lunedì, 14 Giugno 2021
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Gli alberi sono una sorgente perenne di possenti, luminose forze vitali

Gli alberi sono una sorgente perenne di possenti, luminose forze vitali. La vita assurdamente innaturale che conduciamo nella società odierna, e la filosofia ad essa sottesa ci hanno allontanato pericolosamente dalla natura di Francesco Lamendola 

La vita assurdamente innaturale che conduciamo nella società odierna, e la filosofia ad essa sottesa, fondata su un materialismo e su di un utilitarismo tanto rozzo quanto distruttivo, ci hanno allontanato pericolosamente dalla natura, cioè dalla parte più vera e profonda di noi stessi.

Ci siamo dimenticati che la vita è basata su un continuo scambio di energia fra tutti i viventi, e che nessuno può stare bene in un contesto malato o gravemente alterato. Non si può stare bene né in senso fisico, né in senso spirituale: per cui sia la salute del corpo, sia quella dell’anima, risentono di una vita condotta all’interno di una famiglia, di un luogo di lavoro, di una città, ove regnano disarmonia, competizione e disprezzo delle esigenze affettive dell’altro.

Un ambiente fisico degradato, sporco, rumoroso, inquinato, sul tipo di Napoli in piena emergenza rifiuti, fa male a coloro i quali vi abitano; ma anche un ambiente sociale degradato, dominato dall’indifferenza, dall’egoismo, dalla prepotenza, produce guasti tremendi, che si ripercuotono non solo sulla salute psichica, ma anche su quella fisica.

L’insorgere della malattia è dovuto, fondamentalmente, ad uno squilibrio energetico che si verifica in un individuo, e che può essere favorito dal fatto di vivere o lavorare in un ambiente negativo, ma la cui causa ultima ha sempre a che fare con la sua incapacità di amare se stesso nel modo giusto e, per conseguenza, di amare la vita.

Lo sciocco edonismo, oggi così diffuso nella società dei consumi, non ha nulla a che vedere con il vero amore di sé: non ama se stesso l’individuo che assume continuamente superalcolici, che fuma innumerevoli sigarette al giorno, che si nutre di carne in quantità smodata, intinta nel grasso; che si serve dell’automobile o dell’ascensore anche quando potrebbe farne a meno; che siede ore ed ore davanti allo schermo del televisore; che coltiva pensieri negativi, di invidia verso gli altri, di commiserazione verso se stesso; e nemmeno colui che, inseguendo false immagini di bene, si abbandona a tutti i piaceri del corpo, senza limite e senza criterio.

Una erronea concezione dello spiritualismo vorrebbe che il corpo vada ignorato o disprezzato e che, per poter innalzare l’anima, si debba per forza ignorare le legittime richieste di quello; ma si tratta di uno sbaglio madornale. È vero che, nel binomio corpo-spirito, deve essere quest’ultimo l’elemento trainante, quello che pone dei fini e dei valori all’esistenza, proprio perché costituisce l’elemento permanente, che nemmeno la morte riuscirà a distruggere; ma ciò non significa che, fin quando la nostra condizione di esistenza terrena perdura, noi possiamo fare finta di non avere un corpo o, come si dice di Plotino, comportarci come se ci vergognassimo di averlo.

Il corpo non va amato per se stesso, ma perché è una manifestazione – transitoria, certamente, me però non insignificante – del nostro essere; dunque, amare la propria anima, non significa dover odiare il proprio corpo (come facevano i monaci della Tebaide, stando a ciò che si narra di loro); e lo stesso vale nel rapporto con gli altri: noi dobbiamo tendere a relazionarci con la loro parte più nobile e profonda, ossia con l’anima; ma, amando l’anima dell’altro, non possiamo non amarne anche il corpo, che è, per così dire, la sua parte visibile.

È noto come la trasmissione di energia vitale, che avviene nel contatto amorevole fra due corpi  – e, a un livello profondo, fra due anime – si riverbera in un innalzamento del tono spirituale, con un effetto di rigenerazione che produce risultati visibili anche sul piano fisico (distensione delle rughe del viso, rilassamento dei muscoli contratti, luminosità dello sguardo).

