sabato, 18 Settembre 2021
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Anche dalla cima di un albero si può amare senza riserve il mondo intero

Storia di un’esperienza mistica e delle più toccanti: una di quelle rivelazioni che cambiano per sempre la vita di una persona di Francesco Lamendola  

È ormai un luogo comune dire che la realtà sa essere più sorprendente della più sbrigliata fantasia; eppure la storia di Julia Butterfly Hill, una ragazza statunitense come tante, ce ne fornisce una ennesima prova, ammantandola inoltre di un alone di amore estatico per l’intero creato che tocca le corde segrete del nostro cuore.

Nel dicembre del 1997 una industria per lo sfruttamento del legname si accingeva ad abbattere una foresta millenaria di sequoie nel nord della California, una regione molto piovosa dove questi alberi giganteschi possono raggiungere un’altezza di quasi cento metri e il loro tronco è così enorme che, in certi casi, una galleria è stata scavata attraverso la sua base per farvi passare una strada asfaltata. Julia, nata nel 1974, aveva allora solo ventitré anni ed era cresciuta in una famiglia unita e molto religiosa formata dal padre, un predicatore itinerante, la madre e altri due fratelli più piccoli. Niente a che fare con la raffinata società metropolitana della East Coast: si trattava di gente campagnola, sobria e laboriosa, che sente la bellezza dell’ambiente dell’ambiente naturale come un dono di Dio e sa, per una forma di saggezza quasi istintiva, che l’uomo è chiamato a vivere in armonia con esso, ammirandolo e rispettandolo, in uno spirito mistico di gratitudine e di comunione quasi francescano.

Julia si rende subito conto che solo un gesto simbolico, ma estremo, può forse impedire lo scempio che la società per la lavorazione del legname sta per perpetrare, munita di tutte le necessarie autorizzazioni governative (siamo nell’America di Clinton e non ancora in quella di Bush junior ma fa poca differenza, la sensibilità ecologista è press’a poco la stessa e cioè pari a zero). Pertanto si arrampica su una sequoia di sessanta metri d’altezza, vi costruisce una piattaforma sui rami e, simile a una moderna versione del giovane Cosimo Piovasco di Rondò, il nobile settecentesco protagonista  de Il barone rampante di Italo Calvino, afferma che non scenderà fino a quando non le avranno dato garanzie che verrà posto termine all’insensata deforestazione. Pensa di rimanere lassù, fra i rami del gigantesco albero da lei battezzato Luna, un paio di settimane al massimo: invece finirà per restarvi, più San Simeone Stilita in cima alla colonna che Cosimo Piovasco sugli alberi del  giardino, per la durata straordinaria di due anni. Gli alimenti le vengono fatti pervenire mediante un sistema di funi, in modo che ella risulta, lassù in cima, perfettamente autosufficiente e in grado di resistere alla sfida a tempo indeterminato.

Nemmeno riesce a salvare le sequoie della sua amata foresta: le vede cadere una dopo l’altra sotto le seghe elettriche dei taglialegna. Ma Luna, quella non osano toccarla: è la ragazza in cima ai rami che salva la magnifica sequoia, la ragazza armata solo del suo coraggio e della sua determinazione. Si organizza in una specie di tenda appollaiata nel verde, a un’altezza vertiginosa; dorme in un angolo del suo minuscolo regno e deve difendere il suo cibo dalle incursioni di scoiattoli e altri animaletti. Quando la tristezza e lo scoraggiamento stanno per sopraffarla, medita e scrive poesie ispirate, traboccanti di amore cosmico per tutto ciò che esiste, vicino e lontano. È certamente  riduttivo definirla semplicemente una militante ambientalista: Julia è quasi una mistica, un’anima appassionata e generosa che unisce la sensibilità e la delicatezza d’animo di un poeta con la testarda caparbietà di un lottatore deciso a non arrendersi mai a ciò che considera ingiusto e profondamente dannoso per l’armonia del rapporto uomo-natura.

Dalla sua esperienza straordinaria, veramente unica al mondo, è nato un libro: La ragazza sull’albero (Milano, Tea, 2000), in cui ricostruisce l’intera vicenda che si è conclusa con un compromesso e al termine della quale è finalmente scesa a terra, dopo aver ottenuto la salvezza per la “sua” sequoia ma, soprattutto, dopo essere riuscita a sollevare un “caso” e a ridare forza e coraggio al movimento per la difesa dell’ambiente naturale negli Stati Uniti d’America e un po’ in tutto il mondo.

