martedì, 15 Giugno 2021
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Quale forza misteriosa spinge la linfa su per il tronco di un albero, a cento metri d’altezza?

Quale forza misteriosa spinge la linfa su per il tronco di un albero, a cento metri d’altezza? Quante sono le cose che crediamo di sapere e non sappiamo: limiti dello scienziato politically correct e della scienza moderna di Francesco Lamendola

Quante sono le cose che crediamo di sapere, e non sappiamo: non solo nell’ambito della metafisica, ma anche in quello del mondo fisico. Ci dimentichiamo troppo spesso che la scienza moderna, galileiana e meccanicista, è, sostanzialmente, una scienza del “come”, una scienza descrittiva: osserva i fenomeni, li classifica, li cataloga, li quantifica; ne spiega i meccanismi di base, anche, qualche volta… e lì si ferma. Non è capace di andare oltre: non osa spingere le sue domande oltre un certo livello – e sia pure restando rigorosamente in un orizzonte immanentistico. In fondo, non è onesta. Dichiara di saper spiegare la ragione dei fenomeni, e tuttavia, non appena il gioco si fa duro, tira i remi in barca e smette di far domande; né ammette che ci siano domande da fare. Se qualcuno le fa, lo scienziato politically correct lo squadra dall’alto in basso e gli fa capire, con quella sola occhiata, che certe domane non s’hanno da fare. Hanno cose ben più importanti delle quali occuparsi, gli scienziati, che perdersi dietro agli ingenui “perché” delle persone insistenti.

Eppure…

Forse, dopotutto, non era poi del tutto sbagliata l’impostazione della scienza aristotelica, che non domandava “come”, ma “a qual fine” avvengono i fenomeni. Forse non è stato poi tanto saggio e intelligente buttare nel cestino della carta straccia il finalismo e liquidare, con una scrollata di spalle, la domanda fondamentale che gli scienziati, dall’antichità fino al Rinascimento ed oltre, si facevano: a qual fine, verso quale scopo si manifesta quel certo fenomeno? Aristotele, per esempio, affermava che ogni sostanza si muove verso il luogo che le è proprio: il fuoco si muove verso l’alto, e così pure l’aria; l’acqua e la terra, invece, si muovono verso il basso, perché quelli sono i loro luoghi naturali. Poi arrivano Galilei e i suoi seguaci, rovesciano il banco ed esclamano: Che sciocchezze! Questa domanda è mal posta; che le cose abbiano una loro sede naturale, è metafisica e non ci interessa. Noi vogliamo capire e spiegare in che modo l’acqua vada verso il mare, e in qual modo, poi, ritorni verso l’alto, sotto forma di vapore. Questa è la vera scienza, e queste sono le domande giuste, le domande serie, che gli scienziati devono porsi. Il resto sono chiacchiere; o, come avrebbe detto poi il buon David Hume, sono imposture meritevoli di essere gettate nel fuoco del caminetto, a bruciare (forse una reminiscenza involontaria dell’inferno cristiano, sfuggita all’inconscio del grande scettico del XVIII secolo?).

Benissimo: prendiamoli in parola, questi scienziati galileiani, così pragmatici ed efficienti, così sicuri del fatto loro, dopo aver collezionato tante e tante vittorie (reali o apparenti?) nel tradurre in termini operativi, utili sul piano pratico, i risultati del metodo sperimentale, imprimendo una spinta formidabile allo sviluppo della tecnologia e inebriando le masse con la seduzione del Progresso. E poniamo loro una domanda semplicissima, da prima elementare, anzi, una domanda che potrebbe fare benissimo anche un bambino dell’asilo, dopo che la maestro ha illustrato ai suoi alunni, nel modo più facile e chiaro, la struttura e la fisiologia di un albero: Ma come fa, quell’albero, a  spingere su dalle radici, e fino alla cima, la linfa grezza che ha tratto dal terreno? È una domandina facile, non è vero? Dal momento che voi aborrite quell’altra domanda, “a qual fine l’albero spinge in su la linfa, eccetera”, provate a rispondere a questa domanda; provate a soddisfare la curiosità istintiva d’un bambino di cinque anni. Sappiamo che esistono alberi, come la sequoia gigante o l’eucalipto, che possono arrivare a cento metri d’altezza, e anche più: ebbene, qual è la forza che spinge in su la linfa, all’altezza di un grattacielo di trenta piani?

Sentiamo cosa prova a rispondere la scienza “ufficiale”, per bocca di due noti divulgatori scientifici, in un classico manuale scolastico, sul quale, forse, alcuni di noi hanno studiato ai tempi del liceo (da: Giuseppe Montalenti e Valerio Giacomini, Corso di Biologia per le scuole medie superiori, Firenze, Sansoni Editore, 1971, pp. 263-265):

FUNZIONI DEL FUSTO.

