venerdì, 17 Settembre 2021
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Scoprire per caso, all’ultimo minuto: sindrome da bugia o messaggio del profondo?

Un aspetto piuttosto interessante, nella storia della scienza, è la frequenza con cui si presentano o paiono presentarsi le scoperte casuali di Francesco Lamendola  

Un aspetto piuttosto interessante, nella storia della scienza, è la frequenza con cui si presentano (o paiono presentarsi) le scoperte casuali fatte all’ultimo minuto, quando non c’è più tempo per approfondirle ed è necessario rimandare ogni cosa ad un tempo successivo, quando si ripresenteranno condizioni favorevoli. La storia della botanica, della zoologia, della paleontologia e della geologia, in particolare, sono addirittura piene di episodi del genere, la cui frequenza suggerisce che difficilmente può trattarsi di mere coincidenze, ma che esse devono nascondere qualche cosa d’altro, di più profondo.

Piuttosto tipico, in proposito, quanto accadde nel 1909 al famoso geologo e paleontologo americano Charles Doolittle Walcott (1850-1927), amico personale di vari presidenti degli Stati Uniti e ispiratore del Carnegie Insitute di Washington. In quell’anno egli si era recato nella Columbia Britannica in cerca di fossili, nella sezione delle Montagne Rocciose posta tra il Mount Field e il Mount Wapta, quando ebbe la ventura di imbattersi in quello che sarebbe divenuto celebre come Burgess Shale. Si tratta di un giacimento fossilifero che supera ogni altro per la mirabile ricchezza di esemplari marini conservati nei suoi argilloscisti, tutti databili a un’epoca di poco posteriore (poco, s’intende, su scala geologica) alla cosiddetta “esplosione del Cambriano”, avvenuta circa 570 milioni di anni fa.

Circa il significato di tale ritrovamento, il noto divulgatore scientifico Stephen Jay Gould (che potremmo definire un evoluzionista moderato e molto “gradualista”), professore di geologia, biologia e storia della scienza all’Università di Harvard, nel suo libro Bravo brontosauro. Riflessioni di storia naturale (titolo originale: Bully for Brintosaurus. Reflections in Natural History, New York-London, 1991;  traduzione italiana di Libero Sosio, Milano, Feltrinelli, 1992, p. 242), ha osservato:

“Walcott, che era legato a una visione convenzionale di un progresso lento e costante, associato a una crescente complessità e diversificazione, fraintese completamente gli organismi di Burgess. Egli li fece rientrare tutti a forza in gruppi moderni, interpretando l’intera fauna come un insieme di precursori moderni di forme posteriori. Nuovi studi della fauna di Burgess condotti negli ultimi vent’anni hanno capovoltola concezione di Walcott e ci hanno insegnato la cosa più sorprendente che sappiamo sulla storia della vita: i fossili rinvenuti in questo piccolo giacimento della Columbia Britannica superavano, per varietà anatomica, tutti gli organismi viventi negli oceani attuali. Tra i fossili di Burgess ci sono dai quindici ai venti organismi  che non possono essere classificati in alcun phylum moderno e rappresentano forme di vita uniche, esperimenti falliti nel progetto dei metazoi. All’interno dei gruppi noti, la varietà di Burgess è di gran lunga superiore a quella attuale.  I tassonomisti hanno descritto quasi un milione di specie viventi di artropodi, i quali possono però essere classificati tutti in tre grandi gruppi: gli insetti e i loro affini, i ragni e i loro parenti e i crostacei. Nel singolo giacimento canadese di Walcott, un numero molto inferiore di specie comprende una ventina di piani anatomici fondamentali in più! La storia della vita è un racconto di decimazioni e di posteriori stabilizzazioni di poche anatomie superstiti, non una storia di costante espansione e progresso.”

Ad ogni modo, quello che qui ci interessa sono le circostanze in cui avvenne la scoperta del sito di Burgess da parte di Walcott. Il racconto che si è imposto nell’ambiente scientifico internazionale è quello del paleontologo Charles Schuchert, professore all’Università di Yale, amico ed ex assistente dello stesso Walcott, dal quale l’apprese direttamente.