Ebbene, la stessa cosa può avvenire mediante lo scambio di energie vitali con i nostri fratelli minori, gli animali, e con le piante, specialmente con i grandi alberi del bosco.

Oggi, finalmente, si incomincia a capire che allevare un animale domestico e prendersene cura amorevolmente, è anche una forma d terapia: che accarezzare un cane o un gatto, per esempio, o accudire un cavallo e avere con esso non solo un rapporto utilitaristico, ma di autentico affetto, fa bene alla salute dell’uomo, perché permette a quest’ultimo di ricevere preziose energie vitali, che sono più intense nel caso si tratti di un bambino.

Con gli alberi vale lo stesso principio. Abbracciare un albero dal tronco possente, vuol dire entrare in sintonia con le sue vibrazioni energetiche e trarne  una forza positiva che è, di per se stessa, terapeutica e rigenerante.

Sappiamo benissimo che la scienza ufficiale nega un tale principio e sostiene che nessuna conferma di quanto abbiamo detto, è mai stata ottenuta; ma la cosa non deve stupire, dal momento che la scienza odierna si basa interamente su una prospettiva materialistica e riduzionistica, che rende gli uomini ciechi, al punto non scorgere neppure il fatto che la Terra è, essa stessa, un organismo vivente, capace di trasmettere a tutti i suoi ospiti l’energia vitale ad essi necessaria per sostentarsi e riprodursi.

Gli alberi, nella mentalità corrente, non sono altro che futuro materiale da costruzione per l’industria o, nel migliore dei casi, un semplice elemento decorativo del paesaggio; non sono un valore in se stessi, così come non lo sono i fiori, gli arbusti, gli animali, i pesci, gli uccelli, l’acqua, il vento, le  rocce, i fiumi, i laghi, le montagne, le pianure, le paludi, i mari, i ghiacci.

Ogni essere vivente è, a sua volta, una sorgente di energia vitale, che può essere messa in circolo, anzi, che è già in circolo nel mondo della natura: sono gli uomini che, estraniandosi dalla natura, si sono posti al di furori di tale circolo benefico, e soffrono per il venire meno, in essi, della trasmissione di energia vitale dalle altre creature.

Ma gli uomini hanno saputo fare anche di peggio: pervertendo il giusto rapporto con la natura, ad esempio facendosi cuochi e divenendo carnivori, essi hanno preso l’abitudine di immettere nel proprio organismo le tossine delle sostanze morte e, in più, le energie  spirituali negative legate alla uccisione degli animali da allevamento. Un maiale, un pollo, un manzo, al momento di venire barbaramente uccisi per soddisfare l’insaziabile ghiottoneria del nostro palato, rilasciano sentimenti di paura, angoscia, disperazione, odio: e noi ci nutriamo, in seguito, insieme al cadavere macellato dell’animale, anche di tali energie altamente negative.

Non c’è da meravigliarsi che le malattie tumorali siano così in aumento, anche prescindendo dai micidiali prodotti chimici con i quali si realizza la lunga conservazione o si «pompano» artificialmente le carni della povera bestia; per non parlare dei cibi pestiferi con cui essa era stata allevata, e le cui sostanze passano poi, inevitabilmente, nel nostro organismo.

Dovremmo recuperare, pertanto, un rapporto più sano ed equilibrato con la natura, a cominciare dal nostro stesso corpo, evitando almeno le più dannose fra le nostre cattive abitudini, ivi comprese quelle alimentari; e dovremmo riscoprire il potere curativo degli animali e delle piante, checché ne dicano i nostri signor-so-tutto, paludati nei loro camici bianchi e corazzati nelle loro granitiche certezze positiviste e antispiritualiste.

Dovremmo tornare a vedere nei grandi alberi, in particolare, i nostri migliori amici: amici che hanno molto vissuto e che molto amano la vita, affondando le radici in profondità nella nostra madre terra, e innalzando la cima verso il cielo: amici che si nutrono solo di acqua, aria e di alcune sostanze minerali disciolte nel terreno, ma, soprattutto, di luce: di luce solare che essi soli sono capaci d trasformare in nuova sostanza vivente, attraverso quell’autentica meraviglia del creato che è la fotosintesi clorofilliana. Al tempo stesso, essi soli sono in grado di trasformare la dannosa anidride carbonica in puro ossigeno, rendendoci così un servizio insostituibile, senza il quale la nostra vita non sarebbe in alcun modo possibile.