CIRCOLAZIONE DELLA LINFA GREZZA ED ELABORATA

Si è già detto che il fusto ha la funzione principale di distribuire le foglie in modo vantaggioso per la realizzazione della fotosintesi. La fillotassi è una dimostrazione delle modalità con cui è realizzata una razionale disposizione del complesso fogliare.

Ma non è meno importante la conseguenza che ne deriva, cioè la necessità di provvedere, anche in fusti enormemente sviluppati e ramificati, alla distribuzione equa e adeguata della linfa ascendente e discendente. Si può dire che tutto il complesso di strutture primarie e secondarie sin qui descritte è destinato proprio a realizzare questa delicata funzione.

Ci si può chiedere tuttavia, in particolare, come possa attuarsi la salita della linfa grezza dalle radici – che la attingono dal suolo – fino alle sorprendenti altezze di alcuni alberi giganteschi, che come è noto possono superare anche i 100 m.

In conseguenza alla pressione atmosferica (pressione di 1 atmosfera) l’acqua può innalzarsi soltanto di 10 m; occorrerebbero ben 10 atmosfere per farla elevare fino a 100 m. È stata invocata anche la capillarità dei vasi delle piante, la pressione osmotica – di cui si tratterà a proposito dell’assorbimento radicale – ma si tratta di argomenti insufficienti.

Certo una notevole importanza assume la traspirazione, che determina impoverimento di acqua nelle cellule degli organi più alti – le foglie – e quindi un richiamo d’acqua dalle cellule retrostanti, a succi cellulare meno concentrato. Si determina così un GRADIENTE OSMOTICO da cellula a cellula. Vi è chi ha dato particolare importanza alle cellule viventi che accompagnano lo xilema, ma questa teoria vitalistica è stata svalutata, almeno in parte [lo xilema è il tessuto vegetale, conosciuto anche come “legno”, che serve, nelle piante vascolari, appunto al trasporto della linfa grezza, acqua e sali minerali in essa disciolti, dalle radici alle foglie].

Maggiore significato si tende ad attribuire alla PRESSIONE RADICALE. Si è notato infatti che l’ascesa di acqua avviene anche in piante in abito invernale, senza foglie, quindi senza attività di traspirazione. Se si tronca un tralcio di vite spoglia, fuoriesce acqua in certa abbondanza – è il cosiddetto “pianto della vite” -; se collochiamo al luogo del taglio un manometro a mercurio, possiamo misurare una pressione non insignificante di alcune atmosfere (nelle radici di alcune piante anche 5-6 atmosfere).

Un’altra teoria darebbe però spiegazione più esauriente. Si basa sulla forza di coesione raggiunta dalle molecole fra loro e che in certi succhi vegetali raggiunge valori altissimi: oltre 200 atmosfere nel succo centrifugato di agrifoglio.

Come si vede, gli Autori di questo manuale ormai “storico” sono abbastanza onesti da sollevare la questione, laddove altri preferiscono ignorarla e andare avanti con la descrizione della fisiologia vegetale, facendo finta di nulla: ammettono, cioè, che una spiegazione del fenomeno non è stata data; quanto meno, che nessuna delle spiegazioni finora avanzate – ed essi ne citano almeno cinque – risulta, per una ragione o per l’altra, del tutto soddisfacente. Certo: di più, da una prospettiva scientifica moderna e “ortodossa”, non è possibile aspettarsi; non è immaginabile, ad esempio, che gli autori di un manuale scolastico si fermino per addentrarsi in una discussione epistemologica sulla natura dell’odierno sapere scientifico e sulla sua impostazione di fondo – razionalista, materialista, meccanicista e riduzionista. D’altra parte, forse è proprio lì che si dovrebbe andare a cercare, una volta che ci si sia resi conto, per averla toccata con mano, quanto grande sia la nostra ignoranza sui fenomeni naturali che pretendiamo di conoscere, solo perché li possiamo osservare e misurare con precisione, e quindi descrivere dettagliatamente, classificandoli e catalogandoli secondo uno schema rigorosamente sistematico.