Scrisse dunque Schuchert nella sua fondamentale biografia Charles Doolittle Walcott (1850-1927), in Proceedings of the American Academy of Arts and Sciences, 1928, n. 62, pp.283-84 (riportata in Stephen Jay Gould, cit., p. 243):

“Una delle scoperte faunistiche più sorprendenti di Walcott fu fatta alla fine della stagione di ricerche sul campo del 1909, quando il cavallo della signora Walcott scivolò scendendo lungo la pista e rovesciò una lastra che attrasse subito l’attenzione del marito.  Sulla lastra c’era un grande tesoro – stranissimi crostacei del Cambriano medio – ma dov’era, sulla montagna, la roccia madre da cui la lastra proveniva?  Stava già nevicando, e la soluzione di quell’enigma fu rimandata ad un’altra stagione: l’anno seguente Walcott ritornò sul Mount Wapta, e infine la lastra fu assegnata a uno strato di argilloscisti  – chiamati in seguito argilloscisti di Burgess – a un migliaio di metri  al di sopra della cittadina di Field, e a 2.400 sopra il livello del mare.”

Come si vede, in questa drammatica ricostruzione vi sono tutti gli elementi e le circostanze che rendono la scoperta del sito di Burgess qualche cosa di emozionante per il pubblico: la scoperta  casuale, al termine della stagione di ricerche, sotto la neve; lo scivolone del cavallo della sigora Walcott ed il rovesciamento di una lastra di roccia, che rivela immediatamente l’eccezionalità dei fossili in essa contenuti; la dura necessità di sospendere comunque ogni ricerca, a causa dell’inclemenza della stagione; la lunga attesa fino all’estate successiva; il ritorno, la ricerca minuziosa e pianificata, l’individuazione della roccia madre, a migliaia di metri di distanza dalla lastra, più in alto sulla montagna; il rinvenimento di tutti i tesori di storia naturale che la remota località occultava tra le pieghe delle Montagne Rocciose canadesi.

Peccato soltanto che, in questo avvincente racconto che sembra quasi ricavato da un romanzo di avventure, non ci sia assolutamente nulla di vero.

Gould se ne è reso conto dopo aver condotto una serie di ricerche sulle fonti dell’epoca, con meticolosa acribia e con lucido, disincantato spirito indagatore.

La signora Walcott non c’entra per nulla con la scoperta, né c’entra il suo cavallo; non ci fu nessuno scivolone e nessuna lastra di roccia fossilifera prodigiosamente ribaltata. Non era affatto caduta la neve, poiché il calendario segnava appena il 30 agosto; e, per giunta, sul suo diario che teneva quotidianamente con estrema pignoleria, annotandovi anche le cose più insignificanti, Walcott precisa che quelle giornate di fine agosto erano state eccezionalmente calde e serene. Non fu necessario tornare a casa, negli Stati Uniti, e attendere tutto l’inverno per approfondire la prima scoperta, perché moltissimi fossili vennero riportati alla luce fin ai primi di settembre, dato che la spedizione – profittando del bel tempo – si trattenne sulle montagne ancora per diversi giorni. Infine, nella spedizione tornata sul luogo nell’anno successivo, non fu affatto necessaria una intera settimana di ricerche per individuare l’origine di quei fossili straordinari, né egli dovette andare poi tanto lontano come Schuchert vuol farci credere. Quasi certamente la roccia madre fu localizzata fin dal primo giorno della spedizione del 1910, a poco più di 200 metri di distanza dal primo ritrovamento.

Insomma, un bel cumulo di bugie, non solo di Schuchert (e di Walcott) ma anche di diverse altre persone; bugie circa le quali resta solo da stabilire in che misura furono volontarie e in che misura furono effetto di una deformazione inconsapevole dei ricordi del grande scienziato, dei suoi familiari ed assistenti: fenomeno non poi così raro, anzi piuttosto frequente anche nella memoria delle persone qualsiasi. È stato osservato, infatti, che il passare del tempo tende a confondere i ricordi degli eventi in una maniera che è largamente influenzata da fattori piuttosto elusivi, quali l’inconscio desiderio di abbellire la realtà; la distorsione dei rapporti cronologici fra il prima e il dopo, la causa e l’effetto; la mescolanza di genuini ricordi personali e di eventi immaginari, o letti in qualche libro, o raccontati da qualche altra persona; e così via.