Dopo aver ripreso la sua vita “normale”, Julia Butterfly-Hill ha continuato a impegnarsi con grande energia nella battaglia ecologista e ha fondato, tra l’altro, l’associazione Curcle of Life Foundation, il cui scopo è proteggere e sostenere la vita, a sua volta sponsorizzata dalla Trees Foundation che è sorta per la tutela dell’ecosistema forestale. Attiva conferenziera in ogni parte del mondo sui temi della difesa dell’ambiente, ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti per il suo impegno ambientalista e scrive poesie.

Nel libro La ragazza sull’albero (titolo originale: The Legacy of Luna) ha saputo esprimere, con uno stile semplice e piano, Julia racconta la sua eccezionale vicenda “in presa diretta”, nel senso che esso è stato parzialmente scritto proprio durante la sua permanenza in cima a Luna. Tuttavia, per dare un’idea della freschezza e, al tempo stesso, della profonda serietà di questo strano resoconto, che talvolta confina – come abbiamo detto – con una vera e propria esperienza mistica, piuttosto che le parti nelle quali ella racconto l’alternarsi di paura e di coraggio che ha caratterizzato quel suo vivere a decine di metri d’altezza, sospesa fra la terra e il cielo, ci piace riportare il brano in cui Julia racconta come è nato il suo amore per gli alberi, e particolarmente per le sequoie. Si era recata, in compagnia di amici, a visitare le meraviglie naturali del Grizzly Creek State Park e specialmente le sequoie giganti, che ne costituiscono la principale attrazione.

Bisogna dire che le sequoie (Sequoiadendron Giganteum) costituiscono una specie botanica antichissima e ormai rara, suddivisa nei due generi “redwood” delle alture costiere, più alti e sottili, capaci di superare largamente i 100 e anche i 120 metri d’altezza, e “big trees” propriamente detti o “alberi mammuth” della Sierra Nevada, molto più robusti e longevi, ma meno alti. Scrive il botanico Valerio Giacomini nel suo libro  Sequoia (Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1974, p. 3):

“I magnifici boschi di sequoia rossa furono scoperti il 10 ottobre del 1769 da padre Giovanni Crespi, cronista della spedizione spagnola di don Caspar de Portola: «In questa contrada vi è grande ricchezza di alberi, e poiché nessuno della spedizione li conosceva vennero chiamati per il loro colore ‘redwood’». Successive spedizioni narrarono di queste piante come di meraviglie della natura. Le riscoperse Haenke alla fine del 1700, ma i semi giunsero in Europa soltanto nel 1843 per mano sconosciuta. Più tardi nel 1853 William Lobb inviava in Europa i semi della sequoia gigante della Sierra Nevada. Oggi le sequoie adornano non pochi dei nostri parchi e giardini ,ma non raggiungono mai le dimensioni con le quali si presentano nelle loro native foreste; raggiungono per lo più i 30-50 metri in esemplari di Sequoia giganteum, cioè nella specie più rustica e largamente diffusa anche a nord delle Alpi.

“È ben certi che nessun bosco, o giardino, o parco costruito dall’uomo può esercitare il fascino, il mistico incanto che emana irresistibile dai grandiosi paesaggi degli alberi rossi della Contea di Humboldt e della Sierra Nevada. Qualcuno ha detto che entrando al cospetto di quei giganteschi monumenti della natura vivente si ha l’impressione di tornare indietro a tempi remotissimi quando anche moli enormi di animali si muovevano fra le paludi e le foreste. Ma queste creature verdi hanno resistito al mutare dei climi, e alle catastrofi sconosciute che hanno sterminato i dinosauri forse per quella loro prodigiosa longevità, che pare non abbia limiti definiti. Si comprende allora il senso delle memorabili parole pronunciate da Jahn Muir quando nel 1879 penetrò per la prima volta nel Parco nazionale Sequoia, nella Sierra Nevada: «Dio ha avuto cura di questi alberi, li ha salvati dalla siccità, dalle valanghe, e da migliaia di pericoli».

Per salvare questi magnifici colossi, dunque, che crescevano sui monti della California molto prima che Cristoforo Colombo sbarcasse sull’altra costa del continente nordamericano e, in certi casi, prima della nascita di Gesù Cristo, la coraggiosa ragazza di ventitré anni ha affrontato solitudine e pericoli per ben due anni della sua vita. Ma il suo innamoramento per le sequoie, come dicevamo, era nato qualche anno prima, durante una gita naturalistica nel corso della quale aveva sentito un prepotente bisogno di staccarsi dai compagni e di inoltrarsi, tutta sola, nel fitto dei tronchi giganteschi, così come si penetra esitando, ammirati e soggiogati, fra le grandiose colonne di una basilica gotica dalle altissime pareti, con la luce che scende obliqua e misteriosa e si posa a terra in schegge di riflessi dorati.

“Dopo una sosta sulla magnifica spiaggia, entrammo nel Grizzly Creek State Park per vedere le sequoie giganti della California.. Quando seppero  che alloro cane non era permesso percorrere il sentiero, Jason e Jori  decisero di seguire la strada che costeggia il terreno del campeggio  e ammirare da là le sequoie.

“A me non bastava.

“«Questi alberi hanno qualcosa – dissi. – Devo allontanarmi dai turisti e dalle auto  ed entrare veramente nella foresta».

“«Julia, abbiamo intenzione di fermarci soltanto per qualche minuto, un quarto d’ora al massimo», replicarono.

“«Non c’è problema – risposi. – Se non sono indietro per quando decidete di partire ,lasciate le mie cose alla stazione dei ranger e dite che pagherò qualsiasi cifra per il deposito. Ma voglio addentrarmi».

“Mentre attraversavo la superstrada, sentivo dentro di me un richiamo. Una volta entrata nella foresta, comincia a camminare sempre più velocemente e poi, avvertendo un’energia prorompente, inizia a correre, saltando i tronchi mentre mi inoltravo sempre di più.

“Dopo circa mezzo miglio, la bellezza dell’ambiente circostante cominciò a colpirvi. Più mi inoltravo, più le felci erano grandi sino al punto che tre persone con le braccia allargate non sarebbero state sufficienti per circondarle. Ovunque spuntavano licheni e muschi. Ad ogni curva el sentiero c’erano funghi di ogni forma e dimensione, nelle vivide sfumature dell’arcobaleno. Anche gli alberi diventavano sempre più grandi. All’inizio sembravano normali, ma ogni volta che piegavo all’indietro la testa il più possibile, guardavo su verso il cielo e non riuscivo a vedere le cime. Alti decine di metri, erano più grandi di edifici di quindici, diciotto, persino venti piani. I ronchi erano talmente larghi che dieci persone, tenendosi per mano, li avrebbero abbracciati a stento. Alcuni erano cavi, bruciati dai fulmini, ma ancora in piedi. Questi antenati degli alberi sono stati testimoni dei giorni dei dinosauri. Avvolti nella nebbia e nell’umidità che serve loro per crescere, quegli antichi giganti si ergevano primordiali ed eterni. Ad ogni passo i miei piedi affondavano nella terra umida. Sapevo di camminare sopra secoli di storia.

“Mentre mi inoltravo nella foresta non sentivo più né rumore di auto né odore di scarichi. Respiravo l’aria pura e meravigliosa. Era dolce. Ovunque mi girassi c’era vita, che la potessi o meno avvertire con la vista, l’odorato, l’udito, il gusto o il tatto. Per la prima volta capii cosa significa essere vivi, avvertire la connessione della vita con la sua verità intrinseca – non quella che ci insegnano i cosiddetti scienziati o politici o altri esseri umani, ma la verità che esiste dentro il Creato.

“L’energia mi colpì come un’onda. Afferrata dallo spirito della foresta, caddi in ginocchio e comincia a singhiozzare. Affondai le dita nello strato di terra che aveva un profumo dolce e ricco e pieno di strati di vita, poi chinai la faccia ed annusai. Circondata da questi antichi ed enormi giganti, sentii dissolversi il filtro che salvaguardava i miei sensi dallo squilibrio dalla nostra società affrettata e tecnologicamente dipendente. In questa maestosa cattedrale, potevo sentire il mio essere intero trasformarsi in nuova vita. A lungo rimasi seduta a piangere. Alla fine, le lacrime si trasformarono in gioia e la gioia in ilarità, e rimasi seduta a ridere per la bellezza che mi circondava.

“Due settimane dopo mi resi conto che, se mi fossi inoltrata un po’ di più, sarei finita in una zona diboscata dalla Pacific/Lumber/Maxxam Corporation dove questi alberi, che per crescere avevano impiegato migliaia di anni, erano stati abbattuti con le motoseghe in pochi istanti. Al mondo è stato lasciato meno del tre per cento di queste meraviglie uniche, il resto è stato trasformato in legname per le case e per i mobili da giardino. In questo paese il no profit esiste per conservare le chiese vecchie di centinaia d’anni, ma questi alberi non hanno alcun gruppo organizzato che salvi le loro vite dall’avidità della Maxxam. Conoscere il diboscamento mi fece sentire come se una parte di me stessa fosse stata strappata e violata, proprio come succede alle foreste. Quei maestosi luoghi antichi, i più sacri tra i templi e che ospitano più spiritualità di qualsiasi chiesa, stavano per essere trasformati in radure e valanghe di fango. Dovevo fare qualcosa. Non sapevo cosa, ma era chiaro che non avrei potuto girare le spalle e andarmene.

“Quando uscii dalla foresta ero una donna diversa. Certamente sentii una chiamata, ma nutrivo dei dubbi sulla sua autenticità. Ormai sola ,decisi di tornare alla Lost Coast per fare quello che mi era stato insegnato: pregare per ottenere un consiglio. Andai in un posto che avevo scoperto nella visita precedente, dove avevo avvertito una immediata sensazione di potere magico. Camminai sino ad un angolino speciale incastonato tra alcuni alberi e una sorgente che dalla King’s Mountain Range si tuffava nell’oceano. Mi sedetti e cominciai a pregare.

“Quando prego, chiedo un aiuto per diventare una persona migliore secondo le mie capacità, chiedo di imparare quel che mi serve e di crescere seguendo quell’apprendimento. Quando prego, chiedo sempre di abbandonarmi. Ed è la parte più difficile.

“«Spirito dell’Universo, volevo girare il mondo – pregai. – Sin da quando ricordo, ho sempre desiderato viaggiare. Ne ho finalmente l’occasione e tuttavia, improvvisamente, mi sento costretta a non andare. Ti prego, mostrami la strada».

“Credo nella preghiera, ma, alla fin fine, il potere più rande per me deriva dall’accettare le risposte. Così aggiunsi: «Se sono veramente destinata a tornare e a combattere per queste foreste, ti prego, aiutami a conoscere la mia strada ed usami come uno strumento».

“Rimasi seduta immobile per un po’ di tempo. Cominciai a sentirmi completamente in pace con la prospettiva di abbandonare i viaggi a favore della missione che avevo appena intuito. Mi alzai e cominciai a camminare. Fu allora che trovai un cristallo: un’ametista. È lamia pietra natale. La coincidenza era troppo sorprendentemente sincronica per essere sottovalutata. Mi sembrò che gli spiriti approvassero la mia decisione». (J. Butterfly-Hill, op. cit., pp. 17-20).

In questo brano abbiamo incontrato le parole “chiamata”, preghiera, missione. L’atteggiamento di Julia è quello di chi, scoprendosi – come direbbe Ungaretti – una docile fibra dell’Universo -, decide di saltare il fossato oltre le banali certezze prefabbricate e di fare della propria vita un dono, un dono di consapevolezza e amore universale, mettendo a tacere il proprio ego per divenire strumento di una forza più grande, di un amore cosmico. Ciò è avvenuto dopo che, inoltrandosi nella foresta in atteggiamento di ascolto, di stupore e di estrema umiltà, ella ha vissuto l’esperienza indimenticabile della ierofania, la rivelazione del sacro. Quei tronchi giganteschi di sequoia erano divenuti le maestose colonne di una cattedrale dello spirito, di un altrove che esige da noi l’abbandono del nostro falso ego e l’immersione fiduciosa nel gran fiume dell’Essere.

Un’esperienza mistica, appunto; e delle più toccanti: una di quelle rivelazioni che cambiano per sempre la vita di una persona.

A quella chiamata siamo tutti sollecitati a prestare ascolto: ciascuno alla propria. Forse non l’abbiamo ancora udita, nel frastuono esterno e, purtroppo, anche nell’interno ribollire e agitarsi della coscienza in faccende alquanto secondarie e contingenti. Eppure, purché riusciamo a fare appena un po’ di silenzio attorno e dentro noi, ecco che la chiamata si fa sentire, inequivocabile. Possiamo ascoltarla oppure no; siamo liberi. Se decideremo di ascoltarla, la nostra vita sarà destinata a subire cambiamenti radicali. Oppure possiamo decidere di ignorarla, di coprirla col chiasso delle cose esteriori. Ma essa non tacerà mai del tutto. Continuerà a chiamarci con voce sempre più debole, come un bambino abbandonato nella culla: disperata perché non abbiamo capito che solo scegliendo la strada della fedeltà all’Essere potremo divenire persone realizzate e serene.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Agosto 2015

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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