domenica, 28 Febbraio 2021
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Irlanda 1847: come l’aver distrutto la biodiversità ha condannato un popolo a morire di fame

Irlanda 1847: come l’aver distrutto la biodiversità ha condannato un popolo a morire di fame. Qualcosa non va nell’ecosistema del pianeta e non è soltanto il buco nell’ozono, le piogge acide o lo scioglimento dei ghiacciai di Francesco Lamendola  

Qualcosa non va, nell’ecosistema del pianeta Terra, ormai da parecchi anni; e non è soltanto dovuto al buco nell’ozono, alle piogge acide o allo scioglimento dei ghiacciai.

Agricoltori e apicoltori lo sanno: qualcosa di minaccioso si sta verificando, praticamente sotto i nostri occhi; ma il nostro sguardo non è abbastanza acuto da vederlo o, quanto meno, da riconoscerlo in tempo.

Sì, vi sono dei segnali inquietanti; ma sembra che quasi nessuno sia capace di leggerli nel loro insieme, come parti di un mosaico complesso, che investe contemporaneamente parecchi aspetti dell’equilibrio della biosfera.

Prendiamo il caso del lepidottero denominato “Hyphantria cunea”, meglio noto come «bruco americano».

Proveniente dal Nord America, ha incominciato a invadere l’Italia settentrionale fra il 1975 e il 1977 e ormai è diventati un terribile flagello.  Le larve neonate dapprima erodono una delle superficie fogliari, poi, crescendo, divorano l’intera foglia, tranne le nervature; costituiscono una minaccia diretta per circa 200 specie vegetali, specialmente arbustive ed arboree (latifoglie).

Vi sono ormai settori della Valle Padana e delle Prealpi in cui l’intera vegetazione è stata attaccata da questa farfalla, le cui uova, riunite in placche sulla pagina inferiore delle foglie, costituiscono ormai un elemento costante del paesaggio vegetale.

Oppure prendiamo la moria delle api; anzi, della scomparsa delle api dai nostri alveari. Perché muoiono in massa? E che fine fanno? All’inizio del fenomeno, negli Stati Uniti d’America (e solo da qualche anno anche in Europa) si era parlato di una sorta di A.I.D.S. delle api, o  magari dell’effetto devastante di qualche nuovo prodotto chimico antiparassitario.

Quello che sembra ormai accertato è che le onde dei telefoni cellulari le disorientano e le rendono incapaci di farle ritorno all’alveare. Forse è così che muoiono, per l’incapacità di fare rientro all’alveare; dopo di che, i loro corpi verrebbero mangiati da animali che li trovano disseminati al suolo.

Sono stati fatti degli esperimenti, ponendo dei telefonini accanto all’alveare, dopo che le api ne erano uscite: ebbene, gli sciami non sono più tornati indietro.  Già da tempo, del resto, si era a conoscenza del fatto che, presso i tralicci dell’alta tensione, il comportamento delle api appare anomalo.

D’altra parte, sappiamo che le api non amano le coltivazioni di O. G. M., anzi, se ne tengono a debita distanza, per quanto possibile. Tutto fa credere, quindi, che questi utili e laboriosi insetti siano particolarmente sensibili ai mutamenti in atto nella natura a causa degli elementi perturbatori introdotti dall’uomo; essi, cioè, funzionerebbero come degli indicatori della soglia di pericolo rispetto alla stabilità dell’ecosistema.

La loro morte è, quindi, un minaccioso campanello d’allarme, se non qualche cosa di più: il segnale che un disastro ecologico senza precedenti si sta già verificando davanti a noi.

Il bello è che la natura avrebbe in se stessa le risorse per ristabilire l’equilibrio minacciato, ad esempio per fronteggiare una invasione di funghi o di altri parassiti delle coltivazioni, se solo l’uomo non avesse fatto di tutto, e non stesse continuando a fare di tutto, per distruggere la biodiversità. Biodiversità, infatti, è sinonimo di variabilità genetica ed ecosistemica; e, nonostante la parola italiana conservi una sfumatura vagamente negativa (diverso come deviante dalla norma), in inglese biodiversity significa varietà e molteplicità; meglio sarebbe, quindi, tradurlo con  biovarietà o varietà della vita.

Un sistema biologicamente vario è un sistema che possiede in se stesso gli anticorpi per reagire alla proliferazione di organismi dannosi e per ripristinare il proprio equilibrio. È per questo che a Nairobi, il 22 maggio 1992, le Nazioni Unite hanno varato la Convenzione sulla Diversità Biologica, alla quale le varie nazioni del mondo hanno cominciato ad aderire  nel quadro delle Convenzioni di Rio de Janeiro dello stesso anno.

Ma l’orientamento prevalente nel mondo, da quando la rivoluzione industriale ha investito anche l’agricoltura, è di tutt’altro genere. Sempre più si elimina la biodiversità, sia distruggendola direttamente là dove essa si trova (come nel caso delle foreste pluviali), sia destinando vastissime superfici del pianeta alla monocoltura, per giunta di un’unica varietà di determinate piante alimentari. Questo rende le coltivazioni stesse estremamente fragili dal punto di vista biologico: se vengono attaccate da un parassita, il pericolo è enorme, perché immensi raccolti possono andare perduti a causa della eliminazione di altre varietà di quella pianta, le quali avrebbero potuto reagire efficacemente all’aggressione.

Un esempio ormai classico che illustra questo concetto è la terribile carestia irlandese degli anni 1845-49, nota in quell’isola come The Great Famine oppure The Great Hunger.

In sostanza, oltre alle responsabilità del sistema economico-sociale creato dai dominatori inglesi, si trattò dell’arrivo di un fungo dal continente americano, la peronospora, che aggredì le coltivazioni di patate, principale pianta alimentare destinata alla sussistenza della popolazione. Gli effetti catastrofici dell’invasione furono dovuti in larga misura al fatto che una sola varietà di patate era coltivata in Irlanda in quel periodo, mentre nella loro terra d’origine, al di là dell’Atlantico e sulle Ande, ne esistevano molte altre, le quali avrebbero potuto resistere efficacemente al fungo.

La patata coltivata in Irlanda in maniera esclusiva, della varietà Lumper, aveva già dato, negli anni precedenti, segnali preoccupanti della sua fragilità davanti alle aggressioni dei parassiti; vi erano già stati dei raccolti perduti, ma non si era tenuto conto dell’avvertimento. E così, quando – nel settembre del 1845, proprio mentre si profilava un ottimo raccolto – la peronospora aggredì le patate, anche quelle già raccolte, rendendole un pastone marcescente che non era commestibile nemmeno per il bestiame, nulla era stato predisposto per fronteggiare la situazione; e il disastro che si abbatté sull’isola fu di proporzioni bibliche.

A ciò bisogna aggiungere il fatto che quasi tutte le terre erano di proprietà di pochi possidenti britannici (non più di 4.000 persone), i quali avevano destinato a pascolo la maggior parte del suolo, mentre buona parte del restante terreno arabile era stata destinata alla coltivazione dei cereali per l’esportazione. Le patate, la cui coltivazione era molto più economica,  erano coltivate soprattutto dalla parte più povera della popolazione, che ne faceva un largo consumo (fino a 6 kg. giornalieri a persona), tanto da essere la voce quasi esclusiva dell’alimentazione per almeno un terzo degli Irlandesi.

Così, quando si verificò la carestia, si creò la situazione assurda, per cui l’isola continuava ad esportare verso l’Inghilterra e verso l’America quantità di cereali tali, che avrebbero potuto soddisfare largamente il fabbisogno della popolazione; ma, intanto, quest’ultima moriva letteralmente di fame, perché le autorità britanniche continuarono imperterrite a sostenere la volontà dei proprietari inglesi, i quali non intendevano desistere dal commercio del grano con l’estero, loro principale fonte di utili.

Ci furono delle proteste e delle sommosse per trattenere nei porti irlandesi, specialmente quello di Cork (le regioni occidentali e meridionali erano le più colpite dalla carestia) i cereali che venivano caricati sulle navi; ma le autorità di Londra risposero con l’imposizione della legge marziale.

Le autorità inglesi inviarono sul posto una commissione di scienziati, formata da John Lindley e Lyon Playfair, ma essa non riuscì a scoprire le cause della malattia della patata; solo molti ani dopo, nel 1882, si scoprì che esse erano dovute a un fungo.

Finalmente il governo Tory, superando la ripugnanza a violare i propri principi economici protezionisti, si decise ad acquistare grossi quantitativi di grano in America e a introdurli nell’isola, ma con scarsi risultati: i morti per fame si contavano ormai a migliaia e, in genere, gli Irlandesi poveri non potevano permettersi l’acquisto dei cereali; era ben per questo che, da sempre, si alimentavano quasi esclusivamente con latte e patate.

Ad ogni modo, solo nel 1846 il Primo ministro Peel si rassegnò ad abolire le Corn laws protezionistiche, rendendo più facili le importazioni dagli Stati Uniti.Ma è proprio il caso di dire che si chiudevano le porte della stalla quando ormai i buoi erano scappati: cadaveri si accumulavano sulle strade, senza che nessuno desse loro sepoltura, come al tempo delle grandi pestilenze del Medio Evo.

La carestia, che terminò solo nel 1849, produsse un immenso movimento migratorio verso l’Inghilterra e, in maggiore misura, verso il Canada e gli Stati Uniti: si calcola che almeno due milioni e mezzo di Irlandesi presero il mare per recarsi al di là dell’Atlantico in quella tragica circostanza. Molti di loro partivano già gravemente debilitati dalla fame e dalle malattie, specialmente il vaiolo; e molti morirono non appena sbarcati, rendendo impossibile l’instaurazione di una quarantena e diffondendo anche nel Nuovo Mondo numerose malattie infettive.

Si calcola che la diminuzione della popolazione irlandese, fra morti ed emigrati, raggiunse circa il 30% del totale. I dati sono un po’ incerti, perché il censimento del 1841, che aveva accertato sull’isola una popolazione di 8.175.000 persone, non comprendeva i senzatetto e quanti vivevano in precarie abitazioni scavate nel terreno, probabilmente non meno di un milione di individui. Quel che è certo è che il censimento effettuato dieci ani dopo, nel 1851, registrava una popolazione di appena 6.522.000 anime.

Cary Fowler e Pat Mooney, nel libro «Biodiversità e futuro dell’alimentazione» (titolo originale: «Shattering.Food, Politics and the Loss of Genetic Diversity», Tucson, The University Arizona, Press, 1990; traduzione italiana di  Cristina Ghirardosi ed Elena Recchia, Como, Red Edizioni, 1993, pp. 75-79):

«Nell’agricoltura contemporanea ‘piccolo è naturale’. Non è naturale che grandi estensioni vengano seminate con una sola coltura, tanto meno con una sola varietà di quella coltura. Quando nei tempi antichi l’agricoltura si affermò e si sviluppò, si venne a creare un equilibrio, fra piante, insetti nocivi e malattie.

Le varietà primitive erano caratterizzate da una notevole variabilità genetica. Una sola occhiata ai campi di frumento del Neolitico avrebbe rilevato le differenze fra pianta e pianta. Senza dubbio insetti nocivi e malattie già colpivano, ma i loro attacchi erano attenuati dalla diversità e dalla forza delle difese accumulate dalle piante durante migliaia di anni di adattamento alla pratica agricola. Ai margini di molti campi crescevano piante selvatiche che, incrociandosi con quelle coltivate, trasferivano loro vigore e resistenza. Inoltre, i campi non erano vicini; rimanevano divisi da barriere ecologiche che bloccavano la diffusione e lo sviluppo delle malattie. In generale, era raro che le malattie esplodessero in epidemie diffuse. Le coltivazioni venivano danneggiate, ma non devastate.

Ma il mondo cambiò, o almeno cambiò la percezione che noi ne abbiamo. L’evento che segna il mutamento è l’arrivo in Irlanda della “Phytoptora infestans” negli anni Trenta del secolo scorso [ossia dell’Ottocento, nota nostra]. Originaria delle Ande, la patata era sconosciuta in Europa prima della ‘scoperta’ del Nuovo Mondo. Fu introdotta in Spagna nel 1570 e in Inghilterra e Irlanda nel 1590 o poco prima. Da quelle due introduzioni, sono derivate tutte le patate coltivate in Europa nei successivi 250 anni.

In Francia, Luigi XVI viveva di questo tubero. Vicino a Parigi seminò un grande campo a patate, custodito durante il giorno dalle guardie reali. Sapendo che i contadini sarebbero stati incuriositi da un campo così protetto, astutamente lasciò che di notte entrassero all’interno del campo, cosa che fecero; in breve tempo in tutta la Francia si coltivò la patata. Lo scopo del re era così raggiunto..

In Irlanda la patata divenne il principale alimento dei poveri. Nel 1840 gli adulti ne mangiavano in media da quattro a sei chili al giorno. L’estate del 1845 fu particolarmente buona per i contadini e i documenti di numerose contee descrivevano i campi di patate come “assolutamente lussureggianti… e che promettevano abbondanti raccolti.”

Poi tutto precipitò. L’11 settembre, il “Freeman’s Journal” annunciava:

“Ci rammarichiamo di dover annunciare che abbiamo avuto comunicazioni da nostri corrispondenti ben informati della diffusione di ciò che viene chiamato ‘colera’ della patata in Irlanda, soprattutto nel Nord. Si racconta il caso di un contadino che aveva raccolto le patate, le più belle che avesse mai visto, in un certo campo, e in un particolare angolo di quel campo lunedì scorso; scavando nello stesso angolo il martedì trovò tutti i tuberi seccati e inutilizzabili sia per gli uomini sia per le bestie.”

Le patate nei campi, come quelle già raccolte, cominciarono ad annerire e a marcire. Un odore terribile si sparse nelle campagne. La colpa venne data al clima. L’anno successivo sarebbe andata meglio.

Ma non fu così. La perdita del raccolto delle patate fu una tragedia per i moltissimi irlandesi poveri. Tre quarti delle terre erano coltivate a cereali (con abbondanti raccolti) , che però venivano quasi completamente esportati in Inghilterra o osarti per pagare le tasse ai proprietari terrieri, molti dei quali erano stranieri. A quel tempo, quattromila persone possedevano l’ottanta per cento delle terre, mentre il reddito annuale di un lavoratore rurale raramente eguagliava la rendita di un singolo acro. John Mitchel, un giornalista irlandese dell’epoca, valutò che “nel 1847, durante la rande Carestia,, l’Irlanda produceva prodotti agricoli per un valore di 44.958.120 sterline, abbastanza per nutrire più di due volte la nazione, ed era ancora così, ma la gente moriva di fame perché con questi prodotti doveva pagare la rendita ai proprietari.” Più volte la folla tentò di impedire che il grano fosse imbarcato sulle navi per l’esportazione, ma questo tentativo fu represso dall’esercito.

I contadini non potevano permettersi né di tenere né di comprare il grano che coltivavano. Quindi vivevano di patate. Un terzo della popolazione basava la propria alimentazione completamente sulle patate.

Gli inglesi che governavano l’Irlanda erano preoccupati,, ma, come un osservatore notava a quel tempo, “bisogna ricordare che gli Inglesi hanno una terribile tendenza a esagerare”. Fu eliminato il dazio sul grano per abbassare il prezzo del pane, ma, a quel tempo, i poveri non potevano permettersi il pane perché la loro esistenza era basata sulle patate.

Successivamente gli inglesi importarono mais e lo immagazzinarono. Ma gli irlandesi non erano abituati a nutrirsi di mais e i mulini erano mal equipaggiati per lavorarlo. Nel frattempo, il frumento prodotto dagli irlandesi era stato esportato in Gran Bretagna in quantità enormi. Le società irlandesi di mutuo soccorso cominciarono a importare il grano dall’Inghilterra a prezzi molto più alti: grano prodotto in Irlanda e poi esportato perché la gente, affamata, non era in grado di pagarlo!

Gli inglesi si opposero agli aiuti alimentari agli affamati per paura che i poveri diventassero sfaccendati. Charles Trevelyan, il funzionario inglese incaricato dal governo per il problema della carestia in Irlanda, alla fine sospese gli aiuti pubblici e fece cessare tutti gli altri provvedimenti governativi nel 1847, dichiarando che in effetti la carestia era finita ed esprimendo l’opinione che “il solo modo per evitare che la gente diventi dipendente dal governo è di interrompere qualsiasi assistenza… Il fatto che il prossimo raccolto sia incerto lo rende ancora più necessario. .. Questi provvedimenti devono essere eliminati adesso., o corriamo il rischio di paralizzare qualsiasi iniziativa privata…” E con questa affermazione lasciò l’Irlanda a quella che chiamò “l’opera delle forze naturali” e andò in vacanza in Francia. Nominato cavaliere  per l’ottimo lavoro svolto in Irlanda, al ritorno dalla rancia siur Charles Trevelyan incominciò a scrivere una storia della carestia in Irlanda, che fu dichiarata conclusa nell’agosto del 1847.

Ma la carestia non era affatto terminata.. L’inverno 1847-1848 vide i cadaveri lasciati senza sepoltura sulle strade per giorni e giorni. Nella primavera del 1849 il tributo di vittime era diventato spaventoso. In una contea di cinquemila abitanti si contarono settecento morti in sole due settimane., Alcuni allora, come ora, affermarono che la terribile povertà dipendeva dalla sovrappopolazione. Ma nonostante la popolazione fosse decimata, la miseria rimase. Nel periodo successivo non ci furono apprezzabili miglioramenti. Considerando l’emigrazione, gli irlandesi nel secolo prima della carestia erano, seconda Erna Bennett, “probabilmente pochi di più degli inglesi, ma la differenza era significativa”. Inoltre l’estensione di terra coltivata pro capite in Irlanda immediatamente prima della carestia era simile a quella degli altri paesi europei. L’Irlanda era più densamente popolata della Danimarca e della Prussia, ma meno dell’Inghilterra, del Galles, della Scozia o del Belgio. La carestia continuò per cinque anni consecutivi. Per cinque anni le patate irlandesi marcirono. Da uno a due milioni di persone morirono e molti migrarono nel Nordamerica, compresi gli antenati di due presidenti degli Stati Uniti, Kennedy e Reagan.

Non fu il clima che distrusse le patate nel 1840; fu la “Pythoptora infestans”,un carboinchio della patata. Le patate coltivate in Europa, con una base genetica limitata (…), non eano resistenti a questa malattia e la mancanza di resistenza permise al carbonchio di raggiungere una forma epidemica. Fortunatamente, non tutte le patate erano vulnerabili.

La resistenza fu individuata fra le migliaia di varietà delle Ande e del Messico. Senza queste, le patate non sarebbero probabilmente una delle principali colture del mondo sviluppato. Ma la responsabilità del carbonchio nella carestia è stata sopravvalutata. Se la malattia fu devastante per le patate, altrettanto lo fu il sistema sociale, che consentiva a pochi di possedere e controllare la maggior parte delle terre. Come altrimenti si può spiegare il fatto che l’80% delle terre fosse ancora mantenuto a pascolo, non coltivato, e che il grano continuasse a essere esportato, mentre centinaia di migliaia di persone morivano di fame? Anche mentre il suo popolo stava morendo di fame,. L’Irlanda produceva abbastanza cibo per tutti. Gli stessi irlandesi dicono: “Dio portò il carbonchio; gli inglesi portarono la carestia”

La patata fu la prima coltura nella storia moderna a essere devastata per mancanza di resistenza e la prima a essere salvata dalla ricchezza delle difese costruite in migliaia di anni nei centri di diversità. Così la carestia in Irlanda può essere considerata sia il più drammatico ammonimento dei pericoli dell’uniformità genetica, sia come il più chiaro esempio del valore della conservazione della diversità genetica..»

Quali insegnamenti dovremmo trarre da quella tragica vicenda?

La linea di sviluppo dell’agricoltura moderna procede nel senso di una sempre maggiore distruzione della biodiversità, per cui drammi come quello irlandese del 1845-49 potrebbero facilmente ripresentarsi e, di fatto si sono ripresentati più volte in vari Paesi del Sud della Terra, anche in anni a noi vicini e ai giorni nostri.

Ovunque vengono abbattute le foreste tropicali e ovunque avanzano immense superfici a monocoltura, là si creano le premesse per il ripetersi di disastri come quello irlandese di metà Ottocento. Di fatto, vaste aree dell’Africa, dell’Asia e dell’America Latina si trovano in tali condizioni. E, anche lì, la maggior parte delle terre arabili non sono destinate a colture alimentari per la popolazione locale, ma sono di proprietà delle multinazionali che vi coltivano piante destinate all’alimentazione del bestiame da carne, per poter immettere sul mercato dei Paesi ricchi quantità sempre maggiori di bistecche, prosciutti, salami (si veda l’ormai classico studio di Jeremy Rifkin, «Ecocidio»).

A parte ogni considerazione morale, è evidente che questo modello di agricoltura espone l’intero sistema alimentare mondiale al rischio di un tracollo, qualora le principali piante coltivate per l’esportazione venissero attaccate da agenti patogeni.

Né bisogna credere che il problema riguardi direttamente solo i Paesi del Sud della Terra. Anche quelli del Nord sono a rischio: si pensi alle immense superfici del Midwest americano, adibite a una cerealicoltura industriale intensiva, spesso con O. G. M., che sfrutta il suolo con dosi massicce di fertilizzanti chimici, inquinando le falde acquifere ed erodendone l’humus.

Che cosa accadrebbe se quelle immense coltivazioni, dalle quali è stata eliminata ogni traccia di biodiversità per realizzare il massimo profitto economico, venissero attaccate da qualche fungo, come accadde alle patate irlandesi nel 1845?

E che cosa accadrebbe se qualcosa del genere avvenisse nelle zone cerealicole dell’Europa centro-orientale, nei vigneti francesi, nelle risaie della Valle Padana?

Che cosa mangerebbero, in quel caso, i cittadini dei Paesi benestanti: dollari, euro?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Novembre 2015

Del 15 Settembre 2020

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