lunedì, 20 Settembre 2021
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David Douglas o la vita affascinante di un botanico in perpetua ricerca di avventura

David Douglas o la vita affascinante di un botanico in perpetua ricerca di avventura. Monumento di Kaluakauka. Come dice Shakespeare, ci sono più cose fra la terra e il cielo di quante ne possa sognare tutta la nostra filosofia di Francesco Lamendola

Non è raro vedere anche nei nostri giardini, specialmente dell’Italia settentrionale, il magnifica e imponente Abete di Douglas o Douglasia («Pseudotsuga menziesii»), una conifera nordamericana importata al di qua dell’Atlantico nel XIX secolo.

È un albero davvero imponente, che può arrivare fino a 60 metri di altezza, con la corteccia porpora-marrone e frutti a cono rosso-marrone, penduli, lunghi 10 centimetri.

Il suo nome comune ricorda il botanico scozzese David Douglas, che per primo, nel 1827, importò i suoi semi in Europa; mentre il nome scientifico è dedicato  a un altro scozzese, il chirurgo della Marina britannica Archibald Menzies, il quale, durante una spedizione sulla costa nord-occidentale dell’America guidata da George Vancouver, nel 1791, l’aveva vista per la prima volta sulle rive dello Stretto di Nootka e l’aveva descritta.

A quei tempi, i chirurghi di bordo erano, spesso, anche dei discreti naturalisti dilettanti e, non di rado, svolsero un’opera insigne di raccolta e descrizione di nuove specie appartenenti alla fauna e alla flora delle isole oceaniche e dei continenti extra-europei.

Più interessante di quella di Menzies, comunque, è la figura di Douglas, un botanico autodidatta che aveva fatto il giardiniere e si era talmente distinto per l’intelligenza e la passione con cui si interessava al mondo delle piante, da attirare l’attenzione dell’eminente botanico William J. Hooker, docente all’Università di Glasgow, il quale lo invitò ad assistere alla sue lezioni, ne fece un suo promettente allievo e lo aiutò a imbarcarsi in alcune memorabili spedizioni oltremare, alla ricerca dei semi di piante utili da importare nelle Isole Britanniche, vuoi per interesse economico, vuoi a scopo decorativo e ornamentale, oltre che puramente scientifico.

In particolare, Douglas soggiornò a lungo nel remoto territorio dell’Oregon, una regione vastissima, coperta da immense foreste di conifere e attraversata dalle Montagne Rocciose e dalla Catena Costiera; una regione i cui confini e la cui giurisdizione, all’inizio dell’Ottocento, restavano ancora largamente indefiniti, trovandosi nel punto di convergenza degli interessi di cinque grandi potenze: la Gran Bretagna, padrona del Canada; la Francia, padrona della Louisiana;  gli Stati Uniti, in piena fase di espansione dopo la conquista dell’indipendenza; la Spagna, allora insediatasi nella California, ma cui, nel 1821, sarebbe succeduta la sovranità del Messico; e la Russia, allora padrona dell’Alaska.

La spedizione americana degli esploratori Lewis e Clark raggiunse la costa del Pacifico nel gennaio del 1806; ma fu soltanto con il Trattato dell’Oregon (o di Washington) del 1846 che venne stabilito il compromesso in base al quale le due sole potenze rimaste in lizza, Gran Bretagna e Stati Uniti, decisero di fissare il confine fra i rispettivi territori lungo il quarantanovesimo parallelo, lasciando anche tutta l’isola di Vancouver sotto la sovranità britannica.

Douglas non era uno studioso da tavolino: glielo impedivano il suo carattere forte e impetuoso, le sue umili origini, a causa delle quali aveva dovuto mettersi a lavorare presto, ed il suo insopprimibile bisogno di vivere all’aria aperta, a stretto contatto con la Wilderness, la natura selvaggia, non ancora contaminata dalla civiltà. La sua vita e la sua stessa morte costituiscono un capitolo appassionante della storia della botanica, al tempo in cui questa scienza aveva davanti a sé ancora moltissime specie da scoprire, da studiare e da catalogare e in cui vaste superfici del pianeta erano ancora pressoché inesplorate, celando allo sguardo degli studiosi occidentali i loro intatti tesori di storia naturale.

