venerdì, 18 Giugno 2021
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Tutto lo splendore dell’essere in un umile tronco d’albero

Il castello interiore: anche la cavità di un acero dalla forma un po’ insolita può accenderci nel cuore il ricordo di esso e spingerci a farvi gioiosamente ritorno di Francesco Lamendola 

A prima vista lo si direbbe un albero comunissimo, un acero come tanti altri; eppure ha una particolarità che lo rende speciale.

La sua base è formata da tre distinti tronchi, che si uniscono, anzi si sfiorano, a circa mezzo metro da terra, e poi di nuovo si separano, protendendo i loro fusti in tre diverse direzioni. È un unico albero, con delle radici uniche, ma al tempo stesso sono tre alberi che s’intrecciano, si abbracciano e si fondono per separarsi di nuovo, ma più come tre grossi rami di un solo organismo che come tre piante distinte.

Tuttavia, non è questa la cosa più affascinante.

La cosa più affascinante non si nota da lontano, bisogna passarle accanto per vederla; e bisogna non andare troppo di fretta. Camminando distratti, la si nota appena o non la si nota affatto: ed è un vero peccato.

Perché a mezzo metro dal suolo, là dove i tre fusti convergono e si toccano fino ad intrecciarsi in una stretta vigorosa, con le loro linee forti e slanciate, simili a grossi felini che giocano e si rotolano fingendo di graffiarsi, si apre una misteriosa cavità.

Una cavità che pare una grotta in miniatura, ma non tanto in miniatura da sembrare un giocattolo; al contrario, simile a una vera grotta.

Ha una forma irregolare ma, al tempo stesso, stranamente familiare,  come un ipogeo costruito dalla mano dell’uomo; oppure, forse, da qualche benevola e fantasiosa divinità dei boschi, dei monti e della vegetazione. Al centro di essa, i tronchi allacciati formano una volta a sesto acuto, come quella di una cattedrale gotica, sostenuta dalle forti colonne; alle due estremità rimane invece aperta, però le sue pareti, incurvate dallo slancio dei fusti che si chinano su di essa, racchiudendola e proteggendola, fanno sì che non sia possibile scorgere contemporaneamente le due porte spalancate, se non compiendo un mezzo giro intorno all’albero.

I tronchi che ne formano le pareti esterne sono in parte ricoperti di muschio: ora d’un verde tenue e chiarissimo, ora più scuro, come un sontuoso tappeto di morbido velluto; e tempestate da macchie di licheni color grigio e, in parte, color crema. Inoltre, sul lato più in ombra della cavità, presso l’apertura “posteriore” (rispetto al vialetto che corre a fianco dell’acero) prospera una folta colonia di funghi, che formano come un festone bruno a più strati sovrapposti, soffici e morbidi all’aspetto e  sempre imbevuti di umidità.

Un ulteriore tocco di suggestione è dato dalle fitte venature di edera che corrono lungo i tronchi, impreziosendo l’insieme; fitte ma non tali da ricoprire interamente la corteccia e da nasconderla, tanto più che si tratta di un’edera dalle foglie eleganti e minute, simili a un arazzo  artisticamente disposto sulle spalle del gigante arboreo.

Le possenti radici che emergono dalle zolle erbose, l’incrociarsi insolito dei tronchi, la ricca tappezzeria di muschi, licheni, funghi ed edera, tutto ciò costituisce una vera festa per lo sguardo, ma non è ancora tutto, né il meglio del tesoro di poesia che questo albero magico offre a chi lo sa vedere.

Abbiamo lasciato per ultima, infatti, la particolarità più seducente e, in un certo senso, più commovente di questa umile meraviglia della natura: quella che conferisce alla grotta arborea la sua inconfondibile ed esotica bellezza.

Perché l’interno della cavità è, quasi sempre, invasa dall’acqua piovana, che evapora solo molto lentamente e solo nella stagione più calda. Per la maggior parte dell’anno, e specialmente dalla fine dell’estate alla tarda primavera, la minuscola grotta si trasforma in un incredibile, suggestivo laghetto: un laghetto dalle acque calme e ombreggiate, relativamente profonde, poiché non se ne vede il fondo. E quasi sempre, non solo in autunno, sulla superficie del laghetto galleggiano trasognate alcune foglie cadute dai rami, elegantissime e di svariati colori, dal bruno al rosso al giallo al verde, immobili come fossero rapite da un’estatica visione o come se ascoltassero la voce del silenzio.