La conclusione, per Gould, è abbastanza interessante non tanto sul piano psicologico, quanto su quello epistemologico (op. cit., pp. 249-251):

“Se l’unica lezione contenuta in questo piccolo rovesciamento dell’ortodossia di Burgess dovesse essere l’esortazione alla precisione, , per evitare la tendenza ad abbellire o a conferire un alone romantico soffochi la debole fiammella della verità, questo saggio sarebbe banale come la frase che ho appena scritto. Ma io difenderei il mio sforzo per due ragioni. Innanzitutto, si dà il caso che gli animali di Burgess siano i fossili più importanti al mondo, e le circostanze puramente fattuali che circondano la loro scoperta richiedono quindi più della cura solita e della solita attenzione alla precisione. Potremmo anche non contestare una legenda sullo zio Joe nell’interesse della pace e dell’armonia familiare, ma ci piacerebbe conoscere come visse e come morì Gesù perché opinioni diverse in proposito hanno avuto effetti molto tangibili su miliardi di vite umane. In  secondo luogo, credo che la nostra tendenza a costruire leggende sollevi un problema molto più interessante di quanto non posano essere ammonimenti più o meno severi su verità eterne.

“Comincerei chiedendomi perché quasi tutti i racconti canonici siano falsi nello stesso modo: una realtà meno interessante convertita in una storia semplice  con un messaggio. noi abbiamo forse bisogno di queste storie per il fatto che di solito la vita non è eroica o emozionante? Sean O’Casey disse che la scena dev’essere più grande della vita, e ben pochi poeti o drammaturghi riescono ad avere successo attraverso la fedeltà al quotidiano. Ci vuole un James Joyce per trasformare una giornata di un uomo comune in un capolavoro. La maggior parte della nostra esistenza consiste  nel mangiare, nel dormire, bel camminare e nel respirare. Persino la vita di un soldato, espressa in tempo reale, sarebbe una noia quasi ininterrotta, conformemente al vecchio detto che identifica la sua professione con lunghi periodo di noia alternati a brevi momenti di terrore.

“Gli scienziati più consapevoli capiscono che tendenze politiche e culturali hanno inevitabilmente un’influenza sulle loro idee, e si sforzano di riconoscere queste influenze, ma di solito noi non riconosciamo  un’altra fonte di errore che potremmo chiamare preconcetti letterari. Gran parte della scienza procede raccontando storie: e noi siamo particolarmente vulnerabili alla presa di questo mezzo perché solo di rado riconosciamo quel che stiamo facendo. Noi pensiamo di leggere semplicemente la natura, applicando alle nostre osservazioni regole di logica e leggi della materia; spesso però raccontiamo storie, in senso buono ma tuttavia sempre storie. Consideriamo gli scenari tradizionali dell’evoluzione umane: racconti di cacce, di falò, di caverne buie, di rituali e di costruzioni di strumenti, di riti di passaggio, di lotte e di morte. Quanta parte delle nostre ‘storie’ si fonda su ossa e su fatti e quanto sulle norme della letteratura?

“Se queste ricostruzioni sono storie, sono inevitabilmente legate alle regole della confezione canonica delle leggende. E se le nostre storie sono diverse dalla vita – che è il punto principale di questo saggio – i nostri preconcetti letterari probabilmente sviano la nostra speranza di capire la realtà quotidiana della nostra evoluzione. Le storie  procedono solo in certi modi, i quali non sono conformi ai modelli della vita reale.