Quegli spazi bianchi sulle carte geografiche esercitavano un irresistibile attrazione sui botanici, perché promettevano un largo bottino di nuove scoperte e perché, in Europa, vi erano società specializzate nella importazione e nello studio delle piante esotiche, disposte a investire capitali considerevoli per organizzare spedizioni di scoperta nei luoghi più appartati e inaccessibili, spesso sfidando pericoli non indifferenti rappresentati dal clima, dagli animali feroci e dalle attitudini guerriere, talvolta antropofaghe, di popolazioni tribali.

Erano i tempi eroici della botanica: solo con un notevole ritardo, dopo la scoperta dei nuovi mondi (Americhe, isole dell’Oceania, Australia), la scienza europea si era resa conto del potenziale incalcolabile rappresentato, per essa, dall’esistenza di innumerevoli specie di erbe, di piante e di alberi esotici, i quali, introdotti in Europa, avrebbero potuto rivelarsi di fondamentale importanza economica o anche soltanto paesaggistica e ornamentale.

Abbiamo detto che Douglas legò il suo ricordo soprattutto alla importazione dell’abete che oggi porta il suo nome, avvenuta nel corso dei suoi viaggi avventurosi per le montagne e le foreste del Nord-ovest americano; ebbene, ai suoi tempi già il solo fatto di raggiungere gli estremi avamposti della civiltà europea sulla costa dell’Oregon (denominazione che allora comprendeva anche gli odierni stati di Washington e Idaho) e della Columbia Britannica, rappresentava un “tour de force” non indifferente.

Oggi, dall’Europa, si prende un aereo, o magari una nave, diretti alla costa orientale del Canada o degli Stati Uniti, e di lì si prosegue in aereo, in treno o, magari, in confortevoli corriere di linea, fino alla costa del Pacifico. Per tutto il XIX secolo, invece, bisognava discendere l’Atlantico in tutta la sua estensione e poi affrontare le terribili tempeste di Capo Horn, oppure le insidie innumerevoli dello Stretto di Magellano; indi risalire lungo la costa occidentale delle due Americhe e finalmente, dopo molti mesi di navigazione e se tutto era andato bene, si giungeva a destinazione. Ai tempi di Douglas, poi, cioè nei primi decenni dell’Ottocento, non esistevano che le navi a vela e la traversata era ancor più lenta e pericolosa: sono decine e centinaia i relitti dei velieri che giacciono in fondo al mare al largo di Capo Horn e presso le isole minori della Terra del Fuoco.

Nei suoi viaggi attraverso il territorio dell’Oregon e lungo le coste della Columbia Britannica, nel corso dei quali strinse amicizia con alcune tribù indigene senza il cui aiuto non sarebbe riuscito a fare molto, Douglas si rovinò letteralmente la salute, specialmente a causa delle molte notti trascorse all’aperto, sotto qualche precario riparo, il che, in quel clima freddo ed estremamente piovoso, è il modo migliore per prendersi i dolori reumatici.

La spedizione, incominciata nel 1823, durò ben cinque anni e permise a Douglas di scoprire un discreto numero di piante ancora sconosciute in Europa, fra le quali il peccio di Sitka («Picea Sitchensis»), il pino di Monterey («Pinus radiata»), l’abete di Vancouver («Abies grandis») e il Sugar pine («Pinus lambertiana»). Le specie da lui introdotte nelle Isole Britanniche sono state, in totale, duecentoquaranta: per dare un’idea della vastità e dell’importanza del suo lavoro, diciamo soltanto che l’intero paesaggio vegetale della Scozia e dell’Inghilterra è stato profondamente modificato dagli alberi da lui trapiantati e che hanno magnificamente attecchito, grazie anche al clima non troppo dissimile da quello del loro habitat originario; ma anche nel resto d’Europa e del mondo tali importazioni hanno fatto vedere i loro effetti.

Si prova un misto di sbalordimento e ammirazione, leggendo i suoi diari, davanti alla determinazione e dalla forza d’animo con cui questo botanico autodidatta affrontò ogni fatica e ogni disagio, percorrendo distanze enormi, che sarebbero a stento credibili se non fossero ben documentate. Pare che, nel complesso, egli abbia percorso qualcosa come una quindicina di volte la distanza esistente, in linea d’aria, fra le Alpi e la Sicilia, ossia non meno di quindicimila chilometri: cosa impressionante, se si pensa che la circonferenza massima del nostro pianeta, misurata cioè all’Equatore, è di circa 40.000 km.

Eppure, anche se con la salute a pezzi, Douglas, una volta rientrato in Gran Bretagna, non riuscì a rimanervi a lungo: il bisogno di riprendere il mare, di ricominciare i suoi viaggi esplorativi era divenuto in lui più forte di ogni altra cosa. E fu così che, dopo aver visitato alcuni arcipelaghi del Pacifico orientale, fra i quali il famoso gruppo delle Juan Fernandez (famoso per i botanici, a causa di una flora particolarmente varia e arcaica), giunse all’appuntamento con il destino, nelle Isole Hawaii, all’età di soli trentacinque anni.

La sua fu una fine altamente drammatica e avvenne in uno scenario grandioso, ai piedi del vulcano Kilauea (che in lingua polinesiana significa: «nuvola di fumo che sale»), una montagna alta 1.200 metri e tuttora attiva, che s’innalza, non lungi dal Mauna Loa (4.170 m.), sull’isola maggiore dell’arcipelago, Hawaii. Gli indigeni avevano scavato delle buche nel terreno, dissimulandole con frasche, per catturare dei tori selvatici che infestavano la zona: Douglas ebbe la sfortuna di cadere dentro una di esse, nella quale già si trovava uno di quei pericolosi animali, il quale, inferocito, lo uccise. Il suo corpo straziato venne recuperato solo più tardi.

Come se non si trattasse di circostanze già di per se stesse abbastanza drammatiche, sulla morte di Douglas grava anche il sospetto di qualcosa di peggio che un semplice incidente. Egli, infatti, era stato visto per l’ultima volta nella capanna di un cacciatore inglese, certo Edward Gurney, soprannominato Ned; e, anche se non venne aperta una vera inchiesta e la morte fu imputata ad un incidente, qualcuno avanzò il sospetto che il cacciatore lo avesse spinto deliberatamente nella trappola per tori, a scopo di rapina. Si sarebbe trattato, insomma, di un caso di omicidio ben dissimulato: ma, nella patria di Sherlock Holmes e di Padre Brown, nessun investigatore si è mai occupato del caso, per cui il dubbio è destinato a rimanere tale per sempre.

Così rievoca la vita avventurosa di David Douglas lo scrittore e regista austriaco Rudi Palla, nato a Vienna nel 1941, nel suo libro «Ai piedi degli alberi. Viaggio tra i giganti della Terra» (titolo originale: «Unter Bäumen. Reisen zu den größten Lebewesen», Wien, Paul Zsolnay Verlag, 2006; traduzione italiana di Giuditta Chio, Milano, Salani, 2008, pp. 166-70):

«Douglas nacque il 25 giugno 1799 a Scone, cuore geografico e storico ella Scozia, luogo di re e di leggende nebbiose. Macbeth, nella tragedia shakespeariana, viene decapitato da Macduff (“Voltati, cane d’inferno, voltati”), e Malcolm, il suo successore, dice alla fine ai suoi seguaci: E così grazie a tutti assieme e a ciascuno di voi, che invitiamo a vederci incoronare a Scone”. L’ultima incoronazione nello Scone Palace, residenza del conte di Mansfiedl, ebbe luogo nel 1651. Intorno al 1800, il terzo conte fece ampliare il palazzo in stile gotico (lavori in cui il padre di Douglas, John, fui impiegato come scalpellino) e rimodellare il parco e i giardini intorno a Scone. Lo “hear gardener” (capo giardiniere) di Scone, William Beattie, prese sotto la propria ala il figlio undicenne di John Douglas, David, che aveva fama di ragazzino testardo e incapace di controllarsi. Gli anni di apprendistato plasmarono il carattere del giovane: divenne un allievo attento, raccolse e classificò piante, prese a leggere tutto quello che gli capitava tra le mani. A diciannove anni, quando ormai aveva dimestichezza con il giardinaggio e l’orticoltura, David ebbe l’occasione di lavorare come giardiniere nel famoso parco di Valleyfield, vicino alla città di Dunfermline, quaranta chilometri a sud di Scone. Valleyfield era la tenuta di Sir Robert Preston, un ricco possidente che adorava le scienze naturali e in special modo la botanica. Provò subito simpatia per quell’”under Gardner” curioso  di talento, e permise a David di accedere alla sua vasta biblioteca, una fonte ideale per placare la sete d conoscenza di quest’ultimo. Dopo aver trascorso due anni a Valleyfieldd, David Douglas fece domanda per un posto al Giardino botanico di Glasgow e lo ottenne. Lì conobbe l’uomo che avrebbe influenzato la sua carriera di botanico in modo decisivo, William Jackson Hooker, appena nominato professore di botanica all’Università di Glasgow. Hooker notò il giovane e sveglio giardiniere di Scone, lo invitò alle sue lezioni e lo portò con sé in escursioni botaniche nelle Highlands, diventando suo amico e mentore.

Douglas, che già possedeva la conoscenza pratica del giardinaggio, familiarizzò sempre di più con la scienza botanica. Quando Hooker lo raccomandò come raccoglitore di piante al segretario della Horticultural Society, Joseph Sabine Esq., per lui si realizzava un sogno a lungo coltivato.

Era l’epoca eroica della botanica.  Il gusto del tempo e l’interesse alle piante esotiche  facevano sì che raccoglitori di piante e scienziati  partissero a sciami dall’Europa per battere come invasati  i continenti alla ricerca di nuove specie,  a volte pagando la propria ambizione con la vita. La Horticultural Society aveva già inviato in Cina, India e Africa parecchi “collectors” che avevano riportato in patria semi di specie ancora sconosciute, di crisantemi, peonie, azalee, camelie, primule, gigli e orchidee. Nel 1823 David Douglas venne mandato dalla società sulla costa  orientale del Nordamerica per studiare la coltivazione degli alberi da frutto, dei meli in particolare, e acquistare giovani querce per il rimboschimento in Inghilterra. Seguirono altri due viaggi di ricerca in Nordamerica, sempre su incarico della Horticultural Society. Il secondo portò Douglas nel Nord-ovest pacifico, ancora in gran parte inesplorato; una regione ormai inscindibilmente legata al suo nome.

Nel luglio 1824 Douglas salpò dall’Inghilterra a bordo della “William and Ann” con rotta verso Capo Horn. Dopo quasi nove mesi, il veliero raggiunse la foce del fiume Columbia e gettò l’ancora presso Fort George (oggi città di Astoria nello stato dell’Oregon). Finalmente di nuovo con i piedi sulla terraferma, Douglas annotò sul suo diario: “With truth I may count this one of the happy moments of my life”. Nella foce e lungo il corso del fiume operava la Hudson Bay Company, che allora commerciava principalmente pellicce, con diverse succursali che servirono da rifugio a Douglas durante le sue spedizioni nell’interno; la maggior parte delle notti, però,  le passò in tenda sotto un albero o sotto la canoa capovolta, esposto all’inclemenza del tempo. “The luxury of a night’s sleep on a bed of pine branches can only be appreciated  by those who have experienced a route over a barrel plain scorched by the sun, or fatigued by groping their way through a thick forest, crossing gullies, dead wood, lakes, stones & c.”, scrisse nel suo diario. “La pioggia sferzata dal vento – si legge in un altro punto – mi ha impedito di accendere un fuoco, e per colmo di sventura la mia tenda è stata abbattuta da una raffica nel cuore della notte. Ogni dieci o quindici minti un albero cadeva provocando uno schianto come se la terra esplodesse, e ciò, unito al rombo incessante dei tuoni e ai fulmini che saettavano nel cielo, m ha provocato una agitazione nell’animo che non riesco a descrivere. In tali situazioni tendo a diventare scontroso.” Ma nonostante gli strapazzi e le avversità, Douglas proseguì imperterrito la sua marcia nella regione selvaggia, talora accompagnato da indiani delle tribù dei chinook e dei salish con cui aveva stretto amicizia. Questi chiamavano “Grass man”il robusto viso pallido che camminava con lo sguardo sempre rivolto al terreno riempiendo la sua scatola di stagno di piante e di semi. Douglas raccolse i primi coni di “Douglas-fir” (questo il nome dell’albero in inglese) lungo il corso inferiore del fiume Columbia, nei pressi di Fort Vancouver (oggi la città di Vancouver nello stato di Washington). Se gli alberi erano troppo alti per essere scalati, sparava col fucile alle pugne per farle cadere. Annotò nel suo diario: “The trees, which are interspersed in groups or standing solitary in dry upland, thin, gravelly soils or on rock situations, are thickly clad to the very ground with wide-spreading pendent branches, and from the gigantic size which they attain in such places and from the compact habit uniformly preserved they form one of the most striking and truly graceful objects in Nature”.

Nell’ottobre 1827, dopo quasi due anni e mezzo, David Douglas tornò nella sua terra natale sfinito, tormentato dai reumi e quasi cieco per via del sole e della neve. Dalle sue indicazioni, aveva percorso circa sedicimila chilometri a piedi, a cavallo o in canoa studiando la flora e la fauna, facendo essiccare piante e inviando sacchi di semi, fasci di polloni, rizomi e bulbi ai suoi committenti in una quantità tale che nessun “collector” aveva mai raccolto prima. Pur essendo ammirato e colmato di onori per le sue imprese, Douglas ne ebbe abbastanza di essere trattato come un oggetto da esposizione. Abituati al silenzio e alla solitudine, aveva in orrore l’imbellettata società londinese, boriosa e piena di sé, e per reazione si fece burbero, sgarbato e litigioso. William Hooker, il suo mentore osservò in seguito nel “Brief Memoir of the Life of Mr David Douglas”: “Divenuto più irritabile che mai, era irrequieto e insoddisfatto, tanto che i suoi migliori amici ed egli stesso potevano solo augurarsi che fosse di nuovo impegnato nella gloriosa esplorazione del Nordamerica”. E così fu. Douglas ripartì per il fiume Columbia, questa volta in compagnia di un terrier scozzese, di nome Billy, per poi spostarsi in California  e infine alle Hawaii dove, alle pendici del vulcano Kilauea, la vita di questo Indiana Jones scozzese del mondo vegetale ebbe un repentino quanto tragico epilogo. Il 12 luglio 1834 due isolani trovarono David Douglas, che aveva da poco compiuto trentacinque anni, in una trappola insieme con un toro selvatico che l’aveva ucciso calpestandolo.»

I resti mortali di David Douglas vennero trasportati non già nella sua patria lontana, ma nell’isola di Oahu ed ora riposano nel cimitero presso la Mission House di Honolulu; l’arcipelago delle Hawaii, che ai suoi tempi formava un regno indipendente sotto una dinastia locale, è divenuto un territorio americano nel 1893, per poi entrare a far parte degli Stati Uniti, come cinquantesimo stato, il 21 agosto del 1959.

Un piccolo monumento in sua memoria è stato eretto nella località di Kaluakauka, in cui avvenne la sua tragica morte.

Il diario dei viaggi di David Douglas nelle regioni nord-occidentali dell’America settentrionale è stato infine pubblicato, sebbene con quasi un secolo di ritardo, a cura della Royal Horticultural Society, con un titolo a dir poco prolisso: «Journal kept by David Douglas during his travels in North America 1823-1827: toghether with a particolar description of thirty-three species of American Oaks and eighteen species of Pinus, with appendices containing a lis tof the plants introduced by Douglas and an account of his death in 1834».

Meglio tardi che mai: era un tributo che la cultura scientifica britannica doveva a questo giovane e intraprendente scozzese, che ha svolto un ruolo così notevole nella conoscenza e nella introduzione di piante esotiche nel Vecchio Continente.

Una curiosità per il lettore: anche se l’abete di Douglas non supera, di solito, la già rispettabilissima altezza di sessanta metri, nel 1991 ne è stato scoperto un esemplare, in una zona particolarmente impervia dell’Oregon, che raggiunge addirittura i cento metri.

E poi c’è ancora qualcuno che pensa che il mondo vegetale non abbia più nulla di speciale da rivelare, o che la superficie della Terra non contenga più alcun segreto…

Ma, come dice Shakespeare, ci sono più cose fra la terra e il cielo di quante ne possa sognare tutta la nostra filosofia.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 30/05/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 30 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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