Non sono mai troppe, non formano un tappeto che nasconde la superficie dell’acqua; per la maggior parte, essa rimane libera e riflette l’azzurro del cielo, i rami che si slanciano verso l’alto e il manto di foglie che li riveste in tutto il suo splendore.

È come un mondo, un mondo in miniatura.

Nemmeno un monaco zen avrebbe saputo far di meglio, se pure avesse potuto predisporre questo angolo di paradiso come si predispongono le rocce e si pettina la ghiaia nel cortile dei monasteri buddhisti giapponesi, calcolando sapientemente le proporzioni, il ritmo dei pieni e dei vuoti, l’equilibrio e l’armonia delle forme, allo scopo di evocare l’idea dell’assoluto, dell’eterno, della perfezione.

È un lago incantato racchiuso in uno scrigno magico, che vive appartato e ieratico la sua vita fiabesca, immerso in una perenne semioscurità: come un antichissimo antro delle ninfe, evocato dalle preghiere di un sacerdote pagano. L’acqua che vi si raccoglie non è mai torbida, riflette sempre la chiarità del cielo; e le foglie che vi galleggiano suggeriscono l’immagine delle ninfee in uno stagno cinto da verdi prati, ove una bionda divinità femminile debba affacciarsi da un momento all’altro, irresistibilmente attratta dall’amenità del luogo, come nella remota mitologia di qualche popolo slavo o, magari, celtico (cfr. il nostro recente articolo Nel mito polacco di Zywia e Swetawa l’eterno richiamo dell’umana compassione).

Ma la cosa più affascinante è la forma stessa del laghetto: sinuosa, allungata: come una creatura addormentata negli anfratti del legno, come uno specchio dei desideri che si allarga e si restringe, ora offrendosi invitante alla calda luce del sole, ora ritraendosi nel seno di un crepuscolo fuori del tempo, perduto nei sogni di una fiaba.

Quasi ogni giorno, da molti anni, passiamo davanti all’acero meraviglioso; e non una volta abbiamo omesso di tributare i doverosi omaggi alla sua bellezza, al suo mistero, al senso di pace ineffabile  che vi aleggia intorno. E mai una volta abbiamo visto qualcuno altro fare altrettanto, o anche solamente rallentare il passo per ammirare il suo incanto indefinibile. Ma la cosa non ci dispiace, in fondo: le grandi attrazioni esigono la complicità del segreto.

La razza miserevole di quanti non possono mai fare a meno di ridurre ogni cosa alla misura del loro prontuario psicanalitico – preferibilmente di stretta osservanza freudiana – potrebbero sbizzarrirsi a volontà su una tale attrazione. Certamente parlerebbero di richiamo inconscio della sessualità, di allegoria della vagina umida e buia, di desiderio del ritorno nella dolce e protettiva oscurità dell’utero materno. E certamente lo metterebbero in relazione con la nostra antica passione per la speleologia, che ci spinse – in anni ormai lontani – a penetrare arditamente nelle viscere profonde della terra, ove regnano il buio e un silenzio primordiali.

Chissà, forse c’è anche questo. È possibile, perché no? Solo gli stupidi dicono no, mai davanti a qualcosa che è più grande di loro.

Perché il mistero che avvolge l’esistenza è più grande di noi e, soprattutto, è più grande della ragione strumentale e calcolante con la quale pretendiamo sempre di afferrare, ingabbiare, etichettare, imbalsamare le cose.

Le cose sono misteriose; tutte.

E tremendamente affascinanti, per chi le sa vedere nella giusta lue.

Vi sono persone che potrebbero attraversare una intera foresta senza mai fermarsi a cogliere una scintilla di bellezza, un barlume di eterno. Ma, per chi ha occhi capaci di vedere e non solo di guardare, anche un solo albero, anche un solo filo d’erba possono dischiudere le porte invisibili dell’assoluto.

Abbiamo a suo tempo sostenuto, in un altro scritto, che l’uomo è essenzialmente un viator, ossia un viaggiatore, un viandante o, se si preferisce, un pellegrino (cfr. il nostro precedente articolo L’uomo è un viandante con la doppia cittadinanza), per il fatto che, sin da quando viene al mondo, ogni essere umano si trova a vivere contemporaneamente su due distinti piani di realtà: quello del relativo e quello dell’assoluto.

Allo stesso modo, esistono essenzialmente due tipi di viaggiatori: quelli del mondo fisico e quelli del mondo spirituale. I primi si spingono in paesi lontani, verso gli estremi orizzonti conosciuti; scalano montagne, scendono nelle caverne, attraversano i mari e gli oceani a bordo di fragili imbarcazioni. Li agita un’inquietudine che non si appaga mai del tutto, neanche dopo la conquista delle vette più alte e difficili, neanche dopo aver superato gli estremi orizzonti del mondo conosciuto. Li brucia, li divora un bisogno indomabile di rimettersi in cammino, di lanciare un’altra sfida verso l’ignoto, dopo ogni battaglia e ogni trionfo.

I secondi sono ugualmente attratti dalle smisurate lontananze, dalle sublimi altezze e dalle oscure profondità, però hanno compreso che sarebbe fatica vana quella di voler realizzare il loro miraggio di scoperta nel mondo materiale, appunto perché è solo un miraggio. Hanno compreso che il vero viaggio non è e non sarà mai quello del corpo, ma piuttosto quello dell’anima.

Viaggiare nello spirito non richiede meno coraggio né meno forza, tenacia e intelligenza di quanta ne richieda scalare le montagne o penetrare negli abissi della terra. Probabilmente ne richiede di più; ma, in compenso, si tratta di muovere i passi nella direzione giusta, verso una meta che non delude, che non genera eternamente inquietudine e senso d’incompletezza.

Tra il viaggio esteriore e quello interiore v’è, più o meno, la stessa differenza che esiste fra gli amori terreni e l’amore assoluto, divino: quelli, prima o poi, deludono e sempre lasciano l’amaro in bocca, quello appaga come una fonte perenne, freschissima.

Scrive sant’Agostino nel X libro delle Confessioni:

“E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i grandi flutti del mare e i larghi letti dei fumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi.”

Quel che cerchiamo veramente è dentro di noi, non fuori; e anche un umile tronco d’albero ce ne può accendere la nostalgia.

La verità dell’Essere è nell’intimo della nostra anima.

Santa Teresa d’Avila, che di meditazione e di unione mistica col divino ne sapeva qualcosa, ha paragonato l’anima umana a un castello interiore in cui vi sono innumerevoli dimore e al cui centro risplende, irradiando la sua luce tutto intorno, Dio stesso (S. Teresa d’Avila, Cammino di perfezione. Castello interiore, Alba, Edizioni Paoline, 1976, p. 273):

“Non dovete immaginarvi queste dimore una dietro l’altra, come poste in fila, ma portare il vostro sguardo al centro, che è l’abitazione o il palazzo dove sta il Re e far conto che sia un palmito [pianta della famiglia delle palme, tutta ricoperta di foglie, che cresce in abbondanza nel Levante di Spagna e in Andalusia] in cui, prima d’arrivare al frutto, si trova una fitta ricopertura di foglie che lo circondano da ogni parte.”

Peccato che tanto spesso ci dimentichiamo di possedere un castello interiore, un meraviglioso palazzo nel quale abita la nostra anima; e ci riduciamo a vivere nelle buie cantine maleodoranti, fra topi e ragnatele: condannati all’ignoranza e all’esilio di noi stessi proprio dalla nostra smania insaziabile di piaceri e dalla brama del potere.

Ma il castello interiore è sempre lì, che ci attende.

Anche la cavità di un acero dalla forma un po’ insolita può accenderci nel cuore il ricordo di esso, e spingerci a farvi gioiosamente ritorno.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 12/12/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Agosto 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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