“Questi condizionamenti non si applicano solo a cose così chiaramente ben definite e configurabili come racconti come ‘la discendenza degli uomini dalle scimmie’ (per scegliere una descrizione assimilabile a una storia, la quale racchiude nella sua convenzionalità idee preconcette di specie e di progresso). Persino gli argomenti più remoti e astratti, come la formazione dell’universo  o i principi dell’evoluzione, finiscono con l’essere soggetti ai canoni della narrazione. Le nostre immagini dell’evoluzione vengono catturate nella rete del racconto di storie. Esse implicano progresso, spettacolarità e, soprattutto, un movimento incessante da qualche parte. Persino storie revisionistiche, che mettono in discussione  idee di progresso graduale – del tipo che io sono venuto esponendo per anni in questi saggi – sono solo racconti di un altro tipo sulla buona sorte,   l’ìmprevedibilità e la contingenza (il regno che andò perduto per mancanza di un chiodo a un ferro di cavallo). Ma se ci si concentra su un momento qualsiasi dell’evoluzione, non accadrà quasi nulla. L’evoluzione, come la vita dei soldati o come la vita stessa in generale, è quasi sempre una ripetizione quotidiana. I giorni dell’evoluzione possono essere generazioni ma, come disse l’Ecclesiaste: «Una generazione se ne va, un’altra ne viene e la terra sussiste in perpetuo». La pienezza del tempo, ovviamente, fornice ampie opportunità di raccogliere rari momenti di attività e connetterli assieme in una storia. Se però vogliamo comprendere la dinamica del mutamento evoluzionistico, dobbiamo capire che per la maggior parte del tempo non accade nulla, e non lo comprendiamo perché le nostre storie non ammettono questo tema. (Questa frase può suonare contraddittoria ma non lo è. Per conoscere le ragioni per cui i mutamenti sono così  infrequenti, dobbiamo comprendere le comuni regole della stabilità). Il giacimento di Burgess ci insegna che, per quanto concerne la storia dei piani anatomici fondamentali, non accadde quasi nulla nel momento genealogico immediatamente precedente , e quasi nulla nei più di 500 milioni di anni trascorsi da allora.

“Incluso in questo ‘quasi nulla’, come una sorta di ripensamento geologico degli ultimi pochi milioni di anni, c’è il primo sviluppo dell’intelligenza cosciente di sé su questo pianeta: un’invenzione strana e imprevedibile di un piccolo ramoscello sul cespuglio dell’evoluzione mammaliana. Qualsiasi definizione di questa unicità, racchiusa com’è nel nostro possesso del linguaggio, deve implicare la nostra capacità di esprimere il mondo sotto forma di storie e di trasmettere questi racconti ad altri. Se la nostra inclinazione a comprendere la natura sotto forma di un racconto ha distorto le nostre percezioni, io dovrò accettare questo limite della forma mentale sulla conoscenza, poiché riceverò in cambio sia le gioie della letteratura sia l’essenza del nostro essere.”

Come si vede, non che scandalizzarsi per l’alterazione dei fatti nell’episodio della scoperta del giacimento fossilifero di Burgess, Gould ne fa una sorta di legge generale, basata sulla implicita contrapposizione fra pensiero razionale e pensiero mitologico; e giunge alla conclusione che, se la mente umana è portata naturalmente a seguire gli schemi di quest’ultimo, tanto vale accettare la cosa, pur con la vigile consapevolezza che “la scienza è intessuta di storie”.

Certo, la coscienza che, nella storia delle scoperte scientifiche e, fino a un certo punto, nella fase generale di lettura e interpretazione della realtà da parte degli scienziati, il pensiero razionale è soggetto a curiose distorsioni dovute all’influsso dei modelli letterari, è già un’ammissione notevole, provenendo da un fermo sostenitore dell’evoluzionismo e, quindi, di una visione puramente naturalistica del mondo. Ciò è vero anche se lo scopo specifico che Gould si prefigge – dimostrare la lentezza del processo evolutivo e l’inconsistenza dell’immagine comune di una evoluzione ricca di colpi di scena – è tutto interno alla sua visione materialistica, per cui ci troviamo pur sempre di fronte a un paradigma scientista; e lo dimostra la leggerezza con cui sconfina dal suo campo di indagine nei territori della religione, come quando banalizza frettolosamente la credenza nell’autenticità della Sindone di Torino, assimilandola a una frode da baraccone (a pagina 40 del testo sopra citato).

Vi è, insomma, una buona dose di paternalismo razionalista nell’atteggiamento di questo Autore e  nella sua accettazione dei limiti della ragione stessa; è come se dicesse ai suoi lettori, con aplomb tipicamente darwiniano: «Che volete, è increscioso ma innegabile il fatto che, anche nell’uomo evoluto e civile, permangono dei residui di pensiero mitico e una deplorevole tendenza alla trasfigurazione romantica della realtà. Dobbiamo prenderne atto, in modo che questo ci consenta almeno di limitare i danni nel progresso del sapere».

Tuttavia, noi ci domandiamo: che cosa succederebbe se, dopo aver gridato più volte «Al lupo, al lupo!», per il solo piacere di prendere in giro gli altri pastori, un giorno Pierino incontrasse davvero il lupo, mentre sta conducendo al pascolo le sue pecorelle? In altri termini: se noi facciamo una specie di legge del principio secondo il quale, ogni qual volta uno scienziato sostiene di aver fatto una scoperta importante per caso, all’ultimo momento e, magari, in circostanze particolarmente ricche di pathos, noi dessimo per scontato – a prescindere dall’importanza e dalla validità della scoperta – che quella forma di racconto non è altro che una frode deliberata o, nel migliore dei casi, un inganno inconscio della sua memoria?

A voler essere così diffidenti, si finirebbe – a nostro parere – per vedere frodi o inganni della memoria sempre e ovunque; e ciò per il solo fatto di aver aderito a una teoria aprioristica seconda la quale, ogni qual volta la mente umana cerca di rappresentarsi la realtà, ha bisogno al tempo stesso di “stimolarsi” mediante ipotetici (e magari immaginari) colpi di scena, che movimentino la scarsa attrattiva di ciò che è comune e “quotidiano”.

Le conseguenze di un tal genere di atteggiamento mentale, a nostro avviso, sarebbero essenzialmente due.

La prima, a livello di contenuti: ogni teoria scientifica basata su rivolgimenti rapidi e improvvisi della natura sarebbe, ipso facto, scartata e relegata fra il ciarpame fantascientifico, con l’etichetta dispregiativa “catastrofismo di matrice romantico-letteraria”. Quindi, per fare un esempio, la teoria dell’estinzione dei dinosauri (e di molte altre specie viventi) come conseguenza dell’impatto, sulla superficie terrestre, di un meteorite di notevoli dimensioni, con conseguenti sconvolgimenti atmosferici e climatici, dovrebbe essere riguardata con estremo sospetto già solo per il fatto che, nella maggior parte del tempo geologico, “non accade nulla” (per usare l’espressione di Gould); mentre l’impatto ipotizzato da Alvarez è certamente un evento improvviso e altamente drammatico. La sua “colpa”, insomma, sarebbe quella di somigliare troppo a un brutto film hollywoodiano del genere di Jurassik Park.

La seconda conseguenza, a livello di storia della scienza, è che dovremmo sempre diffidare e, tendenzialmente, non credere a tutti quegli scienziati i quali riferiscono di aver scoperto qualcosa all’ultimo minuto e quando già stavano per rinunciare o per allontanarsi a causa di circostanze sfavorevoli (di tempo, di luogo, di clima, ecc.). E dovremmo diffidare, in particolare, di quegli scienziati che hanno il dono (o la sfortuna, a questo punto) di saper tenere la penna in mano e perfino – horribile dictu – di essere in grado di raccontare le vicende legate alle loro scoperte in maniera avvincente e stilisticamente perfetta, poiché la loro attitudine letteraria li predisporrebbe in modo particolare ad alterare la verità a vantaggio dell’effetto narrativo. Tuttavia, anche se oggi sappiamo che sarebbe una grossa ingenuità quella di prendere sul serio tutto ciò che gli scienziati riferiscono intorno all’origine e alle circostanze delle loro scoperte (si veda, in proposito, l’ottimo libro Le bugie della scienza. Come e perché gli scienziati mentono di Federico Di Trocchio), resta il fatto che assumere un pregiudizio di malafede o di inattendibilità da parte di ogni scienziato ci sembra, francamente, un po’ eccessivo.

Per fare solo un esempio, citiamo il caso dell’insigne botanico svedese Carl Skottsberg, dei quale ci siamo già occupati in diversi articoli (fra i quali Carl Skottsberg, un naturalista alla scoperta dell’estremo Sud e La flora sub-antartca di Mas a Fuera, sempre sul sito di Arianna Editrice, oltre che su varie riviste cartacee). Nell’agosto del 1908 (giusto un anno prima della scoperta di Walcott  sul Mount Wapta), Skottsberg sbarcava sull’isola cilena di Mas a Fuera e, mentre la nave da trasporto attendeva impaziente davanti alla costa per mancanza di buoni ancoraggi, egli si affrettava con un solo compagno verso la cima alpestre dell’isola, che non era mai stata raggiunta da alcun essere umano prima di lui. Lì, improvvisamente, egli fece una grossa scoperta nel campo della fitogeografia: l’esistenza di una flora magellanica completa, sull’altopiano di Mas a Fuera; scoperta notevole perché l’isola si trova a una latitudine tropicale (33° di latitudine Sud) e a un paio di migliaia di chilometri dalla regione floristica denominata magellanica (o subantartica), ossia i fiordi e gli arcipelaghi posti all’estremità sud-occidentale del continente americano.

La mancanza di tempo non gli permise, allora, di trattenersi in quel santuario incontaminato della natura, anzi dovette affrettarsi a intraprendere la difficile discesa lungo il ripidissimo crinale roccioso. Né egli, come Walcott, poteva proporsi di ritornare lassù alla successiva stagione favorevole (ossia in novembre, poiché nell’emisfero australe le stagioni sono rovesciate rispetto al nostro). L’isola era – ed è – disabitata, e inoltre è lontana da tutte le normali rotte di navigazione, a circa 600 km. da Valparaiso; e, infine,  la mancanza di approdi naturali ne rende difficilissimo lo sbarco. Era quindi necessario raccogliere fondi notevoli da istituzioni sia pubbliche che private, e organizzare una nuova spedizione dotata di più ampi mezzi, ciò che avrebbe richiesto non mesi, bensì parecchi anni di tempo.

Come se non bastasse, sei anni dopo scoppiò la prima guerra mondiale e, anche se la Svezia rimase neutrale, la situazione internazionale non era certo tale da facilitare l’organizzazione e il trasferimento oltremare di una tale spedizione: con la flotta inglese che pattugliava gli sbocchi dell’Atlantico settentrionale e i sommergibili tedeschi che si tenevano in agguato, pronti a silurare ogni nave sospetta in navigazione da o per l’Europa.

Di fatto, Skottsberg poté lasciare  la Svezia solo il 4 ottobre 1916, raggiungere Mas a Tierra, la gemella più conosciuta (e abitata) di Mas a Fuera, il 1° dicembre dello stesso anno; e, infine, la stessa Ma a Fuera solo nel febbraio-marzo del 1917, cioè quasi nove anni dopo la prima scoperta della flora magellanica. Una attesa veramente lunga e snervante per uno scienziato che sa di aver scoperto un vero e proprio scrigno prezioso, ma che si vede costretto a mordere il freno per l’impossibilità materiale di tornare al più presto sul posto e di aprire lo scrigno per estrarre tutti i suoi tesori.

Eppure, a differenza del racconto di Walcott, non esiste alcun motivo per dubitare minimamente di quello di Skottsberg. Nessuno prima di lui, lo ripetiamo, era mai salito fin sulla cima di Maa a Fuera, posta a 1.650 metri d’altezza sul mare; in ogni caso, nessuno studioso e, quasi certamente, nessun essere umano. Il botanico cileno Federico Johow aveva effettuato una rapida ricognizione dell’isola nell’ultimo decennio dell’Ottocento, ma non si era spinto fin sulla cima, come dimostrano gli schizzi da lui tracciati sulla carta dell’isola. E nessun altro, per fortuna di Skottsberg, ebbe modo di ripetere l’impresa dopo la scoperta del 1908, finché egli fu in grado di tornare con un tempo sufficiente a disposizione e con dei mezzi adeguati per approfondire lo studio in loco e prelevare un congruo numero di campioni botanici, da riportare alla Reale Società Geografica di Stoccolma e all’Università di Uppsala, presso la quale aveva una cattedra.

Il suo racconto della prima scoperta della flora magellanica a Mas a Fuera non è particolarmente drammatico, ma ha la freschezza e la spontaneità delle cose vissute. Lo riportiamo dall’articolo scritto da Skottsberg per l’inglese The Geographical Review, numero di maggio 1918, pp. 362-366 (mai pubblicato in Italia), cui facciamo seguire la traduzione di Maurizio Lamendola.

