domenica, 19 Settembre 2021
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Una foresta di meli nel cuore dell’Asia

Una foresta di meli nel cuore dell’Asia. Senza l’uomo forse il melo selvatico si sarebbe estinto ma senza la dolcezza del suo frutto l’uomo non avrebbe mai avuto a disposizione un cibo così sano, appetitoso e così economico di Francesco Lamendola  

È una strana sensazione quella che si prova passeggiando in un frutteto: antica e insieme recente. Che cos’è un frutteto? Da un lato è un bosco, senza dubbio; però, nello stesso tempo, è un bosco creato dall’uomo, con piante selezionate dalla mano dell’uomo; pensato, disegnato e distribuito secondo una precisa geometria. Quegli alberi bene allineati, a distanze regolari, tutti uguali fra loro, praticamente senza sottobosco, senza intrusione di specie differenti, sono e non sono gli alberi di un bosco: fanno ombra, incrociano le chiome, si slanciano verso il cielo, come quelli di un bosco naturale, però danno l’idea di una natura filtrata, ingentilita, resa regolare dall’intervento dell’uomo, che tradisce la sua presenza intelligente. L’uomo, in un frutteto, è il Deus absconditus, del quale tuttavia s’intuisce la regia, come Dio lo è in una foresta nativa.

Ma gli alberi del frutteto, in ogni caso, derivano dai semi di qualche foresta naturale. Il frutteto più comune, dalle nostre parti, è quello di meli. Qual è la patria originaria del melo? Evidentemente, per rispondere a questa domanda, bisogna trovare un luogo ove il melo cresce spontaneamente e forma una vegetazione di vere e proprie foreste. Il problema è che il melo, allo stato primitivo, si presenta come un albero assai diverso da quello coltivato in Europa e in America Settentrionale (dove è stato importato dai coloni, parecchio dopo la scoperta di Colombo). È molto più alto, più robusto, con un tronco possente, simile a quello della quercia; inoltre, i suoi frutti sono diversissimi dalle dolci mele, gialle o rosse, tipiche dei nostri climi e delle nostre coltivazioni. Un luogo del genere, se girassimo per tutta la superficie del pianeta, alla fine lo troveremmo, ma assai lontano dall’Europa: sui Monti Tien Shan, ne cuore dell’Asia. La catena del Tien Shan, lunga 2.500 km. (cioè due volte e mezzo l’Italia, dalle Alpi allo Stretto di Messina) e la cui vetta sfiora i 7.500 metri s.l.m.,  taglia in due il Turkestan cinese e si addentra nel territorio del Kirghizistan e del Kazakistan. Lassù, fra quelle imponenti montagne che, d’inverno, sono tutte incappucciate di neve, esistono ancora oggi delle foreste di meli selvatici, che coprono le pendici fin dove arriva l’occhio.

A scoprire questa meraviglia della natura fu l’eminente botanico e agronomo russo Nikolai Vavilov (Mosca, 1887-Saratov, 1943) che, nel 1929, individuò le foreste di meli intorno ad Alma Ata, nel Kazakistan. Diciamo “scoprire” nel significato scientifico del verbo, perché sicuramente, trovandosi lungo la via della seta, i boschi di meli erano già stati riconosciuti dai mercanti viaggiatori, che dovevano averne apprezzato i frutti; anche se i frutti dell’albero selvatico sono fra loro diversissimi, e non sempre così appetitosi da incentivarne il trasporto e la coltivazione. Comunque, dal momento che la locuzione alma ata significa “padre della mela”, non vi è alcun dubbio che Vavilov “scoprì” qualcosa che, alle popolazioni locali, era tutt’altro che ignoto. Del resto, greci e romani diffusero in tutto il bacino del Mediterraneo, e poi nel resto d’Europa, fino all’Inghilterra, questo albero prezioso, i cui frutti, attraverso innesti e opportune selezioni, sono diventati quasi il prototipo del frutto commestibile, sano e gustoso. Ironia della sorte, e come speso accade, il povero Vavilov ebbe dei guai con il regime staliniano e proprio in Unione Sovietica le sue competenze botaniche, nel caso del melo, non poterono essere sfruttate in maniera adeguata. La varietà europea venne poi esportata in America, come si è detto, ad opera dei coloni anglosassoni, e, dopo qualche difficoltà iniziale (i primi frutti morirono per le gelate primaverili), riuscirono ad acclimatarsi, quando i semi vennero piantati e nacquero le prime piante del tutto “americane”. A diffondere ampiamente le mele ci pensò poi un caratteristico personaggio della Frontiera, John Chapman (1774-1845), noto come John Semedimela, figura quasi leggendaria, religioso, eccentrico, geniale e solitario, che risaliva il corso dei fumi e piantava frutteti lungo le rive, anticipando l’arrivo dei coloni, in modo che i nascenti insediamenti potevano acquistare da lui i semi o le piantine. Fu così che si diffuse la coltivazioni delle mele dalla Pennsylvania all’Ohio e all’Indiana.