Grazie a queste loro proprietà uniche, i vegetali, e particolarmente i grandi alberi, sono in contatto, più di ogni altra creatura, con le misteriose fonti dell’energia cosmica primordiale, della quale sono dei possenti catalizzatori e degli insostituibili trasformatori e distributori. L’energia che essi erogano tutto intorno è lì, a disposizione di chi la sappia e la voglia utilizzare: una energia che si rinnova continuament, e che non può essere sfruttata a fini commerciali, ma solo ed esclusivamente a fini di benessere spirituale.

Per essere più precisi: gli alberi rilasciano una energia che è in grado di interagire con la nostra stessa energia; per cui, se in noi si è verificata una rottura dell’equilibrio energetico, essi sono in grado di aiutarci a ritrovarlo e a ristabilirlo, facendo leva su delle potenzialità che già sono presenti in noi, ma che, per una serie di fattori negativi, sono andate disperse o giacciono ignorate e inutilizzate in qualche recesso del nostro essere più profondo.

Alcune pagine intense e commoventi sono state scritte, su questo argomento, da un donna talmente innamorata dei boschi, da scegliere di andarci a vivere per sempre, divenendo una guardia forestale dei Monti Adirondack, presso il confine tra gli Stati Uniti e il Canada: Anne LaBastille, una ecologista americana nata nel 1935, e tuttora vivente.

Ci è sembrato che valesse la pena di riportare qualche brano dal suo libro «La donna dei boschi» (titolo originale: «Woodswoman», 1976; traduzione italiana di Antonio Ghirardelli, Milano, Arnoldo Mondadori editore, 1990, pp. 61-64; 74-76):

«Col tempo, ho sviluppato una sensibilità sorprendente per questi alberi. Prima di tutto, ho imparato a riconoscerne i rumori: col vento, gli abeti emettevano come un brusio cupo, attenuato, mentre i pini emettevano come un sussurro più acuto, più lieto e più morbido. Dopo l’iniziale sorpresa dinanzi alla diversità di suoni fra quelle due specie distinte, ho incominciato ad ascoltare  per carpire i suoni specifici degli altri alberi.  Il “balsam fir” [“Abise balsamea”, abete balsamico] produce un breve sibilo preciso, quasi educato; l’acero rosso e l’acero da zucchero producono un frusciare impaziente; le betulle  gialle producono come un sospiro delicato, riposante.

Ovviamente, le tonalità di questi suoni si spiegano con le dimensioni, con la forma, con la flessibilità e lo spessore delle foglie o degli aghi, e possono anche spiegarsi con la direzione del vento. Ho notato variazioni distinte prodotte dai venti freschi provenienti da ovest rispetto a quelle prodotte dai robusti fronti settentrionali o dalle petulanti brezze  meridionali o dai venti tempestosi che soffiano da oriente. Ma il rumore della foresta è qualcosa di più e di diverso, così come una sinfonia è qualcosa di più e di diverso dalle dimensioni e dalle forme degli strumenti, dalla pressione dell’aria e dal tocco che li attiva sono a produrre musica, e dai musicisti che li suonano.

Poi ho incominciato a scoprire tutto un assortimento di odori emanati dagli alberi. Nelle giornate estive calde e asciutte aceri, abeti, pini si comportavano come giganteschi bastoncini ‘incenso sprigionando una fragranza che saturava l’aria fuori e dentro lamia capanna. Il tappeto di aghi morti, il terriccio asciutto, il gocciolio della resina, la stessa scorza asciugata dal sole, tutto emanava un odore sottile. Gli aghi verdi degli alberi impregnavano l’aria di quella essenza che i dottori dei tempi antichi chiamavano “balsamifera”.

La presenza di quegli aromi ristoratori ha reso gli Adirondack una mecca per i pazienti affetti da malattie tubercolari dalla fine del 1800 all’inizio del 1900. Che poi fossero le “balsamifere” a curare, oppure l’aria tersa e sana, i lunghi riposi, i panorami ispiratori o la presenza di profeti della medicina come il dottor E.L. Trudeau, sfatto sta che molti tubercolotici dati per spacciati sono guariti davvero negli Adirondack. Conosco tre uomini, tutti ottantenni sani e arzilli,  che erano venuti quassù per morire quando erano trentenni. Adesso, come il dottor Trudeau, pioniere nelle ricerche sulle malattie turbercolari sono convinti che gli aromi resinosi prodotti dalle foreste di aghifoglie sempreverdi abbiano giovato alla loro guarigione. E studi recenti hanno dimostrato che i vapori di trementina essudati dalle conifere hanno un effetto purificatore sull’atmosfera locale e svolgono un ruolo considerevole  nel mantenere pura e salubre l’aria negli Adirondack.

Un’altra bella esperienza sensoriale l’ho fatta nel mio bosco di giovani abeti balsamiferi. In un tardo pomeriggio estivo ho visto il sole che penetrava di sghembo fra i tronchi e la luce donava un glorioso colore dorato al verde denso e scuro del sottobosco. Con la mannaia ho incominciato a potare i rami secchi tagliando più in alto che potevo, e ogni volta che intaccavo la corteccia di un qualche tronco avevo cura di otturare la ferita con terra fresca per ridurre la secrezione resinosa o impedire l’ingresso di organismo contagiosi o di insetti. Per tutta l’estate, a più riprese ho potato i tronchi dei giovani abeti balsamiferi allontanandomi a mano a mano dalla capanna sino a quando ho ottenuto l’effetto desiderato. Poi, una sera tranquilla di settembre, mentre me ne stavo accoccolata sulla balaustra del portico e mi ripulivo le mani impiastricciate di resina, sono rimasta ad osservare il sole al tramonto che illuminava il mio bosco. Il sole filtrava in raggi diagonali, rettilinei, che parevano fatti d’aria tinta d’oro. Sin dove lo sguardo poteva arrivare, i raggi degli abeti balsamiferi parevano pilastri neri, diritti, che gettavano lunghe ombre nere sul suolo color del rame, sul muschio verde pro, sul bronzo dei tronchi abbattuti. Il mio piccolo bosco era diventato uno studio per una ricerca sui chiaroscuri, una finestra di vetri istoriati con prevalenza dell’oro e del verde frammischiati da pilastri neri accesi esteriormente dal sole al tramonto.

Sulle qualità della luce ho avuto un’altra esperienza in una fosca,  umida giornata novembrina. Era piovuto per una settimana e il bosco era completamente inzuppato. I tronchi dei miei giganteschi abeti rossi, così bagnati, avevano il colore appena grigiastro della carbonella, coi rami che parevano d’un verde grigio; i tronchi degli abeti balsamiferi erano neri come l’inchiostro il terreno era d’un bruno catramoso, i pini erano d’un grigio come il peltro. Come ha scritto Thomas Hardy: “Il mondo intero gocciolava in toni bruni e grigiastri.” Verso le undici del mattino la qualità della luce che circondava la capanna e gli abeti rossi era così liquida che mi pareva d’essere sommersa da qualche parte nell’Atlantico, ogni scroscio di pioggia somigliava all’avventarsi d’un’ondata, la foresta infradiciata dall’acqua  somigliava a una prateria d’alghe marine.

Quando sono entrata in maggior sintonia con gli alberi, ho incominciato ad ammirare l’enorme pino bianco  che svetta accanto al sentiero che porta alla tettoia.  Ho orientato persino l’ingresso alla tettoia in modo che sedendomi lì, potessi ammirare l’alto, scabro tronco  di quell’albero, ed era più piacevole assai che leggere “Time” o un’altra rivista qualunque. Coi venti forti il tronco poderoso oscillava con un movimento sinuoso che combinava la flessibilità d’un serpente con la forza di un elefante. Non c’era traccia di rigidità in quel pino: la corteccia spessa, i molti anelli del legno, il cuore stesso del tronco, tutto si muoveva con una fluidità che pareva più conforme a un animale che a una pianta. Io mi avvicinavo  al tronco e finivo per appoggiarmici per osservare  tutte quelle tonnellate di legno che si piegavano flessibili sul mio capo con una grazia, con un ritmo che quasi mi ipnotizzavano. […]

Mentre imparavo a conoscere i miei alberi, si è verificato un evento eccezionale. Nel mio andirivieni da casa alla tettoia m’ero abituata a toccare il grosso pino bianco, a carezzarlo, e quel semplice gesto mi procurava gioia. Una mattina, con le braccia strette intorno al tronco, ho incominciato a sentire una sensazione di piacere e di benessere.  Mi sono tenuta abbracciata al tronco per una quindicina di minuti cacciando dalla mente ogni pensieri estraneo. La ruvida corteccia era premuta forte contro la mia pelle ed era come se l’albero riversasse dentro di me la sua forza vitale. Quando mi sono staccata dal grosso pino bianco, ho avuto la sensazione definitiva che ci fossimo scambiati alcune forme di energia vitale. Questa sensazione pareva concentrarsi nella regione compresa fra il ventre e i seni.

Ho trovato la spiegazione del fenomeno in letture successive. Nelle “Conversazioni con Giovanni” di Carlos Castaneda e nel “Serpente di Serpico” di Michael Serano è menzionato il fatto che la regione fra l’ombelico e il plesso solare è considerata il punto principale dell’emanazione d’energia del corpo umano.  Da lì irradiano “fibre” o “raggi” di forza vitale. Ho visto anche gli aloni dell’energia attorno alle punte delle dita nelle fotografie di Kirlian  e i risultati registrati dai poligrafi appiccicati  a piante capaci di reagire a certi stimoli.  Tutti questi fenomeni stanno a dimostrare la presenza di una pervadente forza vitale, una forza con la quale sono riuscita miracolosamente a intonarmi imparando a conoscere gli alberi attorno ala mia capanna.

Questa comunione io la sento, sento questo accordo strano che è più rapido e deciso coi grossi pini bianchi , più tenue coi grossi abeti rossi, con gli aceri zuccherini, con le querce e coi faggi. È chiaro che io e i pini bianchi siamo sulla medesima lunghezza d’onda. Cosa io possa mai restituire agli alberi non riesco nemmeno ad immaginarlo. Spero che da me ricevano qualcosa, perché gli alberi sono fra i miei migliori amici.»

È chiaro, d’altra parte, che un rapporto di proficuo scambio energetico con gli alberi e, in genere, con gli altri viventi e con gli stessi cristalli e con le pietre (a torto catalogati fra i corpi inerti, ma, in realtà, anch’essi viventi e impregnati forza cosmica), non si improvvisa da un momento all’altro, e tanto meno si costruisce solo attraverso delle aspettative di tipo utilitaristico.

Esso, semmai, è il punto di arrivo di un più vasto movimento esistenziale, grazie al quale una persona può spingersi ad un superiore livello di consapevolezza: movimento che traduce una lunga e personale ricerca e che nessun prontuario, nessuna formuletta, nessuna scorciatoia, possono sostituire, a dispetto di quel che vorrebbe far credere una certa industria della cultura «alternativa» targata New Age.

Solo quando si è giunti ad un tale livello superiore, incominciano a svilupparsi, o meglio a ridestarsi, quelle facoltà sopite, che fanno parte del nostro comune patrimonio vitale (sebbene esso non sia egualmente sviluppato in tutti gli individui). A quel punto, e non prima, è dato vedere cose che, prima, sfuggivano allo sguardo; udire suoni che, prima, sfuggivano all’udito; e, soprattutto, sentire con tutto il proprio essere cose che, prima, passavano inosservate.

Cose importanti, cose benefiche.

Ma ciò, ripetiamo, non s’improvvisa: si costruisce nel tempo, mediante un rapporto di amore, gratitudine e apertura incondizionata verso la bellezza del mondo naturale, specchio visibile della bellezza incomparabile dell’Essere.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/08/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 05 Dicembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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