“A fine morning in the month of August, 1908, found my companion and myself climbing the steep and narrow ridges of Ma-afuera, the more remote of the Juan Fernandez Islans off the Chilean cost. We were eager to reach the high crest of that little island, for we knew that no scientist had ever set his foot on that particular spot. We were in great haste, for our time was short, as our vessel, a large Chilean government transport, must get away from the wrethed anchorage as soon as possible. It was the accomplishment of an old ambition: for many years I had longed to see the famous island of Robinson Crosue, Juan Fernandez, and the other membersof its group. And during my expedition to Patagonia and Tierra del Fuego, in 1907-09, I had quite unexpeetedly obtained an opportunity to visit the islands. Unfortunately only twelwe days were at my disposal, and the season was winter.

“DISCOVERY OF MAGELLANIC FLORA.

“I was more or less familiar with the island flora, and the only investigation previously made in Mas-afuera did not hold out much hope of any great discoveries in my line. «Grass and tick mats and beds ogf ferns, right to the top» – thius ran the description of Dr. Federico Johow, the eminent Chilean botanist. But the tracks on his sketch map clearly showed that he never reached the high part of the island. Above the forest we trod the grass of extensive meadows, but as we contìinued upwards the scenery changed. Outcrops of hard rock formed picuresque little chains; the ground was strewn with boulders; the peaty soil and the stunted vegetation resembled subantarctic heats. A small stream cut through the fern beds. I thrust aside the coarse ferns to quench my thrist. Then I  suddenly stopped. For over the dewy moss trailed the tiny subantacrticbramble (Rubus geoides), and close by crawled the runners of the common subantarctic club moss (Lycopodium magellanicum). And there were the delicate rosettes of one of the dwarf mountain asters oth the south (Lagenophora) and others which certainly had no right to exist in the latitude of Valparaiso (33°). I felt I had a reason to congratulate myself, for thius was made the discovery of the Magellanic flora in the Juan Fernandez Islands.

“My companion and I made a hasty survey of theee neighborhood. There was no time for serious work, the day was drawing to its close, and all material gathered was further restricted by the seasonal limitations: up here the winter rest is marked. But when I bade farewell to the summits of Mas-afuera I had already made up my mind to come back to camp at the little stream and force the island to yield its hidden treasures. My botanical results proved to have a remarkable interest. The large percentage of endemic and often highly peculiar forms characterizing the islands raises questions of a general nature. Problems of the physical history of the Pacific Ocean,its islands, and the South American mainland are involved, as well as that of the great plant and animal migrations that have taken in this part of the world. The data accumulated in the short time available in 1908 needed amplification.”

Ed ecco la traduzione di questo interessante brano di prosa naturalistica, nel quale – fra l’altro – l’Autore dimostra di possedere doti non indifferenti di narratore: (cosa che, in base al “teorema della diffidenza” illustrato da Gould, non sarebbe precisamente un vantaggio).

“Una bella giornata del mese di agosto, nel 1908, trovò me e il mio compagno mentre ascendevamo le strette e ripide creste di mas a Fuera, la più remota delle isole Juan Fernandez dalla costa cilena. Noi eravamo bramosi di raggiungere l’alta cresta di quella piccola isola, poiché sapevamo che nessuno scienziato aveva mai osato il suo piede su quel particolare luogo. Noi ci stavamo alquanto affrettando, poiché il nostro tempo era breve, come per la nostra nave, un grande trasporto del governo cileno, che doveva lasciare il cattivo ancoraggio al più presto possibile. Questa era la realizzazione di una vecchia ambizione: per molti ani io avevo desiderato ardentemente di visitare la famosa isola di Robinson Crusoe, Juan Fernandez, e le altre componenti di questo arcipelago. E durante lamia spedizione alla Patagonia e alla Terra del Fuoco, nel 1907-09. Io avevo affatto insperatamente ottenuto la possibilità di visitare l’isola. Sfortunatamente solo dodici giorni erano a mia disposizione, e la stagione era invernale.

“SCOPERTA DELLA FLORA MAGELLANICA.