Sulle orme di John Chapman, il giornalista e saggista americano Michael Pollan ha così descritto la particolarità botanica del melo ed il suo luogo d’origine (in: M. Pollan, La botanica del desiderio. Il mondo visto dalle piante (titolo originale: The Botany of Desire, Random House, 2001; traduzione dall’inglese di Giuditta Ghio, Milano, Il Saggiatore, 2005, pp. 27-29):

Tagliando una mela lungo il suo diametro, troveremo cinque minuscole cavità disposte in un pentagono perfettamente simmetrico. Ognuna ospita un seme marrone scuro (a volte due) così lucente che pare incerato e lucidato da un ebanista. Due fatti sono degni di nota. Il primo è che i semi una piccola quantità di cianuro, forse una difesa che la mela ha sviluppato per scoraggiare gli animali a masticarli: sono amarissimi.

Il secondo, più importante, riguarda il corredo genetico dei semi, che riservano numerose sorprese. Ogni seme, per non dire di tutti quelli che navigarono  lungo l’Ohio insieme a John Chapman. Contiene le istruzioni genetiche per un melo del tutto nuovo e differente che, se piantato, mostrerebbe solo una vaga somiglianza con il genitore. Se non fosse per l’innesto – l’antica tecnica di clonazione degli alberi –  ogni melo al mondo fornirebbe la propria varietà di mele  e sarebbe impossibile conservarne una oltre la durata della vita di un particolare albero. Nel caso del melo, il frutto cade quasi sempre lontano dall’albero.

In termini botanici tale variabilità è detta “eterozigosi”.  Molte specie la condividono (compresa la nostra) ma nel melo essa è estremamente forte. Più di ogni altro carattere, è la variabilità genetica –  l’ineluttabile inselvatichimento – a permettere  al melo di ambientarsi in luoghi così diversi come il New England, la Nuova Zelanda, il Kazakhstan e la California. Ovunque si trovi, la sua discendenza offre tante variazioni differenti di ciò che chiamiamo mela – almeno cinque per frutto e alcune migliaia per albero – che le nuove piante sono quasi costrette a racchiudere le qualità necessarie per prosperare nella nuova patria.

L’esatto luogo d’origine del nostri albero, “Malus domestica”, fu a lungo oggetto di disputa tra gli studiosi, ma sembra che il suo antenato sia un melo selvatico, “Malus sieversii”, che cresce sulle montagne del Kazakhstan. Qui in alcun località, esso è la specie dominante della foresta, si sviluppa fino a un’altezza di venti metri e ogni autunno lascia cadere al suolo una cornucopia di strani frutti simili alle mele, dalle dimensioni che variano da quella di una biglia a quella di una palla da baseball, e dai colori che vano dal giallo, al verde, al rosso al viola. Immagino l’aspetto – e il profumo! – di quei boschi a maggio, o in ottobre, quando il sottobosco diventa un tappeto di protuberanze rosse, verdi e dorate.

La via della seta attraversa alcune di queste foreste, ed è probabile che al loro passaggio i viaggiatori raccogliessero i frutti più grossi e saporiti per portarli con sé verso occidente. Lungo la strada i seni venivano gettati a terra, germogliavano e crescevano nuove pianticelle, così che il melo kazako finiva per incrociarsi liberamente con le specie affini, come il melo selvatico europeo, fino a produrre milioni di nuove qualità di alberi in tutta l’Asia e l’Europa. Molti avrebbero prodotto frutti poco appetibili, ma utilizzabili per la produzione di sidro o come foraggio.

L’effettivo addomesticamento dovette attendere l’invenzione dell’innesto da parte dei cinesi. Nel secondo millennio a. C., i cinesi scoprirono che un pezzetto di legno tagliato da un albero poteva essere inserito  nel tronco di un’altra pianta; una volta che l’innesto “aveva preso”, i frutti prodotti dal ramo cresciuto dalla giuntura avevano le caratteristiche di quelli del genitore.  Tale tecnica permise a greci e roani di selezionare e diffondere gli esemplari migliori. È probabile che a questo punto il melo si sia stabilizzato per un certo periodo. Secondo Plinio, i rimano conoscevano ventitré differenti varietà di mele, alcune delle quali furono portate fino in Inghilterra.  Si ritiene che la minuscola mela Lady, dalla forma ovale, che a Natale appare ancora nei mercati, fosse una di quelle.

Nel suo saggio del 1862 in lode delle mele selvatiche, Thoreau ipotizzò che il più “civilizzato” degli alberi avesse seguito la rotta dell’impero verso ovest, dal mondo antico all’Europa e poi all’America, con i primi coloni. Come i puritani, che consideravamo la traversata verso ‘America come una sorta di battesimo o di rinascita, la mela non poteva varcare l’Atlantico senza cambiare identità: circostanza che incoraggiò generazioni di americani a percepire gli echi della propria storia in quella di questo frutto. In America la mela divenne protagonista di una parabola.