Sia come sia, questo è il problema: la scienza moderna avanza un certo numero di ipotesi, di possibili spiegazioni, ma, in definitiva, deve ammettere – a denti stretti – che nessuna è sufficiente a spiegare interamente il fenomeno osservato. Si dirà che non c’è nessuno scandalo in questo; che la scienza procede appunto così;  che, per statuto epistemologico, tale è la strada che essa deve percorrere, e nessun’altra: l’osservazione, la formulazione di una ipotesi, la verifica sperimentale, la conferma dell’ipotesi mediante una “legge”. Cioè, l’ipotesi diventa legge quando è stata confermata dall’esperimento; fermo restando che le leggi scientifiche sono costantemente perfettibili e, pertanto, sono soggette ad un certo grado di revisione, di aggiornamento, di conferma e, al limite, anche di sconfessione, qualora nuove scoperte e nuove ipotesi rendessero insostenibili le precedenti certezze, e imponessero la costruzione d’un nuovo paradigma. Tuttavia, siamo proprio sicuri che non vi sia alcuno “scandalo”, e questo modo di procedere non nasconda una pecca di fondo, ossia la pretesa di ridefinirsi costantemente in maniera da non avere mai torto, da non sconfessare mai se stesso, da non ammettere mai alcuna critica, se non all’interno della propria prospettiva intellettuale e della propria particolare concezione filosofica?

Vediamo. Una cosa è dire che, domani o dopodomani, forse, arriveremo a conoscere quale forza misteriosa spinge in alto la linfa grezza lungo lo xilema degli alberi (e non occorre che siano alti 100 metri perché il fenomeno desti, comunque, la nostra sconfinata meraviglia), mentre, allo stato attuale delle nostre conoscenze, si deve onestamente riconoscere che non lo sappiamo; e un’altra cosa, e ben diversa, è pretendere che non esistano altre maniere di porsi davanti alla questione, e che non sia lecito porre altre domande all’infuori del “come” e del “per quale causa” – e, in particolare, che non sia lecito, come ai tempi della scienza aristotelica, domandarsi non “come”, ma “a quale fine” avvengono i fenomeni della natura. Peraltro, non si tratta solo di stabilire quali domande siamo “ammesse”, e quali no; e da quale prospettiva ci si debba porre nello studio della natura, e da quale non lo si debba fare. La questione è molto più complessa e delicata. La ragione principale della ritrosia degli scienziati moderni ad ammettere la loro impotenza a spiegare realmente tutta una serie di fenomeni – quello della circolazione della linfa grezza lungo il tronco di un albero è solo una fra i mille che avremmo potuto scegliere – non consiste tanto in una questione di metodo, ma proprio nella loro assoluta indisponibilità a discutere le fondamenta del paradigma culturale che hanno costruito, e all’interno del quale si muovono.

La domanda sul “perché” di un determinato fenomeno naturale è una domanda solo apparentemente innocente, perché, a sua volta, rimanda a tutta una serie di ulteriori domande, le quali, come in un gioco di specchi, scivolano insensibilmente verso un orizzonte di senso che non è più naturale ed immanente, ma metafisico e trascendente. È inevitabile che, quando ci si chiede perché i fenomeni della natura avvengono in quel certo modo, si finisce per chiedersi, semplicemente, perché avvengono; dopo di che, la domanda successiva investe, necessariamente, la dimensione dell’essere, ossia perché le cose sono, invece di non essere. E questa è una domanda metafisica. Gli scienziati moderni hanno orrore di un simile esito e cercano di guardarsene, sorvegliando che le domande siano sempre formulate in modo da rientrare in un orizzonte immanentistico e siano suscettibili di ricevere delle risposte che non eccedano la dimensione naturale. È inevitabile, però, che la stessa curiosità intellettuale che spinge gli scienziati a procedere con i loro interrogativi senza fermarsi mai, e a tentare di rispondervi, li porti, anche non volendolo, a sfiorare la soglia della metafisica, perché le domande sul “perché” hanno a che fare con l’essere in quanto tale, e non più con questo o quell’essere, con questa o quella modalità dell’essere. Nel caso della biologia, gli interrogativi sulla fisiologia degli esseri viventi rimandano, un poco alla volta, quanto più ci si addentra nella complessità del fenomeno “vita”, alla grande domanda su che cosa sia la vita in se stessa; e, ovviamente, su che cosa sia la morte. Perché gli esseri vivono, perché muoiono? Nessuno scienziato può dare una risposta a simili interrogativi, in quanto scienziato. La scienza si occupa del finito, della materia, della natura. Il problema è che la nostra scienza, cioè la scienza moderna, non ammette dei limiti alla ricerca, non riconosce dei confini nella propria mappa concettuale. Di conseguenza, pretende di procedere verso la dimensione dell’essere con gli stessi criteri che adopera nello studio degli enti. Ed è lì che tradisce se stessa, investendosi d’un ruolo che non le appartiene…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Novembre 2016

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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