“Io avevo una discreta conoscenza della flora dell’isola, e la sola precedente esplorazione a mas a Fuera non aveva dato molte speranze di qualche grande scoperta nel mio campo di studi. «Erba e spessi intrichi vegetali e distese di felci su fino alla vetta» – così la descrizione del dr. Federico Johow, l’eminente botanico cileno. Ma l’itinerario sulla sua mappa mostrava chiaramente che egli non aveva mai raggiunta la parte alta dell’isola. Sopra la foresta noi attraversavamo l’erba di estesi prati, ma procedendo verso l’alto lo scenario cambiava. Affioramenti superficiali di dura roccia formavano piccole catene pittoresche il terreno era disseminato di massi tondeggianti per l’erosione naturale; il suolo torboso e la vegetazione stentata rassomigliavano a una landa subantartica. Un piccolo corso d’acqua tagliava attraverso il letto di felci. Io spinsi da parte le felci comuni per dissetarmi. Poi mi fermai di colpo. Poiché sull’umido muschio pendeva il piccolo rovo subantartico (Rubus geoides), e lì intorno strisciavano i viticci della comune associazione di muschi subantartici (Lycopodium Magellanicum). E lì vi erano le delicate rosette di uno degli aster nani di montagna del sud (Lagenophora) e altri che, certamente, non erano propri della latitudine di Valparaiso (33°). Sentivo di aver ragione di congratularmi con me stesso, poiché era stata fatta la scoperta della flora magellanica nelle Isole Juan Fernandez.

“Il mio compagno ed io facemmo un rapido rilevamento topografico della zona. Non c’era tempo per un serio lavoro, il giorno stava volgendo al termine, e tutto il materiale raccolto era ulteriormente ristretto dalle limitazioni della stagione: lassù la pausa invernale è marcata. Ma quando io diedi addio alle sommità di Mas a Fuera, avevo già formulato nella mia mente il proposito di ritornare presso il piccolo corso d’acqua e forzare l’isola a rivelare i suoi tesori nascosti. I miei risultati botanici dimostravano di avere un notevole interesse. La larga percentuale di forme endemiche e spesso peculiari caratterizza l’aumento degli interrogativi sulla natura generale delle isole. Problemi della storia fisica dell’Oceano Pacifico, le sue isole e il continente del Sud America sono coinvolti, come pure quello della grande migrazione delle piante e degli animali che hanno preso sede in questa parte del mondo. I dati accumulati nel breve tempo disponibile nel 1908 abbisognavano di ampliamenti.”

Dunque, sulla base di fatti (molti altri analoghi avremmo potuto citarne, accanto a questo di Skottsberg), dobbiamo respingere la teoria secondo la quale racconti di questo genere sono fondamentalmente inattendibili.

E tuttavia, prima di concludere, dobbiamo al tempo stesso riconoscere che una parte di verità può esservi in tale teoria, ma non solo nel campo dei resoconti scientifici, bensì in tutti quelli che vedono in gioco situazioni importanti della vita o valori e scelte da cui dipendono conseguenze notevoli per il futuro delle persone. La sindrome dell’ultimo minuto, se così vogliamo chiamarla, colpisce un po’ tutti e si accompagna alla sindrome dell’attesa che il momento favorevole si ripresenti: due situazioni psicologiche complementari, le quali si presentano appaiate con tale frequenza, da suggerire che la loro stretta relazione costituisca un aspetto caratteristico della mente umana.

Senza scomodare la letteratura e, in particolare, i romanzi di Jane Austen, quante volte ci è capitato di intuire una importante verità esistenziale, anche di tipo affettivo, solo all’ultimo minuto, magari in circostanze tali da rendere indispensabile la fine di un ciclo e l’attesa di una nuova occasione, per poter approfondire e verificare siffatte intuizioni “liminali”?

Per parte nostra, diremmo che la frequenza di tali situazioni sembra indicare che esistono delle forme di consapevolezza esistenziale, nella  coscienze degli individui, che giacciono al fondo in stato di latenza; e che proprio l’avvicinarsi di una partenza o, comunque, di un evento-spartiacque, ha l’effetto di spingere verso la piena luce dell’io. Al tempo stesso, si tratta di acquisizioni psicologiche talmente sconcertanti, almeno dal punto di vista della ragione e dell’esperienza, che le persone fanno molta fatica ad accettarle interamente, facendosi carico anche di tutte le conseguenze in esse implicite. A questo punto, la necessità materiale di attendere il ritorno di una nuova occasione, può presentarsi come quel necessario intervallo di tempo che consenta una pausa di riflessione e di approfondimento, onde poter affrontare la nuova situazione con maggior consapevolezza e con più matura determinazione.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 10/01/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Settembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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