I primi immigrati portarono con sé nel Nuovo Mondo innesti di melo, ma essi, arrivati a destinazione, fecero una brutta fine: gli alberi non sopravvissero agli inveri rigidi e i frutti furono stroncati dalle gelate a primavera avanzata, sconosciute in Inghilterra. Ma i coloni piantarono anche i semi, spesso provenienti dalle mele mangiate durante la traversata atlantica, e le piante nate dai semi, chiamate “pippins”, riuscirono a prosperare (soprattutto dopo che i coloni importarono le api, per migliorare l’impollinazione che prima avveniva casualmente).

Un punto di vista curioso e interessante circa la diffusione delle piante – in questo caso il melo selvatico, che, attraverso un lungo processo storico, diviene una pianta domestica e coltivata in tutto il mondo – è quello di Michael Pollan, secondo il quale l’uomo attribuisce unicamente a se stesso un ruolo che, forse, spetta altrettanto alle piante medesime. Vale a dire che, così come, probabilmente, non  è l’ape che sceglie il fiore, ma è il fiore che sceglie l’ape – nel senso che è il fiore a sviluppare le strategie adatte per attirare, e quindi per fasi impollinare, una certa specie d’insetto, piuttosto che un’altra -, allo stesso modo, forse, non è l’uomo, o almeno non è soltanto l’uomo, che sceglie di coltivare, innestare, selezionare e poi diffondere una certa pianta, da frutto, oppure ornamentale, o per l’uso industriale, ma è la pianta che fa in modo di attirare l’attenzione dell’uomo per essere scelta e, così, avere la meglio rispetto alla “concorrenza” di altre piante, del pari selvatiche, che le contendono lo spazio vitale e, quindi, la possibilità di riprodursi. Ogni essere vivente, dice Aristotele, tende a realizzare pienamente la propria forma, ossia a crescere, divenire adulto e riprodursi, generando un altro individuo della sua stessa specie. Ora, le piante hanno esattamente questa finalità: crescere, riprodursi, generare altri individui della medesima specie; e si servono di altri esseri viventi, soprattutto gli insetti, ma anche gli uccelli, nonché di fattori meteorologici come il vento, per realizzare tale scopo. L’uomo, in questa prospettiva, è solo un fattore di diffusione della pianta, come l’ape o il calabrone: egli crede di aver fatto ogni cosa da solo, spontaneamente, ma forse è stata la pianta a catturare la sua attenzione, a farsi apprezzare per le sue qualità, e ad indurlo a rivolgerle delle cure, e ad assicurarle una diffusione, tali, da mettere quella specie al sicuro dal pericolo di soccombere nella lotta per la conquista di uno spazio sufficiente per vivere e riprodursi.

In effetti, confrontando le foreste di meli selvatici dei Monti Tien Shan, bellissime, ma pur sempre relegate in aree isolate e circoscritte, con le immense superfici dei frutteti, sparse in tutti i continenti, destinati alla coltivazione delle mele selezionate, viene da pensare che, da sola, questa pur utile e robusta pianta non ce l’avrebbe mai fatta a raggiungere un risultato anche solo lontanamente paragonabile. Naturalmente, anche l’uomo, specie intelligente fra tutte, ha le sue strategie di sopravvivenza, e la selezione e la diffusione di specie vegetali utili per assicurarsela, è una delle sue manifestazioni più vistose. Abbiamo così l’incrociarsi e il reciproco sostenersi di una doppia rete di bisogni vitali: quelli del melo, o di altre piante che risultano utili a noi, di espandersi e riprodursi il più possibile, sull’area più vasta possibile, e che si servono appunto dell’uomo per riuscirci; e quelli dell’uomo, che, individuata e riconosciuta l’utilità alimentare, o di altro tipo, di certe piante e di certi alberi, si adopera attivamente per irrobustirle, cioè per migliorarle geneticamente, e per coltivarle su larga scala. Entrambe le parti in gioco hanno una finalità da raggiungere, ed entrambe si assicurano un vantaggio grazie all’altra: come nel caso del lichene, associazione di un’alga e di un fungo, le due specie si scambiano dei servizi (nutrimento in cambio di protezione), per cui si può parlare di una relazione sostanzialmente paritaria, cioè di una simbiosi. Niente a che vedere col parassitismo, dove una sola specie acquisisce dei vantaggi, ma del tutto a scapito dell’altra, cui sottrae sostanza vitale e, alla lunga, ne provoca la morte. Senza l’uomo, il melo selvatico sarebbe ancora confinato in un’area relativamente piccola, sulle pendici del Tien Shan, esposto ai rischi dell’estinzione; ma senza la dolcezza del suo frutto, l’uomo non avrebbe mai avuto a disposizione un cibo così sano e appetitoso, così facile da procurarsi e così economico…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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