domenica, 19 Settembre 2021
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Fortunati i bambini nella cui infanzia c’è un giardino incantato come quello dell’Eden

Fortunati i bambini nella cui infanzia c’è un giardino incantato come quello dell’Eden. L’idea stessa del giardino nasce dal desiderio di riprodurre quello che dovette essere il Paradiso terrestre. L’insidia del nostro ego di Francesco Lamendola  

L’idea stessa del giardino, di coltivare – cioè – un’area verde popolata di fiori, cespugli e alberi, scelti in modo da creare l’effetto estetico più intenso, arricchendola da fontane, siepi, vialetti, statue, finte grotte, muretti ricoperti da rampicanti, magari anche da voliere con pappagallini canori e altri uccelli dal piumaggio variopinto o dalla voce melodiosa: tutto ciò nasce dal desiderio di riprodurre quello che dovette essere il Paradiso terrestre.

Tutti portiamo in cuore una oscura nostalgia di quel luogo stupendo, di quella pace meravigliosa, di quel senso perfetto di fusione e di armonia con la natura: non sappiamo dove e come, però sappiamo, sentiamo con una forza che soverchia ogni ragionamento e che respinge ogni obiezione, che quel luogo incantato noi l’abbiamo veduto, forse prima di nascere, forse in sogno, forse nella memoria collettiva della nostra specie, o, come dice Carl Gustav Jung, attraverso l’inconscio collettivo della nostra stirpe, dei nostri antenati sconosciuti. Forse, infine, ne abbiamo avuto una fuggevole visione, poco più di una mera intuizione, in qualche momento fortunato, in qualche privilegiata circostanza della nostra vita interiore: quando, deposto il fardello delle quotidiane preoccupazioni, dei pensieri e delle tensioni della vita pratica, che ci trascinano verso il basso, abbiamo avuto la fortuna di lasciar volare la nostra anima verso le altezze, sfiorando, per un istante, l’Assoluto. E lì abbiamo intravisto l’immagine favolosa d’un giardino.

Da quel momento in poi, quella immagine ha continuato a bussare alla porta della nostra coscienza, a fare capolino nei nostri sogni, a morderci il cuore con una ardente nostalgia; da quel momento in poi, il ricordo – più o meno nitido, più o meno vago – di quel giardino, di quella bellezza, di quella pace, ha continuato a lavorare nelle zone più profonde del nostro essere; qualche volta è sembrato eclissarsi, scomparire, ma poi, d’un tratto, è riaffiorato, inestinguibile: è entrato a far parte di noi, anche se il più delle volte non ce ne siamo accorti. Almeno in apparenza. Di fatto, è stato il suo ricordo a tenere sempre accesa la fiammella della speranza, anche nei momenti più tristi: come un profumo dalla fragranza sovrumana, che persiste nell’aria anche dopo che la sua fonte apparente si è allontanata da noi.

I giardini di questo mondo, che abbiamo visto nei primi anni della nostra infanzia, erano già, rispetto a quello, delle semplici copie, alquanto sbiadite: eppure, anch’essi ci sono rimasti impressi in caratteri indelebili, e sempre rimarranno come ricordi incantati; forse li abbiamo visti durante una gita domenicale con i genitori; forse facevano parte di qualche santuario, di qualche abbazia, di qualche luogo sacro, ove la nostra famiglia si era recata in pellegrinaggio: in tal caso, alla dolcissima sensazione di una natura rigogliosa, e tuttavia sapientemente curata e amica dell’uomo, si è aggiunta, senza che il nostro io di allora se ne rendesse conto, l’aura di sacralità e la forza di una fonte luminosa soprannaturale, che i credenti chiamano grazia.

Quanto a noi, quel ricordo – così remoto da esser quasi indistinto – è legato ad un’isola piena di verde, ad un giardino che circonda un santuario mariano vetusto e appartato, nel mezzo di una laguna del basso Friuli: il santuario dell’isola di Barbana, a breve distanza da Grado; un luogo mai più rivisto in seguito, e che pure continua a vivere nel ricordo, carico di tutti gli incanti di una dimensione veramente paradisiaca, cioè incredibilmente, meravigliosamente innocente, nel senso originario e, per così dire, quasi teologico del termine: qualche cosa di totalmente puro, di anteriore ad ogni possibile contaminazione, difetto, imperfezione.

Quelle fronde, quelle chiome, quelle sagome svelte degli alberi contro il cielo azzurro, e il mare, e il respiro della laguna, e quella grande cupola della chiesa, e il campanile svettante al di sopra di tutto; e quella statua della Madonna nel mezzo del giardino, d’un bianco candidissimo contro il rosso del rosaio le infinite sfumature di verde e la fragranza dei fiori e il grande disco del sole che pare levarsi dalle onde come nel primo giorno della creazione del mondo: come potrebbero simili impressioni svanire del tutto dalla mente di un bambino, per quanto, nel corso del tempo, esse tendano a scivolare sempre più indietro, facendosi così remote da divenire quasi improbabili? Eppure sono lì, custodite nel santuario della memoria, nello scrigno più prezioso dei ricordi: e sono sempre state lì, pazienti, silenziose, benefiche, pronte a ridestarsi alla prima occasione.

C’è una pagina vibrante di poesia nella celebre autobiografia di Helen Keller (1880-1968), la nota scrittrice ed educatrice statunitense, divenuta cieca e sorda all’età di un anno e mezzo, che tanto si è spesa per essere «l’occhio di chi non vede e l’orecchio di chi non sente», nella quale ella descrive la meravigliosa bellezza del giardino della sua infanzia, fra le verdi colline del Tennessee (da: E. Keller, «La storia della mia vita»; titolo originale: «The Story of my Life», New York, Don bleday X Company, inc., 1954; traduzione dall’americano delle Benedettine di S. Maria di Rosano, Modena, Edizioni Paoline, 1959, pp. 9-10):

«Dopo la fine della guerra [qui si parla della Guerra di secessione, 1861-1865],  la famiglia si trasferì a Memphis nel Tennessee.

Fino all’epoca in cui la malattia mi privò della vista e dell’udito, io vissi in una casetta formata da una grande stanza quadrata e da una piccola camera in cui dormiva la domestica.

Nel Sud si usa costruire una casetta accanto alla propria abitazione come una dipendenza da adoperare in caso di bisogno. Mio padre se la costruì dopo la guerra civile ed andò ad abitarvi  non appena sposato con mia madre.

Era completamente ricoperta dalla vite, dalle rose rampicanti e dal caprifoglio tanto che a vederla dal giardino sembrava un grosso albero. Il piccolo porticato, nascosto da un paravento di rose gialle,  era il rifugio preferito dei colibrì e delle api.

La dimora dei Keller in cui viveva tutta la famiglia era a pochi passi  dalla nostra casetta delle rose: la chiamavano “Eden verde” perché  tutta la casa, gli alberi circostanti e le palizzate erano coperti da una bellissima edera inglese.

Quel giardino di antico stampo fu il paradiso della mia infanzia. Anche prima che venisse la mia maestra [cioè Anne Sullivan, anch’ella parzialmente cieca e, all’epoca, appena ventenne: la loro amicizia sarebbe poi durata quasi mezzo secolo], ero solita andare in esplorazione lungo le rigide siepi di bosso per cercarvi, guidata dall’odorato, le prime violette ed i gigli appena sbocciati. Là andavo a cercare conforto dopo ogni crisi di pianto, nascondendo il volto in fiamme tra la frescura dell’erba e delle foglie. Che gioia provavo  a perdermi in quel giardino fiorito, a vagabondare qua e là, finché, arrivando improvvisamente sotto una bella vite, la riconoscevo dalle foglie e dai fiori e capivo che era quella che copriva il padiglione diroccato situato  all’estremo limite del giardino.  Lì strisciavano le clematidi,  pendevano i gelsomini e si aprivano quei bellissimi fiori rari, che son detti gigli papilionacei perché i loro fragili petali assomigliano alle ali delle farfalle.

Ma le predilette erano le rose.

Non ho mai trovato nelle ville del Nord rose tanto splendide  quanto le rose rampicanti della mia casa del Sud. Pendevano dal porticato in lunghi festoni, saturando l’aria con la loro fragranza.  Di prima mattina, appena lavate dalla rugiada, apparivano così morbide, così pure da sembrare asfodeli del giardino di Dio.»

La scrittrice americana, in questa mezza pagina di prosa, è riuscita a trasmettere al lettore le vivide sensazioni e l’incanto indefinibile di un’anima infantile che si apre palpitante e quasi incredula, attraverso la venustà di un giardino fiorito, al mistero insondabile e alla sconvolgente rivelazione della bellezza, della natura, della vita nel suo splendore primigenio. Ella vide quel giardino con la stessa ammirazione stupefatta con cui Adamo ed Eva videro il giardino dell’Eden; ed è così per ogni bambino che faccia, per la prima volta, una analoga esperienza, purché la sua anima non sia stata intorbidata e contaminata dalla consuetudine con il disincanto, per colpa di cattive abitudini contratte grazie a dei genitori distratti, o egoisti, o profondamente immaturi, che, invece di vegliare sulla sua luminosa innocenza, come su di un tesoro d’incalcolabile valore, hanno permesso che si sciupasse e si disperdesse.

Nella memoria di ciascun bambino, vogliamo credere, giace un ricordo di questo genere: forse un ricordo più tardivo, e quindi più nitido e preciso; forse più precoce, e quindi ancor più vago e indistinto; forse più antico ancora: come di cosa vista in un’altra dimensione, nel grembo materno, o forse addirittura prima; ma c’è, ci deve essere. Magari sommerso da colline di scorie, da montagne di detriti: tutte le cose inutili e tutto il falso sapere dell’età adulta. Ecco: per rievocare il giardino incantato della prima infanzia, bisogna prima imparare a sbarazzarsi di tutta quella zavorra, che fa velo allo sguardo su ciò che è essenziale.

Essenziale è l’amore. Il bambino lo intuisce, ma non lo sa; lo sfiora, ma non vi entra.

L’adulto crede di saperlo, perché lo ha sentito dire, o forse perché lo ha letto nelle pagine di un libro: ma non ci crede, o non osa farne la prova. Anche se ha la parola amore sempre sulle labbra, in realtà non ne sa nulla; la sua ignoranza è totale. E come potrebbe saperne qualcosa, capirne anche solo la millesima parte, se non è mai capace, neppure per un solo istante, di spogliarsi del suo ego capriccioso e viziato, che vuol essere sempre al centro di tutto? Per capire l’amore, per giungere a vederlo, bisogna sbarazzarsi dell’ego: solo allora lo sguardo si fa limpido e l’atmosfera diventa respirabile: solo allora e non prima. No; neanche un minuto prima. E tanto peggio per chi è impaziente e vive divorato dalla fretta.

Ecco: il giardino simboleggia anche questo: la bellezza senza tempo, senza ansia, senza fretta; la bellezza calma, serena, raccolta in se stessa. I fiori si specchiano nell’acqua del ruscello come se avessero a disposizione tutta l’eternità: e non hanno che una breve stagione. Ma nessuno la conta, la misura; nessuno la scompone in mesi, settimane, giorni, ore, minuti, secondi. Non i fiori che sussurrano e neanche la corrente tranquilla del ruscello. Ogni cosa parla di calma, serenità, pace; ogni cosa è raccolta nel mistero sacro della vita e dell’essere. Tutto è buono perché tutto celebra le lodi di Dio e innalza una preghiera di ringraziamento.

Il giardino incantato che dovrebbe splendere nella coscienza del bambino, accompagnandolo poi lungo tutta la sua vita di adulto, fino ai giorni estremi della vecchiaia, è il guardino dell’amore, degli affetti, dei sentimenti. Fortunato il bambino i cui genitori gli hanno costruito intorno quel giardino, avvolgendolo nel suo profumo e penetrandolo del suo mistero. Il bambino non conosce le spine: vede le rose e se ne rallegra; imparerà più tardi, quando sarà il momento: diventerà uomo senza però scordare la bellezza, senza scivolare nel disincanto e nel cinismo. Il bambino, per essere felice, ha bisogno di quel giardino fiorito: il giardino dell’amore dei suoi genitori fra di loro e verso di lui, e di lui per essi e per i fratellini e le sorelline. Il giardino della famiglia.

Tutto il resto non gli serve, o gli è di danno. I regali frequenti e costosi, i giochi elettronici, i gingilli tecnologici non gli servono e non gli fanno bene: non lo aiuteranno a crescere, né potranno fare le veci del giardino incantato. Che gli adulti lo tengano bene a mente: per crescere un bambino sereno, per accompagnarlo verso l’autonomia e le responsabilità della vita adulta, bisogna concedergli il suo tempo, rispettare la sua infanzia, non forzare i suoi ritmi. E dargli amore. Ci sono tanti modi; non occorre ripeterglielo sempre, ma solo con le labbra. Stargli accanto, raccontargli una fiaba, dargli il bacio della buonanotte: questo è dargli amore. Aiutarlo a divenire quel che deve essere, questo è amore: non già cercare di trasformarlo in una copia di suo papà o di sua mamma.

Gli adulti che non hanno avuto un’infanzia serena tendono a sottrarla anche ai loro figli: cercano di risarcirsi delle loro delusioni e frustrazioni, passate e presenti, distruggendo il giardino incantato dei loro figli a forza di parole amare, di comportamenti nevritici e possessivi. Non che non debbano sgridarlo e anche punirlo, quando occorre: ma sempre con amore vero. Devono rispettare e accudire il suo giardino, perché da esso germoglierà il seme di una vita riuscita.

Una vita può dirsi riuscita se la illumina l’amore; fallita, se si trascina nella perenne tirannia dell’ego. L’ego è la pianta parassita che insidia il giardino; c’è un solo modo di sconfiggerla: amare.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Settembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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