologico. Gli esseri umani, creature limitate e fallibili, sono soggette sia alla sofferenza che deriva loro dalla propria condizione fisica (malattie, offese degli agenti naturali, morte), sia a quella derivante dalla loro incapacità di individuare la strada del vero bene, e di attenervisi coerentemente.

La tecnica e la politica, nell’epoca della modernità e nell’ambito della cultura occidentale (non prima e non altrove), hanno preteso, rispettivamente, di distruggere entrambi questi generi di sofferenza: quella causata dalla natura, mediante la medicina, le costruzioni antisismiche, le previsioni meteorologiche e così via; e quella causata dalla storia, mediante l’abbattimento dei sistemi politico-sociali considerati regressivi e malvagi, e l’instaurazione, al loro posto, di nuovi sistemi, ispirati al bene e al progresso.

Illusioni funeste, l’una e l’altra; benché non vi sia nulla di sbagliato nel cercare di porre dei limiti alla sofferenza e nel lottare per ridurre e circoscriverne l’ambito quanto più possibile. Ma è assurdo e pericoloso pretendere di rimuoverla interamente, perché ciò significa misconoscere la reale natura della condizione umana.

Queste riflessioni svolgevo fra me, contemplando lo spettacolo meraviglioso di quella sorgente limpidissima di un fiume che scaturisce dal fianco della montagna, formando un minuscolo bacino cui innumerevoli esseri viventi si protendono per spegnere la propria sete.

L’uomo, anche il più smarrito e il più sviato, ha sete di parole di vita; ma la cultura moderna non gli rivolge che parole di morte. L’ideale della modernità è un mondo totalmente dominato dalla tecnica, da cui ogni umana imperfezione sia stata per sempre bandita: e un mondo del genere lo si può realizzare solo abolendo la vita e sostituendovi il gelo della morte.

Dobbiamo accettare l’idea che la malattia, la povertà e la morte ci saranno sempre; non per trarne la conclusione che, tanto, è inutile lottare per un mondo migliore, ma per liberarci dalla funesta illusione di onnipotenza che ci fa credere di poterci sostituire a Dio.

È solo accettando la nostra imperfezione e la nostra finitezza che possiamo serbare in noi la cosa più preziosa: questa sete prepotente di vita, la quale non si identifica (né si può soddisfare) con alcuna bevanda umana, ma che ci ricorda la nostra origine, la nostra ragion d’essere, la nostra ultima meta: che non è di questo mondo, ma si proietta ben al di là di esso.

Davvero, noi siamo viandanti assetati di parole di Vita eterna: ed è proprio questa sete a mantenere la tensione spirituale che, sola, rende la nostra esistenza degna di essere vissuta.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 02/01/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Agosto 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments