domenica, 28 Febbraio 2021
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Perché si sta sciogliendo la Piattaforma di Larsen?

Perché si sta sciogliendo la Piattaforma di Larsen? Effetto serra, emissione di CO2 e anidride carbonica: è lui, l’uomo “innocente” o è il grande colpevole dei mutamente climatici e dei loro impressionanti effetti collaterali? di Francesco Lamendola  

Così come si stanno ritirando i ghiacciai sulle montagne, sia in Europa che negli altri continenti (il fenomeno è apparso particolarmente evidente all’Equatore, dove i ghiacci sono molto circoscritti: sul Kilimagiaro, in Africa, o sul Monte Carstensz, nella Nuova Guinea), similmente stanno collassando i ghiacciai antartici che scendono al mare, e si stanno ritirando le piattaforme glaciali che contornano le coste di quel continente. Il caso più noto e più clamoroso, anche perché si è verificato di recente e gli scienziati di tutto il mondo hanno potuto osservarlo benesia per mezzo dei satelliti orbitanti nell’atmosfera (due dei quali italiani), sia mediante la ricognizione diretta, è stato quello della Piattaforma di Larsen, il cui distacco e scioglimento sono tuttora in corso, fenomeno sulle cui cause i pareri sono piuttosto discordi.

La Piattaforma di ghiaccio di Larsen, che ha una superficie complessiva di circa 78.500 kmq. (due volte e mezzo quella del Belgio), secondo i geologi si è formata prima dell’ultima glaciazione, oltre 12.000 anni fa, anche se le sue varie parti risalgono ad epoche diverse. La parte più giovane è quella di Larsen A, che, la quale, come pare, si era interamente sciolta e si è poi ricostituita, qualcosa come 4.000 anni fa; quanto al fronte della piattaforma, la sua età non va oltre i 200 anni, dato che esso si rinnova continuamente, mano a mano che se ne distaccano i ghiacci galleggianti. È stata così chiamata in onore del primo uomo che l’ha avvistata, il capitano ed esploratore norvegese Carl Anton Larsen (1860-1924), nel dicembre del 1893, al comando della baleniera Jason, il quale nel corso della sua spedizione antartica, si spinse alla latitudine più meridionale mai toccata da alcun uomo, 68°10 Sud, costeggiando il fronte ghiacciato fin dove gli fu possibile, profittando della stagione favorevole (ricordiamo che, nell’emisfero australe, i mesi sono rovesciati rispetto all’emisfero boreale, per cui dicembre corrisponde al nostro giugno). Si trova sul lato nord-occidentale del Mare di Weddell ed è, o piuttosto, era saldata alla costa orientale della Penisola Antartica, posta di fronte alla Terra del Fuoco, nel Sud America, da cui la separa lo Stretto (o Canale) di Drake, nel punto di congiunzione fra l’Atlantico e il Pacifico meridionali. Geologicamente, la Penisola Antartica è la prosecuzione della Cordigliera delle Ande, cui si ricollega mediante alcuni arcipelaghi ed isole, come la Georgia del Sud, le Orcadi Australi e le Shetland Australi. Per comodità di studio, gli oceanografi hanno suddiviso la Piattaforma di Larsen, che si estende per cinque gradi di latitudine, dal Capo Longing, a 64°33 S., fino al lato sud dell’isola Hearst, a 69°25’, in quattro settori distinti: Larsen A (il più piccolo), Larsen B, Larsen C (il più esteso) e Larsen D, procedendo da Nord a Sud. Ancor più a mezzogiorno, oltre l’isola Hearst, esistono anche i settori Larsen E, F e G, molto più piccoli e meno importanti.

Dal gennaio del 2017 gli scienziati del Progetto Midas, dell’Università di Swansea, nel Galles, ma finanziato dalla NASA, avevano lanciato un allarme: un enorme iceberg, lungo 80 km., stava per staccarsi dalla piattaforma Larsen C: tale era la lunghezza della spaccatura che si era creata nel ghiaccio, e che da tempo veniva da essi monitorata, prima di estendersi rapidamente fino alle dimensioni attuali. Fra il 10 e il 12 luglio il distacco è avvenuto e l’iceberg neonato è risultato avere la superficie impressionante di circa 5.800 kmq (non molto di meno della Corsica, per intenderci, che ne ha una di 8.680) e rappresenterebbe un notevole pericolo per la navigazione, specialmente se andasse alla deriva verso Nord, nonché per le migrazioni degli animali e per gli equilibri complessivi dell’ecosistema dell’Antartide Occidentale, e non solo di quello. Ma che cosa sta succedendo, laggiù, nei remoti e tempestosi mari antartici; e perché, e in quale misura, degli eventi così lontani potrebbero avere un impatto sul resto del mondo?

Intanto, a partire dal 2002, si è verificato un movimento anche sulla terraferma: il ghiacciaio Crane, che si forma sulle colline nella parte interna della Penisola Antartica, nota come Terra di Graham, ha aumentato di tre volte la sua velocità di scorrimento verso il mare: mano a mano che si formava la spaccatura, la piattaforma ha cominciato a cedere, come una diga, liberando l’energia compressa del ghiacciaio.  Ma andiamo con ordine.

Nel gennaio del 1995 la Piattaforma Larsen A si è completamente dissolta, in seguito a una violenta burrasca. La cosa ha stupito il mondo scientifico, perché, fino a quel momento, si era pensato che fenomeni glaciologici di tale ampiezza avvengono in un lasso di tempo più lungo: la velocità, anzi, la repentinità della scomparsa della Larsen A, rappresentava perciò un fatto nuovo e sconvolgeva le precedenti teorie oceanografiche. Si sapeva che le piattaforme glaciali dell’Antartide (ice shelf) sono soggette a periodiche riduzioni della loro superficie, sia per il distacco degli iceberg, sia per lo scioglimento del fronte, tanto in alto quanto in basso; mai, però, si era immaginato che potessero aver luogo praticamente da un giorno all’altro, almeno su quella scala. Appena sette anni dopo, nel marzo del 2002, un grandioso distacco si verifica nella Larsen B, con la perdita di oltre 3.000 kmq. di superficie, in un punto in cui il ghiaccio aveva uno spessore di oltre 200 metri. È allora che si registra l’impressionante aumento della velocità di deflusso del ghiacciaio Crane, che scende al mare alla sua altezza: evidentemente, la piattaforma formava una sorta di barriera che ne rallentava il deflusso, barriera che è saltata come un tappo quando la piattaforma si è spezzata. Gli scienziati porevedono che i frammenti superstiti della Larsen B hanno i giorni, per così dire, contati: nell’arco di pochissimi anni, ciò che resta di essa dovrebbe sparire completamente, come è già accaduto alla sua “sorella” minore, la Larsen A.

A questo punto l’attenzione del mondo scientifico si è concentrata sulla Larsen C, la più grande; ed ecco che nel luglio del 2017, come abbiamo detto, praticamente sotto i loro occhi, se ne stacca una porzione di quasi 6.000 kmq., in conseguenza di una frattura colossale che si era formata alcuni mesi prima, sembra nel novembre 2016. Il nuovo iceberg, che gli scienziati hanno denominato A-68, è veramente enorme: per la precisione, il più grande in assoluto, fra quanti conosciuti in epoca storica, dopo il suo “collega” B-15, staccatosi nel marzo del 2000 dalla Barriera di Ross, e che ha una superficie di 11.000 kmq. Si tratta ora di vedere se questo colosso – il cui peso è stato calcolato in oltre un trilione di tonnellate -, che ha incominciato la sua deriva verso Nord, si romperà abbastanza velocemente in frammenti più piccoli, e quindi meno pericolosi per la navigazione, o se manterrà il suo nucleo compatto, nel qual caso rappresenterà un serio problema ancora per alcuni anni, prima di sciogliersi.

Hanno scritto i curatori dell’American Museum of Natural Hisstory nell’opera Oceani (titolo originale: Ocean, Dorling Kindersley Limited, London, 2006; traduzione di Viviana Chiarlo e altri, Milano, Mondadori, 2007, vol. 2, p. 267):

Le piattaforme glaciali ricoprono il 44 per cento della costa dell’Antartide. Le estensioni della calotta glaciale che galleggiano sull’oceano si allontanano dalla terra spinte dal peso della neve accumulata. Avanzano sulla superficie del mare per anni o decenni fino a quando la fronte della piattaforma, diventata troppo pesante, si rompe formando iceberg tabulari. L’avanzata e il ritiro dei ghiacci sono un ciclo naturale, ma in tempi recenti piccole piattaforme glaciali della Penisola Antartica hanno subito collassi catastrofici per l’innalzamento della temperatura di 2,5° negli ultimi 50 anni. Anche se la perdita di ghiaccio galleggiante non influenza il livello globale dei mari, sembra che la calotta continentale glaciale adiacente possa diventare instabile senza la zona cuscinetto della piattaforma. Dopo il collasso della piattaforma Larsen B nel 2002, gli scienziati rilevarono che i ghiacci vicini avevano iniziato a spostarsi tra due e otto volte più veloci. Non è chiaro se le più grandi barriere di Ronne e di Ross rischino di staccarsi nello stesso modo dalla calotta dell’Antartide occidentale. Se il riscaldamento della regione continuerà causando il collasso della calotta glaciale, il livello globale dei mari potrebbe salire di oltre cinque metri mettendo in pericolo le aree costiere densamente abitate di tutto il mondo. […]

La piattaforma di Larsen occupa la costa occidentale della Penisola Antartica. Nel 1995, la parte settentrionale, Larsen A, durante una tempesta si frantumò in piccoli blocchi di ghiaccio. Nel 2002 in modo simile si disintegrò in poche settimane anche la parte entrale, Larsen B. Per il momento la parte più grande della piattaforma sud, Larsen C, sembra stabile, anche se ha perso una vasta porzione nel 1986 [questo sembra essere un refuso per 2017].

[…] La piattaforma [di Larsen B, il 7 marzo 2002] si ruppe in tanti piccoli frammento e solo alcuni più grandi, che si persero in poco tempo nel mare di Weddell. È possibile che l’acqua di disgelo abbia contribuito all’apertura di crepacci che attraversano tutti i 2.200 metri di spessore della piattaforma Larsen B.

Uno degli iceberg più grandi mai visti, lungo 300 chilometri e alto 60 metri, il B 15 si staccò dalla barriera di Ross nel marzo del 2000. Si spostò nel mare di Ross per diversi anni, ostacolando la navigazione e la migrazione dei pinguini. Nel novembre del 2005 si era rotto in molti blocchi più piccoli che si mossero nell’Oceano Meridionale.

Sorge, naturalmente, la domanda: perché? Quale è stata la causa, o quali sono state le cause, che hanno provocato la rottura della Piattaforma di Larsen, che sembra avviata alla dissoluzione (anche se il settore Larsen C, per adesso, appare solido e, anzi, in via di accrescimento, con un aumento stimato della sua superficie di oltre 22.000 kmq.)?

Diciamo subito che, nello scontro di opinioni e teorie diverse, la disputa principale è fra due scuole di pensiero: quella che attribuisce la causa fondamentale della rottura all’azione indiretta dell’uomo, ossia al riscaldamento globale antropogenico, e quella che  non ritiene provata la cosa e chiama in causa altri fattori di tipo naturale, sempre però responsabili di un cambiamento climatico, come ce ne sono stati altri in passato. Non vi è  uniformità di pareri nemmeno riguardo a che cosa, esattamente, si stia riscaldando, sia a livello planetario che locale, in misura tale, da provocare la rottura e lo scioglimento della Piattaforma Larsen: secondo alcuni il riscaldamento avviene nell’atmosfera, secondo altri esso ha luogo nelle acque marine. Anche i venti sono delle possibili cause, o concause: un riscaldamento della massa oceanica può aver determinato un rafforzamento nella circolazione dei venti, i quali possono aver affrettato il distacco degli iceberg e, quindi, la frammentazione progressiva della piattaforma. È anche possibile che le cause risiedano nel riscaldamento simultaneo dell’aria e dell’acqua; di tale opinione è lo scienziato Ted Scambos, della Università del Colorado. Da ultimo, riferiamo che esiste anche la teoria dei mutamenti ciclici, sostenuta da Michiel R. van den Broeke, dell’Università di Urtrecht: il clima antartico sarebbe caratterizzato da cicli di riscaldamento e raffreddamento che si alternano secondo periodi di 12 e di 30-35 anni, sull’ordine dell’aumento o della diminuzione di pochissimi gradi centigradi (uno ogni 15 anni circa), sufficienti, però, a provocare effetti piuttosto estesi. Lo scioglimento completo della Piattaforma di Larsen C, se avvenisse, come ormai sembra probabile, determinerebbe un aumento della superficie dei mari di 10 centimetri. Ora, se si immagina, nei prossimi anni, lo scioglimento di piattaforme antartiche ben più estese, come la Barriera di Ross (di 473.000 kmq: quasi come la Spagna) o la Barriera di Filchner-Ronne (425.000 kmq.), e con uno spessore di centinaia di metri (per lo più nella parte immersa), è facile immaginare cosa accadrebbe: il livello dei mari si solleverebbe non di centimetri, ma di alcuni metri, con tutte le catastrofiche conseguenze che ne deriverebbero per l’uomo.

E lui, l’uomo, è “innocente”, oppure è il grande colpevole di questi mutamente climatici e dei loro impressionanti effetti collaterali? È difficile pensare che gli alti tassi raggiunti dall’inquinamento atmosferico – specialmente l’anidride carbonica delle industrie e dei mezzi di trasporto, e il metano delle risaie e degli allevamenti intensivi -, nonché la deforestazione e l’inquinamento marino, non abbiano quanto meno contribuito a determinare l’innalzamento delle temperature, e quindi anche lo scioglimento progressivo dei ghiacci, comprese le piattaforme antartiche. Eppure, non siamo in grado di stabilire quanta parte di responsabilità sia da attribuire all’uomo, perché mutamenti climatici, anche recenti, come la Piccola èra glaciale (dal 1300 alla metà del 1800), sono avvenuti anteriormente alla rivoluzione industriale, e perché nemmeno gli effetti dell’attività solare sul clima terrestre sono ben conosciuti. Ma che l’emissione di CO2 e anidride carbonica, potenziando assai il pur benefico effetto serra, costituisca un grave pericolo per il nostro futuro, così come la distruzione progressiva delle foreste, è un fatto, non una opinione. A noi trarre le conseguenze di tutto questo…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 14 